Luca Fezzi.
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Il dado  tratto. Cesare e la resa di Roma.
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2017. Giuseppe Laterza & Figli Editori, Bari-Roma.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Nel gennaio 49 a.C., Cesare, conquistatore delle Gallie, sfid un ultimatum senatorio. Alla testa di alcune coorti legionarie varc il Rubicone, pronunziando una celebre frase. Nello stesso giorno occup Rimini, presidio strategico della terra Italia. Si spinse poi verso sud, minacciando la stessa Roma, cuore di una res publica ormai egemone sul Mediterraneo.
Pompeo, incaricato di fermarlo, rispose con una mossa meno celebre ma altrettanto fatidica. Ordin all'intera classe politica di abbandonare la citt e di seguirlo, per contrattaccare dal meridione della Penisola o, addirittura, dai Balcani.
Il panico fu inenarrabile. Mai i romani si erano trovati di fronte a una situazione del genere. L'Urbe, nella sua secolare storia, era stata sempre difesa, con alterne fortune, da nemici esterni e interni. A Cesare essa fu invece abbandonata, assieme al suo ricchissimo tesoro.
Che cosa avvenne in quei terribili giorni? Come si giunse a una situazione tanto sconcertante? Roma era davvero indifendibile? Quali furono le conseguenze della fuga pompeiana?
Per rispondere occorre ricostruire la temperie politica e istituzionale che aveva trasformato la gloriosa res publica in un sistema logoro e corrotto, nel quale ormai troppi non credevano pi, e che Cesare riusc a piegare con rapidit impressionante.


Avvertenza:

Il titolo del presente volume vuole rendere omaggio a uno dei non pochi equivoci legati all'impresa di Cesare. L'espressione che egli avrebbe pronunziato accingendosi ad attraversare il Rubicone sarebbe stata infatti, secondo le fonti greche, si getti il dado: anerrphtho kbos (Plutarco, Cesare, 32,8; Pompeo, 60,1-4; Opere morali, 206 C), con le varianti o kbos anerrphtho (Appiano, Guerre civili, 2,140) ed errphtho kbos (Zonara, Epitome storica, 10,7), espressione proverbiale testimoniata in Crizia (P.Oxy. 2078), Aristofane (fr. 673) e, nella forma anerrphtho kbos, in Menandro (fr. 59). Il volgarizzamento cinquecentesco il dado  tratto, entrato ormai nell'uso collettivo, si rif invece alla versione iacta alea est (Svetonio, Cesare, 32), dove tuttavia, gi secondo Erasmo da Rotterdam (1518), est, , pare corruzione testuale da esto, sia. Bisogna osservare che la resa il dado  tratto sposta necessariamente l'attenzione sull'irreversibilit della decisione cesariana; si getti il dado pare invece molto pi consona al clima d'incertezza - e, letteralmente, di aleatoriet - che accompagn la stessa, clima palpabile nelle principali fonti, Svetonio compreso (vedi pp. 179-190).

I riferimenti cronologici relativi alla vicenda e alle fonti antiche sono tutti intesi a.C., salvo diversa indicazione; le date sono quelle del calendario repubblicano anteriore alla riforma di Cesare (risalente al 46 a.C. e che rese necessario, tra l'altro, recuperare pi di due mesi, per riportare l'anno ufficiale al passo di quello astronomico: cfr. Svetonio, Cesare, 40,1-2). L'11 e 12 gennaio 49 (calendario ufficiale), le due possibili date del passaggio cesariano del Rubicone (vedi Bibliografia, interpretazioni e approfondimenti, p. 321), potrebbero corrispondere, nel calendario astronomico, al 24 e 25 novembre 50 (Groebe) o al 16 e 17 dicembre 50 (Le Verrier): cfr. N. Marinone, Cronologia ciceroniana (a cura di E. Malaspina), Ptron, Bologna 20042, pp. 291; 295; 431.

Introduzione:

Quel che f poi ch'elli usc di Ravenna
e salt Rubicon, fu di tal volo,
che nol seguiteria lingua n penna.

Dante, Paradiso, 6,61-63

1. Rubicone

Alle prime luci di un fatidico giorno del 49 a.C. - l'11 gennaio o il successivo -, un ormai cinquantenne comandante raggiunse i suoi legionari. Assiepati sulla riva nord di uno dei corsi d'acqua che incrociavano il cammino per la vicina Rimini, lo attendevano da tempo. Nella notte l'uomo aveva percorso molte miglia in incognito, su un carro trainato da muli. Pi volte si era smarrito. Lo aveva infine condotto alla meta, a piedi e per angusti sentieri, una guida. Di fronte alla truppa, abituata a una determinazione ben maggiore, esit ancora. Ammon chi gli era a fianco che, attraversando il ponticello l di fronte, avrebbero scatenato una guerra dagli esiti imprevedibili. Comparve allora una figura maschile, gigantesca, sovrumana. Sedutasi, richiam l'attenzione generale al suono del flauto. Poi, all'improvviso, afferrata la tromba di un soldato, lanci con forza il segnale di battaglia e pass sull'altra riva. Il comandante, rassicurato, pronunzi una frase di rito, presto divenuta ancora pi celebre. Seguendo l'apparizione, guid infine i propri uomini verso il sud. Questo almeno secondo la pi credibile tra le molte versioni del fatidico episodio1.

Il cinquantenne, a corto di alternative, sfid un duplice divieto e un recente ultimatum. Sapeva che il gesto non gli avrebbe lasciato molte possibilit di ritorno. Doveva per raggiungere un obiettivo tattico, utile a un ambizioso progetto. Le conseguenze ultime, tuttavia, superarono ogni aspettativa.

L'uomo era Gaio Giulio Cesare, patrizio e pontefice massimo, proconsole e reduce dall'epica conquista dell'intera Gallia Transalpina, dal Reno ai Pirenei.

Il corso d'acqua, il Rubicone, che a sud-est separava la Gallia Cisalpina dalla terra Italia. La prima era una provincia, territorio soggetto a Roma e all'epoca governato da Cesare; la seconda corrispondeva all'Italia subappenninica, che da circa quarant'anni aveva ricevuto la cittadinanza romana. Oggi in realt facciamo fatica a localizzare tale confine', al cui attraversamento si richiamano, da allora, le decisioni pi irrevocabili.

La frase, pronunziata forse in greco, si getti il dado, tipica di chi, nel gioco o nella vita, si apprestava a sfidare la sorte... affermatasi poi, in et moderna, nella dubbia versione il dado  tratto2.

Il duplice divieto, quello di condurre eserciti fuori dalla propria provincia - e, a maggior ragione, di farli entrare nella terra Italia - senza autorizzazione del senato, il consesso di ex magistrati che regolava la politica estera di Roma.

L'ultimatum - seguito a breve dalla dichiarazione dello stato di emergenza - chiedeva a Cesare di congedare le truppe.

L'obiettivo tattico era l'occupazione di Rimini, antica colonia sorta come presidio alle invasioni galliche e allora primo municipium - centro urbano di cittadinanza romana - che si incontrava entrando nella terra Italia dalla via Popilia.

Il progetto, la candidatura al consolato, somma magistratura della citt-stato dei sette colli, una res publica ormai padrona di un impero mediterraneo.

Le conseguenze ultime, la fine dell'antica libert, conquistata nel lontano 509 con la cacciata dell'ultimo re, e una svolta nella storia del mondo.

Varcando quel simbolico confine, alla testa di una o forse mezza legione3, Cesare sapeva di andare incontro a una nuova guerra. Anch'essa di proporzioni spaventose, avrebbe spinto i romani non contro barbari, ma contro altri romani. Un bellum civile, dunque, la peggior degenerazione delle lotte intestine che tormentavano le antiche citt-stato. A Roma, nata con un fratricidio, un nuovo conflitto tra eserciti cittadini sarebbe andato cos a continuare la triste stagione inaugurata nell'88 dal console Lucio Cornelio Silla.

2. Un difficile incarico

Pochi giorni prima del passaggio cesariano del Rubicone, sempre agli inizi di quel fatidico anno che i contemporanei dovevano considerare il 703 dalla fondazione dell'Urbe e il 459 dalla caduta della monarchia, il senato aveva affidato ai nuovi magistrati e a un ben pi esperto proconsole, Gneo Pompeo Magno', il compito di proteggere la res publica... contro Cesare, ormai considerato un nemico.

Si trattava di un incarico gravoso ma privo dell'autorit richiesta da tali straordinarie circostanze. Pompeo, infatti, non fu nominato dittatore, come gi da qualche anno avrebbe desiderato. La carica era in origine autenticamente repubblicana, avallata dal senato nei momenti di somma difficolt, non prorogabile oltre i sei mesi e sempre affiancata da quella, minore, di un comandante della cavalleria. Pi di trent'anni prima era stata invece snaturata da Silla, il cui esempio faceva ancora paura. Conquistata militarmente l'Urbe nell'82 e ottenuto l'irrituale avallo popolare per l'ancora pi irrituale compito di restaurare la res publica, egli l'aveva assunta in maniera vitalizia, senza neppure nominare un comandante della cavalleria. Il tentativo di bloccare il declino istituzionale non era tuttavia approdato a grandi successi. Silla era stato invece ben pi efficace nel sostituire la classe dirigente attraverso le liste di proscrizione, elenchi di fuorilegge' che potevano essere uccisi da chiunque. Pompeo, gi suo uomo di punta, aveva in seguito contribuito a smantellarne le riforme, ergendosi, per circa un ventennio, a protagonista della scena politica e militare romana.

Agli inizi di quel fatidico 49, quando gli giunse lo spinoso incarico, il senato e il popolo erano memori delle sue molte imprese. In meno di quattro mesi aveva liberato l'intero Mediterraneo dalla piaga dei pirati; aveva poi spinto i possedimenti orientali di Roma quasi ai confini del mondo noto, accrescendo a dismisura le entrate fiscali; aveva infine gestito con successo gli approvvigionamenti della popolosa e famelica Urbe, che viveva - anche - del grano pubblico, ormai gratuito.

Circa un decennio prima aveva tuttavia spartito il potere con Marco Licinio Crasso (114 ca-53), ormai morto, e con lo stesso Cesare, ormai incontrollabile. In altre parole, si era coltivato la serpe in seno, ragione per cui il senato non era disposto a concedergli troppo, neppure in quel delicatissimo momento. Da tale premessa sarebbe scaturita una serie di tragici errori, dei quali il rapido e imprevedibile nemico avrebbe approfittato sino alla vittoria, avvenuta il 9 agosto 48 in Grecia, nella piana di Farsaglia (o Farsalo). Cesare avrebbe allora schiacciato, non senza azzardo, una forza preponderante, eccessivamente fiduciosa in s e nel proprio generale. Poco dopo, Pompeo sarebbe stato fatto assassinare in Egitto dai consiglieri del giovane sovrano che proprio lui aveva posto sul trono. La lotta sarebbe tuttavia continuata, per quasi altri tre anni, lungo tutto il bacino del Mediterraneo, senza risparmiare colpi n vittime, pi o meno illustri. Si sarebbe conclusa solo il 17 marzo 45, in Spagna, a Munda, con la definitiva sconfitta dei repubblicani' superstiti. Poco prima essi avrebbero invece sfiorato la vittoria, tanto da indurre Cesare, disperato, a pensare di darsi la morte (Svetonio, Cesare, 36).

3. Un rapido collasso e l'incredibile fuga da Roma

Nota e celebrata  la velocit di Cesare. A soli sessanta giorni dal passaggio del Rubicone, conquistata una serie di localit strategiche appenniniche e adriatiche e raggiunto da altre legioni, cinse d'assedio Brindisi. Da l Pompeo, dopo meno di altri dieci, trasport nei Balcani i magistrati, i senatori e le armate fedeli. Dopo meno di altri quindici, Cesare pot finalmente entrare a Roma, da padrone. Unico serio tentativo di resistenza - disastroso e comunque contrario agli ordini di Pompeo - si ebbe a Corfinio, roccaforte che quarant'anni prima aveva fieramente resistito a Roma durante la sanguinosa ribellione degli alleati italici.

Molto meno ricordato  l'aspetto pi sconvolgente dell'intera vicenda. Il 17 gennaio - quando era ormai giunta voce che l'ancora esigua armata cesariana si era spinta sino ad Ancona -, Pompeo ingiunse a magistrati e senatori di abbandonare l'Urbe, pena essere considerati complici del nemico. L'ordine fu eseguito e, in un colpo solo, il cuore della res publica perdette gran parte della sua classe dirigente. Cesare avrebbe in seguito osservato:

I consoli, atto sino ad allora inaudito, [...]4 lasciano la citt, e privati cittadini hanno littori5 in Roma e sul Campidoglio, violando tutte le antiche tradizioni. Si fa una leva in tutta Italia, si ordinano armi, si riscuote denaro dai municipia o lo si strappa dai templi, tutte le leggi divine e umane sono sconvolte.

(Guerra civile, 1,6,7-8)

Questo era il punto di vista dell'aggressore, autorizzato dalla carica di pontefice massimo - sommo garante della religione romana - e ammannito ai concittadini dalla secca prosa dei Commentarii sulla guerra civile, ideologicamente orientati e spesso fattualmente menzogneri.

Ma anche Marco Anneo Lucano (39 d.C.-65 d.C.) avrebbe scritto:

O di, generosi nel concedere il rango supremo, ma avari

nel serbarlo! Una citt affollata di popoli e di genti

soggiogate, capace di accogliere il genere umano,

se esso si concentrasse tutto, ignave mani la lasciarono,

agevole preda a Cesare che sopraggiunge. Il soldato

romano, stretto d'assedio dal nemico in terre straniere,

sfugge ai pericoli della notte difeso da uno stretto vallo,

e un argine improvvisato con la protezione di zolle strappate in fretta,

offre sonni sicuri all'interno delle tende.

Tu invece, Roma, al solo ascoltare la parola

guerra, sei abbandonata; neanche una notte

si affida alle tue mura. Si deve tuttavia perdonare

a tanto terrore. Temono, se fugge anche Pompeo.

(Farsaglia, 1,510-522)

Questa era la riflessione di un giovane poeta originario della Spagna, vissuto e suicidatosi sotto il detestato patrono Nerone. Erede di una fiera tradizione repubblicana', avrebbe composto la Farsaglia ispirandosi alla ormai perduta Storia delle guerre civili del nonno, Seneca Retore' (54 a.C. ca-39 d.C. ca).

Cesare e Lucano non erano per i soli a vedere le cose in un certo modo. L'ordine di evacuazione, indegno agli occhi degli stessi alleati di Pompeo, sconvolse l'opinione pubblica, perch inatteso ma soprattutto perch contrario alla tradizione, dal cui rispetto il popolo romano traeva la propria forza.

L'Urbe infatti, nella sua secolare storia, era sempre stata difesa, con alterne fortune, da nemici esterni e interni. Tutti, nelle loro incursioni o marce' su Roma, si erano immancabilmente scontrati con una citt pronta a resistere. Analoga situazione si sarebbe presentata, nel 43, anche a Gaio Giulio Cesare Ottaviano, il futuro Augusto. Al solo Cesare, invece, Roma fu abbandonata.

Il trauma collettivo, curiosamente sottovalutato dalla critica, emerge con chiarezza dalle fonti, unanimi nel sottolineare il panico e lo sconcerto di una popolazione atterrita dalle voci che volevano Cesare alla testa di orde barbariche, spettatrice impotente dell'abbandono dell'Urbe da parte dei senatori e di quei magistrati che, invece, avrebbero dovuto difenderla.

Segu un'altra ritirata, conseguenza della prima ma non meno inaudita. Pompeo, ormai assediato a Brindisi, mettendo a segno quello che fu poi considerato uno dei migliori stratagemmi di guerra ma che sul momento suscit la sorpresa di Cesare e le critiche di Marco Tullio Cicerone (Plutarco, Pompeo, 63,1), lasci la terra Italia, portandosi dietro esercito e politici alleati. Obiettivo ultimo, il ritorno alla testa di forze soverchianti... garantite dalla superiorit navale, dalle legioni in Spagna, dalle provinciae orientali e dai molti alleati stranieri.

Come pot delinearsi una strategia del genere?

4. Lo sguardo di Cicerone

L'assenza d'informazioni sui piani di Pompeo salt subito all'occhio dei suoi stessi alleati, divenendo poi un tpos storiografico; Publio Cornelio Tacito (55 d.C. ca-117 d.C. ca), in una celebre riflessione sull'avidit di potere, sarebbe giunto a definirlo meno aperto, non migliore rispetto ai predecessori Gaio Mario e Silla (Storie, 2,38).

Ogni ricostruzione della guerra civile scoppiata in quel fatidico 49 deve fare invece i conti con i Commentarii del nemico, dai quali dipende anche gran parte della storiografia antica. Ogni ricostruzione, inoltre, proprio perch successiva, rischia di giustificare l'ineluttabilit degli eventi: la gigantesca figura di Cesare - secondo Hegel uno degli individui della storia universale, esecutore della volont dello Spirito del mondo6 - non avrebbe potuto perdere la scommessa... quella del dado simbolicamente gettato oltre il Rubicone. Le conseguenze sono immaginabili.

La conquista della Gallia, la guerra contro Pompeo e l'instaurazione della dittatura di Cesare sono eventi che si muovono in una sequenza tanto rapida e precisa da sembrare preordinati. Talvolta se n' scritta la storia come se Cesare avesse organizzato tutto sin da principio, in base alla convinzione che la monarchia era la panacea per i mali del mondo e con il progetto di realizzarla con la forza delle armi. Tale concezione  troppo semplicistica per essere storica. Cesare fece di tutto per evitare di fare ricorso alla guerra aperta. Sia prima sia dopo lo scoppio delle ostilit tent di trattare con Pompeo, e se Pompeo gli avesse dato ascolto e avesse acconsentito a un incontro, la loro antica amicitia avrebbe potuto essere ricostituita.

(R. Syme, La rivoluzione romana, trad. it. Einaudi, Torino 2014, p. 54)

Non manca per un'altra voce contemporanea, quella di Cicerone (100-43), oratore, politico e instancabile scrittore di lettere. Esse, tanto pi autentiche in quanto non finalizzate alla pubblicazione, facendo del loro autore il personaggio del mondo antico che conosciamo meglio nelle pieghe riposte del suo animo, offrono anche un vivo spaccato del secolo breve' di Roma o et della rivoluzione', popolato dall'inquieta e straordinaria ultima generazione' della res publica7. Tra i corrispondenti, lo stesso Pompeo.

Si tratta di un materiale vasto e sottovalutato. Le lettere isteriche di Cicerone, allora pi che mai incerto sul da farsi, non hanno fatto che alimentare l'immagine di un uomo incapace di giudizio politico, colpito da accecamento cronico8.

Dobbiamo considerarci cos sfortunati da possedere, su quel cruciale momento, una testimonianza tanto ricca quanto inaffidabile? Pi logico  pensare che non tutti gli avversari di Cesare potessero vantare lucidit, coerenza o addirittura eroismo. La corrispondenza sembra quindi preziosa. In particolare, quella indirizzata nei primi mesi del 49 a Tito Pomponio Attico (110-32), non solo amico ma anche cognato: la di lui sorella Pomponia aveva sposato Quinto, fratello minore di Cicerone. A patto, naturalmente, di considerare i tentennamenti dell'autore frutto delle notizie parziali o false di una guerra basata anche sull'informazione... e specchio dei limiti di un'intera classe dirigente, guidata da uno stratega misterioso e forse incerto.

Lo stesso Attico, raffinato intellettuale e informatissimo uomo di affari, in quei confusi giorni era riferimento per molti. Agli amici che partivano per raggiungere Pompeo diede di tasca sua quanto bisognava e cos non urt la suscettibilit di Pompeo (la cui moglie Cornelia era imparentata con lo zio materno di Attico)9; anche Cesare ne apprezz la neutralit, tanto da premiarlo (Nepote, Attico, 7,1-3). Cos almeno si legge nell'unica idealizzata biografia del personaggio, fortemente voluta dallo stesso, scritta e divulgata quando era ancora in vita (e integrata, dopo la morte, con qualche capitolo conclusivo).

Anche Cicerone manteneva rapporti con entrambi i contendenti, come troppo agiograficamente ricorda, nella biografia a lui dedicata (Cicerone, 37,1-4), Plutarco di Cheronea (45 d.C. ca-125 d.C. ca). Avrebbe preferito persino seguire il carro di Cesare trionfante, purch i due contendenti venissero a un accordo; diede al primo consigli, pregando pi volte il secondo, e cercando di tenere buono sia l'uno sia l'altro. Quando la situazione precipit, e Pompeo lasci Roma, Cicerone non fugg, ma sembr cercare con Cesare un abboccamento. Tormentato dai dubbi, non sapeva che partito prendere. Il giureconsulto Gaio Trebazio Testa gli scrisse che, secondo il parere di Cesare, avrebbe dovuto schierarsi dalla sua parte; se invece non se la sentiva per l'et avanzata, avrebbe fatto meglio ad andarsene in Grecia e a vivere l tranquillo, lontano da entrambi. Cicerone, stupitosi che non fosse stato Cesare, di suo pugno, a rivolgersi a lui, rispose adirato che non avrebbe fatto nulla che non fosse degno dei suoi trascorsi politici. L'episodio in questione si legge nel suo epistolario10.

Come gi a Plutarco, anche a noi, nella caotica tragedia della res publica, la corrispondenza ciceroniana pare una miniera d'informazioni: sull'impreparazione nel campo pompeiano, sulle difficolt di comunicazione, sui comportamenti opportunistici della classe dirigente, sul destino dell'antica citt-stato divenuta ormai megalopoli, che Cicerone riteneva potesse finire preda dell'anarchia e della fame. Nessuna di queste due evenienze si verific, al pari di molte altre previsioni. Numerosi sono, nella corrispondenza, gli spunti di ucronia', di storia alternativa: e se le cose fossero andate diversamente? Ci sarebbe stato in fondo possibile, come ricordavano, prima ancora di Syme, Cicerone e i suoi corrispondenti. Nell'agosto 50, l'amico Marco Celio Rufo (82-48) gli comunicava: grande e divertente  lo spettacolo che ti sta allestendo la Fortuna (Ai familiari, 8,14,3-4). Lo stesso Cesare, il 16 aprile 49, gli raccomandava di assecondare la Fortuna (ora tutto volge a nostro favore e a danno degli avversari) (Ad Attico, 10,8B,1). Ancora nell'agosto 46 Cicerone confidava a un amico rimasto nella tranquilla Grecia: le cose sono andate cos, in parte per caso, in parte anche per colpa nostra (Ai familiari, 7,28,3).

Cosa avvenne invece in quei terribili momenti? Come si giunse ad abbandonare l'Urbe? Quali furono le conseguenze di una scelta tanto inaudita?

Per rispondere occorre concentrarsi sulla res publica e sulla sua sede, sino ad allora sempre difesa. Affronteremo quindi la temperie politica e istituzionale postsillana, i cui venti avevano investito prepotentemente, agli inizi del 52, un sistema ormai logoro, dando vita, nel giro di altri tre anni, a una tempesta perfetta'.

1 Si tratta di quella di Svetonio (vedi pp. 186-188), sulla cui attendibilit cfr. L. Canfora, Cesare. Il dittatore democratico, Laterza, Roma-Bari 1999, pp. 158-161.

2 Vedi Avvertenza, p. v.

3 A differenza delle altre fonti, che indicano Cesare seguito dalla legione XIII al completo, il perduto resoconto di Tito Livio menzionava 5 sole coorti, quindi un totale di circa 2.500 uomini (vedi p. 191).

4 Probabile lacuna nel testo; cfr. D. Vottero in A. Pennacini (a cura di), Gaio Giulio Cesare. Opera omnia, Einaudi-Gallimard, Torino 1993, p. 1185. Indicazione dei volumi dai quali sono state tratte, spesso con aggiustamenti, le traduzioni italiane delle opere antiche, in Bibliografia, interpretazioni e approfondimenti.

5 I littori erano i robusti ausiliari dei magistrati che conducevano i fasces, fasci di verghe legati da stringhe di cuoio, simbolo del potere magistratuale.

6 Cfr. G.W.F. Hegel, Lezioni sulla filosofia della storia, trad. it. Laterza, Roma-Bari 2003, p. 27.

7 E. Narducci, Cicerone, i suoi amici e i suoi nemici. L'epistolario nel giudizio dei posteri, in A. Cavarzere (a cura di), Cicerone. Lettere ai familiari, I, Rizzoli, Milano 2007, p. 15; spiegazione alle diverse espressioni poste tra apici in Bibliografia, interpretazioni e approfondimenti, p. 322.

8 Lettere isteriche  espressione coniata da J.P.V.D. Balsdon, Consular Provinces under the Late Republic. II. Caesar's Gallic Command, The Journal of Roman Studies, 29, 1939, pp. 167-183, 178; accecamento cronico  l'accusa avanzata da J. Carcopino, Les secrets de la correspondance de Cicron, I, L'artisan du livre, Paris 1947, p. 385. Le lettere scritte da Cicerone tra il 4 gennaio e il 7 giugno 49 - data della partenza dall'Italia - e giunte sino a noi sono ben 91; quelle ricevute sono 12; quelle inviate tra altri personaggi e allegate sono 8; quelle inviate da Pompeo e a noi giunte attraverso l'epistolario ciceroniano sono due a Cicerone e altre 4 a Lucio Domizio Enobarbo e ai consoli. Purtroppo la corrispondenza ciceroniana del 52 - anno cruciale nel precipitare della situazione politica - conserva solo due missive, entrambe inviate da Cicerone. Per il 51, ne abbiamo 51 inviate e 8 ricevute, per il 50 ne abbiamo 51 inviate e 7 ricevute.

9 Vedi p. 101.

10 Per una lettera di Trebazio, ma non in termini cos duri, vedi p. 222.

Parte prima.
Gli antefatti

Roma e le sue mura.

Foro, Comizio e Curia.

I.
La scena e i protagonisti

Si tratta di Roma', una citt che si  costituita grazie
al concorso delle nazioni, una citt piena di tranelli, d'inganni, di vizi di ogni genere, in cui bisogna sopportare l'insolenza, l'astio, la tracotanza, l'odio e il fastidio di molti.

Cicerone, Manuale di campagna elettorale, 54

1. Il cuore (troppo) grande della res publica'

In quel fatidico 49 le strategie dell'attaccante' e dei difensori' sarebbero scaturite anche da inconciliabili interpretazioni di un'entit pi o meno astratta chiamata res publica. L'Urbe, ormai palcoscenico delle ambizioni mondiali, continuava a esserne il cuore... sempre pi grande e affannato.

Nei movimentati anni tra il 54 e il 51, Cicerone celebr con successo la costruzione perfetta della res publica, frutto dell'esperienza di generazioni. Nell'immaginario dialogo politico ambientato nel 129, Publio Cornelio Scipione Emiliano, il distruttore di Cartagine, osservava: res publica  ... ci che appartiene al popolo. Ma non  popolo ogni moltitudine di uomini riunitasi in modo qualsiasi, bens una societ organizzata che ha per fondamento l'osservanza della giustizia e la comunanza d'interessi (Repubblica, 1,39). Fine ultimo, reggere in eterno una citt straordinaria.

Lontana dal mare e dai suoi pericoli - fossero i pirati o la corruzione dei costumi -, grazie al Tevere essa poteva sfruttarne i vantaggi: Romolo sembrava averne presagito il destino di sede e centro di un immenso impero (2,10). Si trattava anche di un luogo ben protetto.

Per avvedutezza di Romolo e dei re che vennero dopo di lui, una cinta ininterrotta di mura la cingeva tutto intorno, delimitata da monti ardui e scoscesi; l'unico passaggio, che si apriva tra l'Esquilino e il Quirinale, era stato sbarrato da un'enorme muraglia, e su massi di pietra quasi tagliati a picco e su dirupi tanto inaccessibili poggiava la rocca, da rimanere incolume e intatta anche al tempo della terribile invasione gallica. Il luogo da lui prescelto era anche ricco di acque e, sebbene la regione fosse malsana, salubre: i colli intorno sono infatti ventilati e arrecano ombra alle valli.

(Repubblica, 2,11)

La tradizione attribuiva la cerchia muraria al penultimo re, Servio Tullio. Subito dietro di essa si dipanava il pomerium, l'antico solco tracciato da un aratro, a delimitare lo spazio sacro originariamente individuato da Romolo e poi accresciuto nel tempo. In esso, tra le altre cose, era vietato portare armi: per analogia, il generale che vi entrava perdeva il proprio imperium, il sommo potere militare. L'errore fatale di Remo, secondo la versione pi accreditata della leggenda, era stato proprio il saltare, in scherno, le prime mura, costruite dal fratello.

Naturalmente, in circa cinque secoli, un'urbanizzazione sempre pi spinta aveva esteso l'abitato ben al di l della cinta serviana': l'Urbe, ormai padrona del Mediterraneo, potrebbe avere raggiunto, alla met del sec. I, una popolazione di 500.000 abitanti. Molti erano i nuovi immigrati, tra cui Cicerone, nato nel 106 ad Arpino - gi patria di Mario - da una famiglia di cavalieri'. Egli cos descrive il rapporto tra il luogo di origine e Roma:

... questa, in verit,  la patria comune mia e di mio fratello. Qui noi siamo nati di antichissima stirpe; qui sono i nostri penati1, qui la nostra famiglia e tanti ricordi dei nostri antenati. ... anche in questo luogo sono nato io, quando ancora viveva il nonno mio e la casa era ancora piccola ... allo stesso modo noi dobbiamo chiamare patria tanto quella dove siamo nati, quanto quella dove siamo accolti. ... non negher mai che Arpino sia la mia patria, sebbene pi grande di essa sia quell'altra, da cui ogni uomo, qualunque sia il municipium di origine, riceve il diritto di cittadinanza e che considera come unica patria.

(Leggi, 2,3-5)

Un'altra visione idealizzata, questa volta nelle Leggi, dialogo politico intrapreso nel 52 ma secondo alcuni non portato a termine proprio perch tutto stava ormai cambiando. Una visione tuttavia coerente con le posizioni assunte in quel fatidico 17 gennaio 49. Se Pompeo sollecitava i senatori a seguirlo, perch la res publica non  chiusa da pareti, Cicerone osservava che essa era nei templi e nei focolari (Ad Attico, 7,11,3). Cesare aveva invece, a quanto pare, un'idea ancora diversa: niente  la res publica, solo una parola senza corpo n sembiante (Svetonio, Cesare, 77).

In realt, per ogni cittadino - in origine anche soldato - la res publica rappresentava molto, se non tutto. Ogni maschio adulto poteva eleggere i magistrati - gli amministratori, in genere annui - ed esprimersi, oggi diremmo referendariamente', sulle leggi. Le votazioni avvenivano solo nell'Urbe, in un unico luogo, all'aperto, il che fin per creare una palese aberrazione. Dopo la devastante guerra combattuta dalla res publica contro gli alleati ribelli (90-88), infatti, la cittadinanza romana era stata riconosciuta a pressoch tutti gli abitanti liberi della terra Italia. Mutamento epocale, come emerge dall'incremento numerico dei cittadini maschi adulti: da poco pi di 394.000 nel 114 a 910.000 nel 69, anno dell'ultimo censimento di et repubblicana.

In un mondo privo di rappresentanza parlamentare e, naturalmente, di organismi sovranazionali, chi tra costoro poteva essere presente in Roma al momento del voto aveva la percezione che la propria volont contasse. Certo, con alcuni distinguo. Il suffragio dei pi ricchi, sia che vivessero nell'Urbe sia che potessero permettersi trasferte elettorali, pesava' di pi.

Il privilegio economico era eretto a sistema nei comizi centuriati, l'assemblea di maggiore prestigio, dove i pi abbienti erano all'epoca ripartiti in 89 centuriae, su un totale di poco pi di 190. Quindi non un uomo un voto', ma una centuria un voto'. Il responso delle prime 89 rappresentava il parere dei pi ricchi, vale a dire la prima classe' e gli equites, i cavalieri'. La disparit era molto evidente: in una sola delle restanti centuriae erano censiti quasi pi cittadini che in tutta la prima classe' (Cicerone, Repubblica, 2,40). Voto e proclamazione dei risultati erano progressivi', a scendere tra le classi', sino a raggiungere la maggioranza assoluta delle centuriae.

A influenzare ulteriormente chi doveva ancora votare contribuiva il sorteggio, tra la prima classe', di una centuria praerogativa, tenuta a esprimersi apertamente e per prima. L'assemblea si riuniva presso il Campo Marzio, fuori del pomerium, retaggio di quando essa rappresentava l'esercito cittadino: a chi, potendosi sobbarcare il costo di un'armatura completa, combatteva in prima linea, era garantito maggior peso decisionale. Si trattava per di un fossile vivente', essendosi affermato, alla fine del sec. II, un reclutamento su base volontaria, particolarmente sentito - secondo dinamiche comuni a molti tempi e luoghi - tra gli individui di origine pi umile e rurale. E gi nel 218 tra prima classe' e cavalieri' si era aperto un abisso. Una legge tribunizia aveva infatti limitato la libert di commercio ai senatori e ai loro figli. Essi - a meno di usare prestanomi' - si sarebbero quindi dedicati agli investimenti fondiari italici. I cavalieri', di l a breve espressione di una classe sociale pi che di una componente effettiva dell'esercito (gradualmente sostituita da ausiliari non romani), avrebbero potuto invece occuparsi a tempo pieno di traffici e finanza, in Italia ma soprattutto nelle provinciae, le regioni extraitaliche soggette a Roma.

I comizi tributi rispondevano invece al principio una trib un voto'. La ripartizione dei cittadini nelle 35 tribus seguiva un criterio territoriale, avvicinandosi a un odierno collegio elettorale'. Anche in questo caso, per, si finiva per privilegiare coloro che potevano permettersi costose trasferte o che piuttosto vivevano nell'Urbe ma avevano origini - e, pi concretamente, propriet - nella terra Italia. Ci garantiva loro l'iscrizione in una delle 31 trib rustiche, le pi ambite. Nelle 4 urbane, affollatissime di residenti poveri e liberti, gli schiavi affrancati dai padroni, il voto del singolo pesava' infatti molto meno. Equilibravano le cose i nuovi immigrati poveri non ancora sottoposti a censimento (completato per l'ultima volta nel 69): essi mantenevano, anche se non proprietari di tenute italiche, la trib di origine. In maniera analoga ai comizi tributi doveva essere organizzato il concilium plebis. Convocato dai 10 tribuni - magistrati con obbligo di residenza nell'Urbe -, esso votava i plebiscita, ormai maggioranza dei provvedimenti legislativi. Unica differenza di rilievo rispetto ai comizi tributi era l'esclusione dei patrizi, l'antica aristocrazia di sangue ridotta ormai a una manciata di famiglie, tra cui quella di Cesare.

Decisivo era quindi l'indistinto insieme della plebe urbana, che cresceva di anno in anno anche grazie a un privilegio particolare: le frumentationes. A partire da un plebiscitum proposto da Gaio Sempronio Gracco (123), al cittadino maschio adulto residente a Roma era regolarmente garantito - con unica interruzione tra 82 e 73 - il diritto di acquistare una quantit mensile di grano (5 moggi, corrispondenti a poco meno di 44 litri)2 a prezzo politico. Quest'ultimo sarebbe mutato spesso, cos come i criteri di selezione degli aventi diritto, in ogni caso sempre pi numerosi.

L'approvvigionamento del cereale costituiva un grande problema logistico. I trasporti di terra, dai costi proibitivi, andavano limitati il pi possibile. Unica via percorribile, per un bene indispensabile ma ingombrante e relativamente economico, era quella del mare. Il carico delle navi approdate a Pozzuoli o a Ostia era quindi spostato su pi agili imbarcazioni che, risalendo il Tevere a remi o ad alaggio, raggiungevano l'Urbe, la principale consumatrice. La potenza imperialista' preferiva quindi sfruttare zone produttive tirreniche dotate di accessibili sbocchi al mare, quali le provinciae di Sicilia, Sardegna e Africa. Nel 58, il carattere ormai gratuito delle distribuzioni frumentarie innesc un decisivo aumento dell'immigrazione di romani nell'Urbe e degli affrancamenti. Per molti padroni, trasformare gli schiavi in liberti - che, ormai cittadini, avevano accesso al grano pubblico - era un modo per risparmiare sui costi di mantenimento, pur potendo continuare a godere dei servigi garantiti dalla clientela, il rapporto istituzionalizzato tra un patronus e un personaggio di pi modeste origini.

In un contesto privo di strutture mediatrici del consenso (i partiti'), anche quell'antico vincolo contribuiva a mobilitare gli elettori, in primis la plebe urbana. Non era previsto un quorum, tanto che si pensa a una partecipazione effettiva di un 5-6% degli aventi diritto (vale a dire tutti i cittadini romani maschi adulti che vivevano nella terra Italia). Una minoranza decisa e organizzata, non importa come n perch, poteva quindi facilmente imporsi. Ulteriore elemento in gioco, la corruzione elettorale (ambitus), esplosa quando il suffragio era divenuto segreto (fine sec. II), facendo subentrare al controllo sociale l'accordo economico. In sintesi, non vi era nulla di pi oscillante del popolo, di pi enigmatico della volont degli uomini, di pi ingannevole del comportamento generale dei comizi (Cicerone, Difesa di Murena, 36). I politici pi spregiudicati, addirittura, coinvolgevano illegalmente schiavi e altri non cittadini, anche grazie ai collegia, le antiche organizzazioni di mestiere o religiose che raccoglievano ampi e vari strati della societ e che, per la loro diffusione, facilitavano la conquista e la gestione del consenso. L'assenza di un corpo di polizia', infine, favoriva le degenerazioni violente.

Le idee avevano naturalmente la loro importanza. Ma quali animavano la massa? Nella Difesa di Sestio, orazione giudiziaria pronunziata da Cicerone nel 56, si legge che in tre occasioni pu sostanzialmente manifestarsi la volont del popolo romano in materia politica: nelle contiones, nei comizi, nei giochi e negli spettacoli gladiatorii (106). Le prime erano assemblee ufficialmente organizzate da un magistrato a scopi esclusivamente informativi: il popolo, in esse non tenuto a votare, poteva comunque interagire (con modalit e limiti sui quali la critica si sta molto interrogando).

Non mancavano comunque mezzi di controllo. Tra questi il veto, diritto tipico dei tribuni, che potevano esercitarlo anche verso le proposte legislative dei magistrati maggiori e, in genere, le decisioni senatorie3. Spesso essi lo usavano anche contro i colleghi: quale collegio infatti  cos male composto, da non avere almeno una persona ragionevole tra 10 componenti? (Cicerone, Leggi, 3,24). Sistema alternativo era l'obnuntiatio, la comunicazione di segni celesti sfavorevoli - tra cui fulmini, tuoni e voli di uccelli -, secondo le complesse regole di un'antica scienza' di origine etrusca. In presenza di proposte molto popolari, rispetto al veto essa risultava scelta pi prudente: spesso infatti gli di immortali frenarono con gli auspici l'ingiusto impeto del popolo (3,27). Inoltre, per tutto il tempo in cui si dichiarava la spectio - l'osservazione di tali segni - le assemblee non potevano decidere.

Ben pochi cittadini, va da s, erano in grado di accedere al cursus honorum, il percorso degli onori, somma ambizione di ogni romano. Ambitio, del resto, indicava letteralmente l'azione di colui che gira intorno chiedendo', attivit tipica del candidato di ogni tempo (mentre ambitus altro non era se non la degenerazione della stessa). Anche l'urbanistica, a ci, si adattava. Alle pendici settentrionali del Palatino sorgevano le abitazioni della classe dirigente, icone del potere e luoghi privilegiati per sorvegliare le mosse degli avversari e accogliere i clientes, che accompagnavano gli uomini politici nei loro spettacolari e quotidiani spostamenti nel sottostante Foro.

Il cursus honorum era una piramide sempre pi stretta, i cui gradini erano formati dalle varie magistrature. Ai livelli pi alti, nell'ordine: questura, tribunato (interdetto ai patrizi), edilit, pretura, consolato, in rari casi censura (di regola eletta ogni cinque anni) e in rarissimi dittatura (creata solo nei momenti pi drammatici). Chiave di accesso era non solo il prestigio familiare - la nobilitas, letteralmente notoriet', determinata da antenati assurti alle massime funzioni e contrapposta alla novitas - ma anche il denaro. Gli incarichi, infatti, non erano retribuiti e le campagne elettorali, autofinanziate e sempre pi costose, erano spesso origine di debiti. In genere, per rifarsi delle spese era necessario arrivare a fine mandato. Solo allora consoli e pretori, divenuti proconsoli e propretori, ottenevano il governo - e quindi la possibilit di sfruttamento - di una provincia. I magistrati inferiori - questori, edili e tribuni - dovevano invece impegnarsi ancora, per salire il gradino successivo. L'intera corsa' dalla questura al consolato durava, nel migliore dei casi, dodici anni, essendo previste non solo et minime di accesso alle magistrature ma anche pause forzate tra le stesse.

I politici pi ambiziosi potevano per contare su un alleato: l'entusiasmo generale per una politica imperialista'. Essa, tra l'altro, gi nel 167 aveva sollevato l'intera collettivit romana dalle imposte sul patrimonio... naturalmente a spese dei sudditi delle provinciae. Erano infatti le ricchezze di costoro - annualmente incamerate a titolo ufficiale di risarcimento di guerra - a garantire, ai cittadini, importanti ammortizzatori sociali'. Tra i principali: grano a prezzo politico per i residenti nell'Urbe, lavori pubblici e un esercito sempre pi professionalizzato, nel quale i nullatenenti trovavano uno sbocco. Per i cavalieri, che ai livelli pi alti contavano banchieri e publicani - gli inesorabili e potentissimi appaltatori delle imposte -, i vantaggi erano ancora pi evidenti. Non da meno erano quelli dei grandi latifondisti della terra Italia, foraggiati dalle vittorie oltremare di una manodopera servile sempre pi numerosa ed economica. I politici, naturalmente, non restavano indietro. Molti, grazie ai meccanismi innescati dall'imperialismo', si arricchivano in qualit di latifondisti, pochissimi in quella di generali vittoriosi, un buon numero in quella di governatori.

In particolare, grazie alle imprese di conquista, i magistrati con imperium accrescevano a dismisura il proprio prestigio, instaurando anche un rapporto privilegiato con i soldati. Essi, ormai pi fedeli al generale e ai commilitoni che alla res publica, potevano risultare utili anche in tempo di pace, per esercitare pressioni sulla cittadinanza o solo per recarsi in massa a votare. Il costo di vantaggi cos grandi ricadeva sulla collettivit: tra le maggiori voci di spesa pubblica, il soldo per le legioni e i lotti di terra per i veterani congedati.

L'lite politica era per divisa in due schieramenti', nati nella seconda met del sec. II e destinati a scontrarsi sino agli ultimi anni della res publica. Da una parte vi erano i populares, popolari', che volevano, nelle parole e nei fatti, riuscire graditi alla massa del popolo (Cicerone, Difesa di Sestio, 96), dall'altra gli optimates, ottimati', i sedicenti migliori', che potremmo definire i conservatori'.

Concetto frequentatissimo e per tale ragione ambiguo - come in ogni epoca - era la libert', personificata nella Libertas. In una societ gi alla base divisa tra liberi e schiavi, essa veniva invocata dagli ottimati' a difesa delle regole di una res publica a tutti gli effetti oligarchica, dai popolari' a tutela del cittadino. Due letture spesso antitetiche, ma entrambe riconducibili a quella che nell'Ottocento  stata definita come libert degli antichi', inseparabile dalla partecipazione alla vita politica di una citt-stato totalizzante, che comprimeva la sfera del privato' in termini inapplicabili ai moderni'. Possiamo per osservare che, all'epoca di Cicerone, personaggi come Attico - e in genere tutti i cavalieri' - potevano tranquillamente restare defilati.

Tra le rivendicazioni pi marcatamente popolari' della Libertas, la provocatio, vale a dire la possibilit, per ogni cittadino condannato a morte, di appellarsi al popolo, giudice di ultima istanza. Il diritto era antico, ma era stato ribadito nel 123 da una legge tribunizia di Gaio Gracco, memore dell'uccisione del fratello Tiberio e della persecuzione giudiziaria dei suoi sostenitori, avvenute un decennio prima4. Alternativa per chi stava per subire condanna capitale era spesso l'esilio volontario (impedito solo per i reati pi inaccettabili); l'allontanamento dall'Urbe, per un politico, equivaleva di fatto alla morte.

In un mondo che non conosceva la separazione dei poteri, la stessa giustizia era naturale terreno di scontro tra ottimati' e popolari'. Come  stato osservato, il processo-spettacolo'  un'invenzione dei romani5. In quegli anni, esso si svolgeva in genere su grandi tribune all'aperto, nella zona centrale del Foro. Ogni corte giudicante, specializzata per una singola tipologia di reato, ne aveva una, dove prendevano posto presidente, giuria, testimoni e oratori. Tutto attorno, a terra, in una corona spesso molto ampia, si accalcavano le folle di curiosi o, spesso, di tifosi', a volte violenti. Un processo a un politico, del resto, era sempre un processo politico.

Terzo polo di potere, accanto al popolo e ai magistrati, era il senato, consesso permanente che cooptava in maniera automatica chi fosse stato magistrato. Esso riuniva quindi coloro che, almeno una volta nella vita, avevano goduto del favore dell'elettorato e avevano fatto esperienza di questioni pubbliche. La funzione di senatore era vitalizia, soggetta solo alla revisione dei censori, eletti di regola ogni cinque anni per mettere ordine, in base a criteri di moralit e ricchezza, tra i ranghi dell'intera cittadinanza. Il consesso deteneva la somma autorit nelle questioni di religione e politica estera, laddove la stabilit - resa possibile da uno scarso ricambio interno - era pi richiesta. Esso assegnava anche, ogni anno, le provinciae6.

Si trattava di un corpo consultivo, riunito su richiesta di un magistrato in carica (in genere un console), il quale, nelle funzioni di presidente, sceglieva luogo, data e ordine del giorno. Il luogo era un sito inaugurato: in primis l'antica Curia Hostilia, che la tradizione faceva risalire al terzo re, o un templum, sia all'interno del pomerium sia al di fuori (ma nel raggio di un miglio7, per permettere il veto tribunizio). La possibilit di riunione era ampia; solo a partire dal 61 s'imped che avvenisse nei giorni dedicati alle assemblee popolari. Il preavviso poteva essere anche molto breve, se richiesto da una qualche emergenza. L'intera procedura consultiva doveva svolgersi dall'alba al tramonto e - a parte una fase preliminare - sulla relazione del presidente. I senatori erano a quel punto interrogati in ordine gerarchico decrescente: ognuno era tenuto a dare un parere. Non essendo previsto un tempo-limite per gli interventi, una lunga orazione poteva far saltare i lavori. In caso contrario, si procedeva al voto - cui non partecipavano i magistrati in carica e che in genere era passibile di veto tribunizio; esso avveniva per discessionem, vale a dire spostandosi in due settori diversi del luogo di riunione. Il parere cos espresso, chiamato senatus consultum, veniva redatto a cura del presidente. Le porte restavano aperte durante tutta la seduta; fuori si accalcava un pubblico informato dal passaparola, ci che a volte richiedeva la protezione del consesso.

Il senato, che, in linea con il tradizionalismo romano, da secoli autoriproduceva la propria composizione, in et sillana sub un forte ricambio. Il dittatore ne raddoppi i membri, portandoli a 600, favorendo l'entrata dei propri sostenitori e allo stesso tempo allontanando, non da ultimo con l'eliminazione fisica, gli oppositori. Ci comport una conseguenza importante, esattamente il contrario di quanto il dittatore si era proposto. Dopo il riemergere degli orientamenti filopopolari, la perdita di autorit del consesso assunse una piega definitiva.

Nel 56, in occasione della Difesa di Sestio, Cicerone parl del senato come del massimo perenne moderatore della res publica (137). Nelle Leggi, mentre l'amico Attico osservava che quell'ordine stancherebbe non solo i censori, ma anche tutti i giudici (3,29), lo stesso Cicerone raccomandava: l'ordine senatorio sia senza macchia e di esempio agli altri (3,28). E ancora:

... n mai si deve parlare troppo a lungo, se non quando il senato manca al suo dovere - come spesso accade per intrighi - ed  inutile far perdere un giorno senza che intervenga un magistrato, oppure quando l'importanza dell'argomento richiede facondia da parte dell'oratore per convincere o per chiarire: e in entrambi questi generi  grande il nostro Catone8. ...  necessario che il senatore conosca a fondo le condizioni della res publica, la forza dell'esercito, la consistenza dell'Erario, quali siano gli alleati, gli amici, i popoli tributari, le leggi, le condizioni e i trattati, e inoltre abbia presenti le formule usate dai nostri antenati nel dare decreti. ...

(Leggi, 3,40-41)

La crisi avrebbe avuto conseguenze particolarmente drammatiche in relazione all'istituto del senatus consultum ultimum. Si trattava di una risoluzione assai controversa che, a partire dalla seconda met del sec. II, veniva adottata nei casi in cui la res publica e l'Urbe si trovassero in pericolo. provvedano i consoli a che la res publica non subisca alcun danno; problema di fondo era tuttavia la genericit della formula e dei poteri concessi: preparare l'esercito, fare la guerra, costringere in tutti i modi all'ubbidienza alleati e cittadini, quindi avere in patria e al campo la massima autorit, giudiziaria e militare (Sallustio, Congiura di Catilina, 29,3). A quel punto, infatti, il magistrato che avesse agito in base a quell'autorit - ma senza l'imperium assoluto, militare ma anche civile, garantito invece dal pi antico istituto della dittatura - si sarebbe trovato esposto a ripercussioni successive, in particolar modo se avesse intaccato il diritto di provocatio.

In ogni caso, tuttavia, la difesa dell'Urbe restava una priorit assoluta.

I dintorni di Roma, da M. Baratta-F. Curato-P. Fraccaro-G. Motta-L. Visintin, Atlante storico, De Agostini, Novara 1979.

2. Roma. Una citt sempre difesa

Prima dell'inaudito ordine pronunziato da Pompeo in quel fatidico 17 gennaio 49, l'Urbe era sempre stata difesa, sia dagli assalitori esterni sia da quelli interni: le incursioni e le marce su Roma' hanno infatti una storia lunghissima.

Gi nei mitici tempi di Romolo, si ricorda, dopo il rapimento delle donne sabine, gli uomini del re Tito Tazio, corrompendo con l'oro la giovane Tarpea, riuscirono a occupare la rocca (la vetta settentrionale del colle Capitolino). Si narra tuttavia che i romani, guidati da Romolo e protetti da Giove Statore, resistettero sul Palatino, giungendo a uno scontro durissimo nella valle tra i due colli... sinch proprio le donne sabine, interponendosi, ottennero la pace e il regno congiunto dei due monarchi.

Molte erano state in seguito le spedizioni verso l'Urbe, e particolarmente ricorrenti nelle epoche pi antiche, quando il suo territorio era ridotto e circondato da nemici9.

A un'incursione diversa, anch'essa mitica ma pacifica, fatta risalire al lontano 509, i romani dovettero poi la res publica. Quando la nobile Lucrezia, violentata dal figlio del re Lucio Tarquinio il Superbo', si suicid, Lucio Giunio Bruto raggiunse l'Urbe alla testa di un esercito di volontari raccolto dalla vicina Collazia (nei pressi dell'odierna localit di Castel dell'Osa). La difesa quella volta manc, ma solo perch la manovra non fu percepita come aggressiva: l'opinione pubblica si mosse invece contro la tirannide. Neppure quando il Superbo' torn a sua volta da Ardea, dove stava guidando un'impresa militare, la difesa fu necessaria: semplicemente, gli furono chiuse le porte in faccia e comunicata la notizia dell'esilio (Livio, Storia di Roma dalla sua fondazione, 1,60,2).

Poco dopo la situazione si fece alquanto pi seria. Tarquinio chiam in aiuto Lars Porsenna, sovrano dell'etrusca Chiusi. Sempre secondo la versione pi filoromana', dalle campagne allora tutti si trasferirono nell'Urbe, cinta da difese. I nemici riuscirono a conquistare il Gianicolo, al di l del Tevere, ma l'eroico Orazio Coclite li blocc difendendo strenuamente il ponte Sublicio, sinch i compagni non riuscirono ad abbattere la costruzione. A nulla serv il seguente assedio di Porsenna, condotto anche via fiume. Durante lo stesso, Gaio Muzio Scevola', mancato omicida del monarca etrusco, con la determinazione mostrata lasciando bruciare sulle fiamme la destra che aveva fallito, convinse quest'ultimo a trattare.

La res publica rest al centro delle mire dei vicini; a difenderla, a partire dal 501, furono anche nominati dittatori. Pi volte armate ostili giunsero fin sotto le mura dell'Urbe, a volte sollecitate dalle lotte interne tra patrizi e plebei. Questi ultimi, per concessioni o altro, finirono sempre per difenderla. In quel convulso e oscuro periodo non mancarono un'occupazione del Campidoglio e della rocca da parte di esuli e schiavi guidati dal sabino Appio Erdonio (460), n un allontanamento di molti senatori in seguito alla prepotenza dei Xviri - la commissione plenipotenziaria incaricata di redigere le leggi delle XII Tavole - (450), n due pacifiche marce' da parte dei soldati diretti all'Aventino, che in entrambi i casi furono lasciati entrare (450). Ma l'Urbe, di fronte a pericoli seri, fu sempre difesa.

Tremendi furono gli avvenimenti del 390: il trauma scaturitone sarebbe stato esorcizzato - e solo in parte - pi di tre secoli dopo, grazie alla conquista cesariana della Gallia. Un'armata celtica guidata da Brenno mise infatti in ginocchio la citt, che pure si rese protagonista di un'eroica resistenza. Sull'episodio, la versione pi filoromana' - che si differenzia da molte altre -  quella tramandata da Tito Livio (59 a.C.-17 d.C.). Lo storico, vissuto durante il principato di Augusto - che bonariamente lo defin pompeiano per la sua spiccata sensibilit repubblicana' (Tacito, Annali, 4,34,3) - sostiene di non essersi potuto basare su documenti, andati per la maggior parte perduti proprio nell'incendio gallico (Storia di Roma dalla sua fondazione, 6,1,3). Secondo noi, a maggior ragione, la sua ricostruzione esemplare' della vicenda dovette anche trovare qualche spunto nelle marce su Roma' a lui cronologicamente pi vicine, e non da ultimo dall'inaudita fuga ordinata in quel fatidico 17 gennaio 49.

Per Livio, il casus belli del 390 fu un grossolano errore diplomatico. Tre giovani patrizi romani, giunti presso l'etrusca Chiusi in funzione di mediatori, presero le armi contro i celti. Questi chiesero soddisfazione; il senato la neg e il popolo addirittura elesse i tre protagonisti dell'affronto a tribuni militari (la magistratura che all'epoca sostituiva il consolato). Anche allora manc un dittatore, a tale punto il destino acceca gli animi (5,37,1).

L'esercito di Roma fu guidato da comandanti sprovveduti, poco attenti alle leve e sprezzanti verso il diffuso timore per quel popolo proveniente dai confini dell'Oceano. Essi fecero porre il campo in un luogo inadatto, non protetto da una trincea, n si preoccuparono di prendere gli auspicii o di sacrificare. Presso il fiume Allia (vicino a Crustumerium), l'armata romana fu cos messa in fuga (18 luglio). Molti si rifugiarono nell'etrusca Veio, recentemente conquistata; chi rientr nell'Urbe dimentic invece di chiudere le porte. Quando ormai si sentivano gli urli selvaggi e i canti stonati dei barbari che vagavano a torme intorno alle mura (5,39,5), il panico non prese tuttavia il sopravvento. I giovani atti alle armi e i pi validi tra i senatori si ritirarono, con mogli e figli, armi e viveri, sulla rocca e sul Campidoglio, per difendere da quel luogo fortificato gli di, gli uomini e il nome di Roma (5,39,10). I plebei, ormai in penuria di frumento, fuggirono oltre il Gianicolo, disperdendosi nei campi o raggiungendo le citt vicine. Le vestali - le sacerdotesse patrizie votate sin da bambine a castit trentennale e alla custodia del sacro fuoco dell'Urbe, che ardeva nel tempio di Vesta - sotterrarono alcuni oggetti sacri e ne portarono altri nell'etrusca Cere (l'odierna Cerveteri). Un plebeo le condusse sul proprio carro, dopo avere fatto scendere moglie e figli. Gli anziani pi illustri restarono invece nelle proprie dimore, votati alla morte, con addosso le loro vesti ufficiali.

I celti, entrati increduli e timorosi dalla porta Collina, si diedero al saccheggio. Chi era sulla rocca resistette, pur scorgendo la rovina della citt sottostante. Un primo attacco fu respinto; ebbe allora inizio l'assedio, che in realt mise a dura prova anche gli attaccanti: dai campi vicini, infatti, tutto il grano era stato appena portato a Veio. Una schiera gallica attacc anche Ardea, dove viveva esiliato l'ex dittatore e patrizio Marco Furio Camillo. Egli spinse i nuovi concittadini a compiere una sortita, facendo strage di nemici. A Veio iniziarono allora a confluire uomini, e si decise di richiamare Camillo, che tempo prima aveva conquistato quella citt. Fu quindi inviato un messaggero sul Campidoglio, tale era il rispetto per la legge e la distinzione dei poteri anche in quel frangente quasi disperato (5,46,7), per ottenere che i comizi lo richiamassero dall'esilio e il senato lo nominasse dittatore. Ci che avvenne. Camillo, condotto a Veio, pot cos guidare la riscossa. Mentre la fame infuriava tra assedianti e assediati e Brenno, truccando la bilancia che pesava le 1.000 libbre d'oro del riscatto10, pronunziava l'insolente guai ai vinti, il dittatore, incitando i suoi a riconquistare la patria con il ferro, ebbe la meglio, annientando i nemici e guadagnandosi l'appellativo di secondo Romolo', padre della patria (5,48,9-49,7).

La versione filoromana, che testimonia la resistenza della rocca e del Campidoglio, possibile anche grazie all'allarme lanciato dalle oche sacre a Giunone - che, con Giove e Minerva, proteggeva il colle e la citt -, fin per imporsi, come mostrano anche gli onori riservati ai discendenti di quegli eroici pennuti. Sfamati a cura dei censori, ogni anno erano onorati con una splendida processione, durante la quale era trasportata un'oca sopra una lettiga (Eliano, Natura degli animali, 12,33); i cani invece, per non avere fatto la guardia, pagavano con il supplizio, appesi vivi per le spalle a una forca di sambuco (Plinio, Storia naturale, 29,57).

Tornando alla narrazione di Livio, Camillo dopo la riconquista convinse i concittadini a ricostruire Roma piuttosto che spostarsi a Veio, come invece suggerivano alcuni, soprattutto tra i plebei. Furono purificati i templi e creati vincoli con Cere, che aveva accolto gli oggetti sacri e le sacerdotesse, permettendo cos di non interrompere il culto degli di (5,50,3). Furono istituiti i ludi Capitolini, perch Giove Ottimo Massimo aveva difeso la sua sede e la rocca del popolo romano (5,50,4). L'oro raccolto per il riscatto fu dichiarato sacro e posto sotto il trono di Giove; alle matrone, in virt delle loro offerte, fu concesso di ricevere, alla morte, l'elogio funebre. Poich i tribuni continuavano a istigare all'abbandono di Roma, Camillo, accompagnato dai senatori, sal sui rostra, la tribuna degli oratori davanti al Comizio. Espresse la propria amarezza, ricord di essere stato esule, chiese per quale ragione riconquistare l'Urbe per poi abbandonarla, ricord le sventure trascorse e la necessit di continuare i culti. Questi ultimi, osservava, non erano solo determinati dai giorni, ma anche dai luoghi; c'erano i riti da celebrare in Campidoglio, c'era il fuoco di Vesta, le cui sacerdotesse non potevano vivere in altra dimora. Anche al flamine (sacerdote) di Giove era proibito di trascorrere pi di una notte fuori dal pomerium. Camillo pronunzi infine parole che richiamano la Repubblica ciceroniana:

... mentre ero lontano, ogni volta che mi veniva in mente la patria, il mio pensiero correva a tutti questi luoghi, ai colli, ai campi, al Tevere, a questa regione cos familiare ai miei occhi, a questo cielo sotto il quale ero nato e cresciuto. ... Non senza motivo gli di e gli uomini scelsero per la fondazione dell'Urbe questo luogo, colli pi che salubri, un fiume comodo per trasportarvi i prodotti agricoli dell'entroterra e per ricevervi le vettovaglie che giungono per mare, un luogo vicino al mare quanto occorre per le nostre esigenze ma non esposto, per l'eccessiva vicinanza, alle minacce delle flotte straniere, situato al centro dell'Italia, particolarmente adatto all'incremento della citt. La stessa grandezza della citt sorta cos di recente ne  la prova. ... Qui  il Campidoglio, dove un giorno, essendosi trovato un teschio (caput) umano, fu vaticinato che l sarebbe stata la capitale (caput) e la dominatrice del mondo. ...

(Storia di Roma dalla sua fondazione, 5,54,3-7)

Al discorso segu una voce, udita dai senatori riuniti nella Curia Hostilia. Un centurione, nel Foro, ordin a una pattuglia di guardia di piantare l'insegna: qui staremo benissimo (5,55,2; hic manebimus optime, motto che avrebbe avuto una sua fortuna con Quintino Sella e Roma capitale d'Italia, e in seguito con Gabriele D'Annunzio e la vicenda di Fiume).

I romani seguirono il consiglio e il presagio. Dieci anni dopo bast la nomina di un dittatore perch i prenestini si allontanassero dalle mura di Roma; ulteriori tentativi delle popolazioni vicine - nonch dei celti - furono mandati a monte. L'Urbe trov una momentanea pace.

Il problema si ripresent, drammaticamente, nel 280, quando Pirro, sovrano dell'Epiro, sconfitto in battaglia un esercito romano, spinse le truppe sino ad Anagni o, secondo altra versione, a Preneste (l'odierna Palestrina). A respingerlo fu la diplomazia: l'Etruria aveva improvvisamente concluso la pace e l'esercito romano che si trovava l pot fare ritorno verso l'Urbe; parimenti, nessun effetto ebbero i tentativi del re epirota volti a corrompere i senatori e gli ambasciatori a lui inviati.

Segu un momento ancora pi difficile. Nel 211, seminati panico e distruzione nell'intera Italia, l'ancora invitto Annibale pose il campo a sole 3 miglia dalla citt. L'esercito romano era impegnato nell'assedio di Capua, ma l'Urbe doveva essere difesa, a tutti i costi. Secondo lo storico Polibio di Megalopoli (200 ca-120 ca) la situazione si sblocc per un caso: i consoli avevano arruolato una legione, che proprio quel giorno era in citt, e stavano conducendo nuove leve. Schierarono a quel punto i soldati fuori dalle mura, frenando il nemico.

Livio non ricorda la fortunata coincidenza, ma al contrario afferma che si propose addirittura di richiamare tutte le truppe dislocate in Italia. Non fu tuttavia necessario: da Capua giunsero 15.000 uomini, guidati dal proconsole Quinto Fulvio Flacco. Costui, precisa lo storico, fu insignito anche della dignit consolare, necessaria a governare nel pomerium. Annibale fu indotto a desistere da segni divini e dalla sicurezza dei nemici, che non avevano neppure deprezzato il valore dei terreni11. Plutarco narra che anche cinque anni prima, dopo la sconfitta di Canne (presso l'odierna Canosa di Puglia) - quando gli amici avevano gi consigliato ad Annibale di marciare sull'Urbe -, l'ex dittatore Quinto Fabio Massimo il Temporeggiatore' aveva disposto sulle porte sentinelle con l'ordine d'impedire alla folla di uscire e di abbandonare la citt (Fabio Massimo, 18,1). Il timore sorto nei confronti dei cartaginesi, del resto, in quei terribili anni, and a eguagliare quello pi antico per i celti.

A volte ad attaccare l'Urbe furono i suoi stessi cittadini, ma anche allora essa fu sempre difesa.

Per primo il patrizio esiliato Gneo Marcio Coriolano, nel 488, trasform le lotte interne in un conflitto armato (Appiano, Guerre civili, 1,4). Conquistata una serie di localit, a partire da Circei (l'odierna San Felice Circeo), si port a sole 5 miglia, a capo di un esercito di volsci. I consoli prepararono la difesa, secondo Dionigi di Alicarnasso (60 ca-7 d.C. ca), arruolando il maggior numero possibile di uomini, organizzando guardie notturne e raccogliendo una cospicua quantit di denaro, grano, armi (Antichit romane, 8,16,1). La popolazione, senza neppure ricevere ordini, prese ulteriori iniziative: vi fu chi sal sulle mura, chi accorse alle porte, chi arm schiavi e li dispose sui tetti delle case, chi infine prese posizione sulla rocca del Campidoglio e nelle altre aree fortificate della citt (8,22,1). Segu un'ambasceria senza esito. Al contrario, Coriolano, conquistate altre citt vicine, condusse un esercito molto pi forte ancora pi in prossimit dell'Urbe, che a sua volta aument le proprie difese. Lo scontro fu evitato solo grazie all'intervento della moglie e della madre del ribelle; quest'ultima secondo Livio avrebbe chiesto al figlio: non ti  venuto questo pensiero, quando Roma fu in vista: Entro quelle mura sono la mia casa e i miei penati, mia madre, mia moglie, i miei figli'? (Storia di Roma dalla sua fondazione, 2,40,7). Per Livio era stata comunque la popolazione di Roma, poco disposta alla guerra, a spingere da subito per una soluzione diplomatica.

Anche un gruppo di soldati ribelli - neppure un migliaio - nel 342 prese l'iniziativa. Nel bel mezzo di ammutinamenti militari presso Capua, costoro, partiti da Anxur (l'odierna Terracina), costrinsero a forza il patrizio Tito Quinzio, militare e politico ritiratosi a vita privata nel territorio di Tuscolo, a guidarli. Giunsero cos, per loro iniziativa pi che per volont del comandante, avanzando ostilmente all'ottava pietra miliare di quella che oggi  la via Appia; avrebbero immediatamente marciato sull'Urbe se non avessero udito che stava venendo a fronteggiarli un esercito, e che contro di loro era stato nominato dittatore Marco Valerio Corvo e maestro della cavalleria Lucio Emilio Mamerco (Livio, Storia di Roma dalla sua fondazione, 7,39,16-17). La vista delle insegne e il ricordo della patria li ferm: non erano ancora induriti al punto di spargere sangue di concittadini, n conoscevano altre guerre che quelle esterne (7,40,2). Corvo li convinse ricordando le guerre combattute assieme, le secessioni pacifiche della plebe, le donne che avevano fermato Coriolano e il suo esercito di volsci, non di romani. Dietro richiesta di Quinzio, i soldati si consegnarono al dittatore, che non infier su di loro.

A un certo punto, tuttavia, la violenza inizi a funestare la lotta politica. Primo atto fu l'assassinio di Tiberio Gracco (nel 133), frutto dell'iniziativa privata del pontefice massimo Publio Cornelio Scipione Nasica Serapione (console nel 138), intenzionato a bloccarne la rielezione al tribunato, che considerava illegale; il console Publio Muzio Scevola infatti, pur sollecitato, non aveva osato agire. Guidati da Serapione, i senatori e una folta schiera di cittadini attaccarono allora il tribuno e i suoi sostenitori, che avevano occupato l'area del Campidoglio, in attesa del voto del concilium plebis l riunito; li inseguirono e ne gettarono molti dal dirupo. Con Tiberio morirono - sembra - 300 suoi seguaci, tutti colpiti con bastoni e pietre (nel pomerium non si potevano portare armi). Diversa, anche dal punto di vista giuridico, la sorte del fratello Gaio (tribuno nel 123 e 122). Un senatoconsulto ultimo', nel 121, incaric il console Lucio Opimio di scacciare con i suoi uomini quello e i suoi seguaci dall'Aventino, che avevano occupato. Gaio, ormai in fuga, si fece uccidere da uno schiavo. Seguirono repressioni che produssero, sembra, 3.000 vittime.

Con una cittadinanza ormai divisa tra popolari' e ottimati', le fazioni iniziarono a farsi guerra tra loro. Roma era assalita come se fosse una citt nemica e si avevano spietate stragi dei cittadini presenti, per altri condanne a morte, esilii e confische, per taluni terribili tormenti (Appiano, Guerre civili, 1,8). Si tratt di un salto di qualit: la nascita del bellum civile, lo scontro tra eserciti cittadini... ma anche allora l'Urbe trov sempre difensori'.

A iniziare la triste stagione fu Silla. Console, nell'88 condusse dalla Campania 6 legioni, dichiarando di voler tutelare la res publica. La situazione era molto tesa: a causa degli scontri interni le attivit politiche erano state a un certo punto sospese. A fomentare i disordini era Mario, ex console popolare' e, soprattutto, eroe romano. Circa vent'anni prima aveva risolto militarmente l'imbarazzante stallo nel conflitto africano contro il re Giugurta di Numidia. Poco dopo aveva annientato, nella Narbonese e in Cisalpina, teutoni e cimbri, popolazioni germaniche che minacciavano d'invadere l'Italia. In quel funesto 88, invece, grazie a un tribuno, aveva tolto a Silla l'ambto comando della guerra contro Mitridate VI, re del Ponto. Il console, allora seguito dai soldati - ma non dagli ufficiali', tranne un questore - e appoggiato dal collega Quinto Pompeo Rufo, marci su Roma. Lo fece in realt con molte incertezze, tentando a pi riprese di giustificare le proprie motivazioni. Riusc a entrare nei pressi dell'Esquilino con due legioni, ma gli abitanti cercarono di respingerlo gettando dall'alto proiettili, finch egli minacci d'incendiare le case (1,258). Le due fazioni si scontrarono poi nel Foro: si ebbe cos un vero e proprio combattimento tra nemici, il primo in Roma... con trombe e insegne secondo le regole di guerra (1,259). Silla fu raggiunto da rinforzi; i nemici chiesero inutilmente aiuto ai concittadini e promisero la libert agli schiavi. Alla conquista non seguirono saccheggi ma la pena di morte per molti sconfitti, alcuni dei quali in fuga. In fin dei conti, all'intera azione non mancavano aspetti di legalit: da un certo punto di vista i due consoli, di comune accordo, avevano sedato una rivolta interna12.

Qualcosa di assolutamente inedito avvenne invece l'anno successivo: la citt fu piegata con la fame. L'attaccante' era questa volta il popolare' Lucio Cornelio Cinna, ex console, che il senato aveva destituito perch autore di gravi disordini. Raccolto un esercito dai centri del Lazio e della Campania, marci contro l'Urbe, trovandola per fortificata con fossati e presidiata da macchine belliche. Il senato chiam in aiuto anche Gneo Pompeo Strabone, padre di Pompeo, che poteva contare su un esercito fedele e temprato dal recentissimo e vittorioso conflitto contro gli italici ribelli.

All'armata di Cinna si unirono invece altre forze, guidate da Quinto Sertorio - eroe della guerra cimbrica - e dallo stesso Mario. I popolari' assediarono l'Urbe dalla parte del mare, saccheggiarono Ostia e inviarono un presidio nella mariana' Rimini, per impedire l'arrivo di rinforzi dalla Gallia. Grazie al tradimento di un tribuno, Mario entr una prima volta nell'Urbe, ma fu respinto dalle forze consolari. Blocc allora gli approvvigionamenti, a sud dal mare e a nord dal fiume, e attacc i centri circostanti, dove erano ammassati viveri. Mentre Cinna, promettendo libert agli schiavi, ottenne diserzioni, il senato, temendo pesanti conseguenze da parte della plebe se la mancanza di frumento si fosse aggravata (1,316), giunse a un faticoso accordo. Mario e Cinna poterono allora entrare ma, nonostante le promesse, diedero il via al saccheggio e alla vendetta. Molte teste andarono allora a ornare i rostra; i rispettivi corpi restarono invece preda di cani e uccelli. Silla fu destituito e dichiarato nemico della patria; la sua dimora fu anche distrutta, al pari di quelle di tutti coloro che aspiravano al regnum, l'antico potere monarchico.

La vendetta port a due altre marce' sull'Urbe, entrambe avvenute nell'82.

Dopo avere riconquistato la terra Italia, alla testa di un esercito gi vittorioso su Mitridate e protagonista del crudele assedio di Atene, Silla pot entrare una prima volta in una Roma che, avendo perduto molti difensori, gli apr le porte. Gli abitanti, stretti dalla fame, erano abituati a sopportare sempre, al posto dei mali immediati, quelli pi gravi (1,406). Messi cos in fuga gli avversari - che non dovettero aspettarsi una simile reazione popolare -, mosse prima su Chiusi, poi su Preneste, dove si era rifugiato uno dei due consoli, il giovane figlio di Mario, che di l a poco si sarebbe suicidato (il collega, Gneo Papirio Carbone, era invece passato in Africa).

A quel punto, Roma rischi ancora di pi. Su di essa, priva di difensori quanto di vettovaglie (1,427), punt infatti un'armata di sanniti, guidata da Ponzio Telesino e da capi mariani. L'arrivo degli storici nemici, schiacciati senza piet durante la guerra sociale e allora assetati di vendetta, era, per la res publica, minaccia peggiore di Annibale accampato a meno di 3 miglia; Telesino andava dicendo ai suoi che era giunto per i romani l'ultimo giorno, e gridava a gran voce che la citt doveva essere diroccata e distrutta, aggiungendo che sarebbero sempre esistiti i lupi rapaci dell'italica libert, se non si fosse abbattuta la selva loro abituale rifugio (Velleio Patercolo, Storia romana, 2,27,1-2). Si scaten allora il caos, con le donne che urlavano e la gente che correva in ogni direzione (Plutarco, Silla, 29,6). Silla riusc a intercettare gli attaccanti, che gi avevano accerchiato l'Urbe, e si accamp presso la porta Collina.

La battaglia fu confusa e cruenta. L'ala guidata da Crasso mise rapidamente in fuga gli attaccanti; quella guidata da Silla, schiacciata invece contro le mura, riusc a vincere solo all'alba. Sul campo restarono 50.000 uomini, ma di l a poco il numero delle vittime crebbe ancora. I prigionieri sanniti furono sterminati presso la villa publica mentre i senatori, riuniti nel vicino tempio di Bellona, ne udivano le grida. Fu poi la volta delle proscrizioni: migliaia di romani caddero sotto i colpi dei cacciatori di teste', in cerca di ricompensa o degli averi degli uccisi, spesso colpevoli' solo di essere benestanti.

L'Urbe rischi di nuovo nel 77, in seguito a un tentativo di reazione all'ordinamento sillano. Il dittatore aveva deposto la carica nel 79 ed era morto, per cause naturali, l'anno successivo. Il console popolare' Marco Emilio Lepido gi allora aveva proposto di cassare alcune riforme. Direttosi poi in Etruria per sedare una rivolta, era stato richiamato invano dal senato per presiedere le elezioni per l'anno successivo. Nel 77 marci invece con l'esercito sull'Urbe, trovandola presidiata - in seguito a senatus consultum ultimum - da una linea difensiva estesa dal ponte Milvio al Gianicolo. Poco lontano dal Campo Marzio fu respinto e sconfitto dal collega ottimate' Quinto Lutazio Catulo; fugg allora dalla Penisola.

Spingendoci oltre agli eventi di quel fatidico 49, dobbiamo infine ricordare l'ultimo serio tentativo di resistenza di et repubblicana, volto a contrastare un'altra marcia' su Roma, quella di Ottaviano, il futuro Augusto. Nonostante entrambi i consoli fossero morti nella fase finale della guerra di Modena (aprile 43), il senato avrebbe rifiutato di concedere al meno che ventenne propretore e figlio adottivo di Cesare la carica politica suprema. In risposta, egli avrebbe superato nuovamente il Rubicone dalla Cisalpina all'Italia, proprio quello che suo padre aveva allo stesso modo attraversato dando inizio alla guerra civile (Appiano, Guerre civili, 3,365), alla testa di 8 legioni. In seguito a senatus consultum ultimum, i cittadini in et militare sarebbero stati chiamati alle armi; dall'Africa sarebbero giunti due legioni e 1.100 cavalieri, affiancandosi alla legione gi sul posto. I contingenti avrebbero presidiato il Gianicolo, dove era stato riunito il tesoro pubblico, e il ponte sul fiume, agli ordini dei pretori urbani; altri tenevano invece pronti nel porto barche, navi, denari, per l'eventualit che fossero sconfitti e dovessero fuggire per mare; facendo tutto questo coraggiosamente con molta rapidit speravano di spaventare Ottaviano (3,373-375). Non vi sarebbero riusciti: costui, giunto alle porte dell'Urbe, avrebbe calmato il popolo in tumulto e occupato senza combattere il lembo estremo del Quirinale. La cittadinanza lo avrebbe accolto con gioia, sollevata dalla disciplina mostrata dalle truppe. Il ribelle avrebbe varcato infine il pomerium, tra i festeggiamenti, ottenendo di l a poco il consolato.

3. Pompeo. Formazione ed egemonia
di un carnefice adolescente'

In quel fatidico 49 il principale antagonista di Cesare sarebbe stato Gneo Pompeo Magno'. Questi, sin da giovanissimo, era riuscito a imporsi all'attenzione dell'Urbe grazie ai successi militari, tanto strepitosi da mettere in secondo piano una connaturata avversione alla politica.

Protagonista dell'intero ventennio postsillano, Pompeo (106-48) era nato circa sei anni prima di Cesare.

Non senza esagerazione, la biografia di Plutarco a lui dedicata ricorda che mai nessun romano godette pi di lui da parte del popolo di una benevolenza cos grande (Pompeo, 1,3). Ne elenca poi le doti: semplicit, lealt, affabilit e generosit. Generale era l'ammirazione per le sue capacit di comando, e oggettiva la forza derivatagli dalle clientelae militari. Un'ostentata quanto dubbia somiglianza fisica con Alessandro il Grande' faceva il resto. A differenza di tutti - tra cui il patrizio Cesare -, percorse una carriera tanto rapida da poter essere considerata inesistente: raggiunse il consolato non solo prima dell'et legale ma anche senza essere mai stato eletto in precedenza a una magistratura.

La strada gli fu aperta dalla guerra e indicata dall'esempio del padre. Il duro possidente piceno Strabone si distinse infatti nel devastante conflitto tra Roma e gli ex alleati italici. Assedi ed espugn Ascoli, dov'erano iniziate le ostilit antiromane, impresa che nell'89 gli garant, primo della sua famiglia, il consolato e un trionfo.

Era, questa, la parata del generale vittorioso, preceduto da tesori e prigionieri e seguito da generali e soldati, in un percorso che dal Campo Marzio abbracciava il Foro, culminando sul Campidoglio. L si celebrava un sacrificio a Giove Ottimo Massimo, mentre i prigionieri, tenuti in vita perch i romani potessero godere un bellissimo spettacolo e il frutto della vittoria, condotti in carcere, venivano uccisi (Cicerone, Contro Verre, II, 5,77). Strabone sfil a fianco del figlio, diciassettenne e combattente. In sintonia con la politica di Roma, che stava facendo rientrare la ribellione proponendo la cittadinanza a chi si fosse arreso, egli offr il diritto latino (anticamera di quello romano) ai transpadani, coloro che vivevano nella parte della Cisalpina situata a nord del Po, dove pot costituire nuove clientelae.

Sempre grazie al padre, il giovane dovette comprendere da subito anche l'importanza di un esercito fedele. Al termine del mandato consolare, Strabone rifiut di deporre il comando, mirando forse a iterare la magistratura; i suoi uomini ne assassinarono addirittura il legittimo successore. Non vi furono ritorsioni: presto vi fu bisogno di lui per difendere Roma dalla marcia' di Mario e Cinna. Strabone mor nell'impresa, per cause ignote. Gli abitanti dell'Urbe, in ogni caso, non dovevano amarlo: durante le esequie lo strapparono dal carro funebre e l'oltraggiarono (Plutarco, Pompeo, 1,2). Il giovane figlio, costretto a difendersi dai popolari', si ritir nel Piceno. Solo anni dopo torn sulla scena, unendosi a Silla, sbarcato con l'esercito a Brindisi e in marcia verso il potere. Arruolate 3 legioni di figli famelici di una regione povera e popolosa13, del suo' Piceno, Pompeo ebbe quindi modo di distinguersi in diverse battaglie.

Speriment anche l'importanza della flotta e degli approvvigionamenti. Ventiquattrenne, ma figura di punta della compagine sillana, ottenne dal dittatore - divenuto suo suocero - un comando per scacciare i mariani dalle provinciae frumentariae: la Sicilia (dove il padre, nel 104, era stato questore), la Sardegna e l'Africa. Gest 6 legioni, 120 navi da guerra e 800 da trasporto, risolvendo velocemente la situazione: la Sicilia, circondata da ogni parte dai pericoli, fu liberata non con il terrore della guerra ma con la prontezza delle sue decisioni (Cicerone, Per la legge Manilia, 30). Pur non macchiatosi delle proscrizioni che stavano insanguinando la Penisola, riusc ugualmente a guadagnarsi il soprannome di carnefice adolescente (Valerio Massimo, Memorabili, 6,2). Mise a morte il tre volte console Carbone, catturato mentre si nascondeva presso Pantelleria. Mostr invece equilibrio verso mariani e siciliani, ingrandendo cos la propria clientela. Sbarcato in Africa, in soli quaranta giorni sconfisse e fece giustiziare il comandante mariano Gneo Domizio Enobarbo (forse fratello di Lucio Domizio Enobarbo, console nel 54), cattur il principe Iarba, invase la Numidia e arrangi relazioni tra i sovrani. Trov anche il tempo per andare a caccia di leoni ed elefanti, perch in Africa neppure le fiere dovevano ignorare la forza e l'audacia romana (Plutarco, Pompeo, 11,7).

L'esempio del padre persisteva. Nonostante chiari ordini provenienti da Roma, le truppe, dopo averlo acclamato imperator (generale vittorioso), non vollero separarsi da lui. Dopo tentativi vari - ma non sappiamo quanto sinceri - di fare loro cambiare idea, Pompeo torn, seguito dall'intera armata. Il non entusiasta Silla lo salut come Magno'; ci non gli fu sufficiente: poco dopo ottenne il trionfo (il secondo, considerato quello celebrato assieme al padre, e il primo mai concesso a un non senatore).

Silla rinunzi alla dittatura, spegnendosi da l a un anno di morte naturale. Pompeo ne accompagn il feretro, alla testa di molti veterani giunti dalle campagne, sfidando l'ostilit del console Lepido. Proprio costui, ribellandosi al senato, gli diede occasione di difendere la res publica. Pompeo ebbe infatti, nel 77, un comando nel nord della Penisola e nella Cisalpina; creato un esercito con le clientelae di Piceno e Gallia, riusc a bloccare entrata e uscita dalla terra Italia, occupando anche Modena e mettendo a morte il legato Marco Giunio Bruto (tribuno nell'83). Lepido fu respinto da Catulo appena fuori del pomerium, nei pressi del Campo Marzio; ormai in fuga, secondo una versione fu intercettato e sconfitto da Pompeo vicino a Cosa (nei pressi dell'odierna Ansedonia). Certo  che riusc a imbarcarsi con molti soldati per la Sardegna, da dove sperava di bloccare i rifornimenti a Roma o di passare in Spagna. Invece vi mor, braccato dal governatore dell'isola.

Ancora una volta, nonostante espresso ordine, Pompeo non sciolse le truppe, ma le tenne non lontano da Roma. Il pericoloso stallo fu risolto dall'emergenza creatasi in Spagna, ridotta da Sertorio a fortezza mariana, e dallo scarso entusiasmo dei consoli, che non vollero muoversi. Il senato invi Pompeo, che ebbe cos modo di sperimentare una logorante guerra terrestre, combattuta a fianco del proconsole - e pontefice massimo - Quinto Cecilio Metello Pio. Mentre Sertorio otteneva aiuto da Mitridate, e forse dai pirati, il senato invi ulteriori rinforzi solo nel 75. La svolta si ebbe per nel 73 o 72, quando Sertorio fu ucciso a tradimento e sostituito da un altro ribelle, di l a poco sconfitto. Pompeo lasci a ricordo delle proprie imprese un trofeo sui Pirenei, nel quale dichiarava la vittoria su ben 876 centri, dalle Alpi alla Spagna.

Il ritorno gli offr un'altra occasione. Dopo anni difficili, segnati da carestie e lotte politiche volte ad abbattere il sistema sillano, si verific, tra il 73 e il 71, qualcosa di ancora pi inquietante. Si tratt dell'ultima, pi grave e celebre rivolta degli schiavi, le onnipresenti macchine' che facevano girare l'economia romana. A guidarla, il trace Spartaco. L'originaria banda di gladiatori in fuga da Capua si trasform presto in un'armata di decine di migliaia di uomini, che sbaragli a pi riprese gli eserciti regolari. Crasso ottenne, nelle vesti di propretore, il comando delle operazioni contro quel nemico aggressivo ma sfuggente.

Figlio di Publio Licinio Crasso Dives (console nel 97 e censore nell'89), era stato costretto a fuggire in seguito alla vittoria mariana dell'87, seguita dall'uccisione del padre e del fratello. Era poi rientrato al fianco di Silla, ergendosi a protagonista della battaglia di porta Collina. L'amore per la ricchezza non era il suo unico difetto ma, essendo divenuto il pi forte, fece impallidire gli altri (Plutarco, Crasso, 2,1). Si era arricchito con le proscrizioni sillane, per poi escogitare, tra le altre, un'attivit che la dice lunga sulle condizioni abitative dell'Urbe. Acquistati schiavi architetti e muratori, cominci a comprare le case vittime d'incendio e quelle nelle vicinanze, ormai svalutate, divenendo presto proprietario della maggior parte di Roma (2,6).

Port avanti la repressione della rivolta con durezza e senza risparmiare risorse. Pompeo - da lui mai amato - affrett il ritorno. L'assemblea popolare, probabilmente, lo aveva incaricato d'intervenire. Crasso, vedendo sfumare il tempo per la gloria, si affrett a sconfiggere i ribelli in Calabria e a crocifiggere 6.000 prigionieri lungo la via Appia, da Roma a Capua. A sua volta Pompeo intercett 5.000 superstiti in fuga verso il nord, li circond e li uccise sul posto: pot cos scrivere al senato di avere estirpato le radici della rivolta.

Entrambi i generali raggiunsero l'Urbe con le loro truppe. Pompeo attendeva, formalmente, di poter celebrare il trionfo, ritardato dalla permanenza in Spagna di Metello Pio. Il meno popolare Crasso gli chiese un'alleanza elettorale per il comune obiettivo: il consolato. Il senato offr allora a Pompeo una dispensa per la carriera... non perch irregolare, ma perch neppure iniziata. Non sappiamo se altri candidati ebbero il coraggio di presentarsi. Certo  che i due, con eserciti in armi alle porte di Roma, non avrebbero potuto farlo. Lo fecero ugualmente, e Pompeo ottenne il maggior numero di voti. Durante la sua prima contio, promise di restituire i poteri ai tribuni della plebe, rinnegando cos le proprie origini sillane. Celebrato alla fine dell'anno il trionfo congiunto con Metello Pio, conged le truppe; Crasso segu l'esempio, e in una data a noi ignota i due si riconciliarono, tra la gioia del popolo.

Pompeo a quel punto speriment, all'improvviso e ai massimi livelli, la politica romana, accorgendosi di non amarla. Tenuto a presiedere un senato nel quale non era mai entrato - e dove Crasso era ben pi popolare -, chiese all'amico erudito Marco Terenzio Varrone di comporgli un manuale. Molti furono i contrasti con il collega, ma quell'anno segn un colpo decisivo a quanto restava dell'ordinamento sillano. In particolare, il ripristino dei poteri dei tribuni avrebbe prodotto molte conseguenze.

4. Cesare. Un patrizio all'ombra di Pompeo

In quel fatidico 49, Cesare avrebbe agito, ancora una volta, da predestinato'. Tale convinzione si rafforz proprio mentre Pompeo affermava la propria egemonia.

Cesare nacque patrizio. Da parte dell'omonimo padre, apparteneva infatti alla gens Iulia, che vantava un legame con la dea Venere attraverso Iulo, figlio di Enea e fondatore di Albalonga, patria di Romolo e Remo. La sorella del padre aveva sposato il popolare' Mario. Da parte di madre discendeva invece dagli Aurelii Cottae, famiglia di antiche origini plebee che aveva espresso diversi consoli.

Quando, dopo la morte dello zio Mario, il vento mut, portando la dittatura sillana, Cesare non aveva ancora vent'anni. Il regime di terrore lo costrinse a lasciare tutto, a nascondersi, a espatriare. A differenza del giovane Pompeo, non poteva contare su di un feudo' italico pronto ad accoglierlo. Molti agganci gli permisero tuttavia di distinguersi in esperienze militari e diplomatiche. Ci avvenne in Asia e Cilicia, fronti particolarmente caldi a causa di Mitridate e dei pirati. Ottenne cos la corona civica, l'ornamento di rami di quercia - l'albero sacro a Giove - che spettava a chi, in guerra, avesse salvato un compagno. Tornato a Roma dopo la morte di Silla, non si lasci coinvolgere nella rivolta di Lepido, che pure aveva avanzato offerte. S'impegn invece a pi riprese in battaglie popolari': il reintegro dei figli dei proscritti e la persecuzione giudiziaria di sillani colpevoli di abusi. Di nuovo in Oriente, con una piccola milizia tenne a freno le citt della Caria; torn infine a Roma, dove divenne pontefice in luogo del defunto zio Gaio Aurelio Cotta (console popolare' nel 75 e proconsole nella Cisalpina). Appoggi poi, nel 70, un'amnistia per i sertoriani e, sempre nello stesso anno, fu eletto questore.

Affermatosi molto presto tra i migliori oratori della sua epoca, in un discorso funebre per la vedova di Mario, ebbe il coraggio o l'incoscienza di dichiarare:

... Da parte di madre, mia zia Giulia discende dai re; da parte di padre si ricollega con gli di immortali. Infatti i Marzii Re, alla cui famiglia apparteneva sua madre, discendono da Anco Marzio, ma i Giulii discendono da Venere, e la mia famiglia  un ramo di quella gente. Confluiscono quindi, nella nostra stirpe, il carattere sacro dei re, che hanno il potere supremo tra gli uomini, e la santit degli di, da cui gli stessi re dipendono.

(Svetonio, Cesare, 6,1)

Sfrutt cos uno dei principali momenti della vita pubblica romana, capace di unire le generazioni. Nelle cerimonie funebri dedicate agli uomini - e alle matrone - illustri, infatti, un loro parente prossimo, dai rostra, elencava meriti e gesta dei defunti e dei loro antenati.

Per l'occasione, le maschere di cera con il calco dei volti degli avi pi celebri, conservate in vista nelle dimore, venivano indossate da comparse, dando l'idea della continuit della famiglia, e della gloria. In prima fila Cesare fece sfilare quelle di Mario e del figlio, il console suicidatosi a Preneste durante l'assedio sillano. Le scontate proteste degli ottimati' furono messe a tacere dall'entusiasmo popolare.

Part poi per la Spagna Ulteriore: nel suo primo importante incarico, di questore alle dipendenze del governatore di quella provincia, riusc a farsi benvolere dai sudditi di Roma. Torn comunque in fretta, spinto dal desiderio di rivaleggiare in gloria con Alessandro il Grande' o piuttosto da un sogno: avrebbe violentato la propria madre, ci che era interpretabile come segno di potenza sulla terra intera, madre degli uomini (Svetonio, Cesare, 7,2)14. A ci sarebbe seguito il tentativo, testimoniato dal solo biografo Gaio Svetonio Tranquillo (70 d.C.-126 d.C.), di fare proseliti nelle coloniae latine, in subbuglio per ottenere la cittadinanza romana.

La coerente e popolare' strada di Cesare nel 67 si ricongiunse con quella, molto pi sinuosa, di Pompeo. L'ex questore sostenne allora l'ex console in una sfida politica dalle conseguenze impreviste.

Su Roma e il suo impero incombeva la minaccia dei pirati, cacciatori di bottino e di uomini da vendere sui fiorenti mercati degli schiavi. Come gi Mitridate, anche Sertorio e Spartaco avevano con essi stretto - o almeno cercato di stringere - spregiudicati accordi. Roma, a sua volta, sino ad allora aveva opposto flotte in gran parte fornite dalle citt alleate, senza spingersi al di l di una politica del provvisorio15.

Cicerone, nel 66, avrebbe fatto osservare ai colleghi senatori che la res publica non era riuscita a difendere le provinciae, ad assicurare le entrate fiscali e a proteggere gli alleati. Per anni il mare era stato inaccessibile; ambasciatori stranieri in viaggio per Roma erano stati catturati e ambasciatori romani liberati dietro riscatto; magistrati e porti strategici erano caduti in mano nemica: quello di Gaeta, famosissimo e ricolmo di navi, sotto lo sguardo del pretore fu depredato dai pirati; poi a Miseno essi rapirono la figlia di quello stesso uomo, che in precedenza aveva fatto loro guerra; altro disastro a Ostia, turpe e vergognoso per la res publica, pensando che quasi sotto i vostri occhi i predoni catturarono e affondarono una flotta comandata da un console del popolo romano (Per la legge Manilia, 32-33).

Il problema era ancor pi delicato: a Roma non arrivavano merci e l'importazione del grano era del tutto cessata (Cassio Dione, Storia romana, 36,23,1) o, quantomeno, i suoi abitanti erano incalzati dalla mancanza di approvvigionamenti e dal timore di una grande carestia (Plutarco, Pompeo, 25,2). Era necessario estirpare la straordinaria minaccia, senza remore; del resto, il pirata non  annoverato tra i nemici di guerra, ma  nemico comune di tutti, e con lui non possiamo avere in comune n la fede n il giuramento (Cicerone, Doveri, 3,107).

Altrettanto eccezionale fu la soluzione: un incarico straordinario affidato dall'assemblea della plebe, e non dal senato. Nel gennaio 67 il tribuno Aulo Gabinio, anch'egli piceno, rese pubblica la proposta, senza fare il nome di Pompeo. Il popolo apprezz, il senato molto meno: tutti compresero chi si stava cercando di coinvolgere. Gli si offriva un comando per tre anni nel Mediterraneo e nel Mar Nero sino a 50 miglia dalla costa, con autorit pari a quella dei governatori delle singole provinciae, la facolt di nominare legati e, ancora, larghi crediti e ingenti forze terrestri e navali. Solo Cesare appoggi la proposta. Anni prima era stato catturato dai pirati durante un viaggio verso Rodi e liberato solo dietro riscatto. Allora, invece, era alla ricerca di consenso. In senato, Gabinio rischi di essere ucciso; la folla, informata di ci, mise in fuga i membri del consesso e assedi il console Gaio Calpurnio Pisone, che solo Gabinio riusc a salvare dal linciaggio. Inutilmente due tribuni posero il veto; uno fu destituito dall'incarico tramite il voto popolare, l'altro accolto con un urlo cos forte e minaccioso, che un corvo che volava sopra la folla rimase stordito e precipit come colpito dal fulmine (Plutarco, Pompeo, 30,3). A nulla valsero le osservazioni rivolte al popolo dall'autorevolissimo Catulo (console nel 78), che critic - forse non a torto - i poteri eccessivi concessi dalla proposta. Pompeo, rimasto in campagna nel giorno del voto, torn nell'Urbe e accett patriotticamente. Ottenne forse ulteriori concessioni. Il prezzo dei generi alimentari si abbass immediatamente e il popolo, rallegrato, pens che il solo nome di Pompeo avesse gi risolto la guerra (Plutarco, Pompeo, 26,4). La speculazione doveva essere molto forte.

Pompeo mostr perfetta efficienza, forse anche grazie a una lunga e segreta preparazione. In primavera, prima ancora della stagione propizia alla navigazione, Roma mise in campo la maggiore forza combinata di sempre, limitata' per a 270 vascelli. Il Mediterraneo fu diviso in 12 zone, cui si aggiungeva quella del Mar Nero. Ogni ufficiale, con scafi, legionari e cavalieri, doveva controllare la propria, anche da terra. Per i pirati fu l'inizio della fine.

Pompeo, che gi dai tempi sillani aveva chiara l'importanza delle provinciae frumentariae, pacific dapprima la Sicilia, poi l'Africa e infine la Sardegna. Si rec quindi in Spagna e Gallia, liberando, in sole sei settimane, il Mediterraneo occidentale. Mandate le navi ad attenderlo a Brindisi, sbarc in Etruria e si mosse verso Roma, dove il console Pisone cercava di osteggiarlo, in particolare impedendo leve nella Cisalpina e nella Narbonese (provinciae a lui assegnate). Tutti per si riversarono nelle strade, mossi dall'inattesa rapidit del cambiamento che aveva riempito il mercato di viveri (Plutarco, Pompeo, 27,2). Anche nel pi difficile settore orientale, sede di numerosi covi di pirati, i risultati furono straordinari. I nemici si arresero in massa; chi non lo fece fu spinto verso la Cilicia, dove si verific uno scontro finale presso la baia di Coracesio (l'odierna localit turca di Alanya). Pare che Pompeo abbia fatto pi di 20.000 prigionieri; a molti garant terre e condizioni di vita sostenibili. Si tratt di un successo forse temporaneo ma di enorme impatto.

L'Urbe conobbe nel frattempo altre tensioni, legate a una recente legge sull'ambitus, alle elezioni consolari e a una fallita proposta del tribuno Gaio Manilio per distribuire i liberti in tutte le trib. Quest'ultima avrebbe mutato il corpo elettorale, a indubbio vantaggio del proponente. Il senato la attacc e anche la plebe - gelosa dei propri privilegi - ne rest fortemente indignata (Cassio Dione, Storia romana, 36,42,3). Per riconquistare popolarit, Manilio, sempre nel 66, avanz una successiva proposta.

A sostenerla anche Cesare, che questa volta si trov in maggiore compagnia. In gioco era il comando contro Mitridate, gi combattuto da Silla e, pi recentemente, dall'ottimate' e proconsole Lucio Licinio Lucullo. Quest'ultimo per era avversato dai cavalieri' (per avere attenuato la pressione fiscale sui provinciali) e dai popolari' (che non gli perdonavano il passato sillano). Un ammutinamento di soldati presso Nisibi (l'odierna localit turca di Nusaybin), fomentato dal giovanissimo cognato Publio Claudio Pulcro probabilmente su istigazione di Pompeo, aveva innescato una serie di disastri militari, facendo sprofondare nel terrore la finanza romana.

Manilio propose che Pompeo assumesse il comando supremo degli eserciti che si trovavano gi nella regione, con facolt di nominare legati e stipulare accordi. Favorevole era anche il pretore Cicerone, che pronunzi di fronte al popolo l'orazione Per la legge Manilia, manifesto' dell'imperialismo' romano. Inutile fu l'opposizione ottimate'. Catulo, inascoltato, si mise a urlare dalla tribuna, sollecitando i senatori a cercare, come i loro antenati, un monte e una rupe scoscesa per trovare riparo e salvare la libert (Plutarco, Pompeo, 30,4). Ancora una volta, un riferimento al sacco gallico.

L'incarico giunse a Pompeo quando era ancora in Cilicia. Come da copione, accett con riluttanza, pur sapendo che ci gli avrebbe permesso di emulare Alessandro il Grande'. Mandate a monte le trattative per poter dare il via alle ostilit, mise in atto il blocco navale dell'intera costa dell'Asia Minore, dalla Fenicia al Bosforo, chiedendo agli alleati di affiancarlo: avrebbe lasciato a Mitridate un nemico pi forte di lui, la fame (Pompeo, 39,1). L'impegno logistico fu enorme, e lunghi assedi furono resi possibili da evolute opere ingegneristiche. Mitridate, cos circondato e infine tradito dal figlio Farnace, si suicid. Su proposta dell'allora console Cicerone, tra l'estate e l'autunno del 63, il senato vot una supplicatio di durata inedita: ben dieci giorni. Si trattava della solenne cerimonia di ringraziamento durante la quale i templi venivano aperti e le statue degli di collocate in pubblico, perch il popolo potesse onorarle con offerte e preghiere.

Pompeo aveva sconfitto il nemico pi pericoloso dai tempi di Annibale e affrontato la minaccia pi grave dalle guerre contro cimbri e teutoni, allargando l'influenza di Roma anche alla Siria e alla Giudea. Sua massima gloria - avrebbe in seguito dichiarato al popolo16 -, quella di avere ricevuto l'Asia come provincia di frontiera e averla restituita alla patria come provincia interna (Plinio, Storia naturale, 7,99). Organizzate le conquiste e creata una flotta permanente nel Mediterraneo orientale, invi un altro resoconto; il senato vot, verso la fine del marzo 62, una nuova supplicatio, di altri dieci giorni. A dicembre il vincitore approd a Brindisi, in attesa di un terzo, meritato trionfo. Si temeva per una sua marcia' sull'Urbe, per instaurarvi il potere assoluto, tanto che Crasso si allontan di nascosto con figli e averi, sia che avesse davvero paura, sia, piuttosto, che volesse accreditare questa calunnia (Plutarco, Pompeo, 43,1-2).

Conged invece le truppe. Alla notizia, un incredibile numero di persone festanti lo accompagn a Roma.

1 I Penates erano gli spiriti protettori di una famiglia o di un'intera collettivit.

2 Il moggio romano, misura di volume per gli aridi, corrispondeva a poco pi di 8,7 litri.

3 Ma vedi p. 77.

4 Vedi pp. 40-41.

5 E. Narducci, Processi ai politici nella Roma antica, Laterza, Roma-Bari 1995, p. 6.

6 Vedi p. 77.

7 Il miglio romano corrispondeva a poco pi di 1.480 metri.

8 Vedi p. 74.

9 Vedi Bibliografia, interpretazioni e approfondimenti, pp. 327-328.

10 La libbra romana era una misura di peso equivalente a poco pi di 327 grammi.

11 Sul deprezzamento dei beni immobili nel 49 vedi invece p. 253.

12 Vedi pp. 253-254.

13 Cos Syme, La rivoluzione romana cit., p. 36, definisce i seguaci di Pompeo.

14 Vedi pp. 184-185, 253n e Bibliografia, interpretazioni e approfondimenti, p. 330.

15 Cos M. Redd, Mare nostrum. Les infrastructures, le dispositif et l'histoire de la marine militaire sous l'empire romain, cole Franaise de Rome, Rome 1986, p. 463.

16 Vedi p. 72.

II.
Tra congiure e scandali

Scoperta la congiura, la plebe che, dapprima, troppo desiderosa di rivolgimenti politici, era favorevole alla guerra, mut pensiero e cominci a esecrare i disegni di Catilina e a portare alle stelle Cicerone; essa era in preda a una straordinaria allegrezza, come se fosse stata strappata alla schiavit; infatti stimava che gli altri eventi della guerra civile avrebbero potuto apportare pi preda che danno, mentre l'incendio era una enorme crudelt e particolarmente disastrosa per essa, giacch i plebei avevano come sola ricchezza le cose di uso giornaliero
e le vesti personali.

Sallustio, Congiura di Catilina, 48,1-2

1. Nella feccia di Romolo

In quel fatidico 49, ai due principali attori se ne sarebbero affiancati altri. Tra questi, Cicerone e Catone, che nel 63 ritennero, a differenza di Cesare, che la difesa dell'Urbe e della res publica avessero la priorit sui diritti fondamentali dei singoli cittadini.

Mentre Pompeo procedeva alla conquista dell'Oriente, a Roma covava lo scontento. Crasso, contro il rivale, inizi a prestare danaro ai politici pi ambiziosi, tra cui Cesare... come ricordato, tra l'altro, dalle immortali pagine di Brecht1. I due potrebbero essere stati coinvolti in una serie di tentativi politici dall'esito vario.

Si ebbe innanzitutto una fallita, ma forse ipotetica congiura volta a eliminare i due consoli ottimati' del 65, subentrati ai primi vincitori, popolari' e condannati per ambitus. Il piano, ordito dagli sconfitti, mirava anche a una strage di senatori, all'occupazione armata del Campidoglio, alla nomina a dittatore per Crasso e a quella di comandante della cavalleria per Cesare. Il tutto non avvenne, secondo una versione perch proprio quest'ultimo non aveva dato il segnale convenuto. Non vi furono conseguenze giudiziarie, ulteriore ragione per pensare a una montatura successiva.

Seguirono le vicende dell'annessione dell'Egitto - lasciato al popolo romano dal dubbio testamento di Tolomeo XI - e della cittadinanza romana per i transpadani. Crasso, censore, spinse entrambi i progetti, ma fu osteggiato dal collega Catulo (console nel 78). Sempre nel 65, Cesare, edile, organizz ricchi spettacoli pubblici, cacce ad animali e giochi in memoria del padre: questi ultimi coinvolsero 320 coppie di gladiatori, numero al limite della legalit, dotate di armi e armature di argento. Il tutto mise in ombra il collega ottimate' Marco Calpurnio Bibulo, nemico sia durante il comune consolato nel 59 sia in quel fatidico 49. Cesare, forse per non avere ottenuto una missione in Egitto, osteggiata dagli ottimati', in una notte fece rimettere in piedi i trofei di Mario su Giugurta, sui cimbri e sui teutoni, abbattuti da Silla. I mariani salirono in Campidoglio, plaudenti; Catulo accus invece l'edile di voler sovvertire le istituzioni.

Cesare presiedette poi un tribunale che condann un omicida su incarico di Silla ma assolse un altro imputato che nella stessa epoca, alla testa di una banda di guerrieri celti, aveva seminato la strage tra i concittadini, macchiando di sangue le sue stesse mani. L'uccisione di proscritti era stata, del resto, legalizzata dal dittatore; Cesare ottenne l'assoluzione, sembra, grazie alla richiesta di una pena troppo severa. L'imputato era Catilina.

Poco prima del processo, costui, pi volte impossibilitato a candidarsi per accuse varie, si era presentato alle elezioni consolari nell'estate del 64. Aveva promesso distribuzioni di terre pubbliche e remissioni di debiti, inimicandosi gran parte della classe dirigente. Nonostante il sostegno di Cesare e Crasso, era stato sconfitto.

Primo eletto era stato Cicerone. Sua principale risorsa era la fama di oratore. Aveva ottenuto, molto rapidamente, le magistrature superiori: questura (75), edilit (69) e pretura (65). Estraneo alla nobilitas, era appoggiato da cavalieri e nuovi cittadini italici ma comunque non inviso agli ottimati'. La classe dirigente, del resto, non era priva di timori: il senato, per precauzione, aveva addirittura ordinato lo scioglimento dei collegia.

Non si trattava di paure infondate. Il 63 si apr, pare, con inquietanti segni celesti. Politicamente, esso inizi con una proposta del tribuno Publio Servilio Rullo, forse sostenuta da Crasso e Cesare: distribuire le terre pubbliche, nella terra Italia e nelle provinciae. Il neoconsole Cicerone, appellandosi al popolo e al senato, lanci messaggi chiari. Meglio restare a Roma, mantenuti a spese della res publica, che lavorare terreni sperduti e insalubri. L'alienazione del fertile agro campano - il cui affitto era riscosso dai publicani - avrebbe fatto venire meno un granaio' ma soprattutto una risorsa fiscale. Ottenne il ritiro della proposta. Il risultato, senza dubbio, fu gradito ai grandi affittuari - non di rado occupanti abusivi - delle terre pubbliche, e spesso proprietari delle ville disseminate lungo la costa campana, la pi alla moda' della terra Italia. In realt, anche tra i beneficiari delle distribuzioni mensili - che gi nel 73 si aggiravano tra i 40.000 e gli 80.000 - non tutti dovevano essere interessati alla vita dei campi. Se trent'anni prima la plebe urbana, sempre attenta ai propri privilegi, aveva contrastato un'assegnazione terriera proposta dal tribuno Lucio Ap(p)uleio Saturnino poich dalla legge ricavavano vantaggio gli italici (Appiano, Guerre civili, 1,132), ora pareva indifferente.

Cicerone fece anche fallire una richiesta tribunizia di taglio dei debiti e un tentativo di reintegro, nei loro diritti, dei figli dei proscritti: entrambi avrebbero potuto destabilizzare un fragile equilibrio (che Cicerone aveva cercato di puntellare anche rinunziando alla provincia di Macedonia, in favore del collega Gaio Antonio Ibrida, e poi anche alla Cisalpina).

I preparativi di ribellione, fomentati da Catilina, ebbero come centro l'etrusca Fiesole, gi focolaio della rivolta di Lepido; il vecchio centurione sillano Gaio Manlio vi assunse il comando militare. Altri luoghi attivi furono Capua, le cui masse di schiavi avevano risposto all'appello di Spartaco, e la Transpadana, ancora in attesa della cittadinanza. Nell'Urbe, il progetto attir marginali violenti, personaggi indebitati, giovani nobiles ambiziosi e, non da ultimo, senatori. Sembra per che a simpatizzare con i progetti di Catilina fossero anche larghi settori della plebe: la fogna della citt, la numerosa ed esiziale torma dei tuoi compagni (Cicerone, Catilinarie, 1,12). Non doveva trattarsi di poche persone: Catilina disse in senato che la res publica ha due corpi, uno malfermo e con la testa fragile, l'altro vigoroso ma senza testa; a questo secondo, se si comporter bene nei miei riguardi, non mancher, finch io avr vita, una testa (Cicerone, Difesa di Murena, 51).

Quella di Cicerone fu, anzitutto, una guerra dell'informazione': portando una serie di prove, il console riusc a convincere il senato delle colpe di un nobilis e un patrizio, oltretutto sostenuto da Cesare e Crasso.

Ancor prima era stato risuscitato un dibattito antico, legato proprio alla difesa dell'Urbe. L'anziano e ininfluente senatore Gaio Rabirio fu accusato, dal tribuno Tito Labieno (fedelissimo di Cesare sino a quel fatidico 49), per il ruolo svolto - quando era ancora cavaliere - nella repressione di Saturnino e seguaci, avvenuta trentasette anni prima. Saturnino, alleato dell'allora console Mario e appena confermato al tribunato per la terza volta, aveva fatto bastonare a morte il candidato favorito alle elezioni consolari. Il senato aveva quindi incaricato i consoli - e quindi Mario - di prendere in mano la situazione. I ribelli si erano asserragliati sul Campidoglio, ma era stata tagliata loro l'acqua. Mario li aveva poi imprigionati nella Curia Hostilia, per poter agire legalmente e sfuggire alle responsabilit correlate al senatus consultum ultimum. Altri per, stimando che si trattasse di una scusa, avevano aperto il tetto e colpito gli apuleiani, uccidendoli (Appiano, Guerre civili, 1,145). Si tramanda che Rabirio avesse poi condotto la testa di Saturnino per scherno, in giro per diversi banchetti (Anonimo, Gli uomini illustri, 73,12).

I termini dell'accusa non sono chiari, cos come la dinamica dell'intero procedimento, avvenuto in due fasi. Nella prima si ritiene che Labieno abbia portato l'accusa di fronte al pretore urbano, che coinvolse Cesare e il congiunto Lucio Giulio Cesare (console nel 64), nelle vesti di IIviri, magistrati incaricati dall'antichit di punire la perduellio, il tradimento (accusa da tempo superata da quella di maiestas, la lesa maest del popolo romano). In altre parole, si risuscit una procedura arcaica che, in teoria, prevedeva la crocifissione, pena degli schiavi. Cicerone - o il popolo stesso -, in maniera e in una fase della procedura a noi ignota, imped le conseguenze peggiori. Labieno ribad allora l'accusa in base alla propria autorit tribunizia. In difesa, di fronte all'assemblea centuriata, parl Cicerone, che sostenne la liceit del senatus consultum ultimum. Garant inoltre, con impressionante anticipazione di quanto sarebbe avvenuto poco dopo, che, in circostanze simili, avrebbe agito come Rabirio. L'assemblea fu sciolta prima che potesse giungere a verdetto.

Cesare si riprese dal colpo grazie a due importanti vittorie elettorali. La prima gli garant il pontificato massimo, carica vitalizia di sommo custode di una tradizione che univa religione e politica. Il posto era stato reso vacante dalla morte di Metello Pio (colui che, proconsole in Spagna, aveva affiancato Pompeo nella guerra contro Sertorio). Il rivale Catulo offr a Cesare denaro per indurlo a ritirarsi. Egli, al contrario, s'indebit all'inverosimile e vinse. Precedentemente vissuto nel popolare quartiere della Suburra, si spost allora nella domus publica, la dimora del pontefice massimo, sulla via Sacra. Nessuna notizia precisa sulla seconda vittoria: la pretura. Ogni sguardo era rivolto ai comizi consolari.

Catilina si ricandid, portando avanti lo stesso programma. Cicerone, in pericolo di vita secondo i propri informatori, fece rimandare la convocazione dell'assemblea centuriata che avrebbe dovuto presiedere; si present poi, il giorno del voto, con una guardia di cavalieri e un'appariscente corazza sotto la toga. Catilina usc sconfitto.

Proprio allora Marco Porcio Catone (96-46), nipote del noto Censore' e circondato a sua volta da un'aura mitica, rischi di vanificare il tutto. Era un uomo incorruttibile, come gi mostrato durante la questura (65 o 64), allorch aveva messo in ordine l'Erario denunziando abusi di scribi, corruzione e falsificazioni di documenti. Era stato eletto al tribunato per il 62, sembra, grazie a una sentita partecipazione popolare. Nelle elezioni consolari, invece, era stato fatto largo uso dell'ambitus. Catone, coerentemente, aiut il candidato sconfitto Servio Sulpicio Rufo (patrizio e rinomato giurista) a raccogliere prove contro Lucio Licinio Murena, uno dei due vincitori, senza preoccuparsi del fatto che ci avrebbe potuto rimettere in gioco Catilina. A difendere con successo l'imputato scese in campo Cicerone, pur essendo il recente autore di una legge sull'ambitus, che irrigidiva le pene e limitava una lunga serie di pratiche (tra cui i giochi gladiatorii). Contro Catone sfrutt l'arma del ridicolo. Ancora nel giugno 60 avrebbe osservato che, con rettissima intenzione e in piena buona fede, lavora a danno della res publica: ragiona e parla come se vivesse nella repubblica di Platone e non nella feccia di Romolo (Ad Attico, 2,1,8).

Tra notizie di complotti e pubblici interventi di Catilina, Crasso port a Cicerone lettere preannunzianti una strage di senatori. Fu allora votato, il 21 ottobre, un senatus consultum ultimum, che chiedeva al console di vegliare sull'Urbe ma del quale egli non si avvalse subito. Quando ormai qualcuno - in un clima di paura crescente di giorno in giorno - agitava lo spettro di una rivolta di schiavi, giunsero voci che a Fiesole, il 27 ottobre, Manlio aveva preso le armi. Alcuni presidii impedirono la conquista della strategica Preneste; furono quindi inviati gruppi di soldati - e compagnie di gladiatori - a Fiesole, in Apulia, a Capua e nel Piceno, e incoraggiate le delazioni.

Catilina si disse disposto a essere preso in custodia da un senatore; Cicerone tuttavia, dopo altre conferme - e un tentativo di assassinio ai suoi danni -, l'8 novembre convoc nuovamente il senato, nel tempio di Giove Statore (la divinit che aveva protetto i romani contro i sabini di Tito Tazio), dove pronunzi la Prima Catilinaria, dal celebre esordio: fino a quando, Catilina, intendi dunque abusare della nostra pazienza? (1). L'accusato fugg, coprendo di disprezzo l'uomo nuovo' e sostenendo di volersi esiliare a Marsiglia. In realt, raggiunse i ribelli in Etruria.

Nella Seconda Catilinaria, pronunziata il 9 novembre di fronte al popolo, Cicerone dipinse il fuggitivo come una belva sentitasi strappata dalle fauci la citt che stava per dilaniare (2), e i suoi complici come individui disperati per i debiti causati da uno stile di vita insostenibile. Alla rivelazione delle sue intenzioni bellicose - a opera di Catulo -, Catilina fu dichiarato nemico pubblico e gli fu contrapposta l'armata del console Antonio Ibrida (a sua volta posto da Cicerone sotto segreto controllo per mezzo del questore Publio Sestio). Nel frattempo, Murena veniva assolto.

L'Urbe, per, non era ancora al sicuro. I complici rimasti - tra cui il pretore Publio Cornelio Lentulo Sura - cercavano di convincere Catilina che era necessario coinvolgere anche gli schiavi e avevano addirittura cercato di chiamare in aiuto la cavalleria degli allobrogi (popolazione celtica stanziata tra il Rodano e il lago di Ginevra). Proprio grazie a ci, Cicerone riusc infine a fare emergere i nomi degli aderenti alla congiura. Informato dei contatti, indusse la delegazione degli allobrogi, allora nell'Urbe, a fingere di aderire. Impadronitosi cos di documenti scritti e sigillati, port i colpevoli in senato, convocato nel tempio della Concordia (dedicato anni prima da Opimio, il console che aveva represso nel sangue la sommossa di Gaio Gracco). Era il 3 dicembre. Gli allobrogi indicarono i capi della congiura, i loro progetti e smascherarono Lentulo Sura, anche riferendone i discorsi: egli, infatti, diceva che secondo i libri Sybillini il regno di Roma era destinato a tre Cornelii: Cinna e Silla lo avevano avuto prima, ora lui era il terzo che il fato destinava a impadronirsi della citt (Sallustio, Congiura di Catilina, 47,2). Si trattava di oracoli risalenti all'epoca degli ultimi re ma dopo l'83 ricostituiti in seguito all'incendio del tempio capitolino di Giove Ottimo Massimo, dov'erano custoditi. I congiurati furono messi agli arresti, e il senato vot una supplicatio, la prima per l'opera di un magistrato senza esercito.

Il popolo fu informato dal console stesso, a fine seduta, con la Terza Catilinaria. Essa rese pubblico il progetto d'incendiare Roma, voce sufficiente ad allontanare dalla congiura la plebe urbana, soprattutto i negozianti. Nel passo posto a esergo di questo capitolo, Sallustio conferma il mutamento di rotta nell'opinione pubblica. Tentativi d'implicare Cesare furono mandati a monte dallo stesso console; si levarono anche voci su Crasso, ma il 4 dicembre il senato decret la loro infondatezza. Cicerone, anni dopo, non avrebbe per taciuto le responsabilit dei due.

L'evento pi carico di conseguenze si ebbe il 5 dicembre. Temendo che i congiurati agli arresti fossero liberati con la violenza, il console convoc nuovamente il senato. Sempre nel tempio della Concordia, questa volta circondato da cavalieri in armi, ebbe luogo il dibattito pi noto dell'intera storia di Roma. Riportatoci da fonti spesso discordanti, esso decret la messa a morte dei prigionieri. Il testo del senatoconsulto fu redatto da Cicerone, il quale, sembra, avrebbe addirittura fatto registrare l'intera seduta da stenografi: suo interesse era che la decisione risultasse frutto della volont comune. I consoli designati per l'anno successivo e gli ex consoli proposero la pena capitale. Colpo di scena si ebbe quando Cesare, pontefice massimo e pretore designato, prese la parola. Appellandosi alla legge di Gaio Gracco sulla provocatio, ritenne pi opportuna la confisca dei beni, la reclusione nei pi presidiati centri della terra Italia e l'oblio. Molti si allinearono. Gli ottimati', guidati da Catulo, circondarono il seggio di Cicerone, che pronunzi la Quarta Catilinaria. Espose concetti d'indubbio peso, che devono fare riflettere anche sugli eventi di quel fatidico 49:

... hanno tentato di uccidere noi, le mogli, i figli; hanno tentato di distruggere le case di ciascuno di noi e tutta quanta questa comune dimora che  la res publica; si sono adoperati per instaurare un saldo potere del popolo degli allobrogi sulle rovine di questa citt e sulle ceneri dell'impero distrutto ... minacciata dalle torce e dai dardi dell'infame congiura la patria comune - supplice - vi tende le mani: a voi affida se stessa, a voi la vita di tutti i cittadini, a voi la rocca del Campidoglio, a voi gli altari dei penati, a voi l'eterno fuoco di Vesta... i beni di tutti, le case, i focolari.

(Catilinarie, IV, 12-18)

L'ex pretore Tiberio Nerone propose di aggiornare la seduta. Quando la parola and al poco pi che trentenne Catone, tribuno della plebe designato, si ebbe un altro colpo di scena. Sostenne che i cittadini che avevano congiurato, chiamando in aiuto il nemico gallico, andavano puniti con la morte. Appena terminato il discorso, tutti i consolari e gran parte degli altri senatori approvarono, attaccando Cesare. Quando questi usc dall'edificio - o, secondo altra versione, ancora al suo interno - i cavalieri posti a presidio gli puntarono le daghe al petto. Catone propose una pi generosa legge frumentaria, che abol ogni limite numerico agli aventi diritto al grano a prezzo politico. Ci per oscurare la popolarit del pontefice massimo, rafforzata dalla presa di posizione assunta il 5 dicembre: una fonte riporta che, quando costui torn in senato per rispondere ad accuse relative alla vicenda catilinaria, la folla, a sua difesa, circond l'edificio. Ci che  certo  che il destino dei prigionieri si comp la notte stessa: furono strangolati nel carcere Mamertino, sotto gli occhi del console. Secondo alcune fonti, all'annunzio dell'esecuzione, il popolo avrebbe esultato, e Cicerone sarebbe stato chiamato padre della patria'. Poco dopo, Catilina e il suo esercito furono annientati presso Pistoia dall'armata del console Antonio Ibrida - ma sotto il comando provvisorio del legato Marco Petreio (ex pretore) -, dopo avere opposto un'eroica resistenza.

Molto fece discutere l'uccisione dei prigionieri, privati di processo e provocatio dalla sentenza del 5 dicembre (ma comunque basata sul senatus consultum ultimum del 21 ottobre). Il tribuno Quinto Cecilio Metello Nepote, cognato e gi luogotenente di Pompeo, imped che Cicerone riferisse, a fine mandato, sulla propria opera. Un successivo senatoconsulto riusc per a garantire l'impunit a tutti coloro che avevano preso parte a quell'avvenimento (Cassio Dione, Storia romana, 37,42,2-3). Sempre agli inizi del gennaio 62, quando ancora il destino dell'armata di Catilina era in forse, Metello Nepote propose che Pompeo fosse richiamato con il suo esercito. Il vincitore dei pirati e di Mitridate sembrava, a molti, la figura pi adatta a risolvere la situazione. Il senato respinse la proposta, che il tribuno port davanti al popolo, alla presenza di Cesare. I due si erano piazzati all'entrata del tempio di Castore, circondati anche da gladiatori e schiavi in armi. Catone viet la lettura, restando contuso: ne scatur infatti una battaglia a colpi di pietra, bastone e spada. Segu un altro senatoconsulto ultimo'; Metello Nepote fugg dalla citt, tornando da Pompeo.

Cicerone visse un problema diplomatico: le sue lettere non riuscirono a consolare il generale per l'occasione perduta. Per non deteriorare la situazione, egli si oppose poi al decadimento delle magistrature di Metello Nepote e Cesare, votato dal senato. Quando il secondo rassegn le dimissioni, il popolo ne circond la dimora, per sostenerlo (secondo una versione fu allora che Catone propose la legge frumentaria). Le delazioni continuarono. A proposito di Cesare e del suo coinvolgimento nei fatti, vi dovettero essere almeno due deposizioni, di cui una - quella di un certo Lucio Vettio - fieramente osteggiata dalla folla; entrambe furono fatte rientrare da Cicerone, che per con il tempo avrebbe fatto emergere scritti che in un certo senso le avallavano.

Ancora convinto della popolarit della propria azione, verso la met del 62, nella Difesa di Publio Cornelio Silla, Cicerone ricordava di essere riuscito a liberare Roma dall'incendio, i cittadini dal massacro, l'Italia dalla devastazione, senza tumultus (la dichiarazione dello stato di emergenza), senza arruolamenti, senza armi, senza truppe; uccidendo soli 5 colpevoli, salvai la vita di tutti i cittadini, la pace del mondo intero e, infine, questa nostra citt, che  la residenza di tutti noi, la roccaforte dei re e dei popoli stranieri, la luce delle genti, la sede del nostro impero (33).

2. Il pontefice e uno scandalo religioso

In quel fatidico 49, Cesare, pontefice massimo, avrebbe denunziato a pi riprese le illegalit dei nemici. Gli inizi del delicato incarico non erano stati semplici: nel 62 era stato colpito dal pesante attacco di un altro patrizio.

Alla fine dello stesso anno Roma fu scossa da uno scandalo religioso. Protagonista fu Publio Claudio Pulcro, rampollo della potentissima gens Claudia. Gi nel 68, poco pi che ventenne, era salito alla ribalta, guidando l'ammutinamento delle truppe di Lucullo presso Nisibi.

Nella notte tra il 4 e il 5 dicembre 62, come ogni anno, si celebravano i Damia, le feste in onore della Bona Dea. Quello della Grande Madre era uno dei tanti culti patrizi che legavano a doppio filo religione e politica. Durante il rito, segreto e proibito agli uomini - si giungeva addirittura a velare anche le pitture di animali maschi (Seneca, Lettere a Lucilio, 16,2[97],2) -, le matrone dell'aristocrazia e le vestali offrivano sacrifici in nome del popolo romano, seguendo riti antichi e segreti.

La cerimonia, in quell'anno, si svolse nella dimora di Cesare, pretore e pontefice massimo. Claudio vi s'introdusse, travestito da donna; fu tradito dalla voce e il rito fu sospeso. Quali le ragioni del gesto? Per offendere il padrone di casa, per rivendicare un ruolo della sua gens nella celebrazione, perch amante della moglie di Cesare, per pura incoscienza o, addirittura, perch gesto in s innocuo? La critica anglofona si  anche spinta a chiamare in causa le fantasie pruriginose del maschio romano, che tendeva a immaginare tutte le donne promiscue per natura2. In ogni caso, quella stessa notte, rientrando a casa, le donne riferirono il fatto ai mariti, e il giorno dopo la voce correva tra la gente: Claudio aveva compiuto azione sacrilega e ne doveva soddisfazione non solo agli offesi, ma anche alla citt e agli di (Plutarco, Cesare, 10,5).

Il 1 gennaio 61 il senato affid potere d'inchiesta ai pontefici e alle vestali, che dichiararono l'avvenuto sacrilegio. Raccomand allora un tribunale straordinario, ma i comizi tributi respinsero la legge che avrebbe dovuto costituirlo. Scoppi il caos: nell'occasione i sostenitori di Claudio, per essere pi sicuri del risultato, occuparono i pontes, gli stretti passaggi attraverso i quali si consegnava il voto, riuscendo ad annullare molte schede. Il senato a quel punto, rifiutando di trattare altre questioni, fece s che venisse sottoposta un'altra legge al concilium plebis. Essa chiedeva che la giuria fosse organizzata secondo i criteri delle quaestiones perpetuae (i tribunali permanenti); pena prevista era la morte, commutabile, secondo prassi consolidata, in esilio volontario. L'approvazione - nonostante altre accese contiones di Claudio, che mise in evidenza i parallelismi tra la propria vicenda e i fatti del 5 dicembre 63 - si ebbe tra la fine di marzo e i primi di aprile.

A met aprile inizi il processo. Accanto alle testimonianze sulla profanazione dei riti e - non si fatica a immaginare - sulla relazione adultera, ai danni di Claudio furono richiamati altri addebiti. Lucullo riusc ad attestarne il rapporto incestuoso con la sorella minore, sua ex moglie. Testimoniarono poi le donne presenti al sacrificio notturno: tra queste la madre e la sorella di Cesare; non comparve la moglie, considerata complice piuttosto che testimone. Grande assente fu il marito: sebbene la triplice veste di pontefice massimo, pretore e parte lesa richiedesse una sua presa di posizione, aveva preferito limitarsi a ripudiarla; interrogato sul gesto, sembra avere risposto: pensavo giusto che della mia sposa neppure si sospettasse (Plutarco, Cesare, 10,9).

La difesa puntava a negare le accuse grazie a un alibi fasullo: Claudio, durante la cerimonia notturna, si sarebbe trovato a Interamna sul Liri, ospite del cavaliere - e testimone - Gaio Causinio Schola. A quel punto Cicerone - che pure era stato sostenuto da Claudio nella recente vicenda catilinaria - testimoni invece che l'imputato, tre ore prima del sacrificio notturno, era andato a trovarlo. Gli avvocati della difesa proruppero in grida, i giudici lo circondarono per proteggerlo. I clodiani assediarono la corte, che ottenne dal senato una guardia armata. Quando ormai la condanna era certa, il pretore sospese l'udienza per due giorni, dando alla difesa il tempo di corrompere i giurati, probabilmente grazie al denaro di Crasso (tra i 9 e i 12 milioni di sesterzii) e, pare, alla promessa di nottate di dame e di ragazzini dell'aristocrazia (Cicerone, Ad Attico, 1,16,5). Il voto, a scrutinio segreto, scagion l'imputato. Catone propose di mettere sotto inchiesta i giudici; il senato approv ma i cavalieri, schieratisi a favore di Claudio, fermarono il provvedimento. La risposta, pesante, fu il blocco della revisione dell'appalto delle imposte d'Asia a favore dei publicani, non pi in grado di onorare gli impegni economici presi, sostenuta da Crasso e in seguito anche da Cicerone.

Seguirono elezioni caratterizzate da corruzione di massa, innescata dal ritorno di Pompeo. Catone sostenne due decreti senatorii a riguardo. A suo fianco, il potente genero Lucio Domizio Enobarbo, forse fratello del personaggio messo a morte da Pompeo in Africa, figura che in quel fatidico 49 avrebbe avuto un ruolo fondamentale. Obiettivo erano i divisores, i distributori di denaro, che i candidati non potevano pi ospitare nelle loro dimore, ora anche passibili di perquisizione. Pare che, tuttavia, non si sia mai andati al di l della legge sull'ambitus fatta approvare nel 63 dal console Cicerone.

L'attenzione generale fin presto per concentrarsi altrove.

1 B. Brecht, Gli affari del signor Giulio Cesare, trad. it. Einaudi, Torino 1959.

2 W.J. Tatum, The Patrician Tribune. Publius Clodius Pulcher, The University of North Carolina Press, Chapel Hill-London 1999, p. 86.

III.
L'avvento del primo' triumvirato

... Questi tre, che avevano il pi grande potere su tutto, si scambiavano reciproci favori. Uno scrittore, Varrone, espose in un libro che intitol Trikranon [mostro a tre teste] questo loro accordo.

Appiano, Guerre civili, 2,33

1. Un trionfo memorabile
e i primi vagiti di un mostro a tre teste

In quel fatidico 49 si sarebbe definitivamente infranto il patto che da un decennio legava Cesare a Pompeo; le origini dello stesso vanno cercate nello spettacolare ma politicamente difficile ritorno nell'Urbe di quello che all'epoca era il suo uomo pi potente.

Ad accompagnare Pompeo nella marcia verso l'Urbe fu una folla in festa. Nel settembre 61 egli tenne un discorso pubblico sulle sue campagne militari e celebr il suo terzo e maggiore trionfo, per la vittoria sui pirati e su Mitridate. Solo Catone - che in precedenza aveva appoggiato un plebiscito che restringeva i criteri di assegnazione di un onore cos grande - ebbe a dire che quella era stata una guerra contro donnicciole (Cicerone, Difesa di Murena, 31).

Pompeo in realt aveva raggiunto l'apice della gloria e colmato Roma di ricchezze. Le Guerre mitridatiche di Appiano (568-578) dedicano ampio spazio alla narrazione dello straordinario trionfo, celebrato il 28 e 29 settembre, in coincidenza con il suo quarantacinquesimo compleanno. Condusse nei porti 700 navi intatte, nel corteo tiri a due cavalli, portantine piene d'oro e altre con arredi vari, il letto di Dario il Grande', il trono dello stesso Mitridate, nonch lo scettro e un'immagine alta 8 cubiti1 di solido oro e 75.100.000 monete di argento coniato. Seguivano innumerevoli carri colmi di armi, rostri di navi, una moltitudine di prigionieri e pirati, nessuno dei quali in catene, ma tutti vestiti con i loro costumi tradizionali. Venivano poi gli ufficiali, i figli e i comandanti dei re, prigionieri oppure ostaggi, per un totale di 324 persone. Dietro a essi sfilavano le immagini degli assenti: Tigran di Armenia e il suocero Mitridate, nell'atto di combattere, subire la sconfitta e fuggire. Erano raffigurati anche l'assedio, la fuga notturna e la morte di Mitridate, con le vergini che avevano scelto di seguirne la sorte, poi i figli e le figlie morti prima di lui, nonch gli di barbari. Una targa presentava l'iscrizione:

sono state prese 800 navi con rostri in bronzo; in Cappadocia sono state fondate 8 citt, 20 in Cilicia e Celesiria, in Palestina  stata fondata l'attuale Seleucis. Sono stati vinti il re Tigran di Armenia, Amtokes d'Iberia, Oroizes degli Alani, Dario di Media, Areta dei Nabatei, Antioco di Commagene.

Seguiva Pompeo, su un carro decorato da pietre preziose, vestito di quello che si diceva essere il mantello di Alessandro il Grande', trovato tra i beni di Mitridate. Venivano poi, a cavallo o a piedi, gli ufficiali romani. Giunto in Campidoglio, Pompeo non fece uccidere i prigionieri, ma li rimand in patria a spese della res publica, a eccezione di due re, fatti sopprimere l'uno poco dopo, l'altro a distanza di tempo.

Il senato tuttavia boicott il grande trionfatore, bloccando la ratifica all'assetto da lui dato alle provinciae orientali e lasciandone cadere le richieste di terre per i veterani. Dietro alle manovre c'era anche il rivale Crasso, il quale a sua volta sosteneva l'assillante e inascoltata richiesta dei publicani d'Asia. Gli ottimati', con in testa Catone - con il quale Pompeo aveva cercato invano un'alleanza matrimoniale - e Lucullo, usavano tattiche ostruzionistiche cui era difficile opporsi. Pompeo fece allora appello al popolo. Agli inizi del 60 il tribuno Lucio Flavio propose una distribuzione di terre per i veterani. Giunse a imprigionare il console Quinto Cecilio Metello Celere, che lo osteggiava. Questi pens tuttavia a organizzare una riunione senatoria in carcere, sinch Pompeo richiam Flavio. Metello Celere aveva vinto.

La soluzione giunse dalla Spagna Ulteriore, l'ancora non pacificata provincia ricevuta in sorte da Cesare. L'anno precedente, affrettato dallo scandalo della Bona Dea e liberatosi dai molti creditori grazie alle garanzie offerte da Crasso (quasi 20 milioni di sesterzi), vi si era insediato. Procedendo con molta energia e poca piet, aveva accumulato conquiste e denaro. I soldati, anch'essi arricchitisi, lo avevano acclamato imperator; il senato gli aveva concesso un trionfo.

Senza attendere un successore, nella primavera del 60 torn a Roma per candidarsi, nel luglio, al consolato. Il trionfo gl'imponeva tuttavia di restare con l'esercito in armi fuori dall'Urbe. Chiese quindi il permesso di candidarsi in assenza. Catone prima neg, poi temporeggi, parlando ininterrottamente in senato sino al tramonto. La sua voce era forte quanto bastava a raggiungere tutto l'uditorio, con una potenza e un tono invincibili e infaticabili; spesso parlava per un giorno intero senza stancarsi mai (Plutarco, Catone minore, 5,4). Sospettando gi la vittoria elettorale di Cesare, il senato fece in modo che fossero affidate ai futuri consoli provinciae con incarichi di poco conto: le selve e i pascoli (Svetonio, Cesare, 19,2). Il genero di Catone, Bibulo, present la propria candidatura, aiutato da molto denaro. Cesare rinunzi al trionfo e lo affianc, sostenuto da Pompeo e Crasso; ottenne la maggioranza: secondo una versione si aggiudic addirittura tutte le centuriae.

Pompeo, che non si era candidato per ragioni a noi ignote, aveva bisogno di Cesare. L'accordo di l a breve creatosi tra i due e Crasso (tradizionalmente definito primo triumvirato'), privato, segreto e trapelato solo agli inizi dell'anno successivo, potrebbe essere stato iniziativa di Cesare, posteriore all'elezione e dovuta all'ostilit del senato. Forse egli avrebbe voluto coinvolgere anche Cicerone, ma questi rifiut. Nell'aprile dell'anno successivo Pompeo avrebbe anche sposato Giulia, la giovane e unica figlia di Cesare.

2. Un consolato popolare'

In quel fatidico 49, Cesare, attraversando il Rubicone, avrebbe dato un'assai poco diplomatica risposta a chi ostacolava la candidatura al suo secondo consolato. I risultati del primo, rivestito nel 59, erano stati apprezzati dal popolo ma ottenuti infrangendo le regole.

Il console Cesare cerc ampie basi di consenso. S'ingrazi i cavalieri, sostenitori di Crasso, i veterani di Pompeo e il popolo. Per i primi propose una legge sulla remissione di 1/3 delle somme dovute dai publicani d'Asia. Per tutti gli altri pens a distribuzioni terriere, tanto da far scrivere a Plutarco che si comport non da console ma da tribuno della plebe particolarmente audace (Cesare, 14,2).

Se la legge sui publicani non incontr ostacoli, l'approvazione delle due proposte agrarie si rivel irta di difficolt: le vie per l'ostruzione furono tutte utilizzate. La prima proposta - che assegnava ai veterani di Pompeo e (forse) alla plebe urbana le terre pubbliche nella terra Italia (tranne l'agro campano) e quante fossero ricavabili grazie al bottino di Pompeo - sarebbe giunta al voto entro fine gennaio. In senato si oppose Catone. Dichiarando di non volere innovazioni, blocc le sedute con discorsi-fiume. Cesare minacci d'incarcerarlo, ma quando altri senatori lo seguirono lo liber che mentre camminava, continuava a parlare (Plutarco, Catone minore, 33,2). Il console port allora la questione davanti al popolo, in una serie di contiones. Il collega Bibulo, interrogato, diede la stessa risposta di Catone, snobbando l'opinione pubblica. Cesare port allora in una contio due autorevolissimi ex consoli: Pompeo e Crasso. Il primo sostenne che i propri veterani avrebbero dovuto essere sistemati gi nel 70, e a maggior ragione ora, visto che, proprio grazie a lui, c'era ancora pi denaro. Concluse: se qualcuno oser alzare la spada, io imbraccer lo scudo (Cassio Dione, Storia romana, 38,5,4).

Bibulo con tre tribuni riusc dapprima a impedire il passaggio della legge, e Cesare dovette fissare un'altra data. Gi la notte precedente la votazione i suoi seguaci - tra i quali immaginiamo molti veterani di Pompeo - occuparono il Foro; alcuni erano armati. Bibulo con il suo seguito e due o tre tribuni raggiunse allora il tribunal (la tribuna) davanti al tempio di Castore, da dove Cesare di prima mattina aveva iniziato ad arringare la folla. Appena fu davanti al tempio e tent di parlare, fu trascinato gi per i gradini, i fasci furono rotti, e piovvero percosse e ferite sui tribuni e gli altri del seguito (Cassio Dione, Storia romana, 38,6,3). A guidare l'azione era il tribuno Publio Vatinio; secondo una versione Bibulo ricevette in testa un paniere di letame (Plutarco, Catone minore, 32,3). La legge fu approvata, e Bibulo non riusc a convincere il senato ad annullarla. Da quel momento e sino alla fine del proprio mandato si rinchiuse nella propria dimora, dedicandosi all'osservazione dei segni del cielo e ospitando riunioni. La mossa era inedita, pacifica quanto inefficace, tanto da far dire ad alcuni che quell'anno i consoli erano Giulio e Cesare (Svetonio, Cesare, 20,4). I suoi editti, esposti agli angoli delle strade, divennero popolari. Cesare impose l'obbligo, per i senatori, di giurare il rispetto della legge agraria. Anche i pi ostili, come Catone, si convinsero che ci fosse ormai inevitabile. Alla fine di aprile la commissione incaricata di applicarla, Pompeo e Crasso in testa, era gi stata eletta.

Gli atti di Pompeo in Oriente furono confermati. Le nuove provinciae di Bitinia-Ponto, Cilicia e Siria portarono le entrate fiscali di Roma da 200 a 340 milioni di sesterzii annui. Una nuova legge agraria - sui latifondi campani - fu proposta e votata a maggio, nonostante l'opposizione di Catone, trascinato da uno dei tribuni verso il carcere ma fatto liberare da Cesare. Il nuovo progetto, rivolto alla plebe urbana, concedeva le fertili terre campane a 20.000 padri di famiglia, dando la precedenza a chi avesse almeno 3 figli. Pompeo di conseguenza ebbe il compito di fondare una colonia di cittadini romani a Capua, altro elemento che in quel fatidico 49 avrebbe giocato un certo ruolo2. La commissione incontr tuttavia difficolt operative ed economiche (molte terre dovevano essere riacquistate), accompagnate da tentativi di boicottaggio. Una sistemazione definitiva sarebbe stata raggiunta solo a partire dal 46.

Nell'anno seguente, in base alle regole, Cesare avrebbe dovuto accontentarsi del controllo dei boschi e dei campi nella terra Italia. Una prassi ormai consolidata assegnava annualmente le provinciae tra marzo e luglio. A marzo, che prendeva il nome dal dio della guerra, iniziava l'antico anno militare (prima ancora che il mitico re Numa Pompilio introducesse gennaio e febbraio, portando il numero dei mesi da 10 a 12). A luglio, almeno a partire dall'et sillana, il popolo eleggeva consoli e pretori, che avrebbero gestito il proprio mandato annuale nell'Urbe a partire dal 1 gennaio successivo. Prima ancora che l'elezione avesse luogo, il senato indicava le provinciae che costoro avrebbero potuto governare nelle vesti di proconsoli e propretori, a partire dal gennaio dell'anno ancora successivo. La decisione - non opponibile da veto tribunizio - precedeva dunque di pi di diciassette mesi il relativo incarico, e di qualche tempo anche la stessa elezione. Ci per evitare le assegnazioni ad personam, che avrebbero potuto incentivare la gi dilagante pratica della corruzione. A confermare l'imparzialit della procedura, un successivo sorteggio andava a determinare gli effettivi incarichi tra coloro che avevano appena vinto le elezioni.

A Cesare tuttavia, con prassi toccata anche a Pompeo ma decisamente irrituale, l'incarico sulle provinciae per l'anno successivo non fu affidato dal senato bens dall'assemblea della plebe, su richiesta del tribuno Vatinio. Per ben cinque anni, sino al 1 marzo 54, egli avrebbe governato Cisalpina e Illirico (minacciato da trib daciche), con 3 legioni e la facolt di nominare legati. Dalla sua era anche il suocero, Lucio Calpurnio Pisone Cesonino, da l a poco candidato al consolato per l'anno successivo; Catone ebbe cos modo di dire che il potere veniva prostituito mediante matrimoni (Appiano, Guerre civili, 2,51). Su suggerimento di Pompeo il senato affid a Cesare, dopo la morte del governatore designato Quinto Metello Celere (forse avvelenato dalla moglie Clodia, sorella di Publio Claudio Pulcro), l'apparentemente tranquilla Narbonese e una quarta legione.

A fare da cornice al complesso periodo non mancarono manifestazioni pubbliche. Ai giochi gladiatorii indetti da Gabinio, candidato al consolato per l'anno successivo, l'organizzatore fu accolto da fischi. In teatro, durante i ludi Apollinares, le feste di Apollo che si celebravano a luglio, il malcontento verso i tre padroni di Roma usc allo scoperto.

... il tragedo Difilo ha attaccato insolentemente Pompeo esclamando: Per la nostra miseria tu sei Magno'; e fu costretto a ripeterlo infinite volte; tra un uragano d'applausi di tutto il teatro, poi: Tempo verr che tu rimpiangerai amaramente codesta tua potenza', e via di seguito. ... L'ingresso di Cesare non fu segnato che da uno svogliato applauso; quello di Curione, figlio, che lo seguiva, provoc invece entusiastiche accoglienze ...

(Cicerone, Ad Attico, 2,19,3)

L'ira di Cesare e colleghi era grande. In quell'occasione minacciarono addirittura di abolire le frumentationes. Incontriamo cos per la prima volta Gaio Scribonio Curione, allora un giovanissimo ottimate'; nove anni dopo, ormai dalla parte di Cesare, avrebbe dato il suo contributo al precipitare degli eventi verso la guerra.

Il 59 serbava un altro colpo di scena. Quando Pompeo stava ormai per rompere gli accordi con i colleghi, Vettio - gi informatore di Cicerone nel 63 - dichiar in senato di essere coinvolto in una congiura di senatori, organizzata dal giovane Curione e volta a uccidere Pompeo. Da allora, il timore di un attentato dovette accompagnare il triumviro', condizionandone pesantemente, a nostro avviso, scelte e strategie.

Non riusciamo tuttavia a comprendere quanto, in quel momento, il pericolo fosse reale. Il giorno seguente, portato di fronte a una contio da Cesare e Vatinio, Vettio alter la versione, aggiungendo il nome di molti ottimati', tra cui l'oratore di Arpino e console del 63. La folla, infuriata, circond Cesare, per proteggerlo. L'inchiesta giudiziaria non ebbe luogo: il teste fu trovato strangolato in carcere e nessuno degli accusati sub conseguenze. La vicenda, abilmente pilotata da Cesare, ricompatt il fronte triumvirale'.

3. Un alleato scomodo,
la piazza, un esule e il grano

In quel fatidico 49 si giunse alle estreme conseguenze di una deriva antica, drammaticamente accelerata tre anni prima dalla morte di Clodio. Gli eventi del biennio 58-57 - quando costui visse il proprio apogeo politico, seguito da un altrettanto rapido declino - mostrano chiaramente quanto fosse grande il potere della piazza romana, quanto fosse duro un esilio e quanto fosse strategico il controllo degli approvvigionamenti dell'Urbe.

A garanzia di continuit, nel 59, in maniera regolare ma solo in ottobre, furono eletti al consolato per l'anno successivo due personaggi d'inequivocabile fede: Pisone, suocero di Cesare, e il pompeiano Gabinio, il tribuno del 67. Due pretori, Gaio Memmio ed Enobarbo, aprirono un'inchiesta sull'attivit legislativa dell'anno precedente. Dopo una serie di dibattiti senatorii inconcludenti, nella primavera del 58 Cesare fu libero di partire per le sue provinciae.

Il protagonista di quell'anno, assoluto quanto inaspettato, fu Clodio, quel Publio Claudio Pulcro che nel 62 aveva violato le cerimonie della Bona Dea. Aveva rinunziato al proprio status e cambiato il nomen Claudio nel plebeo Clodio; aveva poi ottenuto il tribunato, giurando vendetta contro Cicerone, che ne aveva distrutto l'alibi; il tutto, altrettanto sorprendentemente, grazie a Cesare. Nel marzo o aprile 59, nel corso della difesa forense di Antonio Ibrida, ex collega al consolato, Cicerone si era lasciato sfuggire osservazioni che non valsero a scagionare l'imputato ma riuscirono a irritare il console di quell'anno. Solo tre ore dopo, la reazione. Cesare aveva dato improvvisamente, con una legge curiata, via libera al passaggio all'ordine plebeo di quella funesta e abominevole belva; lo aveva fatto o perch vinto dalle sue insistenze, come io ritengo, o, come taluno pensava, per rancore verso di me, ma certo senza sapere n prevedere quali infamie e quali sciagure si addensassero su di noi: solo la Fortuna, non la forza propria, ha concesso a quel tribuno di mettere sottosopra la res publica; e quale forza, in verit, poteva esistere in una vita di tal genere, in un essere depravato per turpitudini con il fratello, per incesto con la sorella, per ogni pi inaudita libidine? (Cicerone, Difesa di Sestio, 16).

Cesare era parso pi realista; dopo l'adozione plebea di Clodio e la sua elezione a tribuno, si era spinto a offrire a Cicerone una via di fuga. Si trattava di una carica - che a Roma garantiva immunit giudiziaria -, e pi precisamente di un posto nella commissione agraria o, in alternativa, di una legazione in Gallia. L'interessato rifiut entrambi, ingannato dalle assicurazioni di Pompeo e da un'eccessiva fiducia nei propri alleati'.

Entrato in carica, Clodio riusc subito a garantirsi l'appoggio del popolo, dei cavalieri e (a differenza di Cesare) anche di parte dei senatori. Ci fu possibile grazie all'uso sapiente di diversi fattori ma, in particolare, di quattro proposte di legge, presentate - irritualmente e forse illegalmente - tutte assieme, agli inizi dell'anno.

Per la prima volta nella storia di Roma un plebiscito sanc la gratuit del grano pubblico, offrendo al tribuno il controllo sulle liste degli aventi diritto, cui gi Catone aveva tolto ogni limite numerico. Confer anche al liberto Sesto Clelio la sovrintendenza su approvvigionamenti e distribuzioni. L'oneroso provvedimento assorb, sempre secondo Cicerone, un quinto delle entrate fiscali (circa 64 milioni di sesterzi per, approssimativamente, 18 milioni di modii di grano all'anno). La proposta, evidentemente demagogica, potrebbe avere anche disturbato, per la gioia di publicani e ceti possidenti, il progetto agrario cesariano: i nullatenenti trovarono un ulteriore motivo per stare nell'Urbe, sempre pi attraente meta d'immigrazione per i cittadini romani e luogo di liberazione per gli schiavi.

Un secondo plebiscito riport alla legalit le corporazioni soppresse nel 64, favorendo la nascita di nuove; esse, stando a Cicerone, divennero strumento nelle mani del tribuno. Vere e proprie bande armate, reclutate presso il tribunal Aureliano e il tempio di Castore, assunsero il controllo della vita politica cittadina; tra i loro componenti, popolari', liberti, forse addirittura schiavi e, sempre stando a Cicerone, ex seguaci di Catilina.

Un terzo plebiscito limit il potere censorio di espulsione dal senato, prospettiva gradita a molti ex magistrati. Un quarto limit il diritto di bloccare le assemblee popolari con l'obnuntiatio o il veto, probabilmente obbligando il magistrato a comunicarlo di persona e all'inizio dei lavori, e accrescendo il numero dei giorni in cui era possibile riunirle. Da quel momento, per aumentare la partecipazione popolare, a pi riprese Clodio avrebbe anche ordinato la chiusura delle tabernae, le botteghe (molte delle quali in centro e nel Foro stesso).

Il tribuno, con un ulteriore plebiscito, stabil poi la riduzione a provincia della ricca isola di Cipro e la requisizione dei beni del sovrano Tolomeo (parente di Tolomeo XII di Egitto e accusato di complicit con i pirati): il ricavato sarebbe andato a finanziare la legge frumentaria. Offr l'incarico esecutivo a Catone, per allontanare da Roma un nemico scomodo o in seguito a sotterraneo accordo (del resto il tribuno del 62 era anch'egli attento alle questioni legate al grano).

Un ulteriore plebiscito colp - con il beneplacito triumvirale' - l'uccisione di un cittadino non condannato: evidente il richiamo alla patente violazione della normativa di Gaio Gracco, consumatasi il 5 dicembre 63. Clodio si spinse a minacciare l'intervento dell'esercito di Cesare, ancora accampato alle porte di Roma. Il proconsole, da lui interrogato in una contio, disse di considerare l'esecuzione dei catilinarii agli arresti come gesto illegale. La folla accorsa a sostegno di Cicerone fu scacciata con la violenza dal Campidoglio, e a nulla valsero le dimostrazioni pubbliche dei cavalieri.

L'impressione, netta,  che la nobilitas abbia evitato l'accusa generale sacrificando il console del 63. Personaggi autorevoli gli consigliarono di fuggire da Roma e dalla Penisola, ed egli lo fece. Un ulteriore plebiscito di Clodio, ratificandone lo status di esule, lo accus anche di avere falsificato il senatoconsulto del 5 dicembre: ci, chiaramente, sollev l'intero consesso dalle proprie oggettive responsabilit. Poco import, a quel punto, se la normativa riusc a passare, a detta di Cicerone, solo grazie all'occupazione notturna del Foro.

L'esule fu anche privato delle propriet. Beni mobili, schiavi e terreni furono venduti a vantaggio del popolo, sotto la direzione dello stesso Clodio. Gli edifici a Roma, Tuscolo e Formia furono invece abbattuti (gesto dal forte valore simbolico, che nell'87 non aveva risparmiato neppure Silla). La confisca della dimora sul Palatino fu accompagnata dall'espansione delle attigue propriet di Clodio. In essa il tribuno costru anche un piccolo tempio alla Libertas, non prima di dichiarare la zona terreno sacro', quindi non pi edificabile.

A sua volta Cicerone, prima della partenza, aveva condotto sul Campidoglio una statua di Minerva, custodita nella propria dimora, e dedicata a Minerva, protettrice di Roma (Plutarco, Cicerone, 31,6). Nei mesi successivi egli ebbe modo di scrivere ad Attico e ai propri familiari una serie di lettere che riescono a dare un'idea di cosa significasse, per un politico romano, l'allontanamento forzato dall'Urbe3. Il 17 agosto 58, da Tessalonica, confidava all'amico: rimpiango di avere perduto non solo i miei beni e i miei cari, ma addirittura me stesso. Infatti, che cosa sono io ormai? (Ad Attico, 3,15,2).

I rapporti tra Pompeo e Clodio presto si deteriorarono: il tribuno propose provvedimenti di politica estera contrari alle direttive che avevano guidato la riorganizzazione delle provinciae orientali. Nel pieno dell'estate, un ennesimo colpo di scena. Uno schiavo, sorpreso nel tempio di Castore con un pugnale sotto la veste, dichiar di essere stato incaricato da Clodio di uccidere il nemico: ancora una volta un attentato contro Pompeo. Questi, invece di reagire - con una mossa per molti sorprendente - si allontan dalla citt. Riusc tuttavia a ottenere il ritorno di Cicerone. Ci avvenne dopo una lunga serie di tentennamenti e violenze comiziali clodiane, in un percorso durato pi di un anno (1 luglio 58-4 agosto 57).

Quando, nel gennaio 57, 8 tribuni proposero un plebiscito per richiamare l'esule, si verific uno scontro sanguinoso, come non si vedeva da anni; lo testimoniarono il Tevere gonfio di cadaveri di cittadini, rigurgitanti le cloache, il Foro deterso con le spugne dal sangue, tanto che tutti si convinsero che quella moltitudine e quel grandioso apparato di guerra non fossero opera di privati e plebei, ma di patrizi e pretori (Cicerone, Difesa di Sestio, 77). La dinamica dello stesso  particolarmente inquietante. Gli 8 tribuni prima dell'alba occuparono i rostra; Clodio e i suoi uomini, principalmente schiavi, nella notte si erano gi attestati nel Foro; Appio Claudio Pulcro, allora pretore, port in aiuto del fratello minore anche i gladiatori da lui acquistati per i giochi. Quinto Tullio Cicerone, fratello di Marco, riusc a salvarsi nascondendosi sotto i cadaveri.

Le violenze e le dimostrazioni continuarono, ragione per cui Pompeo dovette fare ricorso ai gladiatori assoldati dall'ottimate' Tito Annio Milone, allora tribuno della plebe. Un voto senatorio di 416 contro 1 (il solo Clodio) chiese infine al console Publio Cornelio Lentulo Spintere di farsi carico della vicenda; l'assemblea centuriata, il 4 agosto, avall quindi il provvedimento, con l'accorrere di una folla da ogni parte della terra Italia, radunata anche attraverso appositi senatoconsulti. Lo stesso Pompeo, in qualit di sommo magistrato della colonia di Capua, aveva fatto emanare decreti da quella localit, cos come da diversi municipia.

Allo scontro politico si somm l'incertezza del mercato. Il 57 fu scandito da preoccupanti fluttuazioni del prezzo del grano. La carestia era probabilmente iniziata l'anno precedente, in contemporanea con la fuga di Cicerone. Le oscillazioni sembrano seguire l'andamento della politica: abbassamento improvviso nel giorno della votazione centuriata sul rientro dell'esule, poi tendenza al rialzo e una crisi di grandi proporzioni a settembre, con l'ingresso trionfale in citt da parte dell'Oratore (avvenuto il 4 settembre, in occasione dell'inizio dei ludi Romani). Il 9 settembre, quando il senato stava discutendo su come far fronte alla carestia, una massa accorse sul Campidoglio, gridando che la responsabilit era di Cicerone; il console Metello Nepote (il tribuno anticiceroniano del 62 che ora aveva cambiato atteggiamento) comparve in pubblico per placare gli animi ma fu accolto a sassate. Iniziarono a udirsi aperte minacce di uccidere i senatori e bruciarli vivi nel tempio; provvidenziale fu l'intervento degli ottimati' e delle forze di Pompeo. Quest'ultimo fu infine incaricato - da una legge consolare appoggiata da Cicerone - di gestire gli approvvigionamenti granari e, probabilmente, le distribuzioni, con imperium proconsolare infinitum della durata di cinque anni e la possibilit di nominare 15 legati. Ad assisterlo anche Cicerone e il fratello Quinto, che quell'inverno sarebbe stato impegnato in Sardegna.

Che l'Arpinate fosse legato alla questione  indubbio. Era stato questore nel 75, in un altro periodo di carestia, a Lilibeo (l'odierna Marsala), in Sicilia, facendosi benvolere sia a Roma sia nell'isola. Tanto che i siciliani lo scelsero a rappresentarli nel 70 contro il corrotto governatore Gaio Verre; nel 69, mentre ricopriva la carica di edile, dovette servirsi di quanto ricevette dalla generosit di quegli uomini per abbassare i prezzi del mercato (Plutarco, Cicerone, 8,2).

L'abbondanza, dopo la proposta di affidare la cura a Pompeo, torn. Cicerone sostenne che le provinciae frumentariae non inviavano pi grano, o per penuria (cattivi raccolti) o perch lo indirizzavano altrove e attendevano il verificarsi della carestia, per potersi attribuire il merito di avere soccorso Roma (La casa, 11); causa principale sarebbe stata la legge frumentaria di Clodio (25). Si  anche sospettata, al contrario, un'azione di Pompeo, che, grazie ai rapporti con i governatori, poteva influenzare il mercato.

Mentre Clodio creava scompiglio e scontri a Roma, attaccando lo stesso Cicerone, la sua dimora e quella di Milone, Pompeo nel novembre e dicembre 57 fu impegnato nel nuovo ruolo. Visit Sicilia, Sardegna e Africa, riscuotendo, a detta di Plutarco, enorme successo. Fu allora che, sempre secondo il biografo (Pompeo, 50,2; Opere morali, 204 C), avrebbe convinto alcuni timidi nocchieri con una frase che, nella sua traduzione latina (navigare necesse est, vivere non est necesse) e nella sua sola prima parte  divenuto, tra le altre cose, celeberrimo motto della Lega Anseatica e di D'Annunzio, nonch titolo di un articolo scritto da Benito Mussolini dopo una cocente sconfitta elettorale4.

Pompeo sapeva quanto la propria opera fosse necessaria per Roma, dalla quale per preferiva tenersi lontano.

1 Il cubito romano equivaleva a pi di 44 centimetri, quello greco a pi di 46.

2 Vedi p. 214.

3 Si tratta di un totale di 34 lettere ciceroniane, da Ad Attico, 1,3 (marzo-aprile, in viaggio) a 3,27 (gennaio-febbraio 57, da Durazzo).

4 Il Popolo d'Italia, 1, 1 gennaio 1920.

IV.
Cesare, la Gallia e Roma

Le Alpi avevano costituito per il passato una barriera naturale per l'Italia; e questo non senza una precisa volont divina; ch, se alla barbarie e alla massa gallica fosse stato aperto quell'accesso, giammai la nostra citt avrebbe potuto divenire il centro n la sede di un s grande impero. Ora possono anche abbassarsi: al di qua di quei monti altissimi e sino all'Oceano non c' pi nulla di cui l'Italia debba avere paura. Pur tuttavia una o due estati, il timore o la speranza, la punizione o le ricompense, le armi o le leggi possono stringere a noi con vincoli indissolubili la Gallia intera. ...

Cicerone, Le provinciae consolari, 34

1. Gli oscuri inizi di una grande impresa

In quel fatidico 49, la suggestione della recente conquista cesariana della Gallia sarebbe stata fortissima. L'intera vicenda, incerta, complessa e dagli inizi forse casuali, da subito catalizz l'attenzione dell'Urbe.

Mentre Clodio creava scompiglio a Roma, grazie ad azzardo e aggressivit l'impresa gallica stava dando i primi risultati. La conquista di quel vasto territorio - che comprendeva non solo l'odierna Francia, ma anche il Belgio e la zona della Germania e della Svizzera a ovest del Reno - avrebbe segnato per Roma la fine dell'incubo delle invasioni dal nord... iniziato con il sacco di Brenno e drammaticamente ripropostosi alla fine del sec. II, quando Mario, pi volte console, era riuscito a fermare, nella Narbonese, le orde dei teutoni e nella Cisalpina quelle dei cimbri. Incubo in seguito utilizzato - a scopo propagandistico - anche contro i catilinarii, che cercavano il sostegno degli allobrogi.

La conquista cesariana delle Gallie (58-50), da A.M. Wittke-E. Olshausen-R. Szydlak, Historischer Atlas der antiken Welt, Metzler, Stuttgart-Weimar 2012.

Come avviene anche per le grandi imprese, non  chiaro se il tutto fosse iniziato per caso o per premeditato piano. Cesare, nei primi 7 libri dei Commentarii sulla guerra gallica, composti rapidamente alla fine di ogni stagione militare (o tra la fine del 52 e l'anno successivo) e inviati al pubblico di Roma, sostiene la prima ipotesi. A emergere dai suoi scritti  una scarsa conoscenza iniziale del paese e della sua situazione politica. Ci non toglie che il complesso sistema delle alleanze possa avere innescato un meccanismo poi divenuto, sotto un'abile gestione, irrefrenabile.

Nel 121 Roma aveva creato a ovest delle Alpi un distretto amministrativo, la Gallia Transalpina, detta anche, dopo la fondazione della colonia di Narbo Martius (l'odierna Narbonne), Narbonese. Quest'ultimo termine identifica in genere la zona costiera romanizzata' e, gi ai tempi di Plinio il Vecchio' (23 d.C.-79 d.C.), considerata pi propriamente Italia che provincia (Storia naturale, 3,31). Transalpina' o Ulteriore' pu invece indicare anche l'ampia zona a nord, quella appunto conquistata da Cesare. Incuneato nella Narbonese, il territorio di Marsiglia, antica alleata. A nord si erano invece stabilite relazioni di amicizia con le singole popolazioni, prima tra tutte gli edui, abitanti la regione tra la Loira e la Saona. La loro posizione era stata per contesa dai vicini orientali, i sequani, che avevano cercato soccorso al di l del Reno, tra i germani. Un principe guerriero svevo, Ariovisto, raccolto un grande esercito, aveva cos ottenuto di potersi insediare nell'odierna Alsazia. Aveva anche sconfitto gli edui, nel 61; il senato, con posizione titubante, aveva allora incaricato il governatore della Narbonese di proteggere gli edui, ma proprio nel 59 il senato, con segnale fraintendibile e di l a poco frainteso, chiam Ariovisto socio e amico', una delle attestazioni pi importanti concesse da Roma.

Cesare ricorse alle armi, per la prima volta, per arginare una migrazione verso ovest degli elvezi - gi data per imminente nel 60 ma poi rientrata -, a partire dalla zona a oriente di Ginevra (ultima citt degli allobrogi). Cesare si oppose al loro passaggio attraverso la Narbonese, respingendoli anche grazie a una fortificazione. Ottennero di poter transitare per le terre dei sequani, dirigendosi nella regione a nord dell'estuario della Garonna. Cesare torn allora nella Cisalpina, dove richiam tre legioni e ne arruol altre due, che si andarono a sommare a quella gi nella Transalpina. Gli edui e gli allobrogi, invasi dagli elvezi, lo chiamarono in aiuto, ed egli sconfisse e massacr i nemici presso Bibratte, la capitale edua (sull'attuale Mont-Beuvray). Poi, con mossa di dubbia legittimit, punt contro Ariovisto, anch'egli ostile agli edui, lo sconfisse presso l'attuale piana dell'Ochsenfeld e lo ricacci al di l del Reno. L'anno successivo fu quello della vittoriosa spedizione contro i belgi, per la quale arruol, sempre nella Cisalpina, altre due legioni (tra cui la XIII, che in quel fatidico 49 lo avrebbe accompagnato al di l del Rubicone). In seguito al rapporto inviato alla fine del 57, il senato decise una supplicatio in suo onore, la pi lunga sino ad allora mai concessa, di ben quindici giorni. Il riconoscimento straordinario era stato appoggiato da Cicerone e dallo stesso Pompeo. Roma mise anche a disposizione altro denaro per le sue truppe.

2. Il patto vacilla ma non crolla

In quel fatidico 49 si sarebbero raccolti i frutti amari di accordi legati alle provinciae e maturati nel convegno di Lucca': quest'ultimo, nato dal bisogno di saldare il vacillante accordo del 60, port a decisioni ancora una volta avallate dal popolo e non dal senato e, probabilmente, non molto chiare.

I successi raccolti da Cesare nel primo biennio di guerra non erano sufficienti. La situazione era oggettivamente complessa. Neppure politicamente il tutto sembrava bastare: Cesare voleva forse gi allora prorogare il comando sino a dieci anni, per ripresentarsi al consolato. Ancora pi gravi, sullo sfondo, i rapporti di forza tra gli stessi triumviri'.

A Roma, del resto, il 56 si era aperto con una spinosa questione legata al sovrano dell'Egitto, Tolomeo XII, detto Aulete' (letteralmente, Flautista'). Riconosciuto dai triumviri' nel 59 dopo avere pagato loro un'enorme tangente (144 milioni di sesterzi), era stato scacciato da una sommossa che aveva fatto seguito all'occupazione romana di Cipro e al suicidio del Tolomeo che vi regnava: il popolo di Alessandria lo incolpava delle ingerenze straniere. Rifugiatosi nella villa di Pompeo sui colli albani, attendeva di essere reinsediato sul trono. I pretendenti alla lucrosa missione si agitavano, cos come i prestatori, che avevano ricoperto il re di denaro e desideravano che la vicenda andasse a buon fine. Si era fatto anche ricorso ai libri Sybillini. Manovre per affidare l'impresa a Pompeo, avviate gi da tempo, erano allora venute alla luce; il senato non vedeva di buon occhio il confluire di eccessivi poteri nelle mani del triumviro'... anche se, non possiamo fare a meno di osservare, per il responsabile dell'annona l'Egitto sarebbe stato molto importante.

Letale, per Pompeo, fu un violento tafferuglio scoppiato, per altre ragioni, in tribunale. La cornice era quella del processo a Milone, chiamato in giudizio da Clodio, allora edile, per gli scontri dell'anno precedente. Il 7 febbraio 56 Pompeo comparve nelle vesti di testimone della difesa; i clodiani suscitarono un gran putiferio e il suo discorso fu incessantemente coperto non da acclamazioni, ma da insulti e imprecazioni; si alz a sua volta Clodio, accolto da proteste cos rumorose che tutte le imprecazioni, tutte le espressioni pi oscene risuonarono all'indirizzo di Clodio e Clodia; e allora lui, furibondo, rivolgeva domande ai suoi: Chi  l'affamatore del popolo?' Ed essi rispondevano: Pompeo!' - Chi vuole andare ad Alessandria?' Ed essi: Pompeo!' - Chi volete sia incaricato di andarvi?' Ed essi: Crasso!'; si pass agli sputi; conclusione: fuga dei clodiani, Clodio gettato gi dalla tribuna (Cicerone, Lettere al fratello Quinto, 2,3,2). Il senato incolp i sostenitori di Milone e, almeno in parte, Pompeo. Furono votati decreti di censura: era la fine delle sue ambizioni egiziane.

Clodio - che non era riuscito a far condannare l'imputato ma era stato ampiamente ripagato dalla soddisfazione di avere messo i bastoni tra le ruote al triumviro' - fu, a sua volta, chiamato in causa. Il 10 febbraio un senatoconsulto ordin infatti lo scioglimento delle societ segrete e dei vari gruppi (Cicerone, Lettere al fratello Quinto, 2,3,5), avendo per obiettivo pi le bande dell'edile che i sodalicia, le associazioni di tipo elettorale, ancora ben salde nelle mani degli ottimati'. La risposta non si fece attendere: lo stesso giorno Clodio fece accusare l'altro tribuno nemico del 57, Sestio, per ambitus e vis (violenza politica). Durante il processo, svoltosi in base al secondo capo d'imputazione, a favore dell'imputato si schierarono gli oratori Cicerone, Gaio Licinio Calvo (in seguito noto poeta), Quinto Ortensio Ortalo (console nel 69) e Crasso; testimoni furono Pompeo, ancora una volta per la difesa, e Vatinio, per l'accusa. L'11 marzo Sestio fu assolto. Cicerone pot pronunziare allora un vero e proprio manifesto': auspicio era che le sorti della res publica fossero prese nelle mani dei boni, i benpensanti' al centro del suo progetto politico.

Seguirono scandali e anche omicidi - commissionati da Tolomeo XII - a danno degli ambasciatori inviati dal popolo di Alessandria, a loro volta seguiti da processi. Uno and a coinvolgere il giovane Celio, personaggio decisivo in relazione alla nostra conoscenza degli eventi che portarono a quel fatidico 49. L'argomentazione della difesa fu affidata a Crasso. Ci  giunta solo l'orazione ciceroniana In difesa di Celio, risposta alle accuse avanzate da Clodia, la vivace sorella di Clodio, alias la Lesbia' cantata dal poeta Gaio Valerio Catullo. L'imputato fu assolto. Sulla vicenda egiziana si giunse a un nulla di fatto; l'Aulete' fu reinsediato da Gabinio nel 55; mor, ancora saldo sul trono, nel 51, lasciando il potere ai figli Tolomeo XIII e Cleopatra VII, che un grande ruolo avrebbero giocato rispettivamente nella morte di Pompeo e nella definitiva entrata dell'Egitto nell'orbita romana.

Volgendo sempre lo sguardo a quel fatidico 49, interessa ancora pi ricordare che a met febbraio 56 il pensiero fisso di Pompeo ...  quello di un attentato alla sua vita; sosteneva di doversi difendere da una plebe turbolenta che gli  stata alienata, da una nobilt ostile, da un senato non imparziale, da una giovent corrotta; si prepar, chiamando gente dalle campagne, mentre Clodio rafforzava le sue bande; noi siamo molto pi forti gi con le truppe di Milone; ma si attendono rinforzi notevoli dal Piceno e dalla Gallia (Cicerone, Al fratello Quinto, 2,3,4). Quindi uomini pronti a ubbidire ed estranei alle dinamiche locali, scelta diffusa - non solo nel mondo antico - quando si voglia operare una repressione.

Numerose furono le dimostrazioni di forza da parte dell'edile Clodio. Tra esse l'irruzione, a uno spettacolo da lui organizzato, di una massa immensa di schiavi, furente, raccolta da tutti i quartieri, con il risultato che a ogni libero che vi andava ... si mettevano le mani addosso (Cicerone, Il responso degli aruspici, 22-24). Lo scriba clodiano Clelio fece poi incendiare il tempio delle Ninfe (probabilmente nell'attuale largo Argentina), per distruggere i documenti in esso custoditi, probabilmente relativi alla cura annonae di Pompeo o alle liste clodiane degli aventi diritto, le stesse che il triumviro' stava sottoponendo a revisione.

Clodio non giov al rapporto tra Cesare e Pompeo. Uomini vicini al secondo, sostenuti da Cicerone, si resero protagonisti di una lunga manovra per boicottare la legge sull'agro campano. Il 5 aprile, infine, un rinvio, per mancanza di denaro: il senato aveva appena finanziato con 40 milioni di sesterzii la cura annonae di Pompeo. Il consesso risuonava di urla quasi come un comizio di piazza: la scarsit di denaro e il prezzo dei viveri rendevano pi spinosa la questione (Cicerone, Al fratello Quinto, 2,5,1). Le due misure di assistenza pubblica erano conflittuali non solo negli scopi ma anche nei costi.

Non ci si limit a questo. Non erano mancati gi in precedenza attacchi diretti ai triumviri' da parte del console Gneo Cornelio Lentulo Marcellino. Un rischio ancora maggiore era per in agguato. Emerse, per il consolato del 55, la candidatura di Enobarbo, cognato di Catone (ne aveva sposato la sorella, Porcia), tanto ricco e influente da potersi dire console designato da quando  nato (Cicerone, Ad Attico, 4,8a,2 BL). Egli poteva inoltre vantare una sorta di diritto' alla Gallia - che il senato avrebbe potuto attribuire a uno dei consoli del 55 - per l'opera del nonno Gneo Domizio Enobarbo, console nel 122, vincitore degli allobrogi, fondatore di Narbo Martius e costruttore della via Domizia, che attraversava la provincia in direzione est-ovest. Svetonio scrive:

Poich Lucio Domizio, candidato al consolato, minacciava apertamente di fare da console ci che non aveva potuto ottenere da pretore, e di togliergli l'esercito, allo scopo d'impedirne l'elezione, [Cesare], fatti venire a Lucca, citt della sua provincia, Crasso e Pompeo, li spinse a chiedere per la seconda volta il consolato e riusc, grazie all'intervento di entrambi, a far prorogare per un quinquennio il suo comando militare.

(Cesare, 24,1)

Dopo il dibattito del 5 aprile, Crasso si rec a Ravenna per parlare con Cesare; i due raggiunsero poi Lucca, nella Cisalpina, prima che Pompeo, da Pisa, passasse in Sardegna per la cura annonae. Sembra che altri 200 senatori, accompagnati da 120 littori, si siano recati a Lucca (o piuttosto a Ravenna), ma la riunione si tenne in privato. Torn la pace. Clodio interruppe gli attacchi a Pompeo e quest'ultimo chiar a Cicerone che anche quelli a Cesare, sull'agro campano, avrebbero dovuto fermarsi. Quinto - cui era stato promesso un comando in Gallia e che Pompeo aveva incontrato in Sardegna - contribu a convincere il fratello. Cicerone, con l'orazione Le provinciae consolari, tenuta di fronte al senato un paio di mesi dopo, appoggi infine la proroga del comando di Cesare. Questi ebbe, prima di luglio, paga per le truppe, 10 legati e nessun successore.

Non sappiamo quando Pompeo e Crasso decisero di candidarsi al consolato per il 55; lo fecero comunque tardi: era chiaro che solo loro due avrebbero potuto sconfiggere Enobarbo.

Catone era nel frattempo tornato da Cipro. Fece il suo ingresso nell'Urbe attraverso il Tevere, su un battello regale a 6 ordini di remi che precedeva la flotta. Le rive del fiume si ricoprirono di gente in festa, facendo pensare a un trionfo. Non si ferm neppure a salutare consoli e pretori, prima di avere fatto approdare la flotta nel cantiere. Quando port per il Foro i beni confiscati a Tolomeo di Cipro, il popolo rest sbalordito di fronte a quella gran quantit di denaro (Plutarco, Catone minore, 39,3). Si scontr con Cicerone sul tribunato di Clodio, difendendone la legittimit per garantire il proprio operato a Cipro. Per quanto riguarda invece le elezioni consolari, dichiar che era in gioco la libert repubblicana, e ottenne credito. Anche il console Lentulo Marcellino - che le avrebbe presiedute - era ostile ai triumviri'; Pompeo e Crasso allora, grazie all'azione di un tribuno e alla violenza popolare scatenata da Clodio contro il senato, riuscirono a farle posporre.

Il 1 gennaio dell'anno successivo, apertosi senza magistrati maggiori, fu creato un interrex, il senatore plenipotenziario che, sostituito ogni cinque giorni da uno dei colleghi, avrebbe avuto il compito di mettere in moto la macchina elettorale. Pompeo e Crasso presentarono allora la candidatura e vinsero, non senza usare la forza per impedire a Enobarbo di scendere nel Foro: inviarono uomini in armi che uccisero lo schiavo che lo precedeva con la fiaccola e misero in fuga gli altri. L'ultimo a ritirarsi fu Catone che, nel difendere Domizio, ricevette una ferita al gomito destro (Plutarco, Pompeo, 52,2). Gli scontri continuarono nelle ulteriori elezioni. Pompeo non permise che Catone, che pure aveva ricevuto la maggioranza nella centuria praerogativa, fosse eletto pretore, e sciolse i comizi per segni infausti. Ci dovette favorire la popolarit del conquistatore' di Cipro e la pubblica indignazione. Fu eletto, con la violenza, Vatinio. Alle elezioni per gli edili, la toga di Pompeo rest macchiata di sangue, ci che - si narra - tanto allarm la moglie Giulia da provocarle un aborto spontaneo.

I due nuovi consoli furono liberi di spartirsi il potere. Ancora una volta fu non il senato ma un plebiscito, sollecitato da Gaio Trebonio, ad assegnare, per i cinque anni successivi, comandi di rilievo. Crasso ebbe la Siria, da dove - invadendo la Partia - mirava a eguagliare il prestigio militare dei colleghi. Pompeo ottenne 4 nuove legioni e le due provinciae della Spagna, dove le trib centrosettentrionali si erano sollevate. Essendo gi impegnato dalla res frumentaria, ebbe il permesso di gestirle attraverso legati. A entrambi era concesso il diritto di decidere pace e guerra senza dover rendere conto a popolo e senato. Il plebiscito non pass senza scontri; in una contio Catone fu prima allontanato a forza da Trebonio, poi arrestato, infine rilasciato a furore di popolo. Prima della votazione un tribuno intenzionato a porre il veto fu imprigionato nella Curia Hostilia, e il Foro occupato nella notte dagli uomini di Trebonio. Gli oppositori, tra cui Catone, dichiararono un segno celeste infausto; furono allora scacciati, in scontri che fecero 4 morti. Un tribuno, che mostrava al popolo le proprie ferite, fu allontanato dagli uomini di Pompeo e Crasso.

Molti altri particolari e una cronologia precisa ci sfuggono, ma certo l'agitazione doveva essere grande. Il popolo a un certo punto cerc di abbattere le statue di Pompeo, e fu fermato solo dall'intervento di Catone; lo stesso Crasso, durante una discussione - probabilmente avvenuta prima, in senato -, aveva tirato un pugno in faccia a un collega oppositore (la cui identit, purtroppo, resta ignota). Una successiva legge dei due consoli, anch'essa passata con la forza e contro il volere del senato, rinnov il mandato di Cesare - ormai al comando di 8 legioni - per altri cinque anni, ma con termini temporali probabilmente non chiari (e sui quali la critica ha riflettuto a lungo)1. Catone avvert Pompeo che si stava prendendo il suocero sulle spalle e presto ne avrebbe sentito tutto il peso. Quello non gli prest ascolto: era troppo convinto della propria superiorit.

Crasso port a effetto un'altra legge sui sodalicia, le associazioni elettorali organizzate per convincere, corrompere o peggio intimidire i votanti: essa colp la pratica, equiparandola probabilmente alla vis.

Nonostante tutte queste vicende, per la popolazione di Roma uno degli eventi pi memorabili di quell'anno dovette essere l'inaugurazione del teatro di Pompeo, presso il Campo Marzio. Con 10.000 posti a sedere, era il primo realizzato in pietra - cosa vietata nella sola Urbe -, e ci solo grazie alla costruzione, a ridosso dello stesso, di un tempio dedicato a Venere, protettrice di Roma ma anche di Pompeo. Il complesso, circondato da porticati, raccoglieva anche opere d'arte, il cui allestimento era stato curato da Attico. 14 statue rappresentavano le nazioni conquistate da Pompeo; una raffigurante lo stesso fu collocata in una lunga sala attigua al portico, nella quale potevano essere tenute riunioni senatorie (e dove, il 15 marzo 44, si sarebbe consumato l'assassinio di Cesare). L'inaugurazione fu accompagnata da spettacoli poetici e musicali, competizioni atletiche e cacce ad animali selvaggi. Cicerone, tra gli spettatori, in una lettera scritta forse a settembre confid a un amico:

... nessuno nega che le cacce - due al giorno per cinque giorni - siano magnifiche; ma che divertimento ci pu trovare una persona di buon gusto in un debole essere umano sbranato da un animale fortissimo oppure in una splendida bestia trafitta da uno spiedo? In ogni caso, se questi sono spettacoli che vale la pena vedere, tu li hai visti spesso; e noi, che vi abbiamo assistito, non abbiamo visto niente di nuovo. L'ultimo giorno fu dedicato agli elefanti. Grande  stato lo stupore tra il popolino, ma divertimento, nessuno; anzi, si  sviluppato come un senso di compassione e di convincimento che quei mostri abbiano qualcosa di comune con gli esseri umani.

(Ai familiari, 7,1,3)

Pare che lo stesso Pompeo - nel suo stile - si fosse dichiarato tiepido nei confronti dei festeggiamenti. Il popolo romano, tuttavia, dovette gradire.

3. L'Urbe verso l'anarchia

I drammatici eventi di quel fatidico 49 sarebbero stati innescati dalla reiterata violazione delle regole istituzionali, divenuta ancora pi evidente proprio a partire dal 54, quando nell'animo di Pompeo si affacci una pericolosa ambizione: la dittatura.

Nel 54, consoli erano l'anticesariano Enobarbo e l'indipendente Appio Claudio Pulcro, fratello maggiore di Clodio, patrizio e opportunista. Ci, assieme alla pretura di Catone, riuscito nell'estate precedente a farsi eleggere senza problemi, era comunque segno della forza degli ottimati'.

Nell'estate, per i triumviri' le cose si complicarono drammaticamente, essendo venuta a mancare Giulia: mor dando alla luce una figlia, a sua volta non sopravvissuta per molto. Il popolo di Roma - ormai spaventato da una possibile rottura del patto triumvirale - diede allora un segnale molto forte. Intenzione di Pompeo sarebbe stata quella di seppellire la moglie nelle fondamenta della sua villa sui colli Albani (nei pressi dell'odierna Albano Laziale); dopo la cerimonia tenutasi nel Foro, la folla condusse invece la salma, a forza, al Campo Marzio. A nulla valsero le proteste del console Enobarbo. Pare che il comportamento popolare abbia lusingato pi il padre che il vedovo.

Il primo, in emulazione del secondo, progett un nuovo foro, a nord del Comizio, e una struttura elettorale stabile presso il Campo Marzio: una complessa costruzione a corridoi affiancati dove potessero entrare con ordine le varie unit di voto. La prima realizzazione implic la spesa di 60 milioni di sesterzii solo per l'acquisto degli edifici privati da abbattere. Fu quella la destinazione di parte delle offerte sacre accumulatesi per secoli nei templi della Gallia.

La corruzione elettorale imperversava, ancora pi del solito. La scarsit di denaro port il tasso d'interesse dal 4 all'8%. Il numero elevato dei candidati al consolato per il 53, le inchieste sugli stessi, i conseguenti dibattiti senatorii e l'uso sistematico dell'obnuntiatio avevano provocato un rinvio delle elezioni a settembre. I consoli in carica e i due candidati filotriumvirali' furono allora coinvolti in una vicenda capace di scandalizzare ancora. I quattro avevano stretto un accordo. I candidati, in caso di vittoria, avrebbero dovuto testimoniare il passaggio di provvedimenti in realt mai ratificati ma necessari perch gli ex consoli potessero recarsi nelle provinciae. Gaio Memmio, il pretore anticesariano del 58 ma ormai candidato sostenuto da Cesare stesso, grazie ai suoi soldati e alla Cisalpina, rese la manovra di dominio pubblico. Poich l'accordo non era sulla parola ma - ben oltre i limiti del concepibile - scritto, egli lo port, su consiglio di Pompeo, in senato. Al che Appio non mosse ciglio, non accus il colpo. L'altro console invece rimase come tramortito (Cicerone, Ad Attico, 4,17,2). Nulla dell'intera vicenda pare chiaro. Forse Pompeo voleva creare una crisi per essere nominato dittatore, ipotesi che aveva gi sollevato voci nel giugno 54; sei mesi dopo un tribuno avrebbe avanzato una proposta esplicita, fortemente avversata da Catone e platealmente respinta dal diretto interessato.

Catone, gi a luglio fattosi garante dell'elezione dei tribuni, a un certo punto convinse il senato a proporre un decreto contro l'ambitus: commissioni sorteggiate avrebbero dovuto preventivamente sottoporre i candidati a inchieste segrete; il voto popolare fu tuttavia bloccato dal veto di un tribuno. Catone fu anche preso a sassate dalla folla, che dalla corruzione traeva ampi benefici.

La violenza nelle strade aument, in parallelo con la celebrazione d'importanti processi. Accusato de repetundis fu Marco Emilio Scauro, pretore nel 56, ex governatore della Sardegna e allora candidato al consolato; difeso da Cicerone, fu assolto a larghissima maggioranza. Imputato ancora pi eccellente era Gabinio, tornato dalla Siria e citato per maiestas (la lesa maest del popolo romano, per avere disobbedito al senato e reinsediato sul trono l'Aulete'), de repetundis e de ambitu. Dalla prima accusa fu assolto grazie a Pompeo, ma rischi di essere linciato dalla folla. Dalla seconda lo difese Cicerone, sostenuto anche da una lettera di Cesare. Non aiut l'imputato un presidente della corte come Catone n una disastrosa piena del Tevere, che l'opinione pubblica interpret come castigo per la precedente assoluzione. La folla giunse a minacciare la giuria; il verdetto fu la condanna. Gabinio si rec in esilio, mentre Pompeo trascorse l'autunno occupato dalla cura annonae, anche perch il fiume aveva invaso i magazzini. Non manc neppure uno scontro tra candidati al consolato, che coinvolse 300 gladiatori.

Le informazioni sul 53 sono invece molto frammentarie. L'anno si apr senza magistrati superiori. Si ricordano segni nefasti, anche nella stessa Roma: si videro gufi e lupi; cani vagabondi ulularono; alcune statue emisero sudore e altre furono colpite dai fulmini (Cassio Dione, Storia romana, 40,17,1). Per mesi Pompeo, attraverso i tribuni della plebe, blocc le elezioni, e finch esse non andarono in porto - su esplicita richiesta del senato - gli fu chiesto pi volte di mantenere l'ordine come proconsole.

Proprio allora un altro terribile colpo di scena mand in frantumi il triumvirato'. Giunsero notizie di Crasso. Il triumviro' era partito alla fine del 55 per la campagna orientale, destinata a concludersi, nel giugno 53, con il disastro di Carre (l'odierna localit turca di Harran), dove fu annientata un'armata romana di pi di 30.000 uomini e dove egli e il figlio Publio persero la vita. Notevole era stato, nel 55, l'ostruzionismo dei tribuni avversari, che avevano tentato d'impedirgli la leva. Uno, in particolare, aveva invocato la nozione di bellum iustum (la guerra dichiarata secondo le corrette procedure), sollevato una folla per bloccarne l'uscita dall'Urbe e lanciato maledizioni sull'impresa.

Il caos procedette indisturbato nella sua corsa. I consoli del 53, entrati in carica solo in estate, cercarono di tenere le elezioni dei magistrati superiori per l'anno seguente. In lizza per il consolato erano Milone, sostenuto con forza anche da Cicerone, e, a lui opposto, un tandem' composto da Publio Plauzio Ipseo e Quinto Cecilio Metello Pio Scipione Nasica, rispettivamente un ex questore e l'illustre nonch recente suocero di Pompeo. Questi ne aveva sposato la figlia Cornelia, vedova del figlio di Crasso, rifiutando addirittura la proposta di Cesare, che gli aveva offerto in sposa Ottavia, nipote di sua sorella, e gli aveva chiesto in cambio la figlia, allora moglie di Fausto Cornelio Silla, figlio del dittatore. Cicerone, a sua volta, aveva sostituito il defunto Crasso nel ruolo di augure.

Clodio era invece in campo per la pretura. Il suo programma, a detta di Cicerone, prevedeva la distribuzione dei liberti non pi nelle sole 4 urbane ma in tutte, andando cos a modificare a proprio vantaggio, e forse in maniera sensibile, i rapporti di forza nelle assemblee. Temeva solo la vittoria di Milone, tanto che - sempre secondo l'Arpinate e non senza esagerazione - giunse a organizzare la campagna elettorale degli avversari, in modo da reggere sulle sue spalle, come diceva, tutti i comizi. Radunava le trib, faceva da tramite, istituiva una seconda trib Collina arruolando masse di disperati (In difesa di Milone, 25). La Collina era infatti una delle 4 trib urbane.

La violenza era diffusa, gli omicidi frequenti e le bande rivali ormai scatenate per vie e piazze. Gli uomini di Clodio assalirono i consoli del 53 in una battaglia iniziata, sulla centralissima via Sacra, dai gruppi di Ipseo e Milone; alle elezioni consolari vi fu uno scontro con spade e pietre. Una successiva notizia ciceroniana riferisce che Marco Antonio, allora candidato alla questura, avrebbe tentato di uccidere Clodio: una vicenda personale, una calunnia contro Antonio o, come alcuni hanno sospettato, un ordine di Cesare, segretamente stanco di un alleato tanto scomodo?

Il 52 inizi quindi senza magistrati maggiori, creando le premesse per una situazione di totale anarchia. Milone, che dopo la pretura aveva speso ben tre eredit per organizzare giochi e corrompere l'elettorato, premeva per il voto immediato. Di diverso parere erano, di conseguenza, i suoi due diretti avversari. Per favorirli, Pompeo, tramite il veto del neotribuno Tito Munazio Planco Bursa, imped al senato di nominare il primo interrex. Solo un colpo di scena smosse la situazione, andando per, alla lunga, a peggiorare ulteriormente il clima.

4. Altre vittorie di Cesare e una notizia sconvolgente

Il colpo di scena fu cos forte che Cesare, informatone nella Cisalpina, avvert in esso un'importante svolta politica, ricordata pi volte in quel fatidico 49.

Essendo la Gallia tranquilla, Cesare, come aveva deciso, part per l'Italia a tenervi le assise. Col venne a sapere dell'uccisione di Clodio; e informato della deliberazione del senato secondo la quale tutti gli abitanti dell'Italia in et militare prestassero giuramento, dispose che si tenesse un arruolamento nella provincia. La notizia di questi avvenimenti viene portata rapidamente nella Gallia Transalpina. I galli per parte loro gonfiano con dicerie inventate queste notizie, aggiungendo - come la situazione pareva richiedere - che Cesare, trattenuto dalle agitazioni di Roma, non poteva raggiungere l'esercito mentre le contese politiche erano cos intense. Spinti da questa occasione i galli, che da tempo sopportavano di malanimo di essere soggetti al popolo romano, cominciano a fare progetti di guerra pi liberamente e con maggiore audacia.

(Cesare, Guerra gallica, 7,1,1-3)

Con queste parole si apre il libro VII della Guerra gallica. Esso non solo contiene notizie degli eventi romani ma soprattutto descrive l'epica ribellione finale della Gallia intera e la sua altrettanto epica repressione, svoltasi nel 52. L'insurrezione, che rischi di vanificare i successi precedenti, fu scatenata - sembra di capire - dalla notizia della morte di Clodio: la Gallia, scrive Cesare, era allora quieta, tranquilla... condizione in realt manifestatasi troppo spesso, o almeno troppo spesso da lui proclamata. Facciamo un passo indietro.

Tornato da Lucca, il proconsole aveva potuto affrontare con maggiore serenit una situazione complessa. Nel 56 aveva soffocato la sommossa dei veneti, popolazione della Bretagna meridionale che controllava il commercio tra Britannia e continente. Spintosi in mare, aveva vinto presso la baia di Quiberon, ucciso gli anziani e ridotto in schiavit gli altri; era il primo successo navale romano fuori dal Mediterraneo. In contemporanea, anche le trib della lontana Aquitania si erano arrese. Nel 55, poi, aveva affrontato trib germaniche che avevano oltrepassato il Reno in prossimit della foce; esse avevano tentato un agguato, e in risposta Cesare aveva arrestato una loro nutritissima ambasceria; ormai prive di capi, erano state interamente annientate. Aveva poi attraversato il Reno, verso la Germania, facendo costruire in tempi strettissimi un imponente ponte di legno; incendiati alcuni villaggi era poi tornato indietro, facendo abbattere la costruzione. Nonostante la stagione avanzata e la flotta avversaria, era poi riuscito a sbarcare in Britannia, sulla costa orientale dell'odierno Kent; vincitore in due scontri di terra, era infine tornato in Gallia. Il senato aveva votato una supplicatio di venti giorni; Catone aveva invece proposto di lasciare Cesare alle trib germaniche, per crimini di guerra; i due si erano scambiati lettere infuocate.

Le imprese coloniali, in ogni tempo, attirano l'ingordigia delle classi dirigenti. In quel caso molti nobiles, pi o meno giovani, erano accorsi per partecipare alla conquista della Britannia, programmata per l'anno successivo. Cesare poteva contare su pi di 800 navi. Quelle militari erano modificate, rese pi larghe e manovrabili; a esse si affiancavano quelle private dei commercianti romani. La flotta aveva terrorizzato i britanni, rendendo possibile lo sbarco di 5 legioni e 2.000 cavalieri; al comando della Gallia era rimasto Labieno (tribuno della plebe nel 63 e restato dal 58 al 50 al fianco di Cesare con il titolo di legato propretore). Superando l'ostacolo dei carri da guerra nemici e la tattica della terra bruciata, Cesare era quindi riuscito ad attraversare il Tamigi. Alcune trib si erano arrese. Cicerone nel luglio 54 riferiva ad Attico informazioni ricevute dal fratello Quinto, l presente in qualit di legato, e dallo stesso Cesare. Si prevedeva la fine della guerra, perch gli accessi all'isola erano sbarrati; in pi si sapeva ormai che in essa non si trova un grammo di argento, n si presenta speranza di altro bottino che di schiavi: e da essi non credo che ti aspetterai di cavarne letterati o musicisti (4,17,6). Analogo il tono di una lettera contemporanea a un altro amico: in Britannia sento dire che non c' una briciola n di oro n di argento. Stando cos le cose, ti consiglio di prenderti uno dei loro carri da guerra e filartela da noi in gran fretta (Ai familiari, 7,7,1). Dopo avere imposto un tributo, che non sarebbe mai stato pagato, il 20 settembre Cesare aveva fatto ritorno in Gallia.

Nella regione non ancora pacificata era infatti scoppiata una rivolta. I romani vi avevano perduto una legione e mezza nei pressi delle Ardenne: la carestia aveva infatti costretto a dislocare i diversi accampamenti invernali, rendendoli pi vulnerabili. Solo l'intervento diretto di Cesare, la resistenza di un campo romano comandato da Quinto Cicerone presso l'odierna Namur e la vittoria di Labieno sui treviri (nella Belgica, presso l'odierna omonima citt) avevano indotto alla tregua. Il proconsole aveva poi svernato nella regione, convinto di dover spegnere, nell'anno successivo, i focolai di rivolta nella Belgica. Nella primavera del 53 aveva mandato legati a fare leve e chiesto anche a Pompeo - allora a Roma - d'inviargli i giovani della Cisalpina che gi avevano prestato giuramento. Pompeo aveva acconsentito, sia per l'interesse della res publica sia per i vincoli di amicizia che aveva con lui (Cesare, Guerra gallica, 6,1,4). Cesare aveva cos ottenuto 3 nuove legioni, giungendo a un totale di 10. Aveva poi compiuto una serie d'incursioni nella Belgica, dirigendosi anche contro le popolazioni germaniche e attraversando per la seconda volta il Reno, con un altro ponte (che questa volta, al ritorno, aveva fatto distruggere per met, lasciando sull'altra un presidio). Grazie ad altre spedizioni era riuscito a pacificare la Gallia intera. Lasciate le legioni negli accampamenti invernali era quindi tornato, per le adunanze giudiziarie, in Cisalpina, dove aveva ricevuto la notizia della morte di Clodio.

In ogni caso, ritornando al passo iniziale del libro VII della Guerra gallica, siamo propensi a prestar fede al proconsole, pur interessato a scaricare la responsabilit della rivolta sugli avversari politici. In particolare, Clodio in Transalpina non doveva essere uno sconosciuto, essendovi giunto nel 64, al seguito del proconsole Murena... quando, sempre stando a Cicerone, avrebbe falsificato testamenti di defunti, ucciso giovani sotto la propria tutela, stipulato patti scellerati e formato associazioni a delinquere.

L'orazione ciceroniana In difesa di Milone tenta di relativizzare: in una citt libera non ci pu essere scontro tra cittadini senza che la res publica non ne rimanga coinvolta; a volte la violenza  necessaria, come nel caso dell'uccisione di Tiberio Gracco, di Gaio, o quello in cui fu repressa la rivolta armata di Saturnino (13-14). La stessa orazione conferma tuttavia, pur con altro spirito rispetto a Cesare, la rilevanza dell'omicidio: sono gi trascorsi 102 giorni, mi sembra, dalla morte di Publio Clodio. Sino dove si estendono i confini del potere romano, non solo si  sparsa la notizia ma si  diffusa pure la gioia (98). Avvenimento, per l'oratore, tanto importante da datare, tra il serio e il faceto, una lettera inviata ad Attico il 22 luglio 51 come 560 giorno della nuova era, libera ormai dal suo peggior nemico (5,13,1).

Forse n Cesare n Cicerone stavano esagerando.

1 Vedi Bibliografia, interpretazioni e approfondimenti, pp. 338, 344.

Parte seconda.
Roma nel caos

V.
Dalla morte di Clodio
a un console unico

... Tu hai trascinato fuori di casa il cadavere insanguinato di Publio Clodio, tu lo hai buttato tra la gente, tu lo hai spogliato delle immagini degli antenati, delle esequie, del corteo, dell'elogio, e, gi mezzo bruciacchiato da un incendio funesto, lo hai lasciato in pasto ai notturni cani randagi. ...

Cicerone, In difesa di Milone, 33

In quel fatidico 49 si raccolsero i frutti amari di una deriva innescata dalla morte di Clodio. L'evento produsse infatti, nell'ordine: una rivolta popolare, l'incendio della Curia, un autocrate timoroso di un attentato e degli umori dell'Urbe, un processo spettacolare e, peggio ancora, una devastante confusione sul comando di Cesare.

1. Un omicidio politico,
fiamme e voci di attentato

Clodio fu ucciso il 18 gennaio 52, sulla via Appia, dagli uomini del nemico Milone.

La dinamica dell'episodio - anche a causa della sua rilevanza processuale -  controversa. La ciceroniana In difesa di Milone, testo pensato per essere reso pubblico e che rielabora pesantemente l'orazione realmente pronunziata l'8 aprile 52, non  la fonte pi attendibile. Lo  invece l'accuratissimo commento che ne fece Quinto Asconio Pediano (9 a.C. ca-76 d.C.). Il grammatico ed erudito aveva accesso all'orazione realmente pronunziata ma soprattutto ai documenti ufficiali: proprio grazie alla sua opera gli eventi dei primi mesi del 52 sono tra i meglio noti dell'intera et tardorepubblicana.

Milone, dopo una breve comparsa in senato, la mattina del 18 part per Lanuvio, sua citt natale (a circa 20 miglia da Roma), dove il giorno successivo avrebbe dovuto nominare un sacerdote locale. Nel primo pomeriggio, Clodio, dopo avere visitato il senato di Ariccia (a circa 17 miglia da Roma), lo incroci un po' oltre Boville (l'odierna Frattocchie, a circa 12 miglia da Roma), vicino a un sacrario della Bona Dea, divinit da lui profanata anni prima. Era a cavallo, accompagnato da Schola - suo testimone mendace nel processo per sacrilegio subto nel 61 -, da due noti plebei e da una trentina di schiavi armati di spada, com'era costume per i viaggiatori del tempo (Asconio, p. 31 C). Milone era invece su un carro, con la moglie e un amico, scortato da molti schiavi, anche gladiatori, protagonisti degli spettacolari giochi da lui offerti nel 54. Proprio essi, attardatisi al fondo della loro colonna, quando ormai l'altra era passata indenne, iniziarono una colluttazione con la retroguardia di Clodio. Questi si volt, lanciando uno sguardo minaccioso... Il noto gladiatore Birria, fulmineo, lo colp alla spalla.

Il ferito fu condotto in una locanda vicina. Milone decise allora di farla finita con il peggior nemico di sempre. Secondo un'altra fonte, sperava che, affrancati subito gli schiavi che avevano partecipato al delitto, gli sarebbe stato pi facile liberarsi dall'accusa di omicidio dopo avere ucciso Clodio che affrontare le ritorsioni del sopravvissuto (Cassio Dione, Storia romana, 40,48,2).

Ordin quindi al comandante degli schiavi, Marco Saufeio, di far trascinare fuori e massacrare il ferito. Poich la scorta era stata in parte trucidata e in parte messa in fuga, il corpo di Clodio rest sulla strada fatta costruire da Appio Claudio Cieco, censore nel 312 e suo celebre antenato. La coincidenza avrebbe dato di l a poco argomenti ai sostenitori di Clodio. A detta di Cicerone, se ne dipingeva la morte pi atroce perch avvenuta lungo la via Appia; bastava pronunziarne il nome ed ecco che subito si scatena una tragedia degna del miglior teatro greco! Quante scene patetiche quando si parla di questa via Appia - e non si fa altro ultimamente -, bagnata del sangue di un brigante e parricida! (In difesa di Milone, 18).

Il senatore Sesto Teidio, di ritorno dalla campagna, raccolse la salma sulla propria lettiga e ordin di condurla a Roma. Egli torn invece indietro. Nessuno si  mai chiesto se per mancanza di spazio o per prudenza.

Prima di notte il corpo giunse sul Palatino, nell'atrio della dimora che il defunto aveva comprato, da soli pochi mesi, per l'enorme somma di 14.800.000 sesterzi. Suoi sostenitori del popolino e schiavi si assieparono l; Fulvia, mostrando le ferite che sfiguravano il cadavere del marito, eccitava gli animi.

Al mattino giunse una folla ancora pi numerosa, assieme a figure note. Tra i primi, accorsero i tribuni Planco Bursa e Quinto Pompeo Rufo. Incoraggiata proprio da costoro, la moltitudine prese il corpo, ancora nudo e insanguinato. Lo port nel Foro, piazzandolo sui rostra, da dove i due poterono aizzare contro Milone una folla ancora maggiore. La stessa, guidata dallo scriba Clelio - gi nel 58 braccio destro del defunto -, port il cadavere nella Curia Hostilia, bruciandolo su una catasta di sedili, banchi, tavoli e codici di copisti. Cicerone, nelle Leggi, richiamando la norma delle XII Tavole che decretava i morti non siano seppelliti, n bruciati nella citt (vale a dire nel pomerium), commenta: credo per il pericolo d'incendi (2,58).

Quello che ne scatur fu tanto vasto che le fiamme distrussero anche l'attigua basilica Porcia, luogo di commercio ideato dal Censore', il pi celebre antenato di Catone. Vittima designata era per la Curia Hostilia, simbolo del potere senatorio, fatta costruire secondo la tradizione dal terzo re (dal quale prendeva il nome) e ingrandita durante la dittatura di Silla (che aveva raddoppiato, portandoli a 600, i membri di un consesso prima falcidiato dalle proscrizioni ma subito dopo posto al centro della sua riforma costituzionale').

Il corpo di Clodio, abbandonato e mezzo incombusto, rest invece preda dei cani randagi... almeno secondo il passo ciceroniano posto in esergo al presente capitolo.

La folla si spost poi presso la casa dell'assente Milone, da dove fu scacciata da uno sbarramento di dardi. Procedette allora per il lucus Libitinae (subito fuori dalla porta Esquilina, luogo di horti e sede degli addetti ai servizi funebri). L raccolse i fasces. Li port prima presso le dimore di Scipione Nasica e Ipseo, poi sul Pincio, presso i giardini di Pompeo, acclamandone il proprietario, di volta in volta, console e dittatore. La violenza, pare, cess solo con il banchetto funebre, iniziato verso l'ora nona (circa le 15); la folla non avrebbe agito per uno di quegli impulsi che talvolta assalgono improvvisamente le masse popolari, ma per una netta determinazione (Cassio Dione, Storia romana, 40,49,3).

L'incendio della Curia Hostilia suscit ancora maggiore indignazione pubblica di quanto avesse fatto la morte di Clodio (Asconio, p. 33 C). Milone, che si pensava ormai in volontario esilio - e che secondo alcuni aveva nel frattempo commesso altre atrocit nella tenuta albana del nemico1 - torn invece la sera del 19. Volendo perseverare nella candidatura, tent di calmare il popolo facendo distribuire denaro: 400 sesterzi a cittadino.

Il 19, o pi probabilmente il 20 o 21, fu scelto il primo interrex, (Manio Emilio) Lepido (da identificare forse nel console del 66), rimasto in carica per i cinque giorni di ufficio. Poich non volle indire elezioni (non essendo ci costume per il primo interrex), gli uomini di Scipione e Ipseo, interessati a sfruttare l'impopolarit di Milone, per metterlo alle corde ne presero d'assedio la dimora. Riuscirono a espugnarla nell'ultimo giorno del suo incarico. Gettarono a terra le immagini degli antenati, ruppero il talamo della moglie, modello di castit, e vandalizzarono le opere da quella tessute al telaio, nell'atrio, secondo il costume antico. Provvidenziale fu la comparsa della banda di Milone, anch'essa giunta per reclamare elezioni: i due gruppi rivali si scontrarono tra loro, e l'assedio ebbe fine.

Nel frattempo, Milone chiese a Pompeo un incontro, offrendo il ritiro della candidatura; quello, imbarazzato, rifiut. Il 23, il tribuno Pompeo Rufo, il pi vicino a Clodio, accus Milone, in una contio, di attentare alla vita di Pompeo: vi ha dato qualcuno da cremare nel Foro, e ora vi dar qualcuno da seppellire sul Campidoglio (Asconio, p. 51 C).

I particolari della vicenda consumatasi sulla via Appia iniziarono a trapelare, deformati. Il 27, in un'altra contio, organizzata da Celio (anch'egli allora tribuno), alla quale intervenne Milone - e forse anche Cicerone -, si parl di legittima difesa: Clodio aveva teso un'imboscata al nemico. La riunione si concluse nella violenza; alcuni accorsero alla Curia e al tempio di Castore con torce o falci in mano, altri, armati di spada, si agitavano per tutto il Foro; l'assemblea fu cos sciolta a colpi di spada, mentre in silenzio ascoltava il discorso del tribuno della plebe (Cicerone, In difesa di Milone, 91).

Appiano  pi dettagliato (Guerre civili, 2,82-83). Mentre ancora Milone stava parlando, e accusando Clodio di essere stato un disperato amico di disperati, che avevano incendiato la Curia, gli altri tribuni della plebe e la parte del popolo che non si era lasciata corrompere fece irruzione in armi nel Foro. Celio e Milone, travestiti da schiavi, riuscirono a fuggire. Degli altri vi fu strage: non cercavano pi i fautori di Milone, ma uccidevano quelli che incontravano, cittadino e straniero indifferentemente, e soprattutto coloro che si distinguevano per le vesti e per gli anelli d'oro. Poich il tumulto era avvenuto in un contesto privo di regole, e i pi erano schiavi armati, ebbe inizio il saccheggio: facevano di tutto, entravano anche nelle case mettendole a soqquadro, cercando a parole gli amici di Milone ma, di fatto, tutto quanto potevano facilmente portare via; per parecchi giorni il nome di Milone fu pretesto d'incendi, di sassaiole e, insomma, di ogni delitto.

Milone stava davvero complottando ai danni di Pompeo? Non necessariamente, ma l'accusa divenne costante a partire dalla contio tenuta il 23 gennaio da Pompeo Rufo. Assieme ai colleghi Gaio Sallustio Crispo (il futuro storico) e Planco Bursa, ne tenne altre, giornaliere; chiese anche in pubblico a Pompeo se avesse prove del complotto. Quello rispose che un certo Licinio - sacerdote plebeo che purificava le case - lo aveva informato che alcuni schiavi di Milone erano pronti a un attentato, rivelandone i nomi. Pompeo aveva allora mandato a chiedere a Milone se gli indiziati fossero di sua propriet, sentendosi rispondere che alcuni non lo erano mai stati, altri li aveva manomessi. Un certo Lucio, anch'egli plebeo, aveva poi cercato di corrompere l'informatore; scoperto, era stato posto in pubblica custodia, in catene. Ben pi spettacolare  la versione ciceroniana:

... egli dovette persino ascoltare la deposizione di un popa2, un non so quale Licinio della zona del Circo Massimo, secondo cui nella sua taverna alcuni servi di Milone, completamente ubriachi, avevano confessato di avere ordito una congiura per uccidere Gneo Pompeo; in seguito uno di loro lo avrebbe accoltellato perch non andasse a denunziarli. Pompeo viene informato della cosa nei suoi giardini; tra i primi sono convocato io: su consiglio degli amici si riferisce la faccenda al senato. ... Si sparse la notizia che per molte ore della notte si era presa d'assalto la casa di Gaio Cesare ... Nessuno aveva sentito, pur trattandosi di un luogo tanto frequentato, nessuno se ne era accorto; tuttavia, vi si prestava ascolto. ...

(Cicerone, In difesa di Milone, 65-66)

Le voci si moltiplicarono. Alcune denunziavano la presenza di una gran quantit di scudi, di spade, di giavellotti, persino di catene; si diceva che non vi fosse un solo quartiere o vicolo in tutta la citt in cui non fosse stata affittata una casa per Milone; armi sarebbero state trasportate lungo il Tevere sino alla villa di Ocricoli; anche la casa alle pendici del colle Capitolino era stipata di scudi e traboccante di ogni sorta di proiettili incendiari fabbricati apposta per dare fuoco alla citt; tali voci, quasi credute, non furono respinte prima di avere indagato (Cicerone, In difesa di Milone, 64).

La situazione era indubbiamente molto tesa e l'incolumit dell'Urbe di nuovo al centro dell'attenzione.

2. Un senatus consultum ultimum'
e una decisione inaudita

Tra il 3 e il 10 febbraio fu votato un senatus consultum ultimum, il primo dopo i due legati ai fatti catilinarii. In mancanza di magistrati maggiori, il supremo consesso si rivolse all'interrex, ai tribuni e soprattutto al proconsole Pompeo, chiedendogli anche di raccogliere truppe dall'Italia intera (e, come ricordato dai Commentarii cesariani, dalla Cisalpina)3. Probabilmente prima della sua partenza, il supremo consesso, riunito fuori dal pomerium - per rendergli possibile la partecipazione - e sotto la protezione dei soldati, ordin che le ossa di Clodio fossero riesumate. Cicerone nelle Leggi avrebbe scritto che egli non aveva ricevuto onori funebri e sepoltura (2,42); infatti le XII Tavole impedivano che si raccogliessero le ossa di un morto per celebrarne poi il funerale, a eccezione di coloro che erano morti in guerra e lontano dalla patria (2,60). Ordin anche che la Curia Hostilia fosse ricostruita. Quest'ultimo compito and a Fausto Silla, figlio del dittatore (nonch questore nel 54 e genero di Pompeo); si volle anche - in maniera abbastanza curiosa - che il nuovo edificio prendesse il nome di Curia Cornelia, ci che in fondo onorava anche il padre, che dopo l'82 aveva ampliato il precedente.

Pompeo part per il suo compito. Fu allora divulgata una versione dei fatti ostile a Milone. Secondo Scipione Nasica, suocero di Pompeo, che parl in senato, Clodio era chiaramente la vittima. Sarebbe partito per Ariccia con soli 26 schiavi; Milone all'improvviso - a met mattinata, allorch il senato si era aggiornato - si sarebbe affrettato contro di lui con pi di 300 schiavi armati, tendendogli un agguato oltre Boville. Clodio, ferito tre volte, sarebbe stato condotto in una locanda, poi assediata; trascinato fuori, sarebbe stato finito sulla via Appia. Mentre stava morendo, gli sarebbe stato anche sfilato dal dito l'anello d'oro. Venuto a sapere che il giovanissimo figlio del nemico era nella villa albana, Milone si sarebbe affrettato l. Poich quello era stato tratto in salvo, avrebbe torturato uno schiavo, facendolo lentamente a pezzi; avrebbe anche fatto tagliare la gola al sovrintendente della villa e ad altri due schiavi. Tra coloro che avevano cercato di difendere il padrone, in 11 sarebbero morti; al contrario, solo due schiavi di Milone sarebbero rimasti feriti. Il giorno successivo, Milone avrebbe manomesso i 12 pi benemeriti, distribuendo anche 400 sesterzi a cittadino attraverso le trib, per calmare le voci. Si diceva anche che avesse mandato a dire a Pompeo di essere disposto a rinunziare alla candidatura. Quello avrebbe risposto di non voler dare consigli di quel tipo, per non limitare il potere popolare, e attraverso intermediari avrebbe cercato di garantirsi da ulteriori rapporti.

Queste erano le voci. Pompeo svolse rapidamente la missione affidatagli dal senato, tornando a Roma forse prima del completamento della leva. Non potendo entrare nel pomerium, rest nei suoi giardini, sul Pincio, protetto dalle truppe. Rifiut nuovamente, pare, un incontro con Milone.

Nel tardo febbraio o al principio del mese intercalare4, due giovani, entrambi di nome Appio, figli di Gaio Claudio Pulcro - altro fratello di Clodio (e pretore nel 56) -, avanzarono azione legale di fronte a Pompeo per interrogare gli schiavi di Milone e della moglie. Milone era sostenuto da un impressionante schieramento di boni, tra cui Ortensio, Cicerone, Marco Claudio Marcello (console nel 51), Marco Calidio (pretore nel 57 spesosi per il richiamo di Cicerone dall'esilio), Catone e Fausto Silla.

Nel frattempo si erano costituiti due schieramenti: uno per la dittatura a Pompeo, l'altro per il consolato congiunto di Pompeo e Cesare. Nonostante il decreto senatorio, n i tribuni n gli interreges, infatti, erano stati di grande aiuto.

Il 24 del mese intercalare si ebbe un dibattito.

... Bibulo, parente di Catone, present al senato una proposta secondo la quale Pompeo doveva essere eletto console senza collega: cos, o la situazione avrebbe tratto un giovamento dalle sue disposizioni, oppure la citt si sarebbe asservita al pi potente. Contrariamente a tutte le aspettative, Catone si alz e appoggi quella proposta, spiegando che qualsiasi forma di potere era preferibile all'anarchia. Secondo le sue previsioni, Pompeo avrebbe risolto al meglio le attuali difficolt e avrebbe salvato la citt, se gli fosse stata affidata.

(Plutarco, Catone minore, 47,3-4)

Secondo altra versione, la proposta fu ideata dallo stesso Catone. Del resto nel 49 - in circostanze assimilabili - egli avrebbe osservato che chi aveva impedito le elezioni e manipolato gli eventi avrebbe avuto il compito di rimediare'5. L'interrex Servio Sulpicio Rufo (patrizio, giurista, console mancato per il 62 e poi console nel 51) oper la nomina. Non sappiamo se fossero stati riuniti i comizi centuriati; una possibilit  che, in assenza di altri pretendenti, ci non fosse richiesto; va anche detto che la scelta pare essere stata volta principalmente a evitare la candidatura di Milone e a permetterne quindi la messa in stato di accusa.

I consoli, naturalmente, erano sempre stati due: vi siano due che rivestano potere regio, e da precedere', giudicare', provvedere' siano chiamati pretori, giudici, consoli; abbiano il supremo potere militare, a nessuno siano soggetti; sia loro suprema legge la salute del popolo (Cicerone, Leggi, 3,3,8). Il senato dichiar che avrebbe permesso a Pompeo di scegliere un collega, ma solo dopo due mesi. Si trattava di un'apertura a Cesare? Nei fatti no; solo durante l'estate il console unico avrebbe cooptato il suocero Scipione Nasica, colpito da accusa per corruzione elettorale, ritirata proprio grazie a lui6.

L'odiato titolo di dittatore fu evitato, ma in base a procedura inedita; Pompeo, inorgoglito dalla novit ed eccezionalit del provvedimento, non bad pi a procacciarsi i favori del popolo (Cassio Dione, Storia romana, 40,50,5). L'unicit del console non era il solo tratto poco ortodosso. Dopo il 55, in teoria, per ben dieci anni Pompeo non avrebbe potuto aspirare alla carica; non solo la ebbe, ma rimase anche proconsole. Egli fu il primo console ad avere due provinciae importantissime, un esercito e molti mezzi, oltre al potere assoluto in citt in quanto era console unico (Appiano, Guerre civili, 2,85). Cesare comunque - come gi ricordato - si era mantenuto leale, aiutandolo a reclutare uomini anche nella Cisalpina e proponendo un nuovo matrimonio incrociato.

Gi il 26 del mese intercalare, Pompeo present in senato due leggi gravide di conseguenze. Esse avrebbero inasprito le pene sia per la vis sia per l'ambitus, abbreviando drasticamente le procedure. Prescrisse dapprima la produzione di testimoni, e poi, nello stesso giorno, le orazioni di accusa e difesa, garantendo due ore alla prima e tre ore alla seconda7.

Se la proposta sulla vis menzion apertamente l'omicidio sulla via Appia, l'incendio della Curia Hostilia e l'assalto alla dimora di Lepido, la normativa de ambitu era di portata ben pi ampia. Essa permetteva infatti di accusare chi fosse stato magistrato a partire dal 70, garantendo l'immunit a chi, condannato, potesse assicurare la condanna altrui per un crimine pi grave. Si prospettava, in altre parole, una purga.

Si trattava di un periodo di poco meno di vent'anni, durante il quale anche Cesare era stato console. Allora gli amici di Cesare sospettarono che egli avesse fissato un tempo cos anticipato proprio per recare offesa e ingiuria al loro amico ... Pompeo si sdegn a sentire il nome di Cesare, che egli considerava al di sopra del sospetto, dato che entro quel limite rientrava anche il proprio secondo consolato.

(Appiano, Guerre civili, 2,87-88)

Tra i critici del carattere retroattivo della legge era anche Catone, rifiutatosi di collaborare.

Si ebbe dibattito. Ortensio, probabilmente appoggiato da Cicerone, propose che l'uccisione di Clodio, l'incendio della Curia, l'attacco alla dimora di Lepido fossero dichiarati contra rem publicam, sostenendo per che fossero sufficienti le leggi esistenti, sebbene da utilizzare extra ordinem (forse per accelerare la procedura). Il senato approv la prima parte della richiesta, ma non si ebbe decisione sulla procedura da applicare, causa veto dei tribuni Planco Bursa e Sallustio. Il primo, completamente pazzo, ostacolando i piani del senato fece s che vi fosse una nuova procedura da seguire (Cicerone, In difesa di Milone, 14).

Le leggi di Pompeo furono entrambe rese pubbliche (promulgatio); Celio minacci per diversi giorni il veto, denunziando il carattere ad personam, contro Milone, della normativa sulla vis e la rapidit delle nuove procedure. Pompeo super l'ostacolo dichiarando che, se costretto, avrebbe difeso la res publica con le armi.

Tra promulgatio e voto8 si susseguirono voci e illazioni sulla volont di Milone di attentare contro Pompeo. Non manc una vicenda incredibile. Planco Bursa in una contio condusse un liberto, persona nota, che sostenne di avere assistito - mentre viaggiava assieme a 4 uomini liberi - all'uccisione di Clodio. Poich avevano gridato per chiedere aiuto, erano stati rapiti e rinchiusi per ben due mesi in una villa di Milone. Sembra che l'accusa sia stata creduta e abbia sortito effetto. Planco Bursa e Pompeo Rufo condussero anche sui rostra uno dei IIIviri capitales - magistrati inferiori incaricati di eseguire le sentenze -, chiedendogli se avesse arrestato uno schiavo di Milone colto nell'atto di uccidere. Quello replic che era stato arrestato mentre dormiva in un'osteria e portato a lui. Gli ingiunsero di non liberarlo, ma il giorno successivo Celio e il collega (Quinto) Manilio Cumano - valendosi della loro inviolabilit tribunizia - lo sottrassero dalla dimora del IIIvir e lo riportarono a Milone.

L'odio di Planco Bursa colp anche Cicerone: il bruciacchiato tribuno della plebe, puntualmente, ogni giorno si scagliava con astio contro di me, invidioso del mio potere, e sosteneva che il senato non decideva secondo le sue convinzioni, ma secondo la mia volont (Cicerone, In difesa di Milone, 12). Dichiarava anche l'intenzione di perseguirlo.

Cicerone, tuttavia, sembrava irremovibile.

3. Una celebre sconfitta ciceroniana,
in un Foro atterrito

Intorno al 26 marzo le due normative di Pompeo furono votate dai comizi centuriati. Come prevedeva la lex de vi, fu subito proposta al popolo la scelta di un quaesitor - presidente della corte - tra gli ex consoli, scelta che ricadde su Enobarbo. Secondo Cicerone ci avvenne per volont di Pompeo, che propose poi un albo di giudici - riporta Asconio - composto dai personaggi pi retti di sempre.

Immediatamente, sotto la nuova legge de vi e di fronte a Enobarbo, Milone fu chiamato in giudizio dai due giovani Appi. Essi avanzarono anche un'accusa de ambitu in base all'altra nuova legge di Pompeo9. Fu invece portata avanti, da un altro personaggio, una terza accusa, de sodaliciis. Entrambi i quaesitores, Aulo Manlio Torquato (pretore forse nel 70) ed Enobarbo, chiesero all'imputato di presentarsi il 4 aprile. Nel giorno stabilito, Milone scelse di affrontare il processo de vi, e il pi anziano degli Appi. Da Torquato ottenne la posposizione del processo de ambitu, con lo stesso accusatore, sino al completamento dell'altro.

Furono richiesti gli schiavi di Milone, per farli testimoniare (cosa che avveniva solo sotto tortura). Il primo giorno, contro Milone, fu ascoltato Schola, che disse di essere stato presente al momento di quell'omicidio, particolarmente feroce; sottoline che Clodio non aveva progettato il proprio itinerario. Marcello non riusc a controinterrogarlo: terrorizzato dal tumulto della massa clodiana, dovette rifugiarsi sull'alta tribuna di Enobarbo.

Marcello e lo stesso Milone chiesero a costui una guardia armata. Pompeo, allora presso l'Erario - all'epoca collocato nel tempio di Saturno, all'interno del pomerium -, fu cos impressionato dalle urla da promettere a Enobarbo di tornare l'indomani con i soldati, armati, come infatti avvenne. Si tratt di un'infrazione che in quel fatidico 49 Cesare avrebbe usato pi volte a proprio favore.

Il 5 e il 6 aprile Pompeo riusc a tenere l'ordine durante l'audizione dei testimoni, interrogati da Cicerone, Marcello e dallo stesso Milone. Molti abitanti di Boville riferirono l'accaduto: l'uccisione dell'oste, l'assalto alla locanda, il corpo di Clodio gettato sulla strada. Le vergini albane testimoniarono che una sconosciuta era giunta da loro per sciogliere un voto di Milone, per la morte di Clodio. A poco serv la controffensiva di Cicerone, che chiamava in causa Marco Favonio, allora edile (e Catone, con il quale Favonio si era confidato): avete ascoltato da Marco Favonio le parole di Clodio e avete sentito, quando Clodio era vivo, che Milone sarebbe morto da l a tre giorni; il fatto avvenne tre giorni dopo che egli aveva parlato (Cicerone, In difesa di Milone, 44; cfr. 26).

Molto pi efficace fu invece la chiusura delle testimonianze. La suocera e la vedova di Clodio mossero infatti i presenti con le loro lacrime. Quando la corte fu aggiornata a met pomeriggio, Planco Bursa, in una contio, invit il popolo a presentarsi numeroso l'indomani, per impedire a Milone di fuggire ma anche per mostrare il proprio sentire ai giudici... o, per dirla con Cicerone, per imporre con le loro grida il decreto che dovete emettere (In difesa di Milone, 3).

Il giorno ultimo del processo le tabernae furono chiuse - come gi pratica di Clodio - in tutta la citt. Pompeo dispose guardie armate nel Foro e presso tutte le sue entrate, e si sedette, come il giorno precedente, presso l'Erario, circondato da soldati scelti. Furono sorteggiati gli 81 giudici che avrebbero ascoltato i discorsi dell'accusa e della difesa. Scese il silenzio.

L'accusa - costituita dal maggiore degli Appi, da Antonio e da un altrimenti ignoto Publio Valerio Nepote - inizi a parlare per le due ore previste. Oltre alla retorica sulla via Appia, un'affermazione di principio: la legge divina non consente che contempli la luce del sole chi confessa di avere ucciso un uomo (Cicerone, In difesa di Milone, 7).

Cicerone rispose da solo. Sembra che, per timore, si fosse fatto portare in lettiga sino al luogo del dibattito, per uscirne al termine dei discorsi dell'accusa. Aveva appena iniziato a parlare quando i clodiani proruppero in grida che neppure il timore dei soldati fu in grado di contenere.

... vide Pompeo seduto in alto, come se fosse in un accampamento, e le armi tutto intorno che illuminavano il Foro. Ebbe paura e con fatica diede inizio al suo discorso: il corpo era scosso da tremiti, la voce ridotta a un filo. Milone, dal canto suo, se ne stava in mezzo al tribunale con aria spavalda, per nulla intimorita ...

(Plutarco, Cicerone, 35,5)

L'Arpinate non fu in grado di parlare con la solita efficacia, e ci che disse in realt resta scritto ancora oggi; invece l'orazione che stiamo commentando la scrisse in maniera cos perfetta che potrebbe a ragione considerarsi la migliore (Asconio, p. 42 C)10.

Cosa argoment? Non volle allinearsi a una tesi dell'omicidio nell'interesse pubblico (come Marco Giunio Bruto - nipote di Catone e futuro cesaricida - aveva nel frattempo argomentato in un'orazione fittizia). Sostenne invece che era stato Clodio ad avere pianificato un agguato a Milone, scegliendo cos la linea della legittima difesa, concetto che, come oggi, ruotava intorno ai due poli dell'aggressione e della reazione. Non conosciamo, se non in modo frammentario, quanto da lui realmente pronunziato; unica cosa di cui possiamo essere certi  che, nella sua ricostruzione, Clodio dovette morire al primo colpo.

Poi, come previsto, l'accusa e la difesa poterono rigettare entrambe 5 giudici da ciascuno dei 3 ordini, sino a giungere al numero definitivo di 51. Milone fu condannato per 38 voti contro 13. Tra i senatori, 12 contro 6; tra i cavalieri, 13 contro 4; tra i tribuni del tesoro' (cavalieri di censo inferiore), 13 contro 3.

Tutti, osserva Asconio, sembrarono credere che Clodio fosse stato ferito all'insaputa di Milone, ma che questi ne avesse poi ordinato l'omicidio. Alcuni pensavano che il voto di Catone - che affermava che la morte di Clodio fosse stata un bene, che sosteneva la candidatura consolare di Milone, che ne appoggiava la difesa e aveva testimoniato le minacce ascoltate da Favonio - fosse per l'assoluzione. Ma poich - osserva sempre Asconio - anche l'eliminazione politica del facinoroso Milone poteva essere considerata un bene, nessuno seppe mai come Catone abbia realmente votato.

Si tratt della pi clamorosa sconfitta forense dell'oratore di Arpino. Seguirono altri processi11.

Milone, nei giorni successivi, fu condannato in assenza anche de ambitu (sotto la presidenza di Torquato) e de sodaliciis (sotto la presidenza di Favonio) e, infine, nuovamente de vi (sotto la presidenza di Lucio Fabio e secondo la legge precedente a quella di Pompeo). Di l a poco, part in esilio per Marsiglia; le sue propriet, a causa dei forti debiti, furono vendute a un niente. Quando gli giunse copia dell'orazione ciceroniana rivista per il pubblico pare abbia commentato:  stata una fortuna che queste parole non siano state pronunziate in questa forma in tribunale. Altrimenti non starei a gustare triglie qui a Marsiglia (Cassio Dione, Storia romana, 40,54,3). Sempre dall'esilio, egli si sarebbe lamentato anche di come Cicerone avrebbe gestito la vendita dei suoi beni, finiti nelle mani di un gruppo di amici e andati in parte a Filotimo, un liberto della moglie Terenzia.

Saufeio, il capo degli schiavi di Milone, fu assolto, Clelio condannato; gli altri condannati, sia in presenza sia in assenza, erano in maggioranza partigiani di Clodio.

Pompeo intervenne con successo a favore del suocero, accusato de ambitu, ricevendo a casa propria i 360 giurati che dovevano ascoltare il processo (secondo Plutarco) o dissuadendo l'accusatore (secondo Appiano). Lo nomin poi collega per il resto dell'anno. Tra gli altri processi analoghi, particolarmente violento fu quello contro Scauro (pretore nel 56 e gi accusato di concussione nel 54, quando non ottenne il consolato ma fu assolto grazie alla difesa di Cicerone). La folla intervenne per chiederne l'assoluzione; Pompeo us l'esercito, provocando morti; l'imputato, sempre difeso da Cicerone, fu condannato.

Con la chiusura della narrazione di Asconio, le informazioni diminuiscono nettamente. La corrispondenza di Cicerone per il 52 tace, a eccezione di due lettere, e per il biennio successivo, sino all'estate del 50,  quasi interamente concentrata sul suo nuovo, indesiderato compito proconsolare in Cilicia, affidatogli dal senato nel marzo 5112.

4. La corruzione, le provinciae'
e la candidatura di Cesare

Proprio allora ebbero inizio i dibattiti e i provvedimenti, in gran parte misteriosi, che in quel fatidico 49 avrebbero condotto al conflitto aperto13. Il futuro di Cesare si decise in un quadro pi complesso: Pompeo era innanzitutto intenzionato a porre freno a quei meccanismi di corruzione che parevano ormai strangolare l'intera vita politica romana.

Mentre il proconsole era impegnato a salvare le sorti dell'impresa gallica da una rivolta sempre pi minacciosa, a Roma si apr il dibattito su tempi e modalit della sua candidatura al secondo consolato. Agli inizi del 52, Celio e gli altri 9 tribuni presentarono una proposta.

Secondo Svetonio, quando il senato era ormai deciso per l'elezione di Pompeo a console unico, Cesare convinse i tribuni, che lo proponevano invece come collega, a presentare una richiesta diversa: che allo scadere del proprio mandato gli fosse consentito di brigare per un secondo consolato rimanendo assente, in modo che la candidatura non lo costringesse ad abbandonare prematuramente la provincia, prima di avere condotto a termine le operazioni militari (Cesare, 26,1). Sempre secondo il biografo, fu allora che Cesare inizi a finanziare la propria campagna elettorale.

Pompeo era favorevole, temendo un collega amato presso i soldati e il popolo; coopt quindi il suocero Scipione Nasica, sul quale pendeva un'accusa di corruzione (Cassio Dione, Storia romana, 40,51,1-2). Forse Cesare - cui gli amici dicevano di guardarsi dalla legge contro la corruzione -, oltre a ottenere il plebiscito, per evitare di rimanere cittadino privato, avrebbe anche chiesto al senato una piccola proroga al suo potere sulla Gallia o almeno su una parte di essa (Appiano, Guerre civili, 2,97); l'ultima questione dovette essere rimandata.

Possibile anche un ruolo di Cicerone; Cesare, a Ravenna nella prima met del marzo 52, gli aveva chiesto di fare da tramite con Celio; Pompeo aveva spinto nella stessa direzione. Cicerone, avrebbe detto nel 44, non solo aveva consigliato a quest'ultimo di non far prorogare di un quinquennio il comando a Cesare (nel 56), ma anche di opporsi alla votazione della legge che permetteva la candidatura di Cesare, anche se assente da Roma (Filippiche, 2,24). Nei fatti, per, Cicerone si era dato da fare e Cesare, ottenuto quanto desiderava, part per la Gallia, constatando che ormai a Roma la situazione politica per l'energia di Pompeo era stata sistemata vantaggiosamente (Cesare, Guerra gallica, 7,6,1).

Improvvisa fu quella che in genere la storiografia identifica come prima rottura tra i due generali.

Nella primavera del 52 una legge di Pompeo mut le regole di assegnazione delle provinciae. Rendendo operativo un senatoconsulto precedente, essa introdusse un intervallo obbligatorio di cinque anni tra lo svolgimento delle magistrature (urbane) e quello delle promagistrature (provinciali). Si spezz quindi l'automatismo che portava i politici a indebitarsi per la campagna elettorale, sicuri di poter saldare poco dopo grazie al governo disinvolto di una provincia. Poich la legge andava a individuare i possibili proconsoli tra i vecchi magistrati - in primis coloro che, come Cicerone, non avevano ancora rivestito promagistratura -, i potenziali candidati per le provinciae divennero molti. Cesare, probabilmente, non poteva pi neppure aspettarsi proroga tra 1 marzo e fine dicembre 49 (giustificabile solo con il non voler privare i consoli del 50 dei primi due mesi di mandato proconsolare)14. Soprattutto, non poteva pi aspettarsi un comando subito successivo al suo nuovo consolato. La legge di Pompeo reintrodusse comunque la possibilit di veto tribunizio sull'assegnazione delle provinciae (diritto che, come vedremo, fu usato sistematicamente per tutto il biennio 51-50, sino al senatus consultum ultimum del 7 gennaio 49)15.

Pompeo ottenne dal senato 24 milioni di sesterzi all'anno come soldo per le legioni; non ebbe neppure scrupolo, pur essendo autore della legge, di prendere egli stesso poco dopo per altri cinque anni la Spagna (Cassio Dione, Storia romana, 40,56,2). Ben meno sappiamo del destino della sua cura annonae.

Un'ulteriore, strana vicenda legislativa chiar che i candidati alle magistrature dovevano presentarsi di persona, andando a confondere la posizione di Cesare. Pompeo eman una legge contraria al plebiscito; egli infatti, proponendo la sua legge sul potere dei magistrati, nel redigere il capoverso che vietava le candidature degli assenti aveva omesso di eccettuarne Cesare; tuttavia aveva fatto correggere l'errore subito dopo, quando per la legge era gi stata incisa nel bronzo e archiviata (Svetonio, Cesare, 28,2-3).

La notizia ha dell'incredibile: Pompeo, confermando un divieto precedente, si sarebbe dimenticato di Cesare e poi avrebbe prodotto un falso, in maniera plateale? Forse egli, assicuratosi le Spagne, fece una concessione a Cesare, aggiungendo alla legge la clausola per cui era consentito fare cos a coloro ai quali fosse stato permesso per nome e apertamente (Cassio Dione, Storia romana, 40,56,3).

Gli avvenimenti sono sempre meno chiari. Catone, pur divenuto ancora pi popolare grazie a giochi offerti dall'edile Favonio, suo fedelissimo, sub una cocente sconfitta elettorale al consolato per il 51.

Cosa era avvenuto? Catone aveva convinto il senato a disporre che i candidati salutassero il popolo di persona, senza l'uso d'intermediari (che spesso distribuivano denaro e favori). Cos irrit ancora di pi la gente, perch la privava non solo di una fonte di guadagno ma anche dell'opportunit di chiedere favori, rendendo il popolo indigente e, al medesimo tempo, disprezzato (Plutarco, Catone minore, 49,5).

Pi entusiasmanti temi erano comunque nell'aria. Alla fine del 52, infatti, il senato accord a Cesare una supplicatio di venti giorni, per una svolta verificatasi al di l delle Alpi.

1 Vedi p. 116.

2 Schiavo addetto ai sacrifici.

3 Vedi p. 105.

4 Un mese in pi, aggiunto in genere ogni due anni, serviva a recuperare il ritardo astronomico dell'anno precesariano, ufficialmente suddiviso in 12 mesi (di cui uno di 28, 7 di 29 e 4 di 31 giorni), per un totale di 355 giorni. Il mese in pi, di 27 giorni, prendeva posto, a cicli alterni, dopo il 23 o il 24 febbraio (che si trovava quindi ridotto di 4-5 giorni), e faceva raggiungere all'anno in corso un totale di 377 o 378 giorni.

5 Vedi p. 204.

6 Vedi p. 125.

7 Vedi Bibliografia, interpretazioni e approfondimenti, p. 340.

8 Periodo chiamato trinum nundinum, letteralmente ogni tre nundinae; erano, le nundinae, il giorno di mercato che si teneva ogni 8 giorni; il trinum nundinum aveva pertanto una durata variabile dai 17 ai 24 giorni.

9 Vedi Bibliografia, interpretazioni e approfondimenti, p. 340.

10 Per le argomentazioni contenute nell'orazione giunta sino a noi - ampiamente rielaborata - vedi Bibliografia, interpretazioni e approfondimenti, pp. 341-343.

11 Vedi Bibliografia, interpretazioni e approfondimenti, pp. 343-344.

12 Vedi Bibliografia, interpretazioni e approfondimenti, p. 345.

13 Ci basiamo principalmente su L. Gagliardi, Cesare, Pompeo e la lotta per le magistrature. Anni 52-50 a.C., Giuffr, Milano 2011, con modifiche segnalate in Bibliografia, interpretazioni e approfondimenti.

14 Vedi Bibliografia, interpretazioni e approfondimenti, p. 344.

15 Gagliardi, Cesare cit., pp. 101-102, vede proprio nell'introduzione del veto un possibile compromesso.

VI.
Un vincitore alle corde

Pur non avendo combattuto in Gallia nemmeno dieci anni, egli conquist a forza pi di 800 citt, assoggett 300 popoli, si schier in tempi diversi contro 3 milioni
di uomini, ne uccise 1 milione in battaglia e altrettanti
ne fece prigionieri.

Plutarco, Cesare, 15,5

In quel fatidico 49, Cesare avrebbe lanciato contro la res publica un esercito che aveva ormai fama d'invincibilit e di spietatezza. Pi alla seconda che alla prima contribuirono gli eventi degli anni 52-50, durante i quali esso aveva addirittura rischiato il disastro.

1. Assedii, terra bruciata
e una straordinaria vittoria

Cesare, da Ravenna, raccolto un ulteriore contingente di uomini, era tornato nella Transalpina.

La rivolta, fomentata dalle voci della sua presunta debolezza politica, era nata nel territorio dei carnuti (tra la Senna e la Loira), centro politico e religioso dove si teneva l'assemblea dei druidi, la potentissima classe sacerdotale. Si era poi estesa ovunque. Il circa trentenne Vercingetorige - figlio di un uomo tanto influente da aspirare, ai suoi tempi, al regno su tutta la Gallia - era divenuto con la forza re degli arverni (stanziati nell'odierna Auvergne), quando si era saputo che i carnuti avevano ucciso, a Cenabo (l'odierna Orlans), tutti i cittadini romani.

Rapidamente la notizia giunge a tutte le nazioni della Gallia. Infatti quando accade un fatto pi importante e pi notabile del solito, lo comunicano gridando per i campi e per le campagne; quelli che ricevono la notizia a loro volta la trasmettono ai vicini: cos accadde allora. Pertanto di quello che accadde a Cenabo al sorgere del sole pervenne notizia avanti che terminasse la prima vigilia (verso le 21) nel paese degli arverni, che dista da Cenabo circa 160 miglia.

(Guerra gallica, 7,3,2-3)

Numerose trib si erano coalizzate, affidando a Vercingetorige il comando generale. Eserciti gallici erano cos penetrati nella provincia romana, con meta Narbo Martius.

Cesare aveva raggiunto la citt. Tranquillizzando e rafforzando la zona, aveva dissuaso il nemico. Aveva poi attraversato con un'armata le Cevenne - con la neve alta sino a 6 piedi -, portandosi a devastare il territorio degli arverni. Essi pensavano invece di essere difesi dalle montagne, inaccessibili in inverno, come da una muraglia. Molti e vari erano stati gli spostamenti di Cesare, che contava anche su una cavalleria di germani; lo erano stati anche quelli di Vercingetorige.

Gli assedii si erano susseguiti agli assedii. Particolarmente duro era stato quello di Avarico (l'odierna Bourges), la citt pi grande e fortificata dei biturigi, attaccata da Cesare perch posta nella regione pi ricca: riteneva che dopo la sua caduta quella popolazione si sarebbe sottomessa. Vercingetorige aveva convinto i suoi a mutare strategia: impedire ai romani i rifornimenti e fare, sull'esempio dei britanni, terra bruciata. Le fiamme erano divampate all'improvviso e ovunque, ma si volle risparmiare Avarico, contro i consigli di Vercingetorige, costretto cos a marciare in sua difesa con l'esercito. Per venticinque giorni i romani - nutrendosi di sola carne per mancanza di grano ma decisi a non rinunziare all'assedio - avevano proceduto nei lavori, sino a erigere un grande terrapieno. Gli assediati avevano progettato di raggiungere di notte il campo di Vercingetorige ma le donne, destinate a restare in citt con i bambini, con le loro grida erano riuscite a segnalare la mossa ai romani. Durante un temporale improvviso questi avevano dato l'assalto, uccidendo i circa 40.000 difensori. La manovra delle donne era risultata vana: i soldati eccitati dal ricordo sia del massacro di Cenabo, sia della fatica che erano loro costate le opere di assedio, non risparmiarono n i vecchi n le donne n i bambini (7,28,4).

Cesare, risolti alcuni problemi con gli alleati edui e lasciate a Labieno 4 legioni per condurre le operazioni contro senoni e parisi, con le altre 6 (tra cui la XIII) aveva invaso il paese degli arverni, puntando sulla loro principale fortezza, Gergovia (in genere identificata in una localit a 5 miglia romane a sud dell'odierna Clermont-Ferrand). La citt, sulla cima di un monte, non avrebbe potuto essere espugnata con un assalto. Vercingetorige, posto il campo l vicino, aveva occupato tutti i colli, e offriva uno spettacolo pauroso (7,36,2). Cesare era riuscito tuttavia a impadronirsi, di notte, di un'altura scoscesa, di fronte alla citt, dalla quale avrebbe potuto tagliare i rifornimenti al nemico. Il campo romano aveva subto un feroce assedio; alcune sortite avevano avuto successo, ma un gruppo di soldati - nonostante gli ordini - aveva inseguito i galli sino alle mura della citt. Giunti i rinforzi, la situazione non si era risolta in un disastro solo grazie all'opera di contenimento della X e della XIII legione. Quel giorno erano caduti poco meno di 700 romani, tra cui 46 centurioni, in una delle sconfitte cesariane pi pesanti.

Dopo altre scaramucce, poich era evidente che Vercingetorige non voleva lo scontro aperto, Cesare aveva tolto il campo ed era partito per le terre degli edui, in tumulto. La guarnigione romana di Novioduno (in genere identificata nell'odierna Nevers), sulle rive della Loira - dove erano alloggiati gli ostaggi, il grano, il denaro, gran parte delle salmerie e una grande quantit di cavalli comprati in Italia e Spagna -, era stata annientata dagli edui, venuti a sapere di una ribellione anche a Bibratte. Allora avevano ucciso i commercianti di grano, spartito denaro e cavalli e trasferito a Bibratte gli ostaggi offerti dalle genti galliche ai romani; avevano poi incendiato la citt, che non potevano difendere, imbarcando il frumento che poterono e buttando il resto nel fiume o bruciandolo. Avevano poi lanciato scorrerie in tutte le direzioni, per chiudere le vie di rifornimento. La rivolta, per la diffusione delle notizie su Gergovia - autentiche - e sul ritiro di Cesare nella provincia - false -, era divampata. Labieno, dopo alterne fortune e scontri, era riuscito a raggiungere il proconsole.

Dalla parte di Vercingetorige si erano schierate altre popolazioni e 15.000 cavalieri. Bisognava ormai difendere la provincia, presidiata da 22 coorti l arruolate, sotto il comando del legato Lucio Giulio Cesare (console nel 64). E anche il figlio di questo personaggio avrebbe giocato, in quel fatidico 49, un suo ruolo.

Cesare si era trovato di fronte, nelle terre dei sequani, l'armata di Vercingetorige, ormai convinto che il momento buono fosse giunto. Vi era stato un pesante scontro tra cavallerie; quella germanica di Cesare era riuscita a vincere. Vercingetorige si era allora ritirato nella vicina Alesia (in genere identificata nell'odierna Alise-St-Reine), davanti alla quale Cesare, trascorso un giorno intero a fare strage della retroguardia nemica, aveva posto il campo. Confidando che le sconfitte avessero piegato il nemico, aveva iniziato le opere di assedio.

Alesia si trovava sulla sommit di un colle elevato. Davanti si estendeva una pianura lunga circa 3 miglia, mentre agli altri lati vi erano colli di uguale altezza. Lo spazio sotto le mura, a est, era tutto occupato dalle truppe galliche, fortificatesi con un fosso e un terrapieno. Il perimetro del vallo iniziato dai romani era di circa 10 miglia. L'accampamento era stato posto in un luogo adatto; in 23 fortini l collocati stazionavano guardie di giorno e di notte.

In un primo scontro tra cavallerie, ancora una volta i germani erano stati decisivi. Di notte, prima che le opere romane bloccassero la citt, Vercingetorige aveva fatto uscire i cavalieri, inviandoli nelle loro terre, a chiamare pi uomini possibile. Aveva con s 80.000 combattenti e frumento per appena trenta giorni. Ordinata la consegna di tutto il grano, pena la morte, aveva distribuito il bestiame che i mandubii - abitanti della citt - avevano condotto in quantit, e diviso il frumento in razioni scarse; aveva anche fatto ritirare le truppe entro le mura. Attendeva gli aiuti.

Cesare, informato da disertori, aveva progettato nuove e ancora pi imponenti fortificazioni, tra le pi celebri - e funzionali - che la storia ricordi. Si trattava di un sistema complesso di fossati, riempiti anche con le acque di un fiume appositamente deviato, di terrapieni, di palizzate, di parapetti di legno merlato, di pali aguzzi e di torri. Un insieme di fosse mimetizzate, con pali aguzzi di diversa grandezza, rendeva possibile l'impiego di un numero inferiore di soldati. Prevedendo l'arrivo di una forza immensa, che avrebbe potuto invertire i ruoli, fece costruire una linea di difesa identica, ma con orientamento opposto, su un perimetro di 14 miglia, per creare un anello difensivo nel quale tenere i propri uomini.

Vale la pena osservare - sempre con lo sguardo rivolto a quel fatidico 49 - che la narrazione cesariana, una volta giunta a Roma, potrebbe avere creato apprensione in qualche contemporaneo e, anni dopo, ispirato Lucano1.

Cesare aveva indovinato solo in parte. L'assemblea dei principi celti aveva deciso che l'arruolamento di tutti gli uomini validi avrebbe comportato troppi problemi ai comandi. Il contingente di soccorso ammont quindi a soli' 240.000 fanti e 8.000 cavalieri.

L'attesa degli assediati, all'oscuro di tutto, si era fatta insostenibile. C'era chi suggeriva la resa, chi invece, sinch le forze lo permettevano, una sortita. Critognato, nobile e autorevole arverno, aveva invece proposto di resistere, mangiando i morti, sull'esempio degli antenati nella guerra contro cimbri e teutoni (che tanti danni avevano inflitto alle popolazioni celtiche prima di essere fermati da Mario). Al termine del consiglio, si era deciso di far uscire dalla citt chi non potesse combattere; se neppure ci fosse stato sufficiente, si sarebbe seguita la proposta di Critognato. Anche gli abitanti, quindi, erano stati spinti fuori assieme a donne e bambini. Una folla inerme si era allora avvicinata alle linee romane, chiedendo di essere accolta in servit e sfamata. Cesare si limita a ricordare l'ordine di disporre guardie; l'esito, facilmente immaginabile,  riportato dall'anticesariano' Cassio Dione (155 d.C. ca-235 d.C. ca): stando nel mezzo tra la citt e l'accampamento romano, respinti dagli uni e dagli altri, morirono miseramente (Storia romana, 40,40,4).

Era giunta infine l'armata di soccorso. Aveva occupato l'intera pianura con la cavalleria, mentre le fanterie si erano posizionate sui colli, con manovre durate giorni. Un primo scontro di cavalleria aveva visto nuovamente il successo dei germani di Cesare. Anche il vallo era riuscito a proteggere i romani da un primo attacco coordinato; si erano allora distinti i legati Marco Antonio (questore l'anno successivo) e Trebonio (tribuno nel 55). Si era poi avuto un secondo, similare scontro, presso un punto debole delle fortificazioni. Si era combattuto contemporaneamente in tutti i punti; per i romani, impegnati su linee tanto estese, non era facile fronteggiare attacchi simultanei, e le grida che si alzavano alle spalle facevano impressione: infatti il pi delle volte le cose che non si vedono turbano pi profondamente le menti degli uomini (7,84,5).

Cesare mandava rinforzi dove necessario. Mentre egli stesso accorreva con cavalieri e legionari, Labieno, alla guida di 39 coorti, era uscito dal vallo, attaccando il nemico anche con la cavalleria e mettendolo in fuga. Grande era stata la strage. Udito il segnale di ritirata, l'armata di soccorso si era dispersa.

Vercingetorige si era infine arreso: per circa sei anni avrebbe atteso in carcere prima di essere giustiziato, durante il trionfo sulla Gallia2. Subito dopo la vittoria di Alesia, Cesare aveva distribuito un prigioniero a soldato. Recatosi dagli edui, ne aveva ottenuto la resa. Aveva poi suddiviso le legioni sul territorio, trascorrendo l'inverno a Bibratte.

2. Altri due anni in Gallia

Nel 52, a causa della rivolta, la reputazione di Cesare doveva essersi incrinata, tra l'esercito ma probabilmente anche a Roma. Termin quindi il libro VII dei Commentarii, concludendolo con l'epica vittoria di Alesia. Quando il senato vot altri venti giorni di ringraziamenti, verosimilmente tutti immaginavano che il suo compito fosse esaurito.

La verit era, ancora una volta, un'altra. La situazione restava confusa, come emerge dal libro VIII dei Commentarii, composto in seguito e attribuito tradizionalmente - ma non senza incertezze - ad altro autore, identificato nel fedele Aulo Irzio. In particolare, Cesare temeva che i galli avessero compreso di dover dividere le forze e attaccare in luoghi diversi. Inizi allora a usare maniere ancora pi forti.

Affidato l'accampamento ad Antonio (ormai questore), si rec ancora in inverno presso i biturigi, dove stava la XIII legione, cui un la non lontana XI; le condusse nei fertili campi, sorprendendo i contadini.

La popolazione fu piegata. Cesare promise a ogni soldato, per le fatiche di quell'inverno rigidissimo, 200 sesterzi, e 2.000 a ogni centurione. Dopo altri spostamenti e scontri, particolarmente duri presso i bellovaci (stanziati tra l'odierna Beauvais e il fiume Oise), mandata la legione XV in Cisalpina, si mosse verso i carnuti, chiedendo il ribelle Gutruato, dal quale era iniziata la rivolta: ricercato da tutti, fu consegnato a Cesare, che, contro la sua indole, fu costretto a farlo giustiziare dai soldati... sicch fu percosso con le verghe e decapitato (8,38,5).

Cesare fu a quel punto informato della resistenza degli abitanti di Uxelloduno (identificato di volta in volta negli odierni Puy d'Issolu, Impernal-de-Luzech, Vic-de-Cadpenac o Contayrac). Il loro numero era trascurabile, ma egli riteneva di doverli punire, per evitare che i celti pensassero che sarebbe stata loro necessaria solo maggiore costanza; tanto pi che sapeva essere noto a tutti i galli che il suo governo nella provincia sarebbe durato ancora una sola estate (8,39,3).

Giunto l all'improvviso, riusc a tagliare agli assediati l'acqua, prima sottoponendo a uno sbarramento di proiettili coloro che si rifornivano e poi deviando con gallerie sotterranee la sorgente. La citt si arrese.

Cesare, sapendo che tutti conoscevano la sua mitezza e non temendo che un suo gesto pi duro fosse attribuito a un carattere crudele, avvertendo peraltro che i suoi piani non avrebbero avuto esito se un maggiore numero di galli in regioni diverse avesse preso iniziative simili, stim di dover distogliere gli altri con una punizione esemplare. Pertanto fece tagliare le mani a tutti quelli che avevano portato le armi e concesse loro la vita, perch il castigo toccato ai malvagi fosse meglio attestato.

(Guerra gallica, 8,44,1)

Anche Labieno, fra i treviri, miet successi. Cesare a quel punto, giudicando il resto del paese ormai pacificato, nell'autunno pass in Aquitania, dove non era mai stato ma che gi nel 56 aveva in parte sottomessa grazie a Publio Licinio Crasso (figlio del triumviro', poi morto a Carre nel 53). Gli abitanti inviarono spontaneamente ostaggi.

Part quindi per Narbo Martius, facendo condurre le truppe nei quartieri invernali. Visit rapidamente le corti di giustizia, per informarsi delle questioni pubbliche e conferire premi, anche in base all'atteggiamento tenuto durante la rivolta. Si rec poi presso le legioni, tra i belgi, e pass l'inverno a Nematocenna (l'odierna Arras).

I Commentarii dedicano solo pochi capitoli all'anno 50, privo di particolari imprese. Cesare, non volendo che presso i belgi, alla sua partenza, s'innescassero rivolte, offr titoli onorifici e premi, e non impose tributi. Nella primavera part, contro la sua abitudine, per la Cisalpina. Lo fece per rivolgersi ai municipia e alle coloniae, cui aveva raccomandato il suo questore Antonio, candidato al sacerdozio (8,50,1): molti lo volevano invece sconfitto, proprio per umiliare Cesare nel momento in cui usciva di carica3. Pur avendo sentito che nel frattempo Antonio era stato fatto augure, port avanti la visita per ringraziare e raccomandare se stesso e la sua candidatura per l'anno seguente; infatti gli avversari vantavano l'elezione al consolato di Lucio Cornelio Lentulo Crure (principale accusatore di Clodio nel 61 e pretore nel 58) e di Gaio Claudio Marcello (fratello di Marco, console del 51, e cugino dell'omonimo console del 50), che volevano privarlo di ogni carica e dignit. Altra ragione a muoverlo, la sconfitta di Servio Sulpicio Galba (pretore nel 54), avvenuta sebbene questi valesse molto di pi per popolarit e voti, poich era a lui legato sia per amicizia sia perch era stato suo luogotenente (8,50,3).

Cesare fu accolto in tutti i municipia e coloniae con grandi manifestazioni. Gli si fecero incontro masse di persone, furono offerti sacrifici e imbandite mense, anticipando la gioia per il trionfo tanto atteso: fasto dei ricchi ed entusiasmo dei poveri si equivalevano. Attraversata l'intera Cisalpina, torn con gran velocit a Nematocenna; convocate tutte le legioni dai campi invernali alla frontiera dei treviri, le pass in rassegna. Diede il comando della Cisalpina a Labieno, per renderla favorevole alla propria candidatura al consolato (8,52,2).

Gli ultimi 4 capitoli del libro VIII riassumono quanto stava avvenendo a Roma. Ripercorriamoli in breve.

Era giunta a Cesare voce insistente che Labieno fosse sollecitato dagli avversari e che gli ottimati' cercassero di convincere il senato a spogliare lui stesso di parte delle truppe. Non aveva per dato peso alle voci su Labieno n voluto contrastare l'autorit del supremo consesso: tra i senatori, se liberi di votare, la propria causa avrebbe trionfato. Il tribuno Gaio Scribonio Curione l'aveva spesso difesa, proponendo che sia Cesare sia Pompeo congedassero le truppe, per restituire a Roma libert e indipendenza. Curione aveva anche provocato un voto, ma i consoli e gli amici di Pompeo si erano opposti, portando in lungo la cosa sino a farla cadere. Ci testimoniava il sentire del senato e concordava con quanto avvenuto l'anno precedente (il 51). Allora, quando il console Marco Claudio Marcello aveva proposto, contro la precedente legge di Pompeo e Crasso, di revocare a Cesare le provinciae prima del termine, quasi tutto il senato aveva votato contro. Gli avversari erano quindi ricorsi a mezzi pi energici. Il consesso aveva deliberato di mandare alla guerra partica una legione di Pompeo e una di Cesare. Ma le legioni erano state tolte entrambe a Cesare, perch Pompeo aveva reso disponibile la I, arruolata nella provincia di Cesare e poi inviata allo stesso4. Questi, pur comprendendo le manovre, aveva rimandato la legione a Pompeo e consegnato anche la XV, allora nella Cisalpina, rimpiazzandola poi con la XIII. Aveva inoltre assegnato i quartieri invernali, mandando tra i belgi Trebonio con 4 legioni e tra gli edui il legato Gaio Fabio (pretore nel 58) con altre 4, ritenendo che i due popoli necessitassero di particolare controllo. Era poi tornato nella Cisalpina, dove aveva saputo che per disposizione del console Gaio Claudio Marcello le truppe destinate alla guerra partica erano state affidate a Pompeo.

Con quante legioni era allora rimasto Cesare? 9, si dovrebbe dedurre dai Commentarii. In realt Svetonio riporta che egli avrebbe costituito la V Alaudae nella Narbonese per supplire alla perdita delle truppe tornate nella terra Italia; una lettera ciceroniana del dicembre 50 inoltre gli attribuisce ancora 11 legioni5, e cos Lucio Anneo Floro (70 d.C. ca-145 d.C. ca), mentre Plutarco - come Svetonio - parla di 10. Cesare parla in realt anche di 22 coorti reclutate nel 52, forse anche alla base della creazione della V Alaudae.

I Commentarii sulla guerra gallica s'interrompono in maniera improvvisa: dopo questo gesto, sebbene nessuno potesse avere dubbi su ci che si preparava contro Cesare, tuttavia Cesare stabil di sopportare ogni cosa, sinch gli restasse qualche speranza di contendere nella legalit piuttosto che combattere. Si diresse... (8,55,2). Il seguito - sempre dal punto di vista cesariano - lo possiamo solo desumere, come faremo in seguito dai primi capitoli della Guerra civile.

Per comprendere meglio la dinamica dei fatti tentiamo ora di ripercorrere, in breve, l'estenuante dibattito istituzionale del biennio 51-50.

3. Ombre sul futuro

I nuovi consoli entrarono regolarmente in carica il 1 gennaio 51. La coppia era formata da un incapace nemico di Cesare e da un indeciso sostenitore della pace. Il primo era Marco Claudio Marcello, pretore forse nel 54, e nel 52 sostenitore di Milone. Il secondo era Servio Sulpicio Rufo, mancato console del 63 e accusatore di Murena ma grande sostenitore, nel 57, del reintegro di Cicerone, nonch, nel 52, interrex che aveva incaricato Pompeo del consolato unico.

Marcello inizi ad attaccare Cesare in maniera indiretta. Sua vittima fu un comasco, che non era un magistrato,  vero, ma era pure un transpadano, ci che avrebbe dato sui nervi sia a Pompeo sia a Cesare (Ad Attico, 5,11,2). Cos scriveva Cicerone gi sulla via per il suo poco desiderato incarico proconsolare in Cilicia, ricevuto a marzo di quello stesso anno. Cosa era avvenuto?

Le versioni variano6. La trattazione pi dettagliata  quella di Appiano (Guerre civili, 2,98). Cesare aveva fondato Novum Comum, colonia di diritto latino, e coloro che annualmente ne erano magistrati diventavano per ci stesso cittadini romani:  questa una prerogativa dello ius Latii. A quel punto, in spregio a Cesare, Marcello, con un pretesto qualunque, percosse con le verghe (pena che non viene comminata a cittadini romani) un cittadino di Como che era stato magistrato nella sua citt e per questo era ritenuto, secondo la legge, cittadino romano; Marcello, rabbioso, spieg che le percosse erano la dimostrazione della sua non-cittadinanza; aggiunse poi che ne portasse i segni a Cesare e glieli mostrasse.

Dunque una sfida aperta. Altre notazioni ciceroniane rivelano, sullo sfondo, una questione pi ampia: la cittadinanza della regione. Gi a partire da maggio, Cicerone era informato che i transpadani - che avevano ricevuto il diritto latino nell'89, dal padre di Pompeo, ma che il censore Crasso nel 65 non era riuscito a sostenere oltre - avevano avuto ordine di creare IVviri (Ad Attico, 5,2,3). Poich costoro erano le somme autorit dei municipia - quindi entit politiche romane -, il progetto era chiaro: gli abitanti del luogo erano spinti da Cesare a considerarsi cittadini a pieno titolo. Le voci tuttavia rientrarono, alla fine di maggio, e anche la vicenda del comasco non ebbe seguito.

Lungo, complesso e pieno di ricadute sugli umori popolari fu invece il dibattito senatorio sul comando di Cesare.

Esso si apr ufficialmente tra l'aprile e il maggio 51. Il console Marco Claudio Marcello chiese che Cesare lasciasse il governo delle provinciae entro il 1 marzo - verosimilmente del 50 -, specificando che non avrebbe dovuto ottenere la possibilit di candidarsi in assenza. La richiesta non fu accolta dal senato o - pi probabilmente - fu posto veto tribunizio.

Marcello sembrava debole, come Celio scriveva a Cicerone a fine maggio: non ha ancora avanzato alcuna proposta per la successione nelle provinciae galliche e - a quel che mi ha detto lui stesso - ha rinviato la sua mozione al 1 giugno (Ai familiari, 8,1,2). Allegato alla missiva era un intero volume, un Commentario delle vicende urbane, fatto comporre su ordinazione. Pare che la propaganda avversaria si stesse scatenando: si erano sparse dicerie sul fatto che Cesare avesse perduto i cavalieri e che fosse stretto d'assedio nel territorio dei bellovaci; esse erano per sulla bocca dei pochi soliti, i quali le divulgano con aria di gran mistero; ma figurarsi se Enobarbo non si portava le mani alla bocca (8,1,4). Neppure Cicerone rest indenne: il 24 maggio i perdigiorno del Foro avevano sparso la notizia della tua morte (della loro, piuttosto!). Per tutta la citt e nel Foro si vocifer che tu eri stato ammazzato ... durante il viaggio. La lettera si chiude con un'altra notizia importante - che in quel fatidico 49 avrebbe, secondo noi, contribuito a segnare le sorti di Cicerone -: i libri della Repubblica riscuotevano ovunque grande successo.

La situazione era confusa. Ancora una volta Pompeo si era allontanato dall'Urbe, come per recarsi in Spagna. Rest invece nella terra Italia, a osservare gli avvenimenti, fingendo di essere contrariato dal fatto che Cesare fosse privato del comando (Cassio Dione, Storia romana, 40,59,3). Nella seconda met di maggio, Cicerone, ancora in cammino per la sua provincia, aveva avuto modo d'incontrarlo a Taranto.

La conoscenza che il generale aveva della Cilicia era, per l'Arpinate, indispensabile. Altrettanto preziose, per noi, le impressioni da lui comunicate ad Attico e Celio. Al primo scrisse di avere trovato un cittadino ottimo, magnificamente disposto a opporsi alle manovre che tutti noi temiamo (5,7). Al secondo, in procinto di candidarsi all'edilit, comunic di avergli parlato a lungo di questioni che dovevano restare riservate, ma di poter affermare che aveva il senso delle istituzioni e la volont di prendere i provvedimenti necessari, spingendosi a consigliargli: affidati a lui: ti accoglier a braccia aperte, credimi. Ormai egli vede i cittadini buoni e quelli cattivi esattamente dove li vediamo noi (Ai familiari, 2,8,2). La voce che Pompeo si dirigesse in Spagna - mossa che Cicerone non condivideva affatto - persisteva ancora a luglio; a ottobre, quando egli era ormai nella lontana Cilicia, gli giunse ulteriore conferma. Pompeo rest invece nella terra Italia.

Il 1 giugno la questione di Cesare non fu risollevata. Celio, inviando al corrispondente un altro Commentario, comunic: le escandescenze di Marcello si sono placate, e non gi per perdita di energia ma, a parere mio, per calcolo (Ai familiari, 8,2,2); secondo Appiano, Pompeo in ci ebbe un ruolo.

In ogni caso, l'Urbe pot godere di un momento di pace. Cesare non si present alle elezioni consolari, tenutesi - pare - nei tempi soliti e senza violenza. Furono eletti personaggi a lui ostili, Gaio Claudio Marcello (cugino di Marco, console del 51) e Lucio Emilio Lepido Paolo; a essi si affianc il risoluto Curione: il pi violento dei tribuni (Svetonio, Cesare, 29) e uomo di acuta intelligenza, abile parlatore, ascoltatissimo dalla moltitudine (Cassio Dione, Storia romana, 40,60,2).

Le manovre continuarono, come ricorda un'altra lettera di Celio. Il 22 luglio, in senato si sollev il problema della legione prestata a Cesare nella primavera del 53. Pompeo si trov allora costretto a dichiarare che avrebbe richiamato quella legione, ma non subito sotto l'urgenza di quella mozione e non sotto gli attacchi dei critici (Ai familiari, 8,4,4). Si stabil poi che Pompeo tornasse a Roma al pi presto perch si potesse discutere in sua presenza il nodo della successione a Cesare; era allora in partenza per Rimini, per raggiungere l'esercito; la decisione era prevista per il 13 agosto.

Quel giorno, tuttavia, non vi fu dibattito, rimandato al 1 settembre a causa di un processo per ambitus a Gaio Claudio Marcello, il neoeletto al consolato per l'anno successivo. Il 1 settembre non si riusc invece a raggiungere il numero legale (a noi ignoto). Celio prevedeva che il nodo della successione non si sarebbe sbrogliato (Ai familiari, 8,9,2). Pompeo - a quanto ci risulta, per la prima volta - diede un segnale forte, opponendosi all'elezione di Cesare al consolato sino a che quello conserva provincia ed esercito, ma consigliando di attendere; Scipione Nasica propose che a ci fosse interamente dedicata la seduta senatoria del 1 marzo successivo (8,9,5).

Nella prima met di settembre, sempre secondo Celio, la situazione di fondo era allo stallo: la cosa sarebbe andata tanto per le lunghe da perdere un paio di anni o pi (8,5,2).

Si giunse cos alla seduta senatoria del 29 settembre 51. Una straordinaria lettera di Celio ne riporta lo svolgimento, riproducendo i testi dei senatoconsulti. Appurato finalmente che Pompeo era favorevole alla sospensione del proprio comando - e forse anche di quello di Cesare - dopo il 1 marzo 50, il senato vot all'unanimit una mozione del console del 51, Marco Claudio Marcello (Ai familiari, 8,8,5). I consoli dell'anno successivo, il 1 marzo, porteranno davanti al senato la questione delle provinciae consolari, e sempre con decorrenza 1 marzo non presenteranno in senato altre mozioni prima di questa o contemporaneamente. A tale scopo avrebbero potuto, tra l'altro, convocare il senato e far votare decreti anche nei giorni comiziali e assieme agli altri magistrati e ai loro successori, se era il caso, portare tali proposte davanti al popolo e alla plebe.

La successione a Cesare aveva ormai la priorit.

Altri tre senatoconsulti subirono veto da parte dei tribuni cesariani. Il primo chiaramente andava contro le prerogative dei magistrati e in particolar modo dei tribuni, dichiarando che nessun magistrato che abbia diritto di veto7 o di fare opposizione  autorizzato a impedire che questioni di pubblico interesse siano portate davanti al senato alla prima occasione possibile e che si faccia passare un decreto del senato; e ancora, se qualcuno far opposizione o porr ostacoli, a giudizio del senato avr agito contro la res publica (8,8,6). Il secondo avrebbe potuto intaccare la consistenza delle forze di Cesare, dichiarando parere del senato, in merito ai soldati in servizio nell'esercito di Cesare, che i casi di quanti abbiano terminato il loro servizio o abbiano validi motivi per essere congedati siano portati davanti a questa assemblea, in modo che possano essere esaminati e se ne possano conoscere le motivazioni (8,8,7). Il terzo, infine, a proposito delle ben 9 provinciae all'epoca governate da ex pretori, dichiar aperta la possibilit, a tutti coloro che furono pretori senza per avere alcun comando provinciale, di essere sorteggiati per l'incarico, e se il numero delle persone con i requisiti per essere inviate nelle provinciae in virt del decreto del senato fosse inferiore al numero richiesto si sarebbero dovuti scegliere tra i membri del collegio che viene subito dopo nell'ordine cronologico coloro che non avevano avuto incarichi, e cos via, fino al completamento del numero previsto per l'invio nelle provinciae (8,8,8).

Le prime due proposte prevedevano inoltre che in caso di veto - poi verificatosi - il senato dovesse riprenderle nella prima occasione utile.

Pompeo dichiar che non avrebbe potuto prendere una decisione sulla provincia precedentemente al 1 marzo senza fare torto a Cesare. Quando gli fu chiesto come si sarebbe comportato di fronte a un veto, replic che non faceva differenza se Cesare era disposto a obbedire alla volont del senato o se mandava avanti qualcuno a impedire al senato di decidere; subito dopo un altro gli chiese: E se quello vorr essere console e conservare l'esercito?'; al che lui, con grande bonomia: E se mio figlio vorr prendermi a bastonate?' Con queste battute ha dato a tutti l'impressione che ci fosse un accordo tra loro (8,8,9). Celio concludeva: Cesare poteva restare in Gallia, rinunziando alla candidatura alle elezioni del 50 per il consolato del 49, o rinunziare alla Gallia, se gli fosse stata permessa la candidatura.

A Roma grande impressione e altrettanta confusione suscit l'avanzata partica oltre l'Eufrate e oltre la Commagene. A met del novembre 51, Celio comunic a Cicerone: uno dice che bisognerebbe mandare Pompeo, un altro che non si deve allontanare Pompeo da Roma; chi parla d'inviare Cesare con il suo esercito, chi invece i consoli; ma nessuno vuole vedere privati cittadini incaricati da un decreto del senato (8,10,2). D'altra parte i consoli, timorosi che il decreto sulla loro nomina al comando militare fosse approvato e che il compito fosse trasferito ad altri, non volevano la convocazione del senato, al punto da far dubitare della loro correttezza istituzionale (8,10,2). Ma Cicerone aveva ottenuto, nell'ottobre, una vittoria presso la catena dell'Amano (oggi Nur), che separava la Cilicia dalla Siria. In seguito a essa le truppe lo avevano proclamato imperator, dandogli cos diritto al trionfo; Gaio Cassio Longino, questore che controllava la Siria in sostituzione dell'assente proconsole Bibulo, era a sua volta riuscito - grazie forse alla mossa di Cicerone - a liberarsi dall'assedio cui era stato sottoposto ad Antiochia. Poco dopo, Cicerone avrebbe condotto un'altra spedizione vittoriosa contro la fortezza di Pindenisso.

4. Entra in scena Curione dalla lingua venale'

Si apr l'anno dei consoli Gaio Claudio Marcello e Lucio Emilio Lepido Paolo. A detta di Celio, uomini davvero scrupolosi: finora non sono riusciti a far deliberare dal senato nient'altro che le feriae Latinae8; anche il tribunato del nostro Curione  del tutto congelato; in sintesi,  impossibile descrivere a parole il totale immobilismo che c' qui (Ai familiari, 8,6,4-5). Ma Celio, a quella lettera appena scritta in un indefinito giorno di febbraio, sent il bisogno di aggiungere una nota:

Ti ho scritto sopra che Curione ha un gran freddo; ora per ha caldo, tanto fervidamente viene fatto a pezzi dalle critiche. Con una gran giravolta, per non avere ottenuto l'inserzione del mese intercalare,  passato al popolo: si  messo a parlare in favore di Cesare e, con una certa ostentazione, ha presentato una legge viaria, non dissimile dalla legge agraria di Rullo, e una legge sugli alimenti, che impone agli edili di sovrintendere alle distribuzioni. Non lo aveva ancora fatto quando ti scrissi la prima parte della lettera. ...

(Ai familiari, 8,6,5)

Cicerone ebbe un sobbalzo. Ma che mi vai dicendo? Curione ora prende le parti di Cesare? Chi l'avrebbe mai pensato, tranne me? Perch, sulla mia vita, io lo pensavo davvero (2,13,3). A giugno, dalla Cilicia chiedeva lumi ad Attico, poich gli si scriveva qualche cosa di antipatico riguardo a Curione e a Paolo; non che io tema di qualche pericolo sinch Pompeo sta in piedi... o anche seduto, ma in buona salute; ma, perbacco, gli atteggiamenti assunti da essi, miei buoni amici, non mi vanno (Ad Attico, 6,3,4). Come sull'inattivit dei consoli, anche sulla giravolta di Curione vi furono diverse spiegazioni.

Partiamo dai consoli. Cesare, non potendo nulla contro Gaio Claudio Marcello - sostengono Appiano e Plutarco -, ne compr' il collega per 36 milioni di sesterzi: con essi Paolo fece edificare per i romani la basilica che fu detta di Paolo, una costruzione bellissima (Appiano, Guerre civili, 2,101-102). Il personaggio sarebbe cos riuscito a portare a termine una magnifica costruzione gi iniziata nel 55, durante la sua edilit curule. Ancora una volta per il popolo. Sempre Appiano riporta che, ad aprile o ai primi di maggio, come da senatoconsulto del 29 settembre 51, il console Gaio Claudio Marcello pose in senato - senza esito - la questione delle provinciae; il collega Paolo rest silente.

Pi difficile da spiegare  il comportamento di Curione, recentemente emerso sulla scena politica e destinato a divenire uno dei personaggi-chiave dell'intera vicenda. Ci in maniera inaspettata. Per un caso raro (la mancanza di qualifica di uno degli eletti) ottenne il tribunato. Cambi poi bandiera, per un caso non affatto raro ma comunque misterioso. L'anno precedente, infatti, Cesare - che in genere permetteva di attingere a piene mani alla ricchezza della Gallia a tutti quelli che facevano politica (Plutarco, Cesare, 29,3) - gli aveva rifiutato denaro per la campagna elettorale; i cesariani, tra cui Antonio, lo avevano apertamente osteggiato. Particolare anche la ragione addotta da Celio: una ripicca per il fallimento di un progetto d'intercalazione.

Gaio Velleio Patercolo (19 a.C. ca-31 d.C. ca) quantifica, tracciando un quadro:

Al divampare della guerra civile e di tutti i mali che per vent'anni consecutivi ne seguirono, nessuno port esca maggiore e pi ardente che Curione, tribuno della plebe, un nobile eloquente e audace, prodigo della fortuna e dell'onore suo e degli altri, raffinato mascalzone dalla parola suadente, per la pubblica mala sorte, il cui animo non poteva venire appagato da ricchezza o da interesse alcuno. Egli si schier dapprima per il partito di Pompeo, cio, come allora si credeva, per la res publica; poi, nelle apparenze, contro Pompeo e Cesare, ma nel suo intimo a favore di Cesare. Se abbia fatto questo disinteressatamente, oppure, come si tramanda, dopo avere intascato 10 milioni di sesterzi,  questione che lasceremo insoluta. Alla fine le vantaggiose trattative di pace che gi preludevano a un accordo, che Cesare proponeva con grande spirito di moderazione e Pompeo di buon animo accettava, furono da lui mandate a vuoto e infrante, quando il solo Cicerone si adoperava per la concordia pubblica.

(Storia romana, 2,48,3-5)

Anche Plutarco, Svetonio e Appiano assimilano la vicenda a quella del console Paolo, parlando di una tangente di enormi proporzioni (per Appiano, 60 milioni di sesterzi). Appiano aggiunge che, per cogliere un pretesto, egli avrebbe avanzato un disegno di rifacimento delle strade, chiedendone la sovrintendenza per cinque anni: ben sapeva infatti che sarebbe stato respinto dai pompeiani. Simile  la lettura di Cassio Dione: Curione avrebbe inizialmente finto, alla ricerca di una scusa per il voltafaccia; anche la proposta d'intercalazione sarebbe servita a perdere tempo. Resta per possibile che si fosse ormai convinto della necessit di un compromesso.

Tra l'aprile e il maggio 50, Pompeo, da Napoli, dove stava cercando di riprendersi da un recente e grave attacco di febbri (probabilmente di origine malarica), avanz una proposta, sostenuta dal senato: Cesare lasci la provincia il 13 novembre (Ai familiari, 8,11,3). Ma Curione era risoluto a subire di tutto pur di non permetterlo; e ha rinunziato al resto del suo programma. E gli altri? I nostri poi, tu li conosci bene, non hanno il coraggio di arrivare alle estreme conseguenze. Il quadro era il seguente: Pompeo, con l'aria di non osteggiare Cesare e anzi di proporre un accomodamento che ritiene favorevole a quest'ultimo, sostiene che  Curione a seminare zizzania; in realt era proprio lui a opporsi, temendo che Cesare potesse essere eletto console prima di avere ceduto esercito e provincia. Curione, in risposta, metteva in discussione tutti gli atti del terzo consolato dell'avversario. Una cosa ti garantisco: se cercheranno con ogni mezzo di fare fuori Curione, Cesare verr in soccorso del suo tribuno; se invece, come sembra probabile, avranno paura, allora Cesare rimarr finch ne avr voglia.

Perch la scadenza del 13 novembre? Ipotesi interessante  che Pompeo, offrendo a Cesare quattro mesi in pi rispetto a quanto ritenesse corretto (30 luglio), volesse dissuaderlo a candidarsi in assenza durante l'estate del 509.

Verso giugno il senato giunse per ad accettare questa possibilit. Posto all'ordine del giorno il problema del veto10, Marco Claudio Marcello (console dell'anno precedente), cui toccava pronunziarsi per primo, propose di negoziare con i tribuni della plebe, ma il senato fu a larga maggioranza contrario. Il nostro Magno' era ora cos delicato di stomaco da fare fatica a trovare qualcosa che gli piaccia, e in sintesi si era giunti ad accettare l'ammissione alla candidatura di chi non intendeva cedere n l'esercito n le provinciae (Ai familiari, 8,13,2). Celio concludeva: come la prender Pompeo, te lo dir quando lo sapr; che cosa sar della res publica, se egli non se ne preoccupa o se resiste in armi, sar affare vostro, vecchi ricconi.

Nonostante la svolta, Cesare rest in Gallia; pass in Cisalpina dopo le elezioni consolari. Molte sono le possibili spiegazioni: la volont di concludere l'opera nella Belgica, la speranza di ottenere analogo privilegio per l'anno seguente, la necessit di giungere a un accordo al di l del consolato del 49, quando - in base alla legge fatta approvare da Pompeo nel 52 - si sarebbe trovato cittadino privato' per ben cinque anni11.

Alle elezioni, il candidato cesariano al consolato, l'ex legato Galba, fu sconfitto. Non si comprende l'allusione dei Commentarii all'ingiustizia del verdetto12; vincitori, come gi ricordato, furono Gaio Claudio Marcello, partigiano certo di Pompeo, e Lentulo Crure, carico di debiti, che sembrava potesse essere comprato da Cesare, e addirittura non poteva salvarsi se si salvava la res publica (Velleio Patercolo, Storia romana, 2,49,3).

Antonio vinse invece l'elezione al tribunato per il 49 e sconfisse Enobarbo per l'augurato, reso vacante dalla morte dell'oratore Ortensio. Plutarco sostiene che - cos come per la precedente elezione al tribunato - si trattava dell'opera di Curione, che aveva portato l'amico dalla parte di Cesare e che ora spendeva la propria eloquenza e il denaro di costui. Come augure entr subito in carica e si rese non poco utile a coloro che sostenevano politicamente Cesare (Antonio, 5,3). Celio a inizi agosto invi a Cicerone un'altra lettera, dalla quale emergeva il nuovo clima.

... Non ti avrebbero pi fatto male gli occhi, se avessi visto la faccia di Domizio alla notizia della bocciatura. Comizi affollati, quelli; e l'appoggio ai candidati  risultato del tutto coerente con le appartenenze partitiche. Solo pochissimi hanno fornito il loro appoggio in conformit con le loro relazioni personali. ...

(Ai familiari, 8,14,1)

Lo scontro politico si era polarizzato sulle appartenenze e non sulle amicizie: il gioco si stava facendo duro, e ormai anche le classi dirigenti lo avevano compreso. Celio e gran parte della popolazione dell'Urbe stavano ormai dalla parte di Cesare.

1 Vedi pp. 179-183.

2 Vedi p. 311.

3 Vedi pp. 151-152.

4 Vedi p. 105.

5 Vedi p. 161.

6 Vedi Bibliografia, interpretazioni e approfondimenti, p. 346.

7 Contrariamente alla reintroduzione del veto da parte della legge di Pompeo (vedi p. 128).

8 Festivit di quattro giorni la cui data era stabilita di anno in anno dai consoli appena entrati in carica.

9 Cos Gagliardi, Cesare cit., p. 166.

10 Vedi p. 145.

11 Vedi Gagliardi, Cesare cit., pp. 169-171.

12 Vedi p. 138.

VII.
Venti di guerra civile

Mai la citt si trov in pi grave pericolo, mai le canaglie ebbero un capo pi deciso. Senza dubbio anche dalla nostra parte ci si prepara molto seriamente e ci avviene sotto l'autorevole e dinamica guida del nostro Pompeo, che troppo tardi ha cominciato a temere Cesare. ...

Cicerone, Ai familiari, 16,11,3

Questo capitolo ci condurr agli inizi di quel fatidico 49, quando gli eventi sarebbero precipitati, senza via di ritorno. La corrispondenza ciceroniana mostra la confusione, la titubanza e l'opportunismo di molti personaggi. Sullo sfondo, sempre, l'Urbe e i suoi mutevoli umori.

1. Una proposta di Cesare

Il conflitto era ormai nell'aria. Celio, sempre ad agosto, scriveva a Cicerone di non vedere possibilit di pace: Pompeo era deciso a non permettere a Cesare di diventare console prima di lasciare esercito e provinciae, mentre l'altro era convinto di non potersi salvare se si separer dal suo esercito (Ai familiari, 8,14,2). Cesare, per, proponeva un compromesso: rinunziare a entrambi gli eserciti. Quale partito prendere per tutelare i propri interessi? Celio - certo che Cicerone avrebbe incontrato lo stesso problema - rifletteva su di s: ai cesariani era legato da riconoscenza e amicizia, gli altri li detestava, pur apprezzandone la causa. Aggiungeva poi un consiglio di vita.

Non ti sfugge - credo - che nelle contese civili si dovrebbe seguire la parte pi rispettabile, fintanto che si lotta in termini politici, senza ricorrere alle armi; ma quando si giunge allo scontro armato, allora bisogna scegliere la parte pi forte e considerare migliore il partito pi sicuro. Nel presente conflitto per me  evidente che Gneo Pompeo avr al suo fianco il senato e quanti siedono nelle giurie1; a Cesare invece si accosteranno tutti quelli che si dibattono tra la paura e la speranza del peggio; quanto al suo esercito, non c' paragone. Per concludere, abbiamo tutto l'agio di valutare le rispettive forze e di sceglierci una parte. ... Per farla breve, mi chiederai come, secondo me, andr a finire. Se uno dei due non parte per la guerra partica, vedo incombere su di noi gravi discordie; e la loro decisione sar affidata alla forza delle armi. Tutti e due sono pronti, moralmente e materialmente. Se solo potesse realizzarsi senza tuo rischio personale, grande e divertente  lo spettacolo che ti sta allestendo la Fortuna.

(Ai familiari, 8,14,3-4)

In molti dovevano pensarla allo stesso modo.

La proposta di Cesare - rinunziare a entrambi gli eserciti - sarebbe stata avanzata ancora in autunno e in inverno. Potrebbe essere stata formulata per la prima volta tra maggio e gli inizi dell'estate. Appiano (Guerre civili, 2,104-106) la colloca infatti dopo la seduta senatoria nella quale la richiesta dell'allora console Gaio Claudio Marcello fu bloccata dal silenzio del collega Paolo. Curione ... proponeva che anche Pompeo, al pari di Cesare, abbandonasse le provinciae e l'esercito; molti si opposero non essendo giunta per Pompeo la scadenza, e lo stesso tribuno sapeva che Pompeo non avrebbe lasciato la carica, e che il popolo era maldisposto verso quello per i processi de ambitu. La folla lod Curione come unico che cercasse di eliminare l'inimicizia tra i due e una volta lo accompagn sino a casa lanciandogli fiori come si trattasse di un vincitore di una grande e difficile gara.

Appiano (Guerre civili, 2,110-114) continua ricordando che Pompeo, convalescente, invi al senato una lettera in cui lodava le imprese di Cesare, citava le proprie e sosteneva che - ormai terminati i compiti assegnatigli - sarebbe stato lieto di restituire le legioni prima del tempo. Tornato in citt, si disse convinto che Cesare avrebbe fatto lo stesso, pur sapendo che a quello sarebbero stati scelti successori, mentre egli avrebbe potuto limitarsi a promettere. Curione - sempre in data imprecisata - si sarebbe opposto, dicendo che non doveva promettere ma lasciare piuttosto la carica, n togliere l'esercito a Cesare prima di diventare, anch'egli, un privato cittadino. Accus Pompeo di aspirare alla tirannide e propose di dichiarare ambedue nemici se non avessero obbedito, e di raccogliere un esercito da inviare contro di essi; cos non si comprese che era stato corrotto da Cesare. Pompeo, adiratosi e minacciatolo, si rec in un podere suburbano; prima di sciogliere la seduta, i senatori decisero solo che Cesare e Pompeo, ciascuno dei due, mandassero una legione in Siria.

Una sospetta ma curiosa notizia riporta che Pompeo, per difendersi dall'eloquenza di Curione, fosse andato a scuola di retorica. In realt nei mesi precedenti, in un periodo difficile da individuare, era stato lontano da Roma. All'inizio di novembre soggiornava a Napoli, dove ricevette una visita da Attico, che gli chiese cosa pensasse della richiesta di trionfo avanzata da Cicerone (e nel frattempo ostacolata da molti, tra cui Catone).

Pompeo sembrava favorevole, ma ben altre erano le sue preoccupazioni. La terra Italia - e non l'Urbe - gli aveva inviato quello che dovette sembrargli un verdetto. In occasione della sua malattia, sull'esempio di Napoli, si erano fatti voti, poi festeggiandone la guarigione. Plutarco (Pompeo, 57,1-9) narra che, in tutta Italia, ogni citt, grande o piccola che fosse, fu in festa per molti giorni. Le strade, i villaggi, i porti si riempivano di gente che festeggiava e sacrificava. Lo accoglievano con corone sul capo e con fiaccole accese, e gettando a terra fiori. Si diceva che questa fosse stata una delle principali cause della guerra civile. Pompeo infatti si lasci prendere dall'orgoglio e da una gioia immensa, che ebbero la meglio sulle valutazioni obiettive suggerite dalla situazione.

Nel frattempo, in sua assenza, si erano prese importanti decisioni senatorie, quali la paga per le sue truppe e l'assegnazione delle legioni a Bibulo, impegnato contro i parti. Il secondo provvedimento, databile a maggio, aveva posto fine alla questione trascinatasi dall'anno precedente: ricevuti doni e paghe, le due legioni cesariane giunsero nella terra Italia guidate da Appio Claudio Pulcro, forse il maggiore tra i nipoti di Clodio. Probabilmente istruito da Cesare, egli asseriva che ormai tutte le truppe della Gallia odiavano il loro comandante.

La classe dirigente continuava a non stare tranquilla. Altro tema caldo era l'opera dei censori, Pisone (console nel 58 e suocero di Cesare) e Appio Claudio Pulcro (console nel 54). Quest'ultimo - molto poco censorio' quanto a precedente stile di vita - si era avvicinato a Pompeo quando una figlia ne aveva sposato il figlio maggiore, Gneo. Condusse il compito affidatogli in modo durissimo (Cassio Dione, Storia romana, 40,63,3-64,4). Tra le sue vittime, cavalieri e senatori, che in tal modo fece passare tutti al partito di Cesare; tra essi anche lo storico Sallustio. Il collega Pisone intervenne poi, assieme al console Paolo, in difesa di Curione. Appio Claudio non lo espulse, ma disse pubblicamente in senato ci che pensava di lui, tanto che Curione adirato si stracci le vesti. Il console Gaio Claudio Marcello, sperando di sfruttare la situazione contro Cesare, propose che ognuno si esprimesse, ma vedendo che la maggioranza era dalla parte di Curione, uscendo dal senato si rec da Pompeo, che si trovava nel suburbio. A lui, di sua iniziativa, senza che ci fosse stato un regolare decreto, affid la difesa della citt e il comando di due legioni cittadine. Questi ultimi eventi sono successivi e si riferiscono a ben altro2, ma il clima di tensione esce comunque ben ricostruito.

Cicerone, ancora lontano, non avrebbe disdegnato il compromesso, ma le notizie giuntegli a ottobre, se autentiche, erano semplicemente terrificanti; in sintesi, Cesare non  disposto a nessun costo a congedare il proprio esercito; fanno causa comune con lui tre pretori designati, il tribuno della plebe Quinto Cassio Longino e il console Lentulo; Pompeo ha intenzione di abbandonare Roma (Ad Attico, 6,8,2). Cosa intendeva con quest'ultima affermazione?

Dobbiamo per ora limitarci a constatare che la questione era molto seria. A met ottobre conferm all'amico di avere provato un doloroso stupore per la notizia che mi davi circa le legioni di Cesare (7,1,1). Le previsioni erano fosche: se quel dio che ci ha liberato da una guerra contro i parti pi felicemente di quanto potessimo sperare non volge lo sguardo alla res publica, vedo profilarsi una lotta immane, quale non abbiamo avuto mai (7,1,2). Emerge per la prima volta un problema personale, che lo avrebbe accompagnato per molto tempo. Poco prima si era avvicinato ai contendenti, ricevendo una lettera da entrambi: non avrebbe creduto che tra essi potesse nascere divisione. Ora, invece, un terribile contrasto, e ciascuno di essi crede me dalla sua parte (7,1,3).

Cosa fare allora? Non nel caso estremo e ipotetico di una guerra, che lo avrebbe visto dalla parte di Pompeo, ma in quello, assolutamente certo, di un dibattito senatorio: si pu accettare la candidatura di un assente? Deve congedare l'esercito? Da' il tuo parere, Marco Tullio'. Che cosa potr rispondere: Aspetta, te ne prego, che io abbia parlato con Attico'? (7,1,4). Alla moglie Terenzia, a met ottobre, scrisse invece che ormai le cose volgevano alla guerra e che, una volta arrivato, non gli sarebbe stato pi possibile simulare; avrebbe affrettato il ritorno, perch si possa pi facilmente decidere assieme tutto il da farsi (Ai familiari, 14,5,1).

Cosa stava avvenendo? Una lettera del 15 ottobre testimonia la voce - peraltro erronea - che Cesare quel giorno sarebbe entrato a Piacenza con 4 legioni (Ad Attico, 6,9,5). Ancora alla scadenza del 13 novembre, invece, il conquistatore della Gallia era in un luogo a noi ignoto. Cicerone sbarc a Brindisi il 25 novembre, e poco dopo scrisse al suo liberto Tirone, lasciato convalescente a Patrasso: a Roma temo che a partire dal 1 gennaio ci saranno gravi disordini (Ai familiari, 16,9,3).

2. Le contraddizioni del senato

Si giunse cos alla riunione senatoria del 1 dicembre 50, non solo tesa ma anche descritta dalle fonti con evidenti confusioni rispetto a quella del 1 gennaio 493.

Secondo la versione pi attendibile, quella di Appiano, l'allora console Gaio Claudio Marcello ottenne il voto favorevole del senato sull'invio di un successore a Cesare. Curione non pose il veto, perch voleva presentare una proposta analoga su Pompeo. Il console Marcello lo prevenne e chiese se Pompeo dovesse abbandonare il comando. Il senato neg. Curione espresse allora una terza richiesta: che entrambi rinunciassero alle truppe. Il senato approv, con 370 voti contro 22. Marcello sciolse il consesso gridando che Cesare sarebbe divenuto tiranno. Secondo alcune fonti, Curione, uscendo dall'aula, fu nuovamente acclamato e coperto di fiori. Plutarco riferisce anche che il senato si sarebbe vestito a lutto.

Probabilmente vi fu una riunione senatoria subito successiva. Il console Marcello propose d'inviare l'esercito che stava a Capua (le due legioni mobilitate per la guerra partica) contro Cesare. Si diceva che avesse superato le Alpi in armi - secondo Marcello con ben 10 legioni (Plutarco, Pompeo, 58,10) -, e che si apprestasse a invadere Roma. Curione si oppose, asserendo che le notizie erano false, al che Marcello si rec con il collega presso la villa suburbana di Pompeo e gli tese una spada, dicendo: Ti ordiniamo, io e il collega, di muovere contro Cesare in difesa della patria; per questo ti affidiamo l'esercito che ora si trova a Capua e nel resto d'Italia, e ti autorizziamo a reclutarne un altro, grande quanto tu vuoi; egli obbed all'ordine, ma aggiunse: Se non c' di meglio!', con dissimulazione o con astuzia, anche allora per fare bella figura (Appiano, Guerre civili, 2,121-122).

Chi accompagn Marcello? Appiano sembra pensare al collega (quindi Paolo, ma ci  inverosimile, poich questi era cesariano). Per Plutarco si trattava del console designato Lentulo Crure, mentre Cassio Dione indica entrambi i consoli designati (quindi anche Gaio Claudio Marcello).

Curione, aggiunge Appiano, non poteva pi opporre il veto, fermandosi i suoi poteri fuori dall'Urbe, ma deplor in pubblico quanto avvenuto e chiese ai consoli (forse i designati) d'intimare ai concittadini di disobbedire all'arruolamento. A termine mandato raggiunse Cesare, ormai ai confini della terra Italia, a Ravenna. Il nuovo collegio tribunizio, subentrato come ogni anno il 10 dicembre, contava due partigiani del conquistatore della Gallia: Antonio e Quinto Cassio Longino (gi questore di Pompeo in Spagna nel 54). Plutarco a tale proposito informa che Antonio avrebbe fatto opposizione a Marcello, quando voleva consegnare a Pompeo i soldati gi arruolati e dargli facolt di fare altre leve, chiedendo che le truppe fossero mandate in Siria e che quelle che si stavano arruolando non seguissero il proconsole (Antonio, 5,4); non riusciamo tuttavia a datare con precisione l'episodio, forse risalente agli inizi del 49.

I vuoti della storiografia sono ancora una volta colmati dalle riflessioni di Cicerone, sulla via per Roma, dove per, se avesse voluto ottenere il trionfo, non avrebbe potuto entrare (ci che gli avrebbe fatto perdere l'imperium). Molti gli interrogativi. Perch a Cesare era stato prorogato il comando? Perch tanta lotta per far proporre da 10 tribuni di accettare la candidatura di un assente? (Ad Attico, 7,3,4). Ci lo aveva rafforzato a tal punto da dover riporre ora la speranza di resistergli in un solo uomo: il quale meglio avrebbe fatto a non lasciarlo crescere in tanta potenza che non tenergli testa ora che pu tutto!. Cesare era individuo di somma audacia, rotto a ogni rischio, e

... vedo che pencolano dalla sua parte tutti quelli bollati da una condanna o dal disonore, quelli che si meriterebbero condanne o disonore; e quasi tutti i giovani, e tutti i bassifondi della citt, e tribuni influenti ai quali si aggiunge un Quinto4 Cassio, e tutti quelli gravati da debiti, schiera molto pi numerosa di quanto credessi: la causa di lui manca solo di una causa, ha dovizia di tutto il resto. Vedo che qui tutti devono fare di tutto per evitare un conflitto armato, il cui esito  sempre incerto e ora anche pi pericoloso per la parte avversaria.

(Ad Attico, 7,3,5)

Il 10 dicembre, in Campania, incontr Pompeo - l spostatosi per le leve -, che si diceva lieto della sua venuta e lo spingeva a chiedere il trionfo. Sulla situazione politica si  espresso in termini come se la guerra fosse gi decisa. Nessuna speranza di accordi (7,4,2). Un recente episodio aveva contribuito a convincerlo: la mancata visita di Irzio, a Roma in missione da parte di Cesare. Giunto la sera del 6 dicembre, egli avrebbe dovuto passare, per uno scambio d'idee, da Scipione Nasica prima dell'alba del 7, ma a notte fonda era ripartito per ritrovarsi con Cesare; questa pareva una prova certa di rottura. L'incontro era stato invece pianificato da Lucio Cornelio Balbo, un aristocratico di Cadice che aveva seguito Cesare, ottenendo la cittadinanza romana (poi contestatagli nel 56 ma invano, grazie anche alla difesa processuale da parte di Cicerone). Era ormai uno dei principali agenti che il proconsole delle Gallie avesse in Roma, anche in veste di finanziatore e banchiere.

I timori di Cicerone crescevano: gli onesti non riescono a mettersi d'accordo su come si dovrebbe pensare (7,5,4). Membri dell'ordine equestre e senatori criticavano Pompeo e il suo viaggio. C'era bisogno di pace; da una vittoria sarebbero scaturiti numerosi guai, ma soprattutto un tiranno.

Cicerone, come molti altri, pur di evitare la guerra, era favorevole a concedere a Cesare quanto desiderava. Le richieste erano certo sfacciate, ma forse [pi miti]5 di quanto ci si aspettasse (7,6,2). Ormai era tardi per resistere, e ben pi dannose erano state le concessioni precedenti.

Qualcuno dovette tuttavia pensare a Cicerone per un compito preciso. Prima del 19 dicembre gli avevano riferito che Pompeo e i suoi consiglieri avrebbero voluto mandarlo in Sicilia, per l'imperium di cui era ancora investito. Egli considerava la decisione strana: n decreti del senato n mandati di popolo mi hanno conferito l'imperium per la Sicilia; se poi la res publica delegava la scelta a Pompeo, perch mandare me anzich un privato qualsiasi? (7,7,4). Pratica, formalmente ineccepibile ma poco eroica la soluzione: se questo comando sar per me gravoso, potr sempre entrare per la prima porta che mi capiter di vedere. L'ingresso nel pomerium avrebbe fatto cadere automaticamente l'imperium.

Cicerone ebbe anche modo di riflettere sul ruolo delle istituzioni e dei gruppi organizzati. Singolarmente esistevano galantuomini', ma nelle lotte civili occorrono partiti e classi di gente per bene (7,7,5). Quali, per? Un senato che lasciava le provinciae senza governatori e non riusciva a gestire Curione avrebbe tutelato il bene pubblico? Lo avrebbero fatto i publicani, mai decisi ma allora devotissimi a Cesare? Per non parlare di banchieri e agricoltori, mai ostili a una forma di governo purch siano lasciati tranquilli (7,7,5). Non c'era pi nulla da fare: bisognava resistergli quando era debole, e sarebbe stato facile; mentre ora dispone di 11 legioni, di tutta la cavalleria che vuole: sono per lui i transpadani, la plebe urbana, tanti tribuni della plebe, giovani affatto disperati (7,7,6).

Ma cosa stava facendo Cesare? A Ravenna, forse dopo il 13 dicembre6, dovette accogliere Curione, che gli port le ultime notizie da Roma: lo ringrazi e lo ammise a far parte del suo consiglio. L'ex tribuno spingeva a marciare con l'esercito sull'Urbe, ma Cesare cerc ancora di trattare.

Una sua proposta, di difficile datazione,  riferita da Svetonio (che lo colloca per ancora nella Transalpina) e confermata da Plutarco e Appiano. Il primo parla anche di una lettera - forse connessa - con la quale avrebbe supplicato il senato di non togliergli un privilegio accordato dal popolo, o di dare ordine anche agli altri generali di lasciare il comando (Cesare, 29,2). Lo storico commenta: contava di riuscire, in caso di necessit, a raccogliere i suoi veterani pi rapidamente di quanto Pompeo non potesse arruolare nuove truppe.

Aveva offerto di lasciare la Transalpina, a condizione di mantenere la Cisalpina con due legioni o in alternativa l'Illirico con una legione (Svetonio), o la Cisalpina e l'Illirico e due legioni (Appiano); altre versioni vogliono che lo stesso Cicerone, appena rientrato, avesse proposto che Cesare tenesse l'Illirico con due legioni (Plutarco, Pompeo) o avesse appoggiato la proposta di Cesare, cio Cisalpina e Illirico con due legioni (ma tgmata, coorti, nel Cesare plutarcheo), per poi giungere a una trattativa per convincere i cesariani ad accontentarsi delle due provinciae e di 6.000 uomini (Plutarco, Cesare). Velleio Patercolo parla invece genericamente di una legione e della carica di governatore. In ogni caso, le condizioni non dispiacevano a Pompeo; consoli e senatori non erano tuttavia dello stesso avviso.

Gi in precedenza, il 25 dicembre, Pompeo aveva incontrato Cicerone in viaggio; insieme erano giunti a Formia, avendo modo di tenere un lungo colloquio privato. Riguardo alla riconciliazione, manca anche la volont (7,8,4). Pompeo riteneva che se Cesare, pur congedato l'esercito, fosse divenuto console, avrebbe sovvertito la res publica. Prevedeva invece che, informato di ci che gli si stava preparando contro, per quell'anno avrebbe lasciato perdere, mantenendo esercito e provincia. In caso contrario, non si sarebbe lasciato impressionare. Cicerone si era sentito sollevato da quell'uomo forte, abile e di tanta autorit che discuteva da buon politico sui pericoli di una pace fittizia (7,8,4). Tra le mani avevano il discorso tenuto da Antonio in una contio del 21 dicembre: un attacco a Pompeo dagli inizi della carriera, e minacce di guerra. Pompeo concludeva: di cosa non giudicherai capace Cesare in persona quando si sar impadronito della res publica, se un suo questore senza seguito e mezzi ha il coraggio di parlare cos? (7,8,5). Pompeo sembrava temere la pace. A mio parere egli  costretto a codesto modo di vedere dal timore di dover lasciare Roma.

Anche Cicerone aveva preso denaro in prestito da Cesare. Il fatto risaliva probabilmente al 51; si trattava di una cifra pari a 820.000 sesterzi, per restituire la quale aveva autorizzato l'amico Attico a creare un nuovo debito, presso i banchieri cesariani Gaio Oppio e Balbo, a pi alto tasso d'interesse. Ora per gli dava fastidio dover pagare, devolvendo a ci quello che doveva servire al mio trionfo.  inconcepibile infatti essere debitore di un avversario.

Altre notizie sono confuse: Plutarco parla anche di una lettera recitata da Antonio alla folla - ma probabilmente si tratta di quella poi portata in senato da Curione7 - e di difficolt nel reclutamento da parte di Pompeo, poich tutti volevano la pace.

Alla fine dell'anno, sempre sotto queste impressioni, Cicerone, in forma di suasoria - esercizio retorico volto a ragionare sulle scelte -, tracci tutti gli esiti possibili.

... Ecco i casi che ci si possono presentare: o si accetter la candidatura di Cesare al consolato autorizzandolo - il senato o i tribuni della plebe - a conservare il suo esercito; o egli si lascer convincere a rinunziare all'esercito e alla provincia per avere il consolato; o, se non s'indurr a questo, accetter che si tengano i comizi senza parlare della sua candidatura, ma conserver il comando della provincia; o, pur restando quieto, far opposizione per mezzo dei tribuni e si giunger all'interregnum; o, adducendo il pretesto della candidatura non accettata, metter in moto l'esercito, e si avr la guerra. E a questa egli dar principio subito approfittando della nostra preparazione insufficiente o quando i suoi aderenti, nei comizi, avranno fatto inutilmente il tentativo che una legge gli conceda la sua richiesta? E ricorrer alle armi solo per codesta ripulsa, o per una qualsiasi altra ragione; che, per esempio, un tribuno censurato per avere fatto ostruzione al senato e avere incitato il popolo, o anche, per decreto del senato, limitato nei suoi poteri, o sospeso, o espulso si sia rifugiato presso di lui protestando per la sua espulsione? E, quando fossero incominciate le ostilit, converr difendere la citt o abbandonarla per interdirgli ogni rifornimento e altri rinforzi? Di tutti codesti mali, di cui l'uno o l'altro bisogner pure subire, quale ti sembra il minore?

(Ad Attico, 7,9,2)

Come gi nella lettera precedente, Cicerone parlava dell'abbandono della citt. Cosa voleva dire ci?

3. I drammatici inizi del 49

Il resoconto del dibattito senatorio del 1 gennaio 49 apre i Commentarii sulla guerra civile (1,1,1-1,2,8).

Dopo la consegna di una missiva di Cesare ai nuovi consoli, Lentulo Crure e Gaio Claudio Marcello, a stento si ottenne da loro, e grazie alle insistenze dei tribuni, che la si leggesse in senato; non si pot tuttavia giungere a discussione sul suo contenuto. I neoconsoli fecero invece una relazione sulla situazione politica; Lentulo Crure assicur appoggio al supremo consesso e alla res publica, ma solo se i senatori avessero voluto esprimere il loro parere con coraggio e risolutezza; se, al contrario, avessero avuto riguardo di Cesare, come in passato, avrebbe provveduto a s, considerandosi sciolto dall'autorit del senato: anch'egli infatti avrebbe potuto rifugiarsi nel favore e nell'amicizia di Cesare. Analogamente si espresse Scipione Nasica: Pompeo ha intenzione di non venire meno alla res publica, se il senato lo segue; se esita e agisce troppo fiaccamente, invano implorer il suo aiuto, quando poi ne avr bisogno. I Commentarii osservano che il discorso pareva uscire dalla bocca del genero Pompeo, alle porte della citt.

Non erano mancati pareri pi prudenti, come quello di Marco Claudio Marcello (console nel 51): non bisognava proporre la questione al senato prima di avere fatto una leva generale in tutta Italia e arruolato eserciti; solo cos si sarebbe deliberato con sicurezza e libert. Marco Calidio (pretore nel 57, spesosi per richiamare Cicerone dall'esilio) e Celio (edile nel 50 e corrispondente di Cicerone), avanzando argomenti simili, suggerivano invece che Pompeo partisse per le sue provinciae, eliminando cos ogni causa di conflitto: Cesare temeva che le due legioni toltegli fossero trattenute da Pompeo nei dintorni di Roma per essere rivolte contro di lui. Ma Lentulo Crure li copr di urla e invettive, rifiutando di mettere ai voti la proposta di Calidio; Marcello, spaventato, ritir la propria. Le grida dei consoli, il terrore sparso dalla vicinanza dell'esercito, le minacce degli amici di Pompeo piegarono la maggioranza dei senatori, che loro malgrado si associarono alla proposta di Scipione: entro una data fissa Cesare dovr licenziare l'esercito8; se non lo far, sar ritenuto ribelle alla res publica. Opposero il veto i tribuni Antonio e Quinto Cassio, e si discusse subito dello stesso. Violenti sono i pareri espressi: quanto pi si  aspri e spietati, tanto pi si riscuote il plauso dei nemici di Cesare. Interessante  comunque notare che, secondo i Commentarii, il proconsole ribelle pensava, in quel momento, che le due legioni sarebbero state poste a presidio dell'Urbe.

Le altre fonti - che in alcuni casi confondono il dibattito del 1 dicembre 50 e la contio di Antonio del successivo 21 dicembre - riferiscono altri dettagli.

Se Cesare in seguito avrebbe parlato di richieste modestissime9, Cicerone descrive la lettera come dura e minacciosa (Ai familiari, 16,11,2). Conferma poi, in una missiva dell'agosto o settembre 46, che Marco Claudio Marcello (console nel 51) non aveva mai avuto la minima fiducia nel modo di condurre la guerra civile, nelle forze di Pompeo e neppure nella qualit del suo esercito, parere che allora egli avrebbe condiviso (4,7,2).

La dinamica della consegna e lettura della missiva di Cesare  riportata, nelle altre fonti, con ulteriori particolari e divergenze. Per Plutarco, a leggerla (di fronte al popolo nel Cesare e nel Pompeo) fu Antonio. Appiano (Guerre civili, 2,127-129) riporta che a consegnarla ai nuovi consoli - il primo giorno dell'anno, mentre entravano nel senato (riunito non nel tempio di Giove Capitolino, come solito, ma nel bouleutrion, la Curia) - fu Curione, giunto da Ravenna, dopo avere percorso in tre giorni 2.300 stadii10. Essa conteneva un orgoglioso elenco delle imprese da Cesare compiute sin dall'inizio e dichiarava la volont di deporre la carica assieme a Pompeo; ma se quello manteneva il potere egli non si sarebbe ritirato e sarebbe venuto di fretta a vendicare la patria e se stesso. Sempre secondo Appiano, tutti i senatori gridarono che era una dichiarazione di guerra e gli nominarono un successore in Enobarbo, il quale usc subito di citt con 4.000 uomini arruolati con la leva11; i tribuni Antonio e Quinto Cassio appoggiarono invece la proposta. Altri particolari in Cassio Dione (Storia romana, 41,1,1-2,2). Curione non consegn la lettera ai consoli prima che giungessero in senato, per timore che, avendola ricevuta fuori di esso, la nascondessero. Anche cos, indugiarono e la resero pubblica solo perch costretti da Antonio e Cassio. Essa proponeva il congedo dei due eserciti. Si pass al voto: nessuno voleva che Pompeo licenziasse le truppe - l vicine - ma tutti, tranne Celio e Curione, votarono che le licenziasse Cesare; le decisioni furono per impedite dal veto di Antonio e Cassio.

L'opposizione tribunizia cre ulteriori problemi. Ancora una volta  difficile ricostruire gli avvenimenti. Lo stesso Cesare li comprime (Guerra civile, 1,3,1-5,5).

Sciolta sul fare della sera l'adunanza, il 1 gennaio i senatori furono convocati da Pompeo, che lod e incoraggi i risoluti e riprese e spron i titubanti. Richiam da ogni parte soldati dei vecchi eserciti, promettendo loro premi e promozioni, e facendone venire molti dalle legioni consegnate da Cesare. L'Urbe e lo stesso Comizio, vicino alla Curia, si affollano di tribuni militari, di centurioni, di veterani richiamati. Inoltre si raccolsero in senato tutti gli amici dei consoli, i clienti di Pompeo e di coloro che nutrivano contro Cesare vecchie inimicizie; la folla atterriva i deboli e incoraggiava gli esitanti; ai pi fu tolta la facolt di pronunziarsi liberamente. Pisone (allora censore e suocero di Cesare) e Lucio Roscio Fabato (allora pretore ed ex legato di Cesare) si offrirono di recarsi dal proconsole ribelle, chiedendo sei giorni per compiere la missione.

Alcuni suggerirono d'inviare ambasciatori a Cesare per fargli conoscere le decisioni del senato. Si opposero per Lentulo Crure, Scipione Nasica e Catone. Quest'ultimo era acceso da vecchia inimicizia e rancore per l'insuccesso elettorale (al consolato per il 51). Lentulo Crure, gravato di debiti, era mosso dalla speranza di avere in mano un esercito e provinciae, di arricchirsi con le largizioni dei candidati ai vari regni: si vantava anche, tra i suoi, di poter divenire un secondo Silla12. Scipione Nasica era spinto dalla speranza di avere una provincia ed eserciti, da dividere con Pompeo per la loro parentela, nonch dalla paura di un processo. Anche Pompeo, aizzato dai nemici di Cesare, non ammettendo una potenza pari alla sua, aveva rotto con lui ogni vincolo di amicizia, riconciliandosi con i nemici comuni, gran parte dei quali egli stesso aveva attirato a Cesare nel tempo della loro parentela. Temendo inoltre l'infamia per essersi impadronito delle legioni destinate all'Asia e alla Siria, ora strumento del suo dominio, vedeva nella guerra l'unica soluzione. Tutto allora si svolse nella fretta e nella confusione: i parenti di Cesare non poterono informarlo, n i tribuni stornare con le preghiere il pericolo o conservare il loro estremo diritto di veto, che nemmeno Silla aveva toccato. A soli sette giorni dall'entrata in carica, dovettero pensare a salvarsi, mentre sino ad allora i tribuni pi turbolenti avevano cominciato a riguardarsi e a temere solo dopo sette o otto mesi di attivit.

Le altre fonti in genere omettono questo momento. Il solo Cassio Dione menziona un'ostruzione di Antonio e Quinto Cassio perdurata dal 2 gennaio sino alla cacciata dal senato. Vediamo di ricostruire.

Il 3 e il 4 gennaio, giorni comiziali, non si ebbe seduta; riunioni senza esito si svolsero probabilmente il 2, 5 e 6.

Il 4, invece, giunse finalmente Cicerone, accolto da una grande folla ma caduto in un vero incendio di discordie civili, anzi di guerra; il suo desiderio di rimediarvi era ostacolato dai molti, che da una parte e dall'altra volevano la guerra; lo stesso Cesare ha mandato una lettera dura e minacciosa al senato e continua ad avere l'impudenza di tenersi l'esercito e una provincia contro la volont del senato (Ai familiari, 16,11,2).

Cicerone inizi a trattare, come ricordato in una lettera inviata a un amico nell'ottobre 46. Aveva sostenuto che Pompeo dovesse partire per la Spagna; non si era battuto perch fosse riconosciuta la legittimit della candidatura di Cesare in sua assenza, bens perch tale candidatura fosse ammessa di fatto, dato che questo era stato il volere del popolo su pressione di Pompeo, allora console in carica; presentatosi il pretesto per la guerra, aveva tentato in tutti i modi di far valere i suoi avvertimenti, convinto che la pace, anche la pi iniqua, fosse comunque da preferire alla pi giusta delle guerre (Ai familiari, 6,6,5).

Quale fu in realt il suo impegno? Potremmo collocarlo nella gi iniziata trattativa sul numero di provinciae e legioni che Cesare avrebbe potuto mantenere. Dovremmo invece escludere che egli, per partecipare alle riunioni senatorie, sia entrato nel pomerium13.

Questi temi, cos come la proposta di missione, potrebbero essere stati dibattuti gi il 5 e 6 gennaio, in un senato sempre bloccato dal veto di Antonio e Quinto Cassio.

4. Un senatus consultum ultimum' e l'organizzazione della resistenza'

Ulteriore, drammatica svolta si ebbe nella seduta del 7 gennaio, che produsse un senatus consultum ultimum. La versione cesariana, pur nella sua brevit, ne riporta il testo:

Si ricorre infine al provvedimento estremo, a quel senatoconsulto a cui mai prima l'audacia dei proponenti era scesa, tranne quando Roma fosse per cos dire in preda alle fiamme e non ci fosse pi speranza per la salvezza comune: i consoli, i pretori, i tribuni della plebe, i proconsoli, che si trovano nelle vicinanze dell'Urbe, provvedano a che la res publica non subisca alcun danno. Cos  ordinato dal senatoconsulto del 7 gennaio...

(Guerra civile, 1,5,3)

Il provvedimento ancora una volta - alludendo, nel riferimento ai proconsoli nelle vicinanze dell'Urbe, a Pompeo - mirava prima di tutto, nel suo significato originario, alla difesa della citt, come emerge anche da alcune considerazioni cesariane svolte a Rimini di fronte ai soldati14. Cesare ricorda poi la fuga dei tribuni presso di s; egli era a Ravenna, in attesa di risposta alle sue modestissime richieste, nella speranza che la giustizia degli uomini ristabilisse la pace (1,5,5).

Conferma pi esplicita alla particolare posizione di Pompeo - proconsole affiancato, nel delicato incarico, ai consoli15 -  fornita dalle Periochae, l'antico riassunto giunto sino a noi dei libri perduti di Livio: fu affidato dal senato ai consoli e a Gneo Pompeo l'incarico di sorvegliare che la res publica non avesse a ricevere alcun danno (109).

Dalle fonti storiografiche  possibile ricostruire altri dettagli sulla fallita opposizione dei tribuni, pur se con poca chiarezza nella cronologia.

Plutarco menziona solo un mutamento di abito (quello scuro del lutto, segno di protesta) da parte del senato (nel Pompeo), e inoltre la cacciata e fuga dei tribuni (nel Cesare e nell'Antonio ma non nel Pompeo), ci che diede a Cesare il pretesto tanto desiderato.

Appiano, pur in una colorita descrizione, non cita il senatus consultum ultimum e comprime gli eventi dei giorni 1-7 gennaio (Guerre civili, 2,129-133). Dopo la lettura pubblica della missiva di Cesare, dopo lo scandalo da essa sollevato e l'invio di Enobarbo, Antonio e Quinto Cassio appoggiavano la proposta del proconsole ribelle; il senato, con astio ancora maggiore, dichiar proprio presidio l'esercito di Pompeo, e nemico quello di Cesare. I consoli allora ordinarono ad Antonio e Quinto Cassio di uscire dal senato, perch non capitasse loro, per quanto tribuni, qualcosa di sgradito. Antonio corse via dal suo seggio urlando, e chiamava a testimoni gli di per la sua magistratura che, sacra e intangibile, veniva offesa, e per i tribuni stessi che, avanzata una proposta utile, erano scacciati con violenza, essi che non avevano compiuto un delitto n un sacrilegio. Uscito dall'edificio come un invasato, profetando guerre, stragi, proscrizioni, esilii, confische e quanto di male stava per capitare loro, scagli imprecazioni contro i responsabili. Con lui andarono Curione e Quinto Cassio: gi si vedeva infatti attorno alla Curia un esercito schierato da Pompeo. In gran fretta, nella stessa notte, essi, travestiti da servi, si recarono nascostamente da Cesare su una carrozza presa a nolo.

Cassio Dione, ricordato il veto dei tribuni anche il giorno 2, cos ricostruisce (41,3,1-4). Il senato vot il mutamento di abito (a lutto); i tribuni si opposero, ma la decisione fu messa agli atti e applicata: tutti infatti uscirono subito dal senato, cambiarono abito e vi rientrarono per deliberare sulla punizione dei tribuni. Costoro cercarono di reagire; poi, per timore, provocato soprattutto dal fatto che Lentulo Crure li aveva invitati a uscire prima che si facesse la votazione, tennero un lungo discorso e protestarono. Ormai stralciati dal numero dei senatori, partirono per il campo di Cesare insieme a Curione e a Celio. Poi fu affidata ai consoli e agli altri magistrati la difesa della citt, come voleva la tradizione; usciti dal pomerium e recatisi da Pompeo, decretarono lo stato di emergenza (tarach) e gli affidarono tesoro e truppe; nello stesso tempo ordinarono che Cesare cedesse il comando ai successori e congedasse gli eserciti entro una data precisa, se non voleva essere considerato un nemico, come uno che agiva contro la patria.

Antonio, Quinto Cassio e Curione lasciarono Roma nella notte del 7, per raggiungere Cesare. Con loro anche Celio, che a distanza di un anno avrebbe ricordato a Cicerone: quella notte in cui partendo per Rimini venni a trovarti, ti sei comportato come il pi compto dei cittadini, affidandomi un messaggio di pace per Cesare (Ai familiari, 8,17,1).

Che la fuga dei tribuni sia stata forzata - versione favorevole alla propaganda cesariana -  negato da una lettera ciceroniana inviata a Tirone il 12 gennaio: Antonio e Quinto Cassio, pur senza essere stati cacciati con la forza, sono partiti, assieme a Curione, per raggiungere Cesare dopo la decisione del senato di dare ai consoli, ai pretori, ai tribuni della plebe e ai proconsoli il mandato di provvedere alla sicurezza della res publica (Ai familiari, 16,11,2). A chi prestare fede?

La maggior parte degli incarichi fu assegnata nei giorni successivi, in riunioni senatorie tenutesi fuori dal pomerium per rendere possibile la partecipazione di Pompeo. Ancora una volta partiamo dal testo di Cesare (Guerra civile, 1,6,1-8), che continua tuttavia a comprimere eventi di pi giorni.

Pompeo conferm quanto aveva gi fatto conoscere per bocca di Scipione Nasica, lodando il coraggio e la fermezza del senato ed enumerando le proprie forze: disse di avere pronte 10 legioni e di sapere che i soldati di Cesare erano ostili al loro comandante. Il senato discusse sulle leve in tutta Italia, sull'invio del proquestore/propretore Fausto Silla (genero di Pompeo) in Mauritania, sul finanziamento di Pompeo con il tesoro pubblico. Si discusse anche se Giuba I (sovrano di Numidia) dovesse essere dichiarato alleato e amico, proposta cui il console Gaio Claudio Marcello si oppose. Il tribuno Lucio Marcio Filippo pose il veto sull'invio di Fausto Silla (rimasto in Italia a raccogliere truppe, per poi raggiungere Pompeo in Epiro). Sulle altre questioni furono emessi senatoconsulti; privati cittadini sono nominati al governo di provinciae, due sono dichiarate consolari, le altre pretorie. A Scipione Nasica tocc in sorte la Siria, a Enobarbo la Gallia. Si lasciarono da parte Lucio Marcio Filippo (padre dell'omonimo tribuno e console nel 56, imparentato con Cesare) e Lucio Aurelio Cotta (console nel 65 e zio materno di Cesare), in seguito a un accordo stretto in privato, e i loro nomi non sono nemmeno gettati nell'urna per il sorteggio. Nelle altre provinciae si mandarono pretori. Senza aspettare (secondo la consuetudine degli anni precedenti) che la loro investitura sia presentata all'approvazione del popolo, indossano il mantello rosso del comando, celebrano i sacrifici e partono. Segue la considerazione sull'eccezionalit e illegalit di quegli eventi16.

Appiano - unica fonte storiografica a parlare di queste riunioni successive - aggiunge altri elementi (2,134-135). Il senato, ritenendo che l'esercito di Cesare sarebbe giunto tardi e che costui nel frattempo sarebbe rimasto fermo, ordin a Pompeo di raccogliere 130.000 italici, scegliendo soprattutto veterani, nonch mercenari dalle nazioni vicine. Per le spese di guerra gli mise a disposizione tutto il tesoro pubblico, ordinando che i patrimoni privati e pubblici fossero utilizzati allo stesso scopo, in caso di necessit; inoltre, con la pi sollecita urgenza, mand messi nelle citt a raccogliere altro denaro, con ira e accanimento.

Cicerone, sempre il 12 gennaio, scriveva a Tirone le parole poste in esergo a questo capitolo; aggiungeva che, pur in mezzo a tali disordini, il senato aveva chiesto a larga maggioranza, per lui, il trionfo, ma il console Lentulo, per dare maggior peso al suo interessamento, ha detto in aula che avrebbe presentato una mozione non appena sbrigati i problemi indilazionabili della res publica; inoltre, l'Italia era stata divisa in zone militari da affidare a ciascuno per la sorveglianza. Noi abbiamo quella di Capua (Ai familiari, 16,11,3). Da un paio di altre notizie, risalenti a Cesare, a Floro e a Lucano, possiamo dedurre che proprio in quei giorni Pompeo avrebbe mandato ambasciatori a Marsiglia per garantirne la fedelt e - forse meno plausibilmente, visto il seguito degli eventi - avrebbe ordinato di fortificare le rocche, anche nel Lazio.

In ogni caso, nessuno sembr prevedere la rapidit con la quale Cesare avrebbe risposto.

1 Vale a dire senatori, cavalieri e tribuni del tesoro (vedi p. 124).

2 Vedi pp. 158-159.

3 Vedi Bibliografia, interpretazioni e approfondimenti, pp. 347-348.

4 Congettura del Corradus; i codici riportano invece Gaius.

5 I codici riportano opinione valentior, corretto in opinione tamen lenior da Shackleton Bailey.

6 Sulla velocit di spostamento vedi p. 166.

7 Vedi pp. 166-167.

8 Si desumerebbe il 1 luglio, almeno da Cesare stesso: vedi p. 217 e Gagliardi, Cesare cit., p. 37.

9 Vedi p. 170.

10 Lo stadio corrispondeva, nel sistema di misura attico, alessandrino e romano, a circa 185 metri. In realt, la distanza Roma-Ravenna era di circa 213 miglia romane sino a Rimini (via Flaminia), pi altre 37 da Ravenna a Rimini (via Popilia). I codici riportano due cifre poco credibili: 3.300 e 1.300 stadii.

11 Ma in realt la nomina sarebbe avvenuta dopo il 7 (vedi p. 173).

12 Sulla profezia dei tre Cornelii vedi p. 65.

13 Vedi p. 255.

14 Vedi p. 178.

15 Per un precedente' vedi pp. 38-39.

16 Vedi p. 10.

Parte terza.
Dal Rubicone alla resa di Roma

VIII.
Rubicone

Chiunque tu sia in armi, condottiero, soldato, recluta, fermati, deponi il vessillo e le armi e non portare oltre questo fiume armi e insegne! Se qualcuno lo avr fatto, sar giudicato nemico del popolo romano, come se avesse recato le armi contro la patria e rubato gli di penati.

Corpus Inscriptionum Latinarum, 11,30*

1. La versione di Cesare

Un paio di mosse fulminee chiar quanto il conquistatore della Gallia fosse da prendere sul serio. La prima fu l'attraversamento del confine meridionale della Cisalpina alla testa di un esercito (infrangendo il divieto di uscire dalla provincia e, peggio, quello di entrare nella terra Italia in armi, senza avallo senatorio). La seconda, oggettivamente ancora pi grave, fu la presa di Rimini, il primo centro sulla via per il sud.

Entrambe ebbero luogo in una giornata del gennaio 49, quella dell'11 o la seguente1. L'incertezza non riguarda solo la data di questi due epocali eventi ma la loro stessa modalit. Le divergenze nelle fonti ci obbligano a considerarle una per una.

Partiamo, naturalmente, dal resoconto dello stesso Cesare (Guerra civile, 1,7,1-8,1).

Informato dell'inaudita fuga dei consoli dall'Urbe, delle leve e della requisizione di denaro in tutta Italia, egli arring i soldati - nella sua versione, ancora nella Cisalpina (quindi a Ravenna) -, ricordando le ingiustizie continuamente inflittegli dai nemici, accusando Pompeo di essere stato sviato per invidia, mentre egli lo aveva sempre sostenuto. Si rammaric della novit nella repressione armata del diritto di veto dei tribuni, che neppure Silla aveva messo in discussione.

Il decreto che ordinava ai magistrati di provvedere a che la res publica non subisse alcun danno, quel senatoconsulto, cio, che chiamava il popolo romano alle armi, era stato emanato ciascuna volta solo per combattere leggi pericolose o in caso di violenza contro i tribuni o di secessione del popolo, quando questo aveva occupato i templi e le alture; e questi tentativi di un tempo Cesare mostra come furono espiati con la rovina di Saturnino e dei Gracchi. Ma di tutto ci niente era allora accaduto, niente era stato neppure pensato: nessuna proposta di legge da discutere nei comizi, nessun tentativo di riunire il popolo, nessuna secessione.

(Guerra civile, 1,7,5-6)

Esort allora i soldati a difendere la fama e l'onore del generale sotto il quale avevano per nove anni servito gloriosamente la res publica, condotto tante battaglie vittoriose e pacificato tutta la Gallia e la Germania. Erano presenti gli uomini della XIII legione: Cesare l'aveva chiamata appena la situazione si era tesa, le altre non si erano ancora raccolte. Essi gridarono a una sola voce di essere pronti a vendicare le offese fatte al generale e ai tribuni. Cesare part con la truppa per Rimini e l incontr i tribuni, rifugiatisi presso di lui; richiam quindi dai quartieri invernali le altre legioni, ordinando di raggiungerlo.

Dal resoconto emergono due inquietanti silenzi e due probabili falsificazioni.

Non compare l'attraversamento del Rubicone, assenza che accomuna anche le lettere di Cicerone e il testo di Cassio Dione, entrambi concentrati sull'entrata a Rimini; il secondo nota solo che Cesare, in risposta alla seduta del 7 gennaio, oltrepass per la prima volta il confine della regione a lui assegnata (Storia romana, 41,4,1). L'ulteriore silenzio cesariano riguarda invece la presa manu militari di Rimini, anch'essa presente nelle altre fonti (tranne in Svetonio, che non menziona mai la citt).

Le due falsificazioni sono cronologiche. La contio di fronte agli uomini della legione XIII secondo altri autori si tenne non a Ravenna, bens dopo il passaggio del Rubicone (Svetonio), e pi precisamente a Rimini (Lucano, Cassio Dione, Orosio), occupata da una truppa ormai collusa in pieno con il generale. In alcune versioni, alla stessa erano presenti anche i tribuni in fuga (Lucano, Svetonio, Cassio Dione). In altre, invece, costoro furono mostrati alle truppe prima del passaggio del Rubicone (Plutarco, Cesare), e probabilmente a Ravenna (Appiano). Se a confermare la presenza dei tribuni presso Cesare gi a Ravenna  anche Orosio, Svetonio ci dice che Cesare era gi stato informato del senatus consultum ultimum prima del loro arrivo, mentre secondo lo stesso Cesare essi lo raggiunsero a Rimini (cos come confermato dalla lettera di Celio a Cicerone), anche se in precedenza sembra indicare che erano diretti presso di lui, a Ravenna2. Inoltre - e questo  un dato certo - la fuga dei consoli da Roma e gli altri provvedimenti connessi furono effetto, e non causa, dell'avanzata cesariana.

A differenza di quanto possiamo ricavare da Cesare, Cicerone e Cassio Dione, ben sette autori considerano invece l'attraversamento in armi del corso d'acqua come momento di passaggio dalla pace alla guerra. All'esitazione del protagonista si sarebbe accompagnata una serie di eventi soprannaturali.

2. La versione di Lucano

Per Lucano, Cesare super di slancio le gelide Alpi, concependo il disegno di grandi sommovimenti e della guerra futura; giunto alle strette rive del Rubicone gli comparve

... la grande immagine della Patria

trepidante, chiara nell'oscura notte e mestissima in volto,

con i bianchi capelli fluenti dal capo turrito; si ergeva

con la chioma lacera e le nude braccia, e parlava

[tra i singhiozzi:

Dove vi spingete ancora, dove portate le mie insegne

o guerrieri? Se venite nella legalit, da cittadini,

[vi  lecito sin qui'.

(Farsaglia, 1,183-191)

Cesare fu allora scosso da un brivido, gli si drizzarono i capelli e un torpore, frenandone il passo, lo trattenne sul limitare della riva; rassicurando sulle proprie pacifiche intenzioni Giove Tonante, che guardava dalla rupe Tarpea le mura della grande citt, i penati della gens Iulia, Quirino, Giove Laziare, i fuochi di Vesta e la stessa Roma, ruppe gli indugi alla guerra e port rapido le insegne attraverso il fiume in piena (1,192-205). Nessuna informazione, invece, sulla consistenza delle sue forze.

L'autore a questo punto sembra tornare indietro, per offrire la spettacolare descrizione del passaggio del corso d'acqua. Il purpureo Rubicone, che sgorgava da una modesta sorgente e scorreva con deboli onde in estate, era allora irrobustito dall'inverno, e la terza luna con la sua falce gravida di pioggia, e il disgelo delle montagne ... ne avevano ingrossato le acque. Al che

Prima la cavalleria si oppone di sghembo alla corrente

[per arginare

le acque; poi il resto della schiera in agevole guado

rompe facilmente le onde del fiume gi infranto.

Cesare, appena superate le acque, tocc l'opposta

riva di Esperia e ristette sulle terre vietate,

Qui' disse abbandono la pace e le leggi violate;

te, o Fortuna, seguo; ormai si dileguino i patti.

Ci affidammo ai fati, valga il giudizio della guerra'.

Detto cos, il condottiero trascina alacre le schiere

nelle tenebre della notte; va pi veloce del colpo

scagliato dalla fionda baleare o della freccia lanciata

[a ritroso

del Parto, e marcia minaccioso sulla vicina Rimini;

gli astri, abbandonato Lucifero, fuggivano i raggi del sole.

(Farsaglia, 1,213-232)

La critica pare non avere sottolineato che la manovra della cavalleria, come descritta dal poeta,  davvero poco realistica. In realt Cesare avrebbe usato almeno due volte - in Gallia nel 52 per il passaggio della Loira e in Spagna nel 48 per il passaggio del Sicori (l'odierno Segre) - una tecnica ben pi logica. In un caso i cavalieri e nell'altro gli animali da soma avrebbero creato un corridoio' - e non certo una diga' - per impedire che gli uomini appiedati, durante il guado, fossero trascinati dalla corrente.

Sempre Lucano ricorda che Rimini, antica colonia fondata per resistere agli assalti gallici, a guardia delle porte del Lazio (1,254), fu occupata nel terrore; la Fortuna aiut il condottiero a legittimare la rivolta: lo raggiunsero i tribuni espulsi dal senato, accompagnati dall'impudente Curione dalla lingua venale (1,269), che lo spinse ad agire. Cesare radun i soldati e a un certo punto ricord:

Roma  scossa da un grande tumulto di guerra,

non meno che se il punico Annibale avesse varcato

[le Alpi:

completano e rafforzano con reclute i ranghi delle coorti,

abbattono tutte le selve per allestire una flotta, ordinano

di braccare Cesare per terra e per mare...

(Farsaglia, 1,303-307)

Tra le illegalit dei nemici, ricord il processo per l'uccisione di Clodio, tenutosi tra soldati entrati nel pomerium, a bivacco nel Foro atterrito, dove le spade brillando sinistre recinsero di un'insolita corona un tribunale tremante, mentre le insegne pompeiane si strinsero intorno a Milone (1,319-323). Dopo altre accuse rivolte a Pompeo, tra cui il progetto di dittatura sillana (altro tema costante), un riferimento alle sorti dei soldati. La ricompensa alle fatiche, se anche a lui veniva strappata, a essi non sarebbe dovuta mancare: questi soldati trionfino, chiunque li guidi; la loro stremata vecchiaia aveva diritto al riposo, n i pirati (di Pompeo) sarebbero divenuti migliori coloni (1,340-346). La reazione dell'uditorio, inizialmente incerta, fu accesa da Lelio, primo centurione della XIII, che era stato ornato - come lo stesso Cesare - di fronde di quercia per avere salvato la vita a un compagno. Egli si spinse a sostenere di essere pronto, a un cenno del comandante, a uccidere i pi stretti congiunti e ancora:

Se m'ingiungessi di spogliare gli di e d'incendiare

[i templi,

la zecca castrense scioglierebbe le statue dei numi;

se di porre l'accampamento presso le rive

[dell'etrusco Tevere,

avanzer al pari di un audace marcatore di confini

sui campi ausonii. Qualunque muraglia vorrai atterrare,

l'ariete sospinto da queste braccia ne sgretoler le pietre,

anche se la citt che avrai ordinato di distruggere

sia la stessa Roma'. A ci assentirono tutte

le coorti, e levate in alto le mani le offrirono

a qualunque guerra le chiamasse. ...

(Farsaglia, 1,356-388)

L'assedio dell'Urbe - con ormai 500.000 abitanti - era forse un'eventualit contemplata dalle fonti storiche (Livio e Seneca Retore'), ormai perdute, sulle quali si basava Lucano? O si tratta piuttosto della tarda ricostruzione poetica di un repubblicano' convinto? Quali erano i sentimenti e le prospettive dei soldati che avevano attraversato il Rubicone e occupato Rimini? Gli uomini della legione XIII, reclutata nell'inverno 58/57 proprio nella Cisalpina, protagonista dell'assedio di Gergovia e probabilmente della vittoria di Alesia, pensavano davvero di potersi accingere a un'impresa del genere, magari anche grazie ai rinforzi che stavano giungendo? E, soprattutto, i romani temevano che ci potesse verificarsi?

A nostro avviso dovremmo categoricamente escluderlo, anche se purtroppo le fonti successive non aiutano a rispondere. L'attenzione, infatti,  sempre focalizzata sul protagonista o, al pi, sul principale antagonista. Interessanti sono per i numerosi riferimenti alle precedenti marce su Roma'.

3. Le versioni di Plutarco

Tra il Cesare e il Pompeo non mancano divergenze3.

Nel primo si legge che il pi bel pretesto, al ribelle, fu offerto da Antonio e Curione (non Quinto Cassio), mostrati ai soldati - non si specifica dove, ma sembra di capire prima del passaggio del Rubicone - come uomini di grande prestigio e magistrati fuggiti in abiti servili su carri presi a nolo (31,3). Cesare non aveva con s pi di 5.000 fanti e 300 cavalieri; gran parte dell'esercito era ancora al di l delle Alpi, in attesa di essere trasferita da ufficiali appositamente inviati. Puntando sulla rapidit e sulla sorpresa, Cesare ordin a tribuni militari e centurioni di occupare Rimini, usando solo spade e cercando di limitare le vittime. Affidato l'esercito al luogotenente Quinto Ortensio (forse figlio del grande oratore), trascorse la giornata in pubblico, osservando esercizi di gladiatori; poco prima di sera fece un bagno e poi venne nella sala del banchetto ove rimase per un poco con quelli che aveva invitato a cena, e si alz da tavola quando gi faceva buio (32,4). Salut tutti e disse di aspettare, come se dovesse tornare. Aveva tuttavia dato a pochi l'ordine di seguirlo, per vie diverse. Sal su un carro preso a nolo, e si mosse dapprima in una direzione; poi mut strada e discese verso Rimini (32,5).

... Quando giunse al fiume che segna il confine tra la Cisalpina e il resto d'Italia (si tratta del Rubicone) e gli venne fatto di riflettere, dato che era pi vicino al pericolo ed era turbato dalla grandezza dell'impresa che stava per compiere, moder la corsa; poi si ferm e in silenzio, a lungo, tra s e s medit il pro e il contro. In quel momento mut spessissimo parere ed esamin molti problemi con gli amici presenti, tra i quali era anche Asinio Pollione: rifletteva sull'entit dei mali cui avrebbe dato origine per tutti gli uomini quel passaggio, e quanta fama ne avrebbe lasciato ai posteri. Alla fine, con impulso, come se muovendo dal ragionamento si lanciasse verso il futuro, pronunziando questo che  un detto comune a chi si accinge a un'impresa difficile e audace: Si getti il dado', si accinse ad attraversare il fiume e di l in seguito, procedendo con grande velocit, prima di giorno si butt su Rimini e la conquist. Dicono che la notte precedente il passaggio del Rubicone egli fece un sogno mostruoso: gli parve di congiungersi incestuosamente con sua madre.

(Cesare, 32,5-9)

Compare qui, per l'unica volta, il personaggio di Gaio Asinio Pollione (76 a.C.-4 o 5 d.C.), in seguito autore di una influente opera storica in 17 libri - tutti ormai perduti - che coprivano, a partire dal 60, il periodo delle guerre civili, spingendosi sino agli scontri di Filippi (ottobre 42) o di Azio (settembre 31). Mancano invece informazioni sulla presenza dell'esercito cesariano al passaggio del torrente (probabilmente sottintesa); si accenna a un sogno che altre fonti collocano invece nel periodo della questura4. Si continua poi descrivendo il panico diffusosi in tutta Italia e a Roma, senza menzionare il discorso di Rimini.

Stessa scansione cronologica nel Pompeo (60,1-4). Subito dopo la menzione del fallimento delle trattative senatorie, tentate anche da Cicerone, era giunta nell'Urbe la notizia della presa di Rimini; si diceva anche che Cesare marciasse direttamente su Roma con tutto il suo esercito. Ci era falso: non avanzava, infatti, con pi di 300 cavalieri e di 5.000 fanti, non avendo atteso il resto delle truppe, ancora al di l delle Alpi, preferendo piombare all'improvviso sui nemici e sorprenderli. Al Rubicone si ferm e attese in silenzio, riflettendo sulla grandezza della sua audacia. Poi, come quelli che si gettano da una rupe scoscesa in un baratro profondo, pose fine al suo ragionare e, chiudendo gli occhi di fronte a quell'azione inaudita, grid solo queste parole in greco a quelli che gli stavano accanto: Sia gettato il dado!' e fece passare il fiume al suo esercito.

Rispetto al Cesare, non abbiamo menzione dell'incontro dei tribuni con i soldati, n della presenza di Pollione, bens quella di un esercito che segue Cesare oltre il Rubicone. Si aggiunge anche la notizia - per l'unica volta nelle fonti - che la celebre frase, del resto attestata nella commedia greca5, sarebbe stata pronunziata in greco. Non si accenna invece al sogno avvenuto la notte precedente. Segue la descrizione del panico scaturito in Italia ma soprattutto a Roma; ancora una volta manca il discorso di Rimini.

L'intervento dei tribuni  invece sottolineato come casus belli nell'Antonio: appena giunti al cospetto di Cesare - non si specifica se davanti ai soldati - iniziarono a gridare che a Roma non esisteva pi alcun ordine costituzionale, dal momento che nemmeno ai tribuni della plebe rimaneva libert di parola, ma chiunque parlava in difesa della giustizia era scacciato e correva pericolo. In seguito a ci Cesare invase l'Italia con l'esercito (5,10-6,1).

Plutarco ha influenzato fortemente la tarda versione dello storico bizantino Giovanni Zonara (sec. XII d.C.), che cita l'arrivo dei tribuni e lo scandalo da essi suscitato di fronte ai soldati, la celebre frase e il sogno cesariano.

4. La versione di Svetonio e le ragioni di Cesare

Particolare, rispetto alle altre,  la versione di Svetonio. Anch'egli colloca il passaggio del Rubicone dopo il fallimento delle trattative con il senato, facendo anche precedere il tutto da un'interessante riflessione di fondo (Cesare, 30,2-5).

Il pretesto - colto dal proconsole passato nella Cisalpina e fermatosi a Ravenna dopo avere terminato le sessioni giudiziarie - fu quello di vendicare i tribuni alleati. Le ragioni erano per altre e, probabilmente, varie. Pompeo ripeteva spesso che Cesare aveva deliberatamente voluto capovolgere e rivoluzionare ogni cosa, non riuscendo a portare a compimento, a proprie spese, i monumenti gi iniziati e a soddisfare le speranze che aveva fatto balenare nel popolo per il suo ritorno; altri dicevano che temesse di dover rendere conto delle illegalit del primo consolato. Catone, infatti, pi volte aveva detto e giurato che lo avrebbe denunziato e trascinato in giudizio appena licenziate le truppe e il popolo sosteneva che se fosse ritornato come privato cittadino avrebbe dovuto, come gi Milone, difendersi davanti ai giudici, tutto circondato da guardie armate. Sarebbe questa la versione pi attendibile, in quanto, secondo Pollione, dopo la battaglia di Farsalo, osservando gli avversari annientati, avrebbe detto: Lo hanno voluto loro! Se io, Gaio Cesare, dopo avere compiuto tante imprese, non fossi ricorso all'aiuto dei miei soldati, mi sarei visto condannare!. Altri pensavano invece che, valutate le forze in campo, avesse afferrato l'occasione per impadronirsi del potere, come desiderato sin dalla giovinezza. Questa, continua Svetonio, doveva essere anche l'opinione di Cicerone, che nel terzo libro dei Doveri riferisce come Cesare avesse sempre sulle labbra due versi di Euripide: Se devi violare la giustizia, fallo per regnare; per ogni altro motivo rispetta la legge (cfr. Cicerone, Doveri, 3,82).

Il timore di un processo come motivazione cesariana ad agire  stato messo in seria discussione dalla critica: in particolar modo si  sottolineato come, al di l delle dichiarazioni di Catone e di Enobarbo, la corrispondenza ciceroniana non parli mai di questa eventualit e che, oltretutto, Cesare avesse i mezzi per contrastarla. Si tende quindi a pensare che l'affronto subto - l'umiliazione da parte di Pompeo citata pi volte anche nei Commentarii - sia ragione sufficiente a spiegarne l'operato.

Torniamo alla narrazione di Svetonio. Avvertito che il veto dei tribuni era stato respinto e che essi avevano abbandonato Roma, diede ordine alle coorti di precederlo di nascosto per non destare sospetti, quindi

... se ne and, allo scopo di deviare ancora pi l'attenzione, ad assistere a un pubblico spettacolo e a esaminare il progetto di una scuola di gladiatori che aveva intenzione di costruire. Poi, secondo una sua abitudine, pranz in numerosa compagnia e quindi, dopo il tramonto, fatti aggiogare a un carretto i muli di un mulino vicino, si avvi nel massimo segreto e con debole scorta. Ma, al buio, perdette la strada ed err a lungo, sino a quando, all'alba, trovata una guida, riprese a piedi il cammino attraverso angusti sentieri. Raggiunte le sue coorti sulla via del Rubicone, fiumiciattolo che segnava il confine della sua provincia, si ferm un momento e, meditando sull'importanza di quella decisione, rivolto a chi gli stava vicino esclam: Per ora possiamo ancora tornare indietro ma, una volta attraversato questo ponticello, tutto dovr essere deciso con le armi!'. Mentre stava ancora esitando, ebbe un'apparizione. Un uomo di bellezza e di statura straordinarie apparve improvvisamente, sedendosi l vicino a suonare il flauto. Alcuni pastori accorsero a sentirlo, e anche una frotta di soldati dai loro posti e trombettieri. Quell'uomo, presa la tromba a uno di questi, si slanci verso il fiume e, suonando il segnale di battaglia con straordinaria forza, pass sull'altra riva. Allora Cesare ordin: Avanti, per quella strada sulla quale ci chiamano i prodigi degli di e l'ingiustizia dei nostri nemici. Il dado [sia]6 gettato!'. Fatto cos passare l'esercito, e presi con s i tribuni della plebe che, scacciati da Roma, lo avevano raggiunto, fece schierare le truppe a parlamento e, strappandosi le vesti sul petto e piangendo, invoc la loro fedelt. Si sparse la voce che, in quella circostanza, avesse promesso un censo equestre a ciascuno degli uomini, ma questa credenza ebbe origine da una interpretazione errata. Infatti, nel corso della sua arringa, alz pi volte la mano sinistra, mostrando l'anello che aveva al dito e dicendo: Con gioia mi priver persino di questo anello, pur di soddisfare tutti coloro che stanno per difendere il mio onore!'. A questo gesto, i soldati delle ultime file, che vedevano l'oratore meglio di quanto potessero sentire le sue parole, credettero che avesse detto quello che il suo gesto suggeriva, e si sparse la voce che avesse promesso a tutti il diritto dell'anello e i 400.000 sesterzi.

(Cesare, 31,1-33,1)

Qui compare, per la prima e unica volta, la menzione - poco spettacolare ma molto ragionevole, tenendo conto anche della stagione invernale - di un piccolo ponte. Unico  anche il riferimento, successivo, a una mandria di cavalli consacrata dal proconsole nel momento del passaggio del Rubicone (81,2).

Non  esplicitato tuttavia il luogo del discorso, avvenuto alla presenza dei tribuni della plebe (potremmo pensare a Rimini, localit della cui occupazione Svetonio non parla mai, dandola forse per scontata).

Pare questa la versione pi attendibile7. Si  di conseguenza letta l'apparizione del gigante come una possibile messinscena cesariana, a uso dei soldati spazientiti per il ritardo e magari realizzata grazie a un prigioniero gallico d'imponente statura; forse neppure la promessa dell'anello era frutto di fraintendimento. Si trattava del simbolo dell'appartenenza all'ordine equestre, garantita appunto da un patrimonio di almeno 400.000 sesterzi.

5. La versione di Appiano

Appiano fornisce un quadro ancora differente, tanto da doverlo ripercorrere per intero (2,124-135).

Cesare era da poco tornato dalla Britannia (dove in realt era stato per l'ultima volta nel 54); muovendo dalla Gallia attraverso il Reno aveva superato le Alpi con 5.000 fanti e 300 cavalieri, giungendo a Ravenna, l'ultima citt della sua provincia, al confine con l'Italia. Si ebbero poi, nell'ordine, l'arrivo di Curione e i suoi consigli di guerra, un tentativo di compromesso, la seduta senatoria del 1 gennaio, la successiva cacciata di Antonio e Quinto Cassio, il loro arrivo (assieme a Curione) presso Cesare. Questi mostr alle truppe i tribuni ancora travestiti da schiavi e sul carro che avevano preso a nolo; a Roma, intanto, il senato discuteva, ritenendo che egli restasse fermo.

Si passa quindi alla narrazione dell'episodio del Rubicone (Guerre civili, 2,136-141). Cesare aveva sollecitato l'arrivo dell'esercito, ma poich gli piaceva sempre stupire e impressionare con la rapidit e il coraggio pi che con la forza dell'apparato, decise d'iniziare la guerra con soli 5.000 uomini e di occupare i punti nevralgici d'Italia. Quindi mand avanti i centurioni con pochi uomini, i pi coraggiosi, in atteggiamento pacifico, perch entrassero a Rimini e subito la occupassero: questa  la prima citt in Italia per chi viene dalla Gallia. Poi, la sera, come se stesse poco bene, si ritir da cena lasciando gli amici a tavola, e salito su un carro mosse verso Rimini, seguito a distanza dai cavalieri.

Portatosi poi in fretta al fiume Rubicone, che segna il confine d'Italia, si ferm, e restava assorto con gli occhi fissi alla corrente, riflettendo su ciascuno dei mali che si sarebbero verificati se avesse attraversato in armi quel fiume. Poi, tornato in s, disse ai presenti: Amici, se mi astengo dall'attraversare questo fiume, cominceranno per me le disgrazie; se invece lo attraverso, ci saranno mali per tutti'. Dopo queste parole, come fosse invasato, attravers con impeto il fiume aggiungendo questa nota espressione: Si getti il dado!'. Di qui procedendo rapidamente, conquista all'alba Rimini, e avanza ulteriormente ponendo presidii nei luoghi opportuni, sottomettendo quanto trova, o con la forza o con la clemenza. Da ogni luogo la gente scappava in fuga disordinata, come avviene in una situazione di panico: non avendo notizie precise, tutti ritenevano che Cesare venisse avanti a tutta forza, con un esercito sterminato.

(Guerre civili, 2,139-141)

Ci conferma molti particolari di precedenti versioni: Rimini sarebbe caduta con un colpo di mano (Plutarco, Cesare); Cesare si sarebbe mostrato titubante di fronte al corso d'acqua (Lucano, Plutarco, Svetonio). Dovremmo anche intendere che, oltre ai cavalieri, tutti i suoi 5.000 uomini lo abbiano seguito; i tribuni sarebbero stati loro mostrati precedentemente (a Ravenna). Manca invece ogni riferimento alla contio di Rimini: l'attenzione si concentra infatti sul panico creatosi a Roma e sugli eventi successivi.

6. Velleio Patercolo, Cassio Dione, Eutropio, Orosio e il perduto Livio

Velleio Patercolo informa che Cesare, presa la decisione di combattere, pass con l'esercito il Rubicone, senza aggiungere dettagli (Storia romana, 2,49,4).

Cassio Dione - che non menziona l'attraversamento del torrente - narra invece che a Rimini, radunate le truppe, ordin a Curione e agli altri che erano venuti con lui di riferire quanto avvenuto a Roma; poi accrebbe l'ira dei soldati con un discorso adatto alle circostanze (41,4,1); punt infine sull'Urbe.

Flavio Eutropio (sec. IV d.C.), nel suo Breviario dalla fondazione di Roma, dice solo che Cesare marci con l'esercito contro la patria partendo da Rimini, dove aveva radunato i suoi soldati (6,19,2).

Variante degna di nota, invece, da parte del presbitero Paolo Orosio (375 d.C. ca-420 d.C. ca), che cita anche il perduto testo liviano. Ricorda brevemente che Antonio e Quinto Cassio raggiunsero Cesare a Ravenna, accompagnati da Curione e Celio; il comandante oltrepass quindi il Rubicone e, appena giunto a Rimini, espose il suo piano alle 5 coorti, che erano le sole di cui allora disponeva e con le quali peraltro, come dice Livio, diede l'assalto al mondo'. Pur deplorando le offese da lui stesso patite, assicur che lo scopo della guerra civile era di rimettere in carica i tribuni (Storie contro i pagani, 6,15,3). Dovremmo quindi dedurne che Livio, nel libro CIX, parlava di sole 5 coorti, circa 2.500 uomini; le Periochae non permettono di verificare tale informazione, ma la critica ha ipotizzato che le altre 5 coorti potessero essere state da Cesare considerate inaffidabili, a causa dell'influenza di Labieno.

7. Una controversia, un falso, Montesquieu e Napoleone

Alla variet delle fonti antiche si  affiancata, a partire dal Medioevo, una lunga controversia - non solo di campanile' - sull'identificazione del vero' Rubicone.

La cartografia tardoantica - tramandataci dalla tabula Peutingeriana - indica nella zona, e per ben due volte, un solo fiume, il Rubicone, posto a 12 miglia da Rimini e a 3 da Ad Novas; a 11 miglia da Ad Novas si trovava il fiume Savio, e infine a 11 miglia da questo sorgeva Ravenna. Lungo la via Emilia, da Rimini a Bologna, si trovava invece, a 12 miglia, il centro di Ad Confluentes e, a 8 miglia da l, Curva Cesena (l'odierna Cesena). La localizzazione di Ad Novas e Ad Confluentes ha causato numerose difficolt, ma oggi si ritiene che vadano cercate su una strada costiera romana, identificabile con la via Popilia, sulla quale probabilmente passarono le legioni di Cesare.

Il corso del Rubicone prima dei mutamenti idrografici del sec. IV d.C.
[Rielaborato da A. Veggiani, Il Rubicone. Studi sull'idrografia e sul territorio dell'antico Urgon-Rubicone, Il Ponte Vecchio, Cesena 1995 (a cura di R. Zoffoli)]

I corsi d'acqua potenzialmente identificabili con l'antico Rubicone sono ben tre: il Pisciatello o Urgn (di Cesena), il Fiumicino (di Savignano) e l'Uso (che scorre presso Santarcangelo, il pi vicino a Rimini).

La disputa, originata da una duecentesca contesa confinaria tra cesenati e riminesi, fu alimentata da un'ingente produzione erudita; limitiamoci a sottolineare che Giovanni Boccaccio sosteneva l'identificazione con il Pisciatello. La soluzione - ma solo politica - si ebbe in epoca fascista. Il Podest di Savignano di Romagna, accogliendo un voto della Rubiconia Accademia dei Filopatridi, diede avvio alle pratiche perch il nome del comune fosse cambiato in Savignano sul Rubicone: ci fu sancito da Regio Decreto del 4 agosto 1933 (n 1190), che identific quindi l'antico Rubicone nel Fiumicino. E proprio su questo Federico Fellini gir la scena degli scolari fatti guadare dal preside nel film Roma (1972).

La realt sembra pi complessa. Tra i responsabili, non solo i vagabondaggi notturni di Cesare, i divergenti testi antichi, la non dettagliatissima tabula Peutingeriana, le controversie di confine e le passioni di campanile'.

Il corso del Rubicone a partire dal sec. XV d.C.
[Rielaborato da A. Veggiani, Il Rubicone. Studi sull'idrografia e sul territorio dell'antico Urgon-Rubicone, cit.]

Secondo una spiegazione molto accreditata8, il Rubicone, nel corso dei secoli, si sarebbe spostato. Il corso d'acqua che nasce nei pressi di Strigara, nel territorio di Sogliano al Rubicone, corrisponderebbe infatti - almeno nel suo tratto sino a Calisese - al Rubicone di epoca romana. Prove sarebbero la vicina pieve di San Martino in Rubicone, ricordata nei documenti dal sec. XI d.C., e il fatto che il corso d'acqua sia ancora oggi noto come Urgone o Rigone, Rugone o Rubigone. Tra il 400 e il 750 d.C. il corso del Rubicone storico si sarebbe modificato, all'altezza di Calisese, dalla direzione verso Savignano a quella verso Cesena. Catturato quindi il Pisciatello, avrebbe dato vita al nuovo Rubicone-Pisciatello, che andava a sfociare nella zona di Cesenatico. Neppure quest'ultimo riusc a stare fermo, spostando la sua foce nella zona di Gatteo a Mare (dove gi sfociava il Rubicone storico). L'alveo del Rubicone di epoca romana si sarebbe quindi trasformato in uno scolo di pianura corrispondente all'attuale Rigoncello.

L'incertezza, come spesso avviene, ha stimolato la creativit. Ecco quindi comparire un decretum Rubiconis, falso ideato dall'umanista Vincenzo Ognibene e pubblicato nel 1475 nel suo commento alla Farsaglia di Lucano (sino ai primi dell'Ottocento una delle opere poetiche latine di maggiore fortuna). Il testo - posto in esergo a questo capitolo - fu in seguito riprodotto su epigrafe, prima collocata sul ponte di San Lazzaro, che attraversa il Pisciatello a circa 2 miglia da Cesena, e ora conservata presso il Museo archeologico della stessa Cesena.

Sia Montesquieu, nel capitolo 11 delle sue Considerazioni sulle cause della grandezza dei romani e della loro decadenza, sia Napoleone I, nel capitolo 9 delle sue Guerre di Cesare, la citano come autentica.

L'avanzata di Cesare in Italia e la fuga di Pompeo, da A.C. Mller, Untersuchungen zu Caesars italischem Feldzug 49 v. Chr. Chronologie und Quellen, Diss., Mnchen 1972.

1 Vedi Bibliografia, interpretazioni e approfondimenti, p. 321.

2 Vedi pp. 170, 172.

3 Fenomeno gi notato per questo autore; vedi Bibliografia, interpretazioni e approfondimenti, pp. 347-348.

4 Vedi p. 52.

5 Vedi Avvertenza, p. v.

6 Vedi Avvertenza, p. v.

7 Vedi p. 5n.

8 A. Veggiani, Il Rubicone. Studi sull'idrografia e sul territorio dell'antico Urgon-Rubicone, cit.

IX.
La fuga da Roma

... Che te ne pare del progetto di Pompeo? Di quello, intendo dire, di avere lasciato Roma. Io ne sono disorientato. Ma  un'assurdit! Tu lasci la citt? Proprio come se stessero sopraggiungendo i galli?...

Cicerone, Ad Attico, 7,11,3

1. Un panico senza precedenti,
un tradimento e una trattativa

Cosa avvenne dopo l'occupazione di Rimini? Cesare  reticente, forse in coerenza con le falsificazioni da noi segnalate1. La mancanza di dati utili nella corrispondenza ciceroniana e la rapidit degli eventi fanno approdare a una cronologia con pochi punti fermi. Vediamoli.

La notizia dell'occupazione di Rimini dovrebbe essere giunta a Roma, attraverso le circa 213 miglia della via Flaminia, al massimo in tre giorni2. Sarebbero poi seguite occupazioni di altre localit pi a sud, chiaramente volte al controllo delle vie Cassia (che passava da Arezzo) e Flaminia (che poteva raggiungere Roma lasciando la costa adriatica all'altezza di Fano ma anche, in una variante meridionale, da Ancona). Cesare da Rimini manda ad Arezzo Marco Antonio con 5 coorti. Egli resta a Rimini con due, si ferma e decide di tenervi un arruolamento. Occupa Pesaro, Fano, Ancona, ciascuna con una coorte (Cesare, Guerra civile, 1,11,4).

Cesare, forse con ulteriore manipolazione, indica tali vicende come successive - e non precedenti - al fallimento di ulteriori trattative3. Certo  invece che la notizia dell'occupazione di Ancona sarebbe giunta a Roma al massimo il 17 gennaio, quando Pompeo la comunic in senato4; entro tale data sarebbe stata presa anche Arezzo: l'Urbe era stata abbandonata quando Cesare aveva occupato Rimini, Pesaro, Ancona e Arezzo (Cicerone, Ai familiari, 16,12,2). Il 21 gennaio, inoltre, Lucio Scribonio Libone (forse ex pretore e suocero del figlio minore di Pompeo, Sesto), evacuata l'Etruria, era gi a Formia5. A far dubitare della comprensione ciceroniana della velocit di Cesare solo una lettera dell'8 febbraio, che indica un episodio del 22 gennaio come precedente alla sua marcia irruente, a meno che l'espressione non si riferisca a quella avvenuta dopo il fallimento della seconda missione di Lucio Giulio Cesare (Ad Attico, 7,21,3)6.

Le altre fonti testimoniano un'ondata di panico, partita dai confini nordorientali della terra Italia e infrantasi sulla citt dei sette colli. Il quadro  vivo ma poco considerato dalla critica; ancora una volta, anche per tale ragione, vale la pena seguire i diversi resoconti.

Per Lucano, Cesare, ormai sicuro del sostegno dei soldati, da Rimini avrebbe chiamato le altre forze. Esagerata  l'immagine di eserciti dilaganti per la Penisola intera, ma interessante  la menzione di false voci sui barbari scesi al suo fianco (Farsaglia, 1,481-493). A seguirlo i popoli situati tra il Reno e le Alpi, con l'ordine di saccheggiare Roma sotto lo sguardo dei romani; la paura rafforzava le voci: non si spavent solo il volgo percosso da vano timore, ma anche la Curia. Allora gli stessi padri balzarono dai loro scranni, e il senato fuggendo affid ai consoli gli odiosi decreti di guerra; ognuno era incerto su dove fuggire, e dove lo slancio della fuga lo porta, l incalza una folla in rotta, e prorompono dense colonne in lunga serie.

Queste ultime reazioni potrebbero collocarsi dopo il 17 gennaio, ma il richiamo al pericolo gallico - che in realt proprio Cesare aveva allontanato - resta una costante dell'intera vicenda, soprattutto in Lucano. Rimini era nata per resistere ai celti; anche Pompeo avrebbe in seguito accostato il passaggio del Rubicone all'invasione gallica (2,534-536) e Lentulo Crure legittimato il senato in esilio', formatosi a Tessalonica dopo il maggio 49, con il precedente illustre della fuga a Veio (5,27-34). Queste due ultime affermazioni presuppongono quindi una tradizione diversa rispetto a quella tramandata da Livio: in quegli anni lontani Roma sarebbe caduta interamente nelle mani del nemico, e Pompeo - come riporta anche Appiano7 - lo avrebbe ricordato a proprio vantaggio.

Il Cesare di Plutarco riflette sul carattere inedito della situazione (33,1-4). Per l'Italia non si aggiravano individui sconvolti, come gi accaduto, ma intere citt passavano le une attraverso le altre. Roma si era riempita di persone in fuga dal contado, non inclini a obbedire all'autorit o a essere tenute a freno. Poco manc che quella massa si distruggesse da sola. Le passioni erano violente: le diverse fazioni si scontravano. Il panico indusse i senatori ad attaccare Pompeo, anch'egli sconvolto: lo accusavano di avere troppo sostenuto Cesare o, all'opposto, di avere permesso a Lepido (ma pi probabilmente Lentulo Crure) d'ingiuriarlo proprio mentre stava facendo concessioni. Confusione e paura senza precedenti sono confermate dal Pompeo (60,1-61,3). Chi abitava fuori Roma si affrettava a raggiungerla, chi viveva l non pensava che ad abbandonarla; il disordine era tanto grande che la parte sana della cittadinanza si trovava senza forze, mentre quella riottosa era piena di vigore e difficile da frenare da parte dei magistrati.

Il panico  protagonista anche della versione di Appiano (Guerre civili, 1,141-144). In mancanza di notizie precise tutti ritenevano che Cesare venisse avanti a tutta forza con un esercito sterminato. I consoli non permisero a Pompeo di prendere decisioni, convincendolo a partire per fare leve: secondo loro Roma stava per essere presa. I senatori, impreparati, cedettero al terrore, pentendosi delle precedenti scelte. Molti furono i prodigi: dal cielo piovve sangue, statue sudarono, caddero fulmini su parecchi templi, una mula partor; molti altri segni sgradevoli preannunziavano la fine e la trasformazione di quella costituzione politica. Furono indette pubbliche preghiere; il popolo, memore delle stragi di Mario e Silla, chiese che sia Cesare sia Pompeo abbandonassero i loro incarichi.

Cassio Dione fornisce altri elementi interessanti (Storia romana, 41,4,2-4). Cesare avanz inizialmente verso Roma, conquistando senza combattere le citt, perch i soldati che le presidiavano abbandonavano il loro posto essendo inferiori di forze, oppure passavano a lui. Pompeo temeva perch informato dei piani segreti dell'avversario dal disertore Labieno. Cesare aveva sempre tenuto costui in grande onore - tanto da affidargli il comando della Transalpina ogni volta che veniva in Italia - ma quello era montato in superbia e per tale ragione era divenuto inviso al proconsole.

Vale la pena ricordare che Cesare aveva gi ricevuto voci su Labieno. Si pensa che l'uomo che aveva sbloccato la situazione ad Alesia, piceno di Cingoli, dovesse la sua prima carriera militare al patronato di Pompeo. Notizia ufficiale della defezione fu probabilmente data nella riunione senatoria del 17 gennaio8. Labieno in realt riusc a portare con s solo una truppa di cavalieri celti e germani; Cesare gli mand indietro denaro e bagaglio.

Cassio Dione continua ricordando che Pompeo, vedendo di non avere ancora un esercito e che la popolazione, e in particolare i suoi sostenitori, memori di Mario e Silla, volevano la pace ed erano fortemente inclini ad abbandonarlo, invi come messaggeri volontari Lucio Giulio Cesare (figlio dell'omonimo console del 64) e il pretore Lucio Roscio Fabato, suo antico legato, che gi si era offerto per una mediazione (41,5,1-2).

Non conosciamo la data della loro partenza; a dire il vero, in base ai Commentarii, non siamo neppure certi che abbiano interamente svolto il loro compito assieme. Cesare colloca inoltre le trattative tra la presa di Rimini e le ulteriori occupazioni, ma Cicerone, il 23 gennaio, nella campana Minturno avrebbe incontrato Lucio di ritorno dalla missione: il tutto fa pensare a una partenza precedente al 17 gennaio9. Non conosciamo neppure i termini della proposta di cui era stato latore. Cesare (Guerra civile, 1,8,2-9,6) ricorda che il giovane, giunto da lui - non specifica dove -, dichiar di avere un incarico privato da parte di Pompeo, il quale chiedeva a Cesare di non considerare questione personale ci che aveva fatto per la res publica. Roscio ripet lo stesso, mostrando esplicitamente di essere portavoce di Pompeo.

Gli esiti li vedremo10. Ricordiamo solo che Cassio Dione riferisce una dinamica meno credibile, ma interessante (Storia romana, 41,5,2-6,1): la missione sarebbe stata svolta quando ancora i senatori erano a Roma, e mandata a monte da Pompeo. Dopo un primo ritorno degli ambasciatori, si diffuse il timore che la richiesta cesariana di parlare direttamente con l'avversario portasse a un accordo privato. Gli ambasciatori ebbero per la meglio e ottennero di essere inviati nuovamente a Cesare, a proporre il congedo immediato di entrambi gli eserciti. Pompeo ebbe paura: Cesare avrebbe avuto di gran lunga la meglio, se si fossero presentati davanti al giudizio del popolo. Prima che i due tornassero, part dunque per la Campania. In realt la prima missione non sarebbe terminata sino al 23 gennaio (a Teano Sidicino, l'odierna Teano), e sarebbe stato Cesare a troncare le trattative.

Nel frattempo, in senato si verific l'inverosimile.

2. La drammatica riunione del 17 gennaio

Alla vigilia del terzo anniversario dell'uccisione di Clodio, la res publica visse un trauma profondo. Roma, gi dieci giorni prima abbandonata dai tribuni Antonio e Quinto Cassio, perdette di colpo gran parte della sua classe dirigente, forzata ad abbandonarla. A differenza di quanto avvenuto nel corso delle ormai lontane secessioni plebee, l'Urbe fu abbandonata dai primi', non dagli ultimi'. A differenza di quanto avvenuto nell'82, in occasione della prima entrata sillana, non fu una popolazione disperata ad aprire le porte al nemico'. Cesare ha buon gioco a ricordare il carattere straordinario della situazione (che colloca per prima dell'arringa alle truppe): i consoli, atto sino allora inaudito, lasciano la citt (Guerra civile, 1,6,7)11. Come pot verificarsi un fatto del genere?

Il solo Cassio Dione (41,6,2-4) indica un motivo razionale: Pompeo temeva il successo delle trattative. Ordin quindi ai senatori e a coloro che ricoprivano cariche di seguirlo, concedendo loro l'impunit (per avere abbandonato l'Urbe) attraverso un editto e avvertendoli che avrebbe giudicato alla stessa stregua di nemici coloro che fossero rimasti; ordin poi di decretare che fosse preso tutto il tesoro insieme a tutti i doni votivi che erano in citt, sperando di poter reclutare con questi mezzi un gran numero di soldati. I voti pubblici fatti dalle localit italiche per la sua guarigione - privilegio inedito - lo avevano convinto di essere molto amato... ma non poteva essere sicuro di non venire abbandonato per la paura del pi forte.

Molto meno razionale, per le altre fonti, la dinamica della decisione, scaturita in una drammatica seduta senatoria, svoltasi verosimilmente nella Curia Cornelia.

Pompeo sembrava all'angolo: lo vidi il 17 gennaio, in preda alla paura, e in quel giorno ebbi la netta sensazione di quello che stava macchinando; da allora non avrebbe fatto che aggiungere sproposito a sproposito, pensando solo a fuggire; e quali minacce ai municipia, quali personalmente ai galantuomini, quali infine a tutti quelli che non l'avessero seguito! Quante volte quel suo Silla l'ha potuto; non lo potr anch'io'? (Cicerone, Ad Attico, 9,10,2). Il 17, quindi, Cicerone vide Pompeo, in un luogo non precisato, ma verosimilmente fuori dal pomerium. Una follia collettiva per la guerra sembrava essersi impadronita non solo dei criminali, ma anche di quelli che passano per onesti; cos, quando Cesare, in preda a una specie di pazzia, dimentico del nome e delle cariche ricoperte, s'impossess di Rimini, Pesaro, Ancona e Arezzo, abbiamo lasciato Roma (Ai familiari, 16,12,2).

La mossa contrastava non solo con la tradizione ma anche con recentissime dichiarazioni, come la Guerra civile cesariana sottolinea. Pompeo aveva infatti sostenuto, in una riunione senatoria successiva al 7 gennaio, di avere pronte 10 legioni e di sapere che i soldati di Cesare erano ostili al loro comandante12. Anche Catone, prima di fuggire dalla Sicilia, avrebbe dichiarato in pubblico che Pompeo aveva intrapreso impreparato una guerra inutile e che in senato, dietro le interpellanze sue e degli altri, aveva assicurato che tutto era in pieno assetto per la guerra (1,30,5).

Altre fonti riportano spettacolari attacchi, che potrebbero risalire, in realt, anche a riunioni tenutesi nei giorni immediatamente precedenti al 17, e precisamente all'arrivo della notizia della presa di Rimini. Interrogato sullo stato dell'esercito da Lucio Volcacio Tullo (console nel 66), Pompeo rispose, timido ed esitante, che aveva pronti i soldati rimandati da Cesare e credeva di poter riunire rapidamente i 30.000 uomini appena arruolati; Tullo si mise allora a gridare: Pompeo, ci hai traditi!' e consigli di mandare ambasciatori a Cesare (Plutarco, Pompeo, 60,6). Cesare avrebbe ricordato, nel discorso tenuto a Roma il 1 aprile 49, che Pompeo in senato aveva affermato che mandare messi a qualcuno significava riconoscerne l'autorit e mostrare il timore dei mittenti (Guerra civile, 1,32,8)13.

Altro critico fu Favonio, allora pretore, intimo di Catone, uomo emotivo, che a ogni ragionamento si eccitava di botto, senza misura, come se vino forte gli avesse dato alla testa (Plutarco, Catone minore, 46,1). Egli, rispondendo a una dichiarazione non solo infelice ma anche celebre, invit Pompeo a battere il piede per terra e a farne uscire gli eserciti che aveva promesso (Plutarco, Pompeo, 60,6). Ci era avvenuto quando, in seguito ai voti delle citt per la sua guarigione, Pompeo si era esaltato al punto da irridere chi temeva la guerra e la mancanza di forze per respingere un assalto cesariano a Roma. Sorrideva e, con aria rilassata, esortava alla tranquillit, aggiungendo: In qualsiasi parte d'Italia io batta il piede, sorgeranno eserciti di fanti e cavalieri' (57,8-9). La dichiarazione per non doveva essere del tutto menzognera: Plutarco nel Cesare osserva che allora, per numero di soldati, egli era superiore all'avversario (33,5).

Il proconsole sopport con calma il sarcasmo di Favonio; a Catone, che gli ricordava le proprie antiche previsioni a proposito di Cesare, rispose che si era rivelato migliore profeta; al che Catone consigli di nominarlo generale con pieni poteri, aggiungendo che toccava a quelli che avevano causato i mali peggiori di porvi rimedio (Pompeo, 60,6-61,1; cfr. Opere morali, 204d). Plutarco continua affermando che dopo lo scambio e la raccomandazione - confermati anche nel Catone minore -, il futuro Uticense' si sarebbe recato nella provincia toccatagli in sorte, la Sicilia, e cos avrebbero fatto gli altri (in realt Catone sarebbe andato a rivestire l'incarico in seguito)14. Ma egli da quel giorno rivest il lutto, non si tagli pi n capelli n barba, non mise pi corone e mantenne sino alla fine, che i suoi vincessero o perdessero, lo stesso aspetto afflitto, avvilito e oppresso dalle sventure della patria (Catone minore, 53,1).

Certo  che la sua raccomandazione non ebbe seguito immediato. Il solo Velleio Patercolo, infatti, sostiene che i consoli e il senato affidarono il potere supremo alle armi di Pompeo (Storia romana, 2,49,2). Non si pu invece escludere che la decisione sia giunta alla fine dell'anno, ci che sarebbe confermato da diverse fonti15. La dinamica dei primi mesi di conflitto potrebbe infatti lasciare dubbi sulla capacit del proconsole nel dare ordini agli altri magistrati e promagistrati.

Sempre Plutarco, sia nel Cesare (33,6) sia nel Pompeo (61,6), sostiene anche che, prima di lasciare la citt chiedendo a chi stava dalla sua di seguirlo, proclam la tarach, il tumultus. Esso, necessario alle leve, doveva essere per gi in corso. Non sappiamo neppure se Cesare sia stato mai dichiarato ufficialmente nemico pubblico, come emergerebbe invece da successivi riferimenti di Appiano e Cassio Dione16.

Cosa disse esattamente Pompeo? Cicerone, in una lettera del 19 gennaio, riferisce e commenta dichiarazioni spiazzanti.

... Egli dice: Cingoli  in mano nostra; abbiamo perduto Ancona. Labieno si  separato da Cesare'. Si parla di un generale del popolo romano o di Annibale?... Che te ne pare del progetto di Pompeo? Di quello, intendo dire, di avere lasciato Roma. Io ne sono disorientato. Ma  un'assurdit! Tu lasci la citt? Proprio come se stessero sopraggiungendo i galli? Dice lui: La res publica non  chiusa da pareti'. Ma nei templi e nei focolari. Lo fece anche Temistocle'. Ma una sola citt non poteva sostenere la valanga di tutta la barbarie: ma Pericle, cinquant'anni dopo circa, non lo fece quando non gli restavano pi che le mura: e i nostri, quando tutto il resto della citt era stato preso, tennero saldamente il Campidoglio. ... In compenso, dal dolore nei municipia e dai commenti di coloro che ho occasione di avvicinare, arguisco che codesta decisione avr pure un risultato. Le proteste perch si sia lasciata Roma senza magistrati, senza un senato sono, qui, altissime (da voi, non lo so; ma informamene tu). Insomma, Pompeo con la sua fuga ha messo tutti in grande allarme. ...

(Ad Attico, 7,11,1-4)

Accanto all'episodio del sacco gallico, ecco comparire due modelli difensivi ormai classici', quelli degli strateghi Temistocle e Pericle. Il primo nel 480 aveva salvato la popolazione ateniese dall'invasione persiana convincendola ad abbandonare la citt al saccheggio ma sconfiggendo subito dopo il nemico nella battaglia navale di Salamina. Il secondo, nel 431, aveva resistito all'invasione spartana dell'Attica inducendo la popolazione a rifugiarsi nelle mura di Atene, destinata per, di l a un anno, a essere vittima di una tremenda epidemia.

Il solo Appiano riporta la risposta di Pompeo a Favonio, che chiedeva soldati. Lo fa dopo avere ricordato l'opposizione dei consoli, che sollecitavano il proconsole a muoversi in Italia e arruolare un esercito, convinti che la citt fosse ormai sul punto di essere presa (2,142), nonch il panico dei senatori, i prodigi e le preghiere della popolazione, e infine la proposta di Cicerone (o piuttosto Volcacio Tullo) d'inviare mediatori:

Li avrete' disse se mi seguite e non ritenete una iattura lasciare Roma e dopo Roma anche l'Italia, nel caso sia necessario. Per gli uomini infatti la potenza e la libert non stanno nelle terre e nelle case, ma gli uomini stessi, ovunque essi siano, le hanno con s, e se si difendono recupereranno anche terre e case'. Questo solo egli disse, e minacciati coloro che restavano se per amore dei beni privati tralasciavano di combattere per la patria, immediatamente usc dalla Curia e dalla citt per recarsi presso l'esercito a Capua: i consoli lo seguirono. ...

(Guerre civili, 2,146-148)

Sempre Appiano attribuisce a Pompeo, ormai a Tessalonica, un ulteriore discorso, riecheggiante parole gi pronunziate quasi un anno prima, in quel fatidico 17 gennaio 49, e ulteriore risposta alle critiche. Davanti a tutti i senatori, i cavalieri e l'intero esercito, disse:

... Anche gli ateniesi, o cittadini, abbandonarono la loro citt per combattere contro gli assalitori in difesa della libert, ritenendo che non le case, ma i cittadini costituissero la citt; e con questa azione la riconquistarono e la resero ancora pi famosa. Anche i nostri stessi progenitori al giungere dei galli lasciarono la rocca, e Camillo riconquist la citt muovendo da Ardea. Tutti gli uomini assennati ritengono che patria  la libert, ovunque essi si trovino. Anche noi, pensando allo stesso modo, siamo venuti qui, non abbandonando la patria ma per prepararci bene per essa, e per respingere colui che da molto tempo le prepara insidie, e che in un attimo ha occupato l'Italia per mezzo di gente corrotta. Voi avete decretato che egli sia considerato nemico, ed egli anche ora manda magistrati nelle vostre provinciae, pone alcuni a capo della citt, altri ne manda in Italia: tale  la sfrontatezza con la quale toglie al popolo il suo potere. E se fa questo mentre ancora combatte e teme e, con il favore degli di, ne subir le conseguenze, quale crudelt o violenza c' da aspettarsi che tralascer in caso di sua vittoria? Mentre fa questo contro la patria, gli si uniscono, comperati con il denaro che egli si  procurato dalla nostra Gallia, alcuni che scelgono di essere schiavi anzich beneficiare degli stessi suoi diritti.

(Guerre civili, 2,205-208)

La riflessione su Camillo sarebbe divenuta centrale: questi sarebbe tornato da Ardea per riconquistare Roma - da intendere, come gi in Lucano, completamente perduta -, mentre Cesare proprio ai celti aveva sottratto l'oro per corrompere i concittadini.

Le vicinanze tra Lucano e Appiano - Cesare come nuovo Brenno, a cui Roma fu completamente abbandonata - ci portano a ipotizzare l'esistenza di un sentito dibattito o, perlomeno, di un'efficace attivit propagandistica sul precedente' storico alla fuga consumatasi in quel fatidico 49. Su ci la critica pare non essersi soffermata. Ci spingiamo invece ad azzardare un'ipotesi. Punto cruciale sarebbe stata la resistenza della rocca nei confronti di Brenno. Livio la considera realmente avvenuta, tanto da farci sospettare che la figura del suo Camillo - spesso identificata in quella di Augusto - possa rappresentare quel condottiero romano ideale' che il pur ammirato Pompeo non era riuscito a incarnare.

3. L'esodo e una seconda ondata di panico

L'ondata di panico, partita dal Rubicone e infrantasi sulla citt dei sette colli, rimbalz allora indietro, sommergendo la terra Italia e le sponde dell'intero Mediterraneo.

Poco interesse mostra Cesare per tutto ci, facendo intendere la fuga dei pompeiani da Roma non come risultato del passaggio del Rubicone e della presa di Rimini - quale essa in realt fu -, bens del fallimento delle trattative e delle sue avanzate sino a Osimo17.

All'annunzio di questi avvenimenti il terrore corse fulmineo per Roma; il console Lentulo, ch'era andato ad aprire l'Erario per portare, secondo le disposizioni del senatoconsulto, il denaro a Pompeo, subito dopo l'apertura del tesoro pi sacro e pi riposto, fugg dalla citt. Si era infatti sparsa la falsa notizia che Cesare era sempre pi vicino, che la sua cavalleria era alle porte. Lentulo fu presto seguito dall'altro console, Marcello, e dalla maggior parte dei magistrati. Pompeo era partito da Roma il giorno precedente, diretto verso le legioni cedutegli da Cesare, che aveva fatte accampare nei quartieri d'inverno in Puglia.

(Guerra civile, 1,14,1-3)

La fuga dei consoli sarebbe quindi avvenuta il giorno successivo a quella di Pompeo.

Sul panico scaturito il 17 gennaio le testimonianze delle altre fonti, invece, abbondano. Ancora una volta si tratta di un materiale su cui la critica non si  molto soffermata, e che merita invece di essere considerato in dettaglio.

Lucano, descritta la turba avventatasi alla cieca fuori dall'Urbe, un tempo affollata di popoli e genti soggiogate18, riporta prodigi celesti e lugubri oracoli diffusi tra il popolo. Si videro le ombre di Silla e Mario; l'indovino etrusco Arrunte ordin di bruciare i mostri nel frattempo generati, che i cittadini atterriti compissero il giro di tutta la citt, e che i pontefici preposti ai sacrifici costeggiassero il vasto pomerium lungo gli estremi confini, purificando cos le mura con una processione solenne (Farsaglia, 1,592-595). Un toro sacrificato present tuttavia interiora completamente corrotte, segno di sciagura. Vi fu chi, osservando gli astri, previde una rivoluzione mondiale. Paura e mestizia invasero la popolazione. Le matrone affollarono templi e altari.

Plutarco, sia nel Cesare (34,1) sia nel Pompeo (61,6), scrive che i consoli - non specifica se immediatamente - seguirono Pompeo senza neppure compiere i sacrifici rituali. Se il Cesare informa che i senatori presero quel che potevano delle loro cose, davvero come se arraffassero cose di altri, il Pompeo ricorda che il proconsole ricevette critiche sulla strategia ma non sulla sua persona, e anzi si sarebbe potuto constatare che quelli che fuggivano perch non se la sentivano di abbandonare Pompeo erano pi numerosi di quelli che fuggivano per amore della libert (61,7). Anche alcuni cesariani persero la testa, trascinati dalla corrente di quel fiume impetuoso; misero era lo spettacolo della citt, come una nave che, nell'accavallarsi di una grave tempesta, viene portata da nocchieri disperati a sfasciarsi contro il primo ostacolo; tuttavia consideravano patria l'esilio a motivo di Pompeo, e lasciavano Roma come se fosse il campo di Cesare (Cesare, 34,2-4).

Appiano non descrive la seconda ondata di panico se non per ricordare che, dopo l'uscita di Pompeo e quella dei consoli - quindi da intendere contemporanee e non avvenute a un giorno di distanza, come dichiarano invece i Commentarii cesariani -, i senatori rimasero a lungo incerti, e passarono la notte insieme nel bouleutrion (la Curia). All'alba comunque la maggior parte ne usc e raggiuse Pompeo (2,148).

Cassio Dione  molto dettagliato (Storia romana, 41,6,5-6). Dopo l'ordine di Pompeo fu emanato il decreto sul tesoro e sui doni votivi; nulla per fu toccato, perch nel frattempo si era appreso che Cesare, irritato, non aveva fornito ai messaggeri una risposta pacifica (informazione che potrebbe rifarsi ai Commentarii cesariani)19. Molte erano le voci sui suoi soldati, numerosi e crudeli, che avrebbero fatto danni di ogni genere (si sa che in simili circostanze le notizie che vengono riferite sono pi gravi della realt); tutti ebbero paura e partirono in fretta.

Segue una spettacolare descrizione dell'esodo (41,7,1-9,6). Uscirono dalla citt gli elementi pi ragguardevoli del senato, della classe equestre e inoltre anche del popolo. Partivano per la guerra ma in realt subivano la sorte dei prigionieri, costretti ad abbandonare patria e occupazioni e a considerare la terra straniera pi sicura della propria. Quelli che uscivano con la famiglia lasciavano i templi, le case e la terra degli avi in preda ai nemici. Conoscendo i progetti di Pompeo - che qui sembrerebbero gi di dominio pubblico -, sapevano che, se anche si fossero salvati, sarebbero rimasti ad abitare in Macedonia e in Tracia. Quelli che lasciavano figli, mogli e le cose pi care, in apparenza conservavano qualche speranza della patria, ma in realt la loro situazione era pi triste, per il distacco e perch, avendo ceduto alle persone ostili le cose amate, non potevano agire liberamente. Avrebbero avuto nemico Cesare, perch non erano rimasti a Roma, ma anche Pompeo, perch non avevano condotto con s i familiari. Sentimenti contrastanti affliggevano anche chi restava, privo di difensori, in preda al nemico e al futuro padrone della citt, temendo violenza e stragi, come se fossero gi avvenute.

La moltitudine rimanente, pur non imparentata con chi partiva, soffriva pensando ai conoscenti, agli amici e al loro incerto destino, ma ancor pi per s. Vedendo allontanarsi i magistrati, i senatori e tutti coloro che avevano un qualche potere, capiva che costoro non sarebbero partiti se non avessero visto la citt esposta a tanti e s terribili pericoli. Inoltre, priva di comandanti e di alleati, si sentiva simile agli orfani e alle vedove. Pensando agli antenati (infatti alcuni avevano sofferto di persona, altri avevano appreso dalle vittime tutti i guasti prodotti da Mario e da Silla) non si aspettava moderazione, ma temeva danni peggiori: Cesare aveva un esercito composto principalmente da barbari. Anche chi se ne considerava amico temeva che egli mutasse atteggiamento.

Inimmaginabili furono la confusione e il dolore provocati dalla partenza dei consoli - da intendere quindi successiva a quella di Pompeo - e del loro seguito. Per tutta la notte fecero un gran chiasso, preparando i bagagli e girando di qua e di l; all'alba si alz da tutti un lungo lamento presso i templi: aggirandosi dappertutto invocavano gli di, baciavano il suolo, enumeravano i pericoli ai quali erano scampati, e piangevano perch lasciavano la patria (cosa a cui non avevano mai pensato). Lamenti si levavano anche presso le porte. I pi lanciavano maledizioni considerandosi traditi. Chi restava e chi partiva non si aspettava che sofferenze: chi li avesse visti avrebbe pensato che di una sola citt se ne fossero formate due, e che una partiva e fuggiva, mentre l'altra restava prigioniera.

Ben meno drammatica ma non meno spettacolare  la testimonianza di un osservatore di eccezione. Essa ci fa comprendere come in realt la nobilitas e, in senso pi lato, la classe dirigente, a partire da questo momento, avessero iniziato a dividersi in schieramenti: forse minoritario ma comunque nutrito divenne quello cesariano, cos come quello dei non schierati'20. Essa ci fa anche comprendere come, nel campo pompeiano, l'eroismo non fosse la regola.

4. La fuga di Cicerone

Cicerone, tenutosi ai margini dell'Urbe in attesa del trionfo, dopo avere visto Pompeo - non sappiamo dove - il 17, part all'improvviso, prima dell'alba successiva, per Formia21. Ci per evitare incontri o pettegolezzi, facili alla vista di littori, per di pi coronati di alloro; a suo dire le decisioni erano state sciocche, e Pompeo se ne stava nelle fortezze, inebetito. Se resta in Italia, tutti gli saremo vicini; se parte, dovremo pensarci (Ad Attico, 7,10). Ancora una volta la prospettiva di un abbandono... ma questa volta dell'Italia.

Cicerone, dopo avere rischiato di vedersi assegnata la missione in Sicilia, aveva a un certo punto ottenuto e accettato un compito che considerava molto meno impegnativo: Pompeo vuole che io sia ispettore in tutta la Campania e il litorale e che a me facciano capo gli arruolamenti e i preparativi del caso: credo perci che non avr una sede fissa (7,11,5).

Era allora probabilmente in compagnia del proprio figlio, del fratello Quinto e del figlio di lui. La moglie Terenzia, la figlia Tullia - allora al terzo, recente matrimonio, con il giovane Publio Cornelio Dolabella, patrizio e cesariano convinto, nonch incinta - e la cognata Pomponia erano rimaste nell'Urbe. Come gestire la situazione, e la separazione?

La sorte della citt, lo spettro dei saccheggi e delle violenze, ma anche la reputazione delle donne - e, di conseguenza, la propria -, si posero al centro delle sue preoccupazioni. Il 22 gennaio, da Formia, scrisse loro:

... dovete pensare e ripensare con attenzione al da farsi: se rimanere a Roma o stare con me o in qualche posto sicuro. ... a Roma voi potete starvene al sicuro grazie a Dolabella, e la cosa potrebbe esserci di aiuto nel caso dovessero cominciare le violenze o i saccheggi; d'altra parte, mi preoccupa vedere tutte le persone per bene, lontane da Roma, tenere con s le loro donne. Quanto alla regione in cui ora mi trovo,  completamente - municipia e campagne - legata a me; e cos potrete soggiornarvi a lungo con me e, in mia assenza, vivervi senza pericoli, anche nei miei possedimenti. ... Dite a Filotimo di provvedere a fortificare e a ben presidiare la casa. Vi raccomando ancora di organizzare un servizio di corrieri fidati, in modo che io possa ricevere ogni giorno una lettera da parte vostra. ...

(Ai familiari, 14,18,1-2)

Gi il giorno successivo il tono mut. Le donne potevano restare in casa - forse la dimora sul Palatino, recuperata a fatica nel 57 dopo il ritorno dall'esilio -, ma se Cesare avesse lasciato la citt al saccheggio, neppure Dolabella avrebbe potuto proteggerle. Rischiavano inoltre di restare intrappolate. Dovevano assicurarsi se a Roma c'erano ancora donne del loro status: in caso contrario, bisognava trovare il modo che vi possiate restare senza compromettere la vostra reputazione (14,14,1). La zona costiera da lui controllata pareva sicura: in assenza di mutamenti potrete benissimo stare con me e nelle mie propriet. Altro grande problema: in breve Roma sarebbe rimasta alla fame; anche su ci avrebbero dovuto consultarsi con Attico e con chi sembrasse loro opportuno. Una nota positiva: Labieno aveva migliorato la situazione, come Pisone, che aveva abbandonato la citt condannando la condotta criminale di suo genero (14,14,1-2).

Anche Attico veniva interrogato: meglio per le donne restare a Roma, o venire da lui, o ancora trovare qualche angolo sicuro? (Ad Attico, 7,12,6). Dolabella le avrebbe protette, ma come fronteggiare le critiche per averle lasciate a Roma, quando tutti i benpensanti ne fuggono (7,13a,3 BL)? Cosa fare poi del figlio e del nipote? Mandarli in Grecia? Tornando alle donne, poich le altre della medesima condizione sociale erano partite, comunic all'amico di avere loro gi scritto, chiedendogli di sollecitarle: la costa soggetta al suo comando offriva poderi dove, rispetto alle circostanze, potrebbero trovarsi bene (7,14,3). Se invece Cicerone avesse ricevuto critiche a causa del genero Dolabella, la permanenza a Roma di moglie e figlia le avrebbe aggravate. Ma gi il 28 gennaio un'accresciuta fiducia in Pompeo sembrava non rendere urgente farle muovere, sino a che non vediamo chiaro circa gli sviluppi della situazione (7,16,3).

Ci si sarebbe rivelato particolarmente difficile.

5. Il caos visto da Formia

La confusione impadronitasi del campo di Pompeo doveva essere immensa. Cesare, descritta la fuga dei magistrati dall'Urbe, continua:

Gli arruolamenti intorno a Roma sono interrotti; tutta la regione al di qua di Capua  considerata da tutti in pericolo. A Capua incominciano a rassicurarsi e a raccogliersi, decidono di arruolare i coloni ivi stabiliti per effetto della legge Giulia22. Inoltre Lentulo fa menare in piazza certi gladiatori, che Cesare teneva l in una scuola, li incoraggia affacciando loro la speranza della libert e, dati loro cavalli, comanda di seguirlo. Ma poi cedette ai consigli del suo seguito (giacch quel modo di agire si attirava il biasimo generale) e li distribu, perch fossero custoditi, tra i vari raggruppamenti di schiavi della comunit romana in Campania.

(Guerra civile, 1,14,4-5)

Era naturalmente disdicevole che gli schiavi fossero chiamati a combattere le guerre tra romani: si era sentito di farlo Cinna, ma non Catilina23.

Notizia interessante ma non databile  che Pompeo, lasciata Roma, si affrett ad arruolare soldati tra i cittadini, a raccogliere denaro e a mandare pattuglie in ogni direzione; Cesare, venuto a saperlo, non marci contro Roma (capiva infatti che la citt restava come premio del vincitore, e diceva che la sua azione era diretta non contro di essa, quasi fosse sua nemica, ma in difesa di essa, contro i suoi avversari politici), ma invi lettere per tutta Italia, nelle quali sfidava Pompeo a presentarsi insieme a lui a giudizio ed esortava le popolazioni ad avere fiducia e restare nei propri luoghi, promettendo molti vantaggi (Cassio Dione, Storia romana, 41,9,7-10,2).

Ma  soprattutto dalla corrispondenza di Cicerone - rimasto a Formia per gran parte dei mesi successivi - che emerge il caos di allora, sebbene dalla limitata prospettiva campana. L'incessante scambio d'informazioni, il flusso di pensieri e la mancanza di certezze non fanno che rendere queste pagine straordinariamente vive.

Del resto - come scrisse il 22 o 23 gennaio da Minturno - neppure Pompeo sembrava avere chiaro il da farsi; aveva preso decisioni? non le conosce egli stesso, io credo; di noi, certo, nessuno (Ad Attico, 7,12,1). L'impressione era diffusa. Libone - che proprio l Cicerone aveva incontrato, il 21, assieme al console Lentulo Crure - aveva gi rinunziato a raccogliere leve in Etruria; se Lucano parla di fuga, definendolo pavido (Farsaglia, 2,462), per Floro egli fu respinto (Epitome delle guerre, 2,13,18); si era fermato in Campania per occuparsi sempre di leve.

Dappertutto timori e incertezze; Pompeo era diretto a Larino, dove si trovavano alcune coorti; altre erano a Lucera, a Teano Apulo (nei pressi dell'odierna San Paolo di Civitate) e nel resto dell'Apulia; se quindi faccia conto di fissare la sua sede in qualche luogo o di passare al di l del mare, non lo si sa (Ad Attico, 7,12,2). Cicerone era invece convinto che da Cesare bisognasse aspettarsi ogni eccesso. La sospensione degli affari, la partenza del senato e dei magistrati, la chiusura dell'Erario non lo avrebbero fermato. Ma cosa fare se Pompeo avesse abbandonato l'Italia? Non seguirlo, cos come dicevano alcuni importanti personaggi da lui incontrati? Cicerone, personalmente, si sentiva impacciato dai suoi littori.

Ai pensieri si sommarono i pensieri. Certo, la defezione di Labieno sarebbe stata pi fruttuosa se quello avesse trovato a Roma magistrati e senato, capaci di apprezzarne il gesto. Quali erano - chiedeva ad Attico - gli umori dell'Urbe? Si sentivano rimpianto di Pompeo o animosit contro Cesare? (7,12,6). Questi era il responsabile della guerra: forte di un esercito teneva legati molti con la speranza e le promesse, cupido del tutto di tutti (7,13a,1 BL). Essendogli stata regalata una citt nuda di difensori e rigurgitante di ogni altra cosa, avrebbe considerato templi e case come una preda; in assenza di senato e magistrati non avrebbe per potuto dare vita a una parvenza di governo. Pompeo, invece, non rispondeva alle lettere di Cicerone e forse ignorava persino cosa stesse avvenendo nel suo' Piceno. Quanto ad arruolamenti, nulla di buono: nessun contingente di difesa, per organizzare il quale Pompeo era stato trattenuto nelle vicinanze di Roma; ogni speranza era riposta in due legioni fermate con inganno e quasi ostili; le nuove reclute infatti non volevano combattere (7,13a,2 BL).

Sulle molte questioni ancora aperte, Cicerone attendeva notizie da Attico: come Cesare fronteggiasse la defezione di Labieno, cosa facessero il proconsole Enobarbo tra i marsi, i propretori Quinto Minucio Termo a Gubbio e Publio Attio Varo a Cingoli, cosa desiderasse il popolo di Roma e cosa si potesse prevedere: vorrei che tu mi scrivessi spesso, e anche di quello che ti sembra meglio circa le mie donne e di quello che tu stesso farai (7,13b,3 BL).

6. Una pace sempre pi lontana

Di una cosa Cicerone sembrava certo: Lucio Cesare non era persona seria. Il 23 gennaio, al mattino, lo vide a Minturno, latore di proposte assurde (7,13b,2 BL). O Cesare si stava prendendo gioco del senato, affidandogli una missione tanto delicata, o egli era, semplicemente, un impostore.

Cicerone presto dovette realizzare una realt ben diversa. L'incarico non solo era autentico e suggerito da Pompeo ma anche di grande portata. Il 23, a Teano Sidicino, Lucio aveva comunicato al proconsole e ai consoli le controproposte di Cesare, ottenendo una risposta: il senato sarebbe tornato a Roma, a decidere, se il ribelle avesse ritirato le guarnigioni dalle citt occupate fuori della sua provincia (7,14,1). Secondo Cicerone, Cesare stava tornando sui propri passi.

Cosa aveva detto agli ambasciatori? Lo stesso (Guerra civile, 1,8,2-9,6) sosteneva di avere dichiarato che, pur offeso con Pompeo e pur avendo sempre anteposto l'onore a tutto, cercava di eliminare grandi discordie e liberare l'Italia intera dalla paura. Lo si era privato di un beneficio accordatogli dal popolo - la candidatura in assenza - e spogliato del comando di sei mesi. Aveva sopportato, per il bene della res publica, ma il senato non aveva neppure accettato la proposta - inviata per lettera - che i generali abbandonassero i comandi. Si facevano invece leve in tutta Italia, si mantenevano le due legioni sottrattegli con il pretesto della guerra partica, l'Urbe era in armi. Pur comprendendo che tutto mirava alla propria rovina, era pronto ad accettare per il bene della res publica. Proponeva quindi:

Parta Pompeo per le sue provinciae, ambedue licenzino i loro eserciti, tutti in Italia depongano le armi, Roma sia liberata dal terrore, liberi comizi e libera politica siano permessi al senato, al popolo romano. Perch ci sia compiuto pi facilmente e sia sancito, fissate precise condizioni, da un giuramento, o Pompeo si avvicini o lasci avvicinare Cesare: tutti i dissensi saranno regolati attraverso colloqui.

(Guerra civile, 1,9,5-6)

Cesare cos continua (1,10,1-11,3). Roscio e Lucio, giunti a Capua (ma in realt a Teano Sidicino), incontrarono i consoli e Pompeo. Nella risposta scritta si chiedeva a Cesare di tornare in Gallia, sgomberare Rimini, congedare gli eserciti; se cos avesse fatto, Pompeo avrebbe raggiunto la Spagna, ma sino a quel momento si sarebbero continuate le leve. Secondo Cesare era ingiusto chiedergli di ritirarsi e congedare l'esercito, mentre l'altro teneva le provinciae e legioni non sue, e continuava gli arruolamenti. Pompeo prometteva, senza fissare una data per la partenza; nulla quindi garantiva a Cesare, una volta che avesse deposto il comando, che quello rispettasse i patti. Non aveva neppure offerto occasioni di colloquio e incontro, non lasciando cos nessuna speranza di pace.

Secondo i Commentarii, fu allora che Cesare invi Antonio ad Arezzo, organizz un arruolamento a Rimini e occup Pesaro, Fano e Ancona. In realt, ben prima aveva mosso le truppe.

In quegli stessi giorni, a Cicerone giunsero altri messaggi. Pompeo gli chiese di spostarsi a Capua, per intensificare le leve, alle quali i coloni della Campania rispondono fiaccamente; ricevette informazioni pi corrette sui gladiatori: Pompeo, opportunamente, li aveva distribuiti senza molte difficolt a due a due tra i vari capi famiglia; nella scuola gladiatoria erano stati trovati [1.000]24 scudi e correva voce che stessero per scatenare un'insurrezione (Ad Attico, 7,14,2). Diverso, si  gi visto, il resoconto di Cesare.

Ma anche Cicerone, nel suo piccolo', barava, come emerge dal confronto tra due relazioni su quanto visto a Capua.

In quella ufficiale', inviata a Pompeo da Formia il 15 o 16 febbraio, si legge che Tito Ampio Balbo (pretore nel 59 e pompeiano) si occupava molto attivamente del reclutamento e Libone lo aiutava con pari diligenza per la grande autorit che gode in quella colonia; egli stesso si era fermato a Capua sinch vi erano rimasti i consoli, e su loro ordine vi era tornato il 5 febbraio, per altri tre giorni (Ad Attico, 8,11B,2)25.

In quella ufficiosa', inviata da Capua il 26 gennaio - e che ci fa comprendere, se fosse ancora necessario, il valore della corrispondenza con Attico -, Cicerone denunziava invece un'impreparazione vergognosa, anche a livello finanziario; al nemico erano stati lasciati la ricchezza privata dell'Urbe e il tesoro pubblico dell'Erario (7,15,3).

Se i pi erano convinti che Cesare volesse solo prendere tempo, sulle trattative Cicerone era stranamente ottimista. Arrivato a Capua il 25, cio ieri, fui a convegno con i consoli e con molti del nostro ordine; tutti si auguravano che Cesare, ritirati i distaccamenti, rispettasse le proposte che aveva avanzato; solo Favonio non voleva accettare condizioni, ma non fu ascoltato (7,15,2). Anche Catone preferiva servire che non avere una guerra civile, dicendo di voler partecipare alla riunione senatoria che, nel caso in cui Cesare avesse ritirato le guarnigioni, avrebbe discusso l'accordo. Cos non vuol saperne di andare in Sicilia, il che sarebbe molto necessario, e vuol essere presente in senato, il che pu essere molto dannoso. Anche (Lucio) Postumio (forse questore), cui i senatori avevano chiesto di affrettarsi verso l'isola per sostituire Tito Furfanio Postumo (forse anch'egli questore), dichiar di non volersi muovere senza Catone. Ripiego fu mandare Gaio Fannio (nel 59 tribuno nemico dei triumviri' e in seguito pretore), con imperium.

Il governo della Sicilia si sarebbe rivelato - a nostro avviso - d'importanza centrale; limitiamoci ora a osservare che Catone invocava apertamente la pace. Pompeo invece, da Teano Sidicino, dove Labieno lo aveva raggiunto il 22 gennaio, era partito con lui, il giorno successivo, per Larino, dove stavano le legioni di Appio (7,15,3).

Una lettera ciceroniana inviata a Tirone il 27, sempre da Capua, riporta una versione differente delle condizioni avanzate da Cesare (che pare volesse tenere l'Illirico) e della risposta inviatagli dai senatori.

... Pompeo vada in Spagna, le truppe arruolate e le nostre guarnigioni vengano smobilitate; da parte sua, consegner a Domizio la Gallia, la Citeriore a Considio Noniano (cos infatti ha stabilito il sorteggio) e verr di persona per l'elezione al consolato senza pi esigere che si tenga conto della sua candidatura anche se  lontano da Roma; sar presente inoltre per i ventiquattro giorni della campagna elettorale. Abbiamo accettato le sue condizioni, ma a patto che ritiri le guarnigioni dalle localit occupate: solo cos il senato potr riunirsi senza timori a Roma per discutere proprio dei termini da lui dettati.

(Ai familiari, 16,12,3)

Ma ci, si  visto, indispose Cesare.

Una lettera ciceroniana inviata da Formia il 2 febbraio fa intuire il livello cui l'approssimazione era ormai giunta. Pompeo, si legge, era un elegante scrittore, ma la risposta dei senatori riuniti a Capua, documento pubblico destinato a essere conosciuto da tutti, era stata redatta da Publio Sestio (tribuno del 57 alleato di Cicerone e in seguito pretore); ne era risultato un documento decisamente nello stile di Sestio, che per a Cesare non rifiutava nulla (Ad Attico, 7,17,2). Cicerone sperava che quello, dopo avere avanzato richieste tanto impudenti - chi sei tu da poter dire: quando sar partito per la Spagna, quando avr richiamato le guarnigioni'? - avrebbe accettato. Gli si concedeva tutto, pi indecorosamente ora che aveva violentato la res publica, minacciandola di guerra. Qualcosa per lasciava perplessi: se si fosse voluto accontentare avrebbe dovuto starsene un po' quieto e attendere la risposta; si dice, al contrario, che sia pi prepotente che mai.

L'ottimismo, del resto, aveva contraddistinto le lettere inviate da Capua la settimana precedente. A Tirone aveva addirittura scritto che Cesare, se avesse rinnegato le condizioni proposte, non sarebbe stato in grado di sostenere la guerra (soprattutto di fronte all'opinione pubblica); in tal caso si sarebbe solo dovuto bloccarne la marcia di avvicinamento a Roma, sperando che ci fosse possibile (Ai familiari, 16,12,4). A dire il vero, l'intera lettera contrasta con quanto scritto ad Attico. Segue dicendo che i reclutamenti davano buoni risultati, che Cesare non avrebbe marciato verso l'Urbe, per paura di perdere le Gallie, entrambe ostilissime, a parte i transpadani; aveva inoltre alle spalle le 6 legioni e le truppe ausiliarie della Spagna, comandate dai legati Lucio Afranio (console nel 60) e Petreio (colui che nel 62 aveva sconfitto Catilina). Agendo da pazzo, potr forse essere schiacciato, sempre che l'Urbe non subisca alcun danno; del resto, aveva ricevuto un duro colpo da Labieno, che molti stavano per imitare. L'ottimismo riguardava anche la propria posizione: da Formia controllava la costa, rifiutando incarichi maggiori per essere pi credibile negli sforzi di pace presso Cesare; in caso di guerra, invece, avrebbe avuto il comando di un accampamento e di determinate legioni (16,12,5).

Perch una disparit cos grande - ma poco sottolineata dalla critica - rispetto a quanto scritto ad Attico? Dovremmo ridurre il tutto a una questione di autostima nei confronti del proprio liberto? A nostro avviso no: qualcuno, nel lungo tragitto verso Patrasso, dove Tirone era ancora convalescente, avrebbe potuto intercettare e leggere la lettera... per non parlare del personaggio che lo ospitava, che potremmo identificare nel pompeiano Aulo (Terenzio) Varrone (Murena). Altra possibilit  che, nel frattempo, fossero giunte buone notizie26.

Prima del 28 gennaio, Pompeo gli aveva scritto che entro pochi giorni avrebbe avuto un buon esercito; Cicerone sper di poter tornare a Roma, se Pompeo si fosse trasferito nel Piceno (Ad Attico, 7,16,2). Labieno, del resto, lo stava rassicurando sulla debolezza di Cesare; a sua volta, Cicerone aveva ricevuto dai consoli l'ordine di essere a Capua per il 5 febbraio.

Egli aveva considerato seriamente la possibilit che Pompeo si allontanasse dall'Italia; in tal caso, come mete aveva fissato per s la Spagna, per i ragazzi la Grecia. Il 2 febbraio consigli tuttavia ad Attico di restare a Roma, ma senza sentirsi affezionato a Pompeo, perch nessuno ha mai svalutato tanto le propriet urbane! Vedi che ho anche voglia di scherzare? (7,17,1).

La situazione personale di Cicerone, tuttavia, si stava complicando.

Proprio allora venne a sapere che Cesare, il 22 gennaio, aveva pregato il giureconsulto Gaio Trebazio Testa (che aveva servito sotto di lui in Gallia) di scrivergli per chiedergli di restare nelle vicinanze dell'Urbe. Non senza presunzione, Cicerone deduceva che il proconsole ribelle fosse preoccupato dall'esodo generale. Rispose all'amico Trebazio sottolineando le difficolt nell'aderire alla richiesta, ma chiarendo di starsene nei suoi poderi, senza essersi addossato incarichi (7,17,4). Ad Attico confid invece di voler temporeggiare sino a guerra aperta; solo allora, inviati i ragazzi in Grecia, avrebbe preso posizione. Era in attesa di moglie e figlia (e, forse, anche della cognata Pomponia): aveva infatti udito di una nuova ondata di panico in citt (7,17,5).

Le donne, giunte il 2, restarono nella villa di Formia assieme al figlio e al nipote di Cicerone; questi part invece con il fratello per Capua. Una nota positiva: la proposta di pace di Pompeo - evidentemente diffusa a scopo propagandistico - era stata gradita dalla popolazione dell'Urbe. Incerto restava invece il grado di preparazione dell'esercito e quanto stesse realmente accadendo. Avevano preso piede voci contrastanti: che Quinto Cassio fosse stato cacciato via da Ancona (7,18,2), ma anche che Cesare, a trattative aperte, intensificasse leve e occupazioni. Cosa fare? Forse recarsi con Pompeo in Spagna, tanto pi che sembrava che Curione avesse gettato il ridicolo sulla missione di Lucio Cesare (7,19).

Mentre le speranze di pace si stavano spegnendo, nel campo di Pompeo il peggio sembrava non conoscere limiti. Cicerone giunse a Capua il 4, sotto una pioggia dirotta; i consoli non erano ancora arrivati ma si aspettavano, indecisi, impreparati; di Pompeo si diceva che fosse a Lucera per prendere contatto con le legioni di Appio, non fidatissime; di Cesare si annunziava l'arrivo imminente, non per dare battaglia (contro chi?) ma per tagliare la strada alla fuga (7,20,1).

Lentulo Crure giunse nella tarda serata del 5, Gaio Claudio Marcello il 7 non si era ancora fatto vivo; nulla da sperare da essi, di leve non se ne parla; gli incaricati dell'arruolamento non osano farsi vedere, visto che Cesare poteva dirsi arrivato e il nostro capo non si sa dove sia n cosa faccia; non trasmettono nemmeno le liste dei nomi (7,21,1). Pompeo, privo di coraggio, di piani, di mezzi, autore di una fuga vergognosa da Roma, di trepidi discorsi nelle cittadelle, ignorava le forze dell'avversario e le proprie. Sconcertante era l'ultima trovata, che ne testimoniava l'imprevidenza (ma forse, a nostro avviso, anche l'inaccessibilit dell'Urbe).

Il tribuno Gaio Cassio Longino, il 7 febbraio, giunse a Capua con un ordine di Pompeo per i consoli: recarsi a Roma, prendere in consegna il tesoro dell'Erario sacro e ripartirne tosto (7,21,2). Dopo avere abbandonato la citt, come tornarvi? Con quale scorta? Ripartirne! E chi lo permetterebbe?. Il console (Lentulo Crure, l'unico l presente) gli mand a dire che prima si recasse nel Piceno (evidentemente, per tagliare fuori Cesare da Roma). Quella regione era invece perduta, come Cicerone era venuto a sapere da una lettera di Dolabella. Cesare quanto prima sar nell'Apulia e il nostro Gneo su una nave. Del resto, il primo chiedeva a Cicerone, per lettera, di tornare a Roma, e cos avevano fatto anche Celio e Dolabella.

Sembrava che ormai la terra Italia fosse tutta perduta; se Pompeo non si fosse rifugiato su una nave, sarebbe stato preso: quale fulminea rapidit! (7,22,1). Il 10 febbraio Capua era ormai rassegnata al peggio: tutti scappano, a meno che con l'aiuto di qualche divinit Pompeo possa congiungere le sue forze con quelle di Domizio (7,23,3).

Enobarbo. Su di lui si concentrarono allora le speranze di Cicerone, informato che quello aveva un esercito efficiente, che ai suoi reparti si erano congiunte coorti condotte dal Piceno27, e che Cesare aveva ormai paura di essere preso in mezzo, mentre a Roma gli onesti si risollevavano (7,23,1). Certo, c'era da temere anche il contrario, e cio che ci possiamo credere tutti suoi prigionieri e che Pompeo stia per andarsene dall'Italia; Cesare forse lo stava inseguendo, magari per ucciderlo.

Giunse cos a una decisione. Non avrebbe permesso che la moglie e la figlia tornassero a Roma: qualcuno avrebbe potuto leggere in ci il preludio al proprio rientro.

1 Vedi pp. 178-179.

2 Velocit della precedente missione di Curione, ma da Ravenna, pi lontana di circa altre 37 miglia (vedi p. 166 e n).

3 Vedi pp. 200-201, 216-218.

4 Vedi p. 205.

5 Vedi p. 215.

6 Vedi pp. 216-218.

7 Vedi p. 206.

8 Vedi p. 205.

9 Vedi p. 216.

10 Vedi pp. 217-218.

11 Vedi pp. 10, 173.

12 Vedi pp. 172-173.

13 Vedi p. 269.

14 Vedi pp. 219, 264.

15 Vedi Bibliografia, interpretazioni e approfondimenti, p. 351.

16 Vedi pp. 206, 263.

17 Vedi p. 226.

18 Vedi p. 10.

19 Vedi pp. 217-218.

20 Vedi Bibliografia, interpretazioni e approfondimenti, pp. 351-353.

21 Riferimenti pi precisi a ogni lettera presa in considerazione in Bibliografia, interpretazioni e approfondimenti, p. 353.

22 Vedi p. 77.

23 Vedi pp. 42-43, 64.

24 Congettura di Schtz (CI?); i manoscritti riportano o 500 (I?) o 5.000 (I??).

25 Vedi pp. 222-223.

26 Cos D.R. Shackleton Bailey (a cura di), Cicero. Epistulae ad Familiares, I, Cambridge University Press, Cambridge 1977, p. 483, pensando alla lettera Ad Attico, 7,16,2.

27 Vedi p. 227.

X.
La lunga marcia' di Cesare
e la fuga di Pompeo a Brindisi

... Proprio io, dichiarato da tanti anni il conservatore, il padre di Roma, guidare contro essa le schiere dei geti, degli armeni, dei colchi?
Proprio io affamare i miei concittadini, devastare l'Italia? Quello, mi dicevo anzitutto,  alla fin fine un essere mortale, soggetto per di pi a molte possibilit di morte; ma questa nostra citt,
questo nostro popolo devono essere conservati,
per quanto ci  possibile, all'immortalit ...

Cicerone, Ad Attico, 9,10,3

1. Un'avanzata irresistibile

Cesare stava avanzando. Ma in quali termini?

Se la prospettiva di Cicerone  schiacciata' in chiave campana, Appiano e Cassio Dione, descritta la fuga da Roma, riprendono entrambi con i fatti - posteriori - di Corfinio; cos anche Plutarco nel Cesare (mentre nel Pompeo fa giungere il proconsole ribelle subito a Roma).

Fonte principale resta la lunga descrizione cesariana dei fatti successivi all'invio di Antonio ad Arezzo e all'occupazione di Pesaro, Fano e Ancona (Guerra civile, 1,12,1-16,1).

Cesare venne a sapere che il propretore Termo occupava Gubbio con 5 coorti, fortificandone la rocca, pur essendogli la popolazione ostile. Invi allora Curione con le 3 coorti che aveva a Pesaro e Rimini. Termo, informatone, si ritir precipitosamente. Durante la marcia i soldati lo abbandonarono, tornando alle loro case, mentre Curione, tra l'entusiasmo generale, s'impadron di Gubbio1. Cesare allora, sicuro dell'appoggio dei municipia, fece uscire le coorti della XIII legione e mosse su Osimo, occupata con alcune coorti dal propretore Varo, che stava facendo leve in tutto il Piceno. Il centro era molto strategico: municipium sotto il patronato di Pompeo, a circa 10 miglia da Ancona, avrebbe potuto essere usato come base per una controffensiva sulla via Flaminia.

Alla notizia dell'arrivo di Cesare, tuttavia, i membri del senato locale si recarono numerosi da Varo, non tollerando che a un generale benemerito della res publica, dopo cos grandi imprese, fosse impedito l'ingresso; gli consigliarono anche di pensare al giudizio dei posteri e al pericolo immediato. Varo, scosso, fugg con il presidio. Parte dell'avanguardia cesariana lo insegu. Nello scontro, fu abbandonato dai suoi, che in buon numero tornarono a casa. Altri andarono da Cesare, che li lod. Ringrazi anche la popolazione, promettendo di non dimenticarne il gesto. Gli si erano aperte le porte del Piceno, antico feudo pompeiano: gli italici stavano prendendo posizione.

Perpetuando la falsificazione cronologica, i Commentarii descrivono quindi la fuga dei consoli dall'Urbe, terrorizzata da questi ultimi eventi, e l'interruzione delle leve a nord di Capua2.

Continuano affermando che le localit minori accolsero con entusiasmo Cesare, in marcia da Osimo, rifornendolo. Ambasciatori giunti da Cingoli, localit organizzata e completata a spese di Labieno, sollecitarono ordini: egli domand soldati e li ottenne. Intanto lo raggiunse la legione XII (troppo rapidamente, dobbiamo osservare, perch ai primi del gennaio 49 non fosse gi nella Cisalpina). Lentulo Spintere (console nel 57, adoperatosi per il rientro di Cicerone), alla notizia dell'arrivo di Cesare, fugg da Ascoli; tent di condurre con s le sue 10 coorti ma fu abbandonato dai pi. Ormai con pochi uomini, incontr Lucio Vibullio Rufo, comandante del genio militare inviato da Pompeo nel Piceno per sollevare gli animi. Vibullio, informato di tutto, prese sotto i propri ordini i soldati e conged Lentulo Spintere. Raccolse 13 coorti, tra nuove leve e le 6 guidate da Gaio Lucilio Irro (tribuno nel 53 e allora probabilmente legato, in fuga da Camerino), e raggiunse a tappe forzate Enobarbo, a Corfinio. Gli annunzi che Cesare era vicino, con due legioni. Enobarbo aveva raccolto di suo 20 coorti da Alba Fucente (nei pressi dell'odierna Massa d'Albe) e dalle regioni vicine. Cesare, ricevuta anche la resa di Fermo e scacciatone Lentulo Spintere, ordin di rintracciare i soldati in fuga e organizz una leva; fermatosi un solo giorno per rifornirsi di viveri, marci verso Corfinio.

Anche Lucano ricorda il convulso momento (Farsaglia, 2,462-471). Dopo che il popolo etrusco, indifeso per la fuga del pavido Libone, e l'Umbria, scacciatone Termo, persero la loro indipendenza, anche Fausto Silla, volgendo le spalle al solo udire il nome di Cesare, non conduceva la guerra civile con gli auspicii del padre; quindi, appena la cavalleria urt le porte di Osimo, si diede alla fuga, per selve e dirupi; Lentulo Spintere fu scacciato dalla rocca di Ascoli, fuggendo senza condurre alcuna coorte. La presenza di Fausto Silla a Osimo  testimoniata da questa sola fonte, che forse si rif a Livio; lo stesso Floro si limita a ricordare, tra i successi cesariani successivi a Rimini e precedenti a Corfinio, che fu respinto dall'Etruria Libone, dall'Umbria Termo (Epitome delle guerre, 2,13,19).

Gi l'11 febbraio Cicerone, a Formia, sapeva che Vibullio, inseguito da Cesare, si stava affrettando dal Piceno verso Pompeo, che i reparti di Enobarbo ammontavano a soli 6.000 uomini e che i consoli avevano lasciato Capua; era ormai certo che Gneo stesse fuggendo (Ad Attico, 7,24,1). Nei giorni immediatamente successivi, tuttavia, altre informazioni lo tranquillizzarono: Pompeo aveva un esercito efficiente (7,25); buone notizie anche sulle coorti del Piceno e su Enobarbo, addirittura stupende su Afranio, in Spagna (7,26,1). Cicerone conferm quindi all'amico che sarebbe stato al fianco di Pompeo, in caso di guerra... ma, per l'appunto, di quale tipo?

Tra il 15 e il 17 ebbe una prima risposta, seguita da un consiglio che, dopo tanta attesa, non avrebbe voluto ricevere:

Gneo Magno saluta Marco Cicerone imperator.

Quinto Fabio [Vergiliano]  venuto da me il 10 febbraio. Mi dice che Lucio Domizio con le sue 12 coorti e con le 14 condotte da Vibullio  in cammino per unirsi con me. Contava infatti di partire il giorno 9. Gaio Irro lo seguir con 5 coorti. Giudico che tu debba venire a Lucera. Ci starai in completa sicurezza.

(Ad Attico, 8,11A3)

Reag alle sollecitazioni di Pompeo, gi il 15 o il 16, mettendo le mani avanti: sino ad allora era rimasto sulla costa cui era preposto, beninteso avendo cura di tenere una nave allestita; le gravi notizie giuntegli nel frattempo lo spingevano a pensare di dover essere preparato a seguire qualunque piano d'azione tu avessi approntato, ma poich ora si aveva una speranza pi solida, se tu credi che Terracina e la costa si possano tenere, io rester l, nonostante la mancanza di presidii nelle cittadelle (8,11B,2).

Gli rifer, in termini assolutamente positivi, quanto visto a Capua; ribad di non conoscere le sue decisioni e il suo piano di guerra ma garant che, se quello avesse voluto mantenere il controllo della costa - strategica non solo geograficamente ma anche politicamente, dotata di ottimi cittadini -, ci sarebbe stato possibile mantenendovi un comando; se fosse stata invece necessaria una concentrazione massiccia di forze militari, lo avrebbe raggiunto subito, come gli aveva detto il giorno in cui ho lasciato la citt (8,11B,3). Cicerone in realt aveva visto Pompeo il giorno precedente, 17 gennaio; cosa gli aveva detto? Possiamo solo ipotizzare un'assicurazione di lealt.

Una lettera ad Attico offre una preziosa chiave di lettura. Il rapporto di Vibullio e la notizia delle leve di Enobarbo, accluse a una lettera di Pompeo - non necessariamente Ad Attico, 8,11A - e per noi perdute, erano considerate meno rassicuranti. L'invito a Lucera, scritto da Pompeo di proprio pugno, indicava come egli intendesse abbandonare queste citt e il litorale, il che non mi stupisce: ha rinunziato al capo, non c' ragione che risparmi le altre membra (8,1,1). Cicerone voleva rassicurare Pompeo: non cercava un luogo sicuro; se chiamato a Lucera vi sarebbe andato subito; lo esortava a tenere saldo il litorale se voleva assicurarsi gli approvvigionamenti di grano dalle provinciae (8,1,2). Ed ecco un altro aspetto sul quale la critica pare essersi poco soffermata4: per quale ragione quest'ultima, importante precisazione non compare nella lettera inviata da Cicerone a Pompeo? Si trattava di qualcosa su cui era bene tacere, o piuttosto della spiegazione di un dato che il generale dava per scontato, o al contrario di un tema particolarmente sentito da Attico, che stava a Roma, luogo pi di ogni altro a rischio di carestia?

Chiaro  che Cicerone conosceva l'inutilit delle proprie parole: il concentramento a Lucera era volto alla fuga; entro breve Roma sar rigurgitante di codesti onesti, cio di altolocati e di ricchi, anche grazie all'abbandono dei municipia che si trovano da queste parti (8,1,3). Egli stesso si sarebbe unito al gruppo, se solo non avesse avuto la noiosissima scorta di questi littori; non si sarebbe neppure sentito umiliato dalla compagnia di personaggi non pi dementi di un Lucio Domizio o pi incostanti di Appio Claudio. Facciamo attenzione: Enobarbo, in cui si concentravano anche le sue speranze, viene qui definito stultus. A trattenerlo, concludeva, era solo la riconoscenza per Pompeo, che lo avrebbe condotto anche a Lucera.

Il nobile sentimento non gli aveva tuttavia impedito d'inviare a Cesare, da Capua, verso il 5 febbraio, una sola lettera, per rispondere a quello che voleva sapere dei suoi gladiatori (8,2,1); breve, deferentissima ma elogiativa di Pompeo e inneggiante alla concordia, tanto da fargli sperare che venisse letta anche da terzi... seguita poi da un'altra, scritta quello stesso giorno, il 17 febbraio, e mandata in copia ad Attico. Entrambe sono ormai perdute.

Le considerazioni su Pompeo si fecero pesanti. In nessuna nazione, in nessun tempo mai trovo che un responsabile della res publica o capo abbia ammassato tanti spropositi quanti il nostro amico abbandonando l'Urbe, il che vuol dire la patria, per la quale e nella quale glorioso sarebbe stato il morire (8,2,2). Qualcosa per lo spingeva a credere che Attico sottovalutasse la catastrofe. A questo aspetto, a nostro avviso, bisogna prestare molta attenzione. Andiamo vagando con le mogli, con i figli, senza mezzi, con ogni speranza nella vita di un solo uomo di anno in anno sempre pi minacciata dalle malattie, non scacciati dalla patria ma chiamati a lasciarla, non per tornarvi ma per abbandonarla al saccheggio e agli incendi (8,2,3). Molti, invece di unirsi alla lotta, se ne stavano nelle loro ville o nei giardini suburbani, non in Roma; Cicerone invece avrebbe dovuto abbandonare Capua e la costa per recarsi a Lucera, in attesa di Afranio e Petreio, poich scarso era il prestigio di Labieno; le azioni militari pi importanti, del resto, erano state compiute da Vibullio, sprezzante verso Pompeo.

Pare di comprendere che Attico, allora, solo in quest'ultimo riponesse invece ogni speranza di salvezza, e spingesse l'amico a seguirlo, anche fuori dalla terra Italia, mostrando per, a detta di Cicerone, un pensiero alquanto diverso dalle affermazioni precedenti (8,2,4). Ultima notazione spiazzante: scritta la lettera alla stessa lucerna su cui ho bruciato la tua, Cicerone part per raggiungere Pompeo. Perch bruciare la lettera? Lo aveva chiesto Attico? Si trattava di una sorte comune al resto della corrispondenza? S e no, visto che in seguito aveva ancora sotto mano i messaggi inviatigli dall'amico a partire dal 21 gennaio, ma ricopiati in un volumen, un rotolo di papiro5. Sorge spontanea un'altra domanda: perch Attico e tutti coloro che stavano a Roma sembravano cos tranquilli?

Cicerone si mosse il 17 verso Lucera, in Apulia, la regione dell'Italia pi misera, pi lontana dagli attacchi di questa guerra (8,3,4). Continuava a rendere conto all'amico sulle proprie scelte recenti. Mentre Pompeo stava preparando la fuga via mare, egli aveva accettato l'incarico a Capua, con indifferenza, per sfiducia in una causa non sostenuta dai buoni cittadini: la gran massa e la peggiore inclinava per l'altra parte. Accortosene, aveva detto a Pompeo che senza denaro e forze non ne avrebbe fatto nulla. Aveva constatato sin dal principio che si pensava solo a fuggire; ma come raggiungere Pompeo, ora che Cesare occupava nuove localit, rendendo pericoloso il viaggio verso Lucera? (8,3,5). Imbarcarsi sul Tirreno in inverno? Con il fratello? Con il figlio? Cesare si sarebbe vendicato anche sui beni degli assenti! Se non fosse partito, a patto che gli venisse lasciato un angolino, si sarebbe comportato come coloro che, sotto Cinna, preferirono l'inerzia a una marcia a mano armata contro le mura della patria (8,3,6). E la complicazione costituita dai littori? E se Cesare avesse invece voluto accordargli il trionfo? Rifiutarlo? Aveva bisogno di un consiglio di Attico: tengo pronta una nave a Gaeta, una a Brindisi.

Proprio in quella stessa notte, trascorsa tra il 18 e il 19 febbraio a Cales (nei pressi dell'odierna Calvi Risorta), ricevette un messaggio importante. Cesare  dinanzi a Corfinio, Domizio in Corfinio con un valido esercito, desideroso di combattere (8,3,7). Non voleva credere che Pompeo abbandonasse Enobarbo, anche se aveva gi inviato Scipione Nasica con due coorti a Brindisi e aveva informato per lettera i consoli che uno avrebbe dovuto guidare in Sicilia la legione arruolata da Fausto Silla6. C'era da sperare che (Gaio) Fabio (pretore nel 58) passasse dalla parte pompeiana con le sue coorti e che Afranio, sconfitto Trebonio nei Pirenei, arrivasse in forze, come si vociferava: solo a tali condizioni si poteva restare in Italia. Incerto su tempi e modi dell'avanzata di Cesare, che non si sa se tenda a Capua o a Lucera, Cicerone, per evitare di cadere in trappola, decise infine d'inviare a Pompeo una lettera - andata perduta - e di tornare a Formia.

La sera del 19 febbraio ebbe poi modo di leggere un ulteriore messaggio portato dal pretore Gaio Sosio al suo vicino Manio Emilio Lepido (il console del 66, ritiratosi anch'egli a Formia in attesa degli eventi), con copia di una lettera di Pompeo ai consoli (la stessa conosciuta o letta a Cales). In essa si raccomandava di concentrare tutte le forze in un sol punto al pi presto possibile e di raggiungerlo quanto prima, lasciando a Capua solo una guarnigione, quanta ti parr sufficiente (Ad Attico, 8,6,2). Non si parlava pi, ora, della Sicilia (ci che indicava un ribaltamento repentino di strategia). Allegata era la copia del dispaccio che Pompeo aveva ricevuto da Enobarbo il 17 febbraio (a Cicerone gi noto da un giorno ma purtroppo ormai perduto)7. Un brivido percorse allora, leggiamo, le membra di Cicerone.

Nei giorni successivi inizi a convincersi che Pompeo avrebbe abbandonato Enobarbo, se non sono cieco del tutto (8,7,1). Teneva una nave pronta ma attendeva un consiglio da parte di Attico. Aveva poi saputo che Gaio Attio Peligno (un cavaliere) aveva aperto ad Antonio le porte di Sulmona, dove si trovavano 5 coorti, e che Quinto Lucrezio Vespillone (un senatore) era riuscito a fuggirne; Pompeo, rimasto solo, va a Brindisi.  finita (8,4,3). Gi il 23 o 24 febbraio gli era giunta notizia che Enobarbo, informato di ci, si fosse arreso: il dolore m'impedisce di continuare a scrivere (8,8,2).

Ma cosa era avvenuto a Corfinio?

2. La resa di Corfinio
e un carteggio straordinario

All'ondata di conquiste che aveva creato il panico in Roma era seguito un rallentamento delle azioni, utile a entrambe le parti; attorno al 3 febbraio, tuttavia, Cesare, raggiunto dalla legione XII, si era nuovamente messo in moto.

A Corfinio, municipium che controllava l'accesso a Roma dalla costa adriatica, nonch quelli al Sannio e alla Campania, aveva posto il campo Enobarbo, vecchio nemico di Cesare e ora legittimo governatore della Transalpina. Alle sue coorti - tra le 12 e le 18, di cui alcune ad Alba Fucente (al comando del pretore Lucio Manlio Torquato) e a Sulmona (al comando di Vespillone e Peligno) - si erano aggiunte le 14-19 in ritirata dal Piceno, guidate da Vibullio8.

Corfinio, tra le montagne, avrebbe potuto resistere facilmente, come gli italici - che di essa avevano fatto la loro capitale, rinominandola Italica - avevano mostrato ai romani durante la sanguinosa guerra sociale. Cesare doveva esserne ben consapevole. Enobarbo a sua volta riteneva - probabilmente a ragione - di poter resistere riunendo truppe non addestrate ma fedeli a quelle di Pompeo... confidando nel suo aiuto.

Pompeo era a Lucera, ad almeno 130 miglia di cammino da Corfinio, con 14 delle 20 coorti che formavano le due legioni ex cesariane; le altre 6 erano di guarnigione a Canusium (l'odierna Canosa di Puglia) e ormai nella stessa Brindisi, agli ordini di Scipione Nasica. Lucera era una fortezza importante, ma su una collina circondata dalla pianura: da sola non avrebbe potuto resistere, a differenza di Corfinio.

Tra Lucera e Capua, infine, c'erano le coorti di nuove reclute raccolte dai consoli; i loro movimenti per, tra il 5 e il 18 febbraio - quando erano partite per raggiungere Pompeo -, sono ignoti.

Nessuno aveva soccorso Enobarbo. Perch? A spiegarlo  uno straordinario carteggio - 4 missive scritte da Pompeo ai consoli e a Enobarbo tra l'11 e il 18 febbraio -, altrettanto straordinariamente sopravvissute come allegato a una lettera inviata da Cicerone ad Attico il 28 febbraio9.

Attorno al 5 febbraio, Pompeo aveva sollecitato Enobarbo a raggiungerlo con tutte le forze o almeno a mandargli le coorti in ritirata dal nord; in contemporanea, si  visto, aveva chiesto ai consoli di andare a prendere il tesoro da Roma, incassando il rifiuto di Lentulo Crure, apparentemente ignaro della caduta del Piceno.

Enobarbo aveva annunziato a Pompeo che il 9 febbraio avrebbe abbandonato Corfinio per raggiungerlo a Lucera, progetto noto anche a Cicerone10. Qualcosa per gli aveva fatto cambiare idea. Forse ci si era verificato l'8 febbraio, quando Vibullio gli aveva portato le sue coorti e l'informazione che Cesare aveva solo due legioni.

Pompeo, avvertito del mutamento di strategia non dal diretto interessato ma da una lettera di Vibullio, giuntagli probabilmente l'11, ne era rimasto contrariato. Verosimilmente il giorno stesso aveva scritto a Enobarbo, pregandolo di affrettarsi, per non restare bloccato dalle forze che Cesare stava ammassando. Futile il motivo addotto da Enobarbo per giustificare il mutamento di piani - che Cesare, partito da Fermo, era ormai a Castrum Truentinum (l'odierna Martinsicuro) -: se poi c' chi ti vuol trattenere a difesa delle proprie ville, io sono nel mio diritto quando ti chiedo di mandarmi le coorti venute dal Piceno e da Camerino, abbandonando ogni loro cosa (8,12B,2). In realt Castrum Truentinum era un luogo molto strategico, trattandosi della localit adriatica dalla quale si distaccava verso l'interno la via Salaria, che portava a Roma passando per Ascoli.

Forse il 13, il 14 e non pi tardi della mattina del 15, Pompeo aveva incaricato l'amico Decimo Lelio (tribuno nel 54) di comunicare ai consoli11 che uno avrebbe dovuto andare in Sicilia con le truppe reclutate a Capua e dintorni e con quelle riunite da Fausto Silla; Enobarbo con le sue 12 coorti avrebbe dovuto aggregarsi a quello; il resto delle truppe avrebbe dovuto raggiungerlo a Brindisi, per passare poi su navi a Durazzo (8,12A,3).

Pompeo aveva quindi ricevuto, il 16, un'altra lettera, probabilmente in risposta alle istruzioni. Enobarbo dichiarava di voler restare a osservare i movimenti di Cesare: se il nemico si fosse mosso contro Pompeo lungo il litorale, egli si sarebbe unito all'alleato nel Sannio; se invece quello avesse marciato su Corfinio, avrebbe provato a tenergli testa.

Pompeo, in una missiva scritta lo stesso giorno, lodava Enobarbo ma si sforzava di spiegargli i rischi: non bisognava disperdere le forze, tenendo presente che quelle di Cesare crescevano ogni giorno, e presto Curione le avrebbe raggiunte con quelle raccolte in Umbria e in Etruria.

Quando tutte le truppe siano riunite, anche se una parte di esse verr mandata in Alba Fucente, anche se l'altra avvicinandosi a te non ti attacchi ma rimanga sulle sue linee difensive, tu sarai immobilizzato e, solo, con le tue forze non potrai nemmeno sostenerti davanti a tanta moltitudine quando tu esca per foraggiare. Insisto quindi nella mia raccomandazione, vieni subito con tutte le tue forze. I consoli pure hanno preso questa decisione. Io ti ho fatto avvertire da Marco Tuscilio12 che bisogna assolutamente evitare di mettere le mie due legioni di fronte a Cesare senza che siano affiancate dalle coorti del Piceno. Se dunque sentirai che io mi arretro all'avvicinarsi di Cesare, non allarmarti: io devo stare attento a non essere circondato e immobilizzato. Non posso mettermi in campo sia per la stagione sia per il morale poco solido dei soldati; non posso nemmeno richiamare da tutte le piazzeforti le guarnigioni per non togliermi la possibilit di ritirata. E cos ho radunate a Lucera non pi di 14 coorti. I consoli o condurranno a me le loro guarnigioni o andranno con esse in Sicilia. Bisogna insomma disporre di un valido esercito con cui si possa sperare di sfondare le linee nemiche o di occupare regioni in cui ci si possa sostenere; ma n l'una n l'altra possibilit ci si presenta in questo momento, e perch Cesare occupa la maggior parte dell'Italia, e perch io non ho un esercito forte e numeroso come  il suo. ...

(Ad Attico, 8,12C,1-3)

Interessante notare la vaghezza relativa ai progetti per la Sicilia. Mentre Pompeo stava finendo di scrivere gli era stata recapitata un'altra lettera di Enobarbo, cui, immediatamente, aveva risposto: non credo di poter fare quello a cui tu mi spingi, cio di venire io a raggiungere te: non posso fidarmi troppo di queste mie legioni (8,12C,4).

Ancor prima che quest'ultimo messaggio raggiungesse il destinatario, era avvenuto l'irreparabile. Il 17 febbraio Pompeo aveva ricevuto una nuova lettera di Enobarbo, che diceva che Cesare aveva posto il campo nei pressi di Corfinio. Si era cos trovato costretto a rispondergli: quanto avevo pensato e di cui ti avevo preavvisato  accaduto (8,12D,1). Cesare non lo avrebbe attaccato:

... fa una manovra di avvolgimento con tutte le truppe riunite per chiuderti la strada e impedire il congiungimento di codeste milizie formate da ottimi elementi con queste mie legioni che mi danno cos poco affidamento. Perci la tua lettera mi turba assai, perch la scarsa fiducia che ho delle mie truppe mi dissuade dall'impegnarmi in una battaglia decisiva per le sorti della res publica e, dall'altra parte, i nuovi soldati arruolati dai consoli non sono ancora arrivati. Se in qualche modo ti  ancora possibile districarti, cerca di venire quaggi subito, prima che il nemico abbia radunato tutte le sue truppe. Non  possibile che nuove reclute si concentrino qui rapidamente; e si potesse anche, tu puoi capire quale fiducia possano dare esse, che non si conoscono nemmeno tra loro, contro legioni di veterani.

(Ad Attico, 8,12D,1-2)

A quel punto Pompeo, tra il 17 e il 19, aveva scritto ai consoli una lunga lettera, contenente la relazione dell'accaduto e nuove direttive. La vicenda di Enobarbo mostrava la necessit di concentrare le truppe in un solo luogo. Pompeo gli aveva chiesto di raggiungerlo, o almeno di mandargli le sue 19 coorti del Piceno, ma quello era ormai accerchiato, con forze insufficienti per fortificarsi in campo perch tiene le mie 19 e le sue 12 coorti divise in tre localit diverse (parte sono in Alba Fucente, parte in Sulmona) (8,12A,1). Pompeo, con le sue due legioni, non si sentiva di affrontare il nemico, tanto pi che non posso disporre se non di 14 coorti, avendone mandate due a Brindisi, n lasciare Canusium senza guarnigione durante la mia assenza (8,12A,2). Venuti a mancare i rinforzi di Enobarbo, cambiava la strategia. Entrambi i consoli avrebbero dovuto raggiungerlo a Brindisi - non si parlava pi n di Lucera n della Sicilia -, lasciando a Capua una guarnigione, ordine che Pompeo sottolineava essere stato approvato da Lucio Cesare, Marco Claudio Marcello e tutti i senatori l presenti; i soldati avrebbero potuto essere inviati armati, e le armi restanti portate su giumenti.

Resta il sospetto che se Enobarbo avesse conosciuto i veri piani di Pompeo sarebbe stato pi prudente.

Quale invece la ricostruzione di Cesare, che affronta la vicenda in dettaglio (Guerra civile, 1,16,2-23,5)?

Le sue truppe pi avanzate avevano trovato 5 coorti, inviate da Enobarbo a tagliare il ponte sul fiume a circa 3 miglia da Corfinio. Attaccata battaglia, erano state ricacciate in citt e Cesare si era accampato presso le mura. Enobarbo aveva allora mandato messaggeri a Pompeo, pregandolo di venire in suo aiuto. Si poteva facilmente - gli scriveva - con due eserciti, e sfruttando le difficolt del terreno, circondare Cesare e tagliargli gli approvvigionamenti. Se non lo avesse fatto, egli stesso si sarebbe trovato in pericolo, e con lui pi di 30 coorti e un gran numero di senatori e cavalieri romani. Enobarbo aveva quindi incoraggiato i suoi, disposto sulle mura macchine militari e assegnato a ciascuno i settori per difendere la citt; aveva anche promesso dalle sue propriet private [4]13 iugeri per ciascuno ed estensioni proporzionali ai centurioni e ai richiamati.

Cesare era allora venuto a sapere che gli abitanti di Sulmona, a 7 miglia da Corfinio, desideravano seguire i suoi ordini, ma ne erano impediti da Vespillone e Peligno, che occupavano quel centro con 7 coorti. Aveva allora inviato Antonio, con 5 coorti; viste le insegne, civili e soldati avevano spalancato le porte, facendosi loro incontro felici. Vespillone e Peligno, calatisi dalle mura, erano stati catturati; Peligno aveva chiesto di vedere Cesare; questi, unitene le coorti al proprio esercito, lo aveva lasciato libero. Aveva poi fortificato il campo ed era stato raggiunto, nel giro di tre giorni, dalla legione VIII, da 22 coorti di nuove leve dalla Gallia e da circa 300 cavalieri inviati dal re del Norico (rinforzi arrivati a poco pi di un mese dal passaggio del Rubicone, anch'essi troppo in fretta per non pensare che agli inizi del gennaio 49 non fossero gi nella Cisalpina). Aveva stabilito allora, dall'altra parte di Corfinio, un secondo campo, comandato da Curione, e continuato a circondare la citt con le opere di assedio.

Quando ormai Cesare aveva terminato la maggior parte dei lavori, i messaggeri erano tornati con la risposta per Enobarbo. Questi l'aveva letta attentamente. Pompeo gli scriveva che non avrebbe messo a rischio le proprie forze: non era stato lui a consigliargli di chiudersi in Corfinio. Se era possibile, avrebbe dovuto raggiungerlo con tutte le truppe. Ci non era pi possibile, a causa delle opere di assedio (le quali tuttavia, non possiamo fare a meno di osservare, avevano lasciato passare i messaggeri). Enobarbo aveva tenuta segreta la risposta di Pompeo anche allo stato maggiore, annunziandone al contrario l'arrivo; solo a pochi intimi, in segreto, aveva comunicato di voler fuggire. L'atteggiamento, tuttavia, lo aveva tradito; i soldati avevano quindi deciso di ammutinarsi. Trascinato in pubblico e imprigionato il loro comandante, avevano mandato a dire a Cesare di volergli aprire le porte e consegnarglielo. Quello, pur impaziente, temendo che i propri uomini si dessero al saccheggio, aveva inviato indietro i messaggeri, rimandando la cosa all'indomani.

Poco prima dell'alba del 21 febbraio14, Lentulo Spintere dalle mura aveva chiamato le sentinelle, dicendo di voler parlare a Cesare. Accolto nel campo, aveva chiesto perdono; l'altro lo aveva interrotto, dicendo di essere uscito dalla provincia solo per difendersi dagli oltraggi dei nemici, per restituire autorit ai tribuni scacciati dall'Urbe, per restituire la libert a se stesso e al popolo romano, oppresso da una sparuta fazione. Lentulo Spintere, rassicurato, era rientrato in citt, comunicando le parole di Cesare. Questi, ricevuti i senatori (tra cui Enobarbo e Lentulo Spintere), i figli di senatori, i tribuni militari e i cavalieri - molte persone, provenienti anche dai municipia vicini -, aveva offerto loro libert incondizionata. Aveva anche chiesto ai membri del senato locale i 6 milioni di sesterzi l depositati da Enobarbo e glieli aveva restituiti, sebbene si trattasse di denaro pubblico. Sempre il 21, ottenuto il giuramento di fedelt dalle truppe che si erano arrese15, dopo essere stato sotto Corfinio in tutto sette giorni era partito, diretto verso la Puglia.

Cosa dicono le altre fonti? Velleio Patercolo e Svetonio sono poco dettagliati. Plutarco, nel Pompeo, omette la vicenda, mentre nel Cesare (34,6-9), pur sintetizzandola, offre un ulteriore spunto. Enobarbo, ordinato a uno schiavo medico un veleno, lo aveva bevuto, pentendosi poi del gesto, una volta conosciuta la benevolenza di Cesare; il medico a quel punto gli aveva rivelato che si trattava solo di un ipnotico, ed egli allora, lieto, si alz, and da Cesare, gli strinse la destra e nuovamente pass a Pompeo. Le notizie, riferite a Roma, tranquillizzarono i cittadini; alcuni che erano fuggiti rientrarono. L'aneddoto del medico schiavo - che certo non getta buona luce su Enobarbo -  ricordato anche, nei Beneficii (3,24), dal filosofo Lucio Anneo Seneca (4 a.C.-65 d.C.), figlio di Seneca Retore' e zio paterno di Lucano.

Appiano specifica che Enobarbo non aveva con s tutti i 4.000 soldati che gli erano stati assegnati; sarebbe stato poi catturato dagli abitanti della citt nei pressi della porta e lasciato libero da Cesare, con il suo denaro, forse nella speranza - non realizzata - che restasse con lui (Guerre civili, 2,149-150; cfr. 163).

Tra le fonti storiche, l'immagine di un Enobarbo vile  contrastata dal solo Cassio Dione. I soldati lo avrebbero catturato in quanto non intenzionati a fuggire, come chiedeva invece Pompeo; d'altra parte, Enobarbo stava solo ubbidendo a un ordine, pur avendo un esercito forte e fedele: si era guadagnato il favore dei soldati in molte maniere e se li era resi amici anche con la promessa di terre (poich era stato un partigiano di Silla e ne aveva acquistate molte sotto quel regime) (Storia romana, 41,11,1-3).

Le azioni successive di Enobarbo - l'impresa di Marsiglia e la morte a Farsalo - mostrano del resto il suo zelo repubblicano16.

Anche Lucano sembrerebbe puntare verso l'assoluzione': Domizio era pugnace, Corfinio circondata da solide mura e il suo esercito formato dalle reclute opposte un tempo all'assassino Milone (Farsaglia, 2,478-480). A poco sarebbe servito il tentativo di abbattere il ponte: dopo il Rubicone, Cesare non si sarebbe mai arrestato davanti a un fiume. Enobarbo si sarebbe allora affrettato a fortificare la citt,

ed ecco, empiet della guerra!, gli assediati,

[spalancate le porte,

trascinarono fuori il loro comandante prigioniero: ristette

ai piedi del superbo concittadino;

[ma con il volto minaccioso

e il capo eretto, l'alta nobilt di Domizio reclam il ferro.

(Farsaglia, 2,507-510)

Cesare invece lo avrebbe perdonato, umiliandolo.

Interessante notare come solo Cesare e Appiano menzionino la restituzione del denaro. Una lettera ciceroniana farebbe invece intendere il contrario...17.

3. Cicerone e un'interminabile attesa

Nel capitolo precedente abbiamo lasciato Cicerone, il 23 o 24 febbraio, in quel di Formia, ormai convinto della sorte di Corfinio. Essa, si  visto, si era decisa di fatto il 21. Cicerone ricevette poi altri dettagli, sia dai cesariani sia da Pompeo.

La sera del 24 venne a trovarlo Lucio Cornelio Balbo (nipote dell'omonimo agente cesariano). Sua missione, da parte di Cesare, era cercare - in un percorso fuori mano - il console Lentulo Crure, per consegnargli una lettera, istruzioni e la promessa di una provincia per indurlo a tornare a Roma (Ad Attico, 8,9b,2 BL). L'inviato sosteneva che Cesare avrebbe voluto raggiungere Pompeo per riconciliarsi; lo stesso faceva per lettera Balbo senior, che affermava addirittura che l'unico desiderio del proconsole ribelle fosse quello di vivere in sicurezza sotto il principato dell'altro. Cicerone pensava invece che lo sfoggio di clemenza fosse legato a un obiettivo crudele. Secondo i suoi calcoli, Pompeo doveva trovarsi gi a Brindisi, essendo partito da Lucera il 19 con una scorta leggera, precedendo le legioni... ma l'altro era un mostro' straordinario di vigilanza, di rapidit, di decisione.

Il 27 febbraio Cicerone, vedendo quanto Pompeo si discostasse dallo statista ideale da lui tratteggiato nella Repubblica e sempre pi convinto della premeditazione della fuga, si lanci in cupe previsioni (8,11,2-4). I due rivali avevano cercato il potere, ma Pompeo non si  preoccupato di dare alla popolazione felicit o decoro. Non aveva abbandonato Roma perch impossibilitato a difenderla, n aveva lasciato l'Italia perch scacciatone. Al contrario, sino dal principio egli matur il progetto di mettere sottosopra tutte le terre e i mari, di scatenare i re barbari, di portare in Italia popoli selvaggi armati, di mettere insieme grandissimi eserciti. Suo obiettivo, condiviso da molti seguaci, era un'autocrazia di tipo sillano. Tra i due contendenti, come gi in passato, ancora sussisteva possibilit di accordo, ma essi erano solo interessati al regnum. Nell'estate successiva si sarebbe vista l'infelice Italia calpestata e scrollata dalla violenza di entrambi con un'accozzaglia di schiavi; non si dovevano temere tanto le proscrizioni di cui si parlava apertamente e spesso a Lucera, quanto la rovina completa della res publica, cos ingenti saranno le forze che i due getteranno nel conflitto.

Era davvero convinto di ci? La critica pare divisa tra chi associa queste uscite a una pi generale incomprensione ciceroniana della realt e chi invece vi legge uno svelamento della strategia pompeiana18. A noi pare pi probabile una terza possibilit, sino a ora non considerata. L'apocalittico scenario si spiegherebbe pi razionalmente pensando che lo scopo principale di Cicerone fosse allora quello di smuovere Attico, troppo fiducioso in Pompeo - con il quale era anche imparentato -, e magari quello di giustificare un possibile avvicinamento a Cesare. Non possiamo fare a meno di osservare che, proprio nella stessa lettera, Cicerone informava l'amico di una missiva scrittagli da quest'ultimo, grato per la sua neutralit, e di un analogo messaggio orale comunicatogli da Balbo iunior. Alleg alla stessa documenti altrettanto preziosi: due lettere di Pompeo e le relative risposte; l'ultimo scambio, in particolare, era stato recente quanto impegnativo19.

Gneo Magno proconsole saluta Marco Cicerone imperator.

Se stai bene, ne sono contento. Ho letto con piacere la tua lettera; vi ho ritrovato il tuo immutato valore anche nella causa comune. I consoli si sono uniti all'esercito che ho in Apulia. In nome di quella tua singolare e continua dedizione alla res publica, ti esorto a raggiungermi presto, perch si possa di comune accordo portare aiuto alla percossa res publica. Ti d il consiglio di prendere la via Appia: sarai rapidamente a Brindisi.

(Ad Attico, 8,11C)

L'indicazione stradale, nella sua ovviet, a nostro avviso non risparmia ironia.

Cicerone, il giorno stesso, offr a Pompeo una serie di precisazioni. Mentre scriveva la lettera precedente, era lungi dal pensare che l'altro volesse per la salute della res publica mettere di mezzo il mare (8,11D,1)20. Al contrario, pensava o a un accordo o alla difesa.

Seguiva un resoconto sulla propria attivit, infarcito di spettacolari giustificazioni. Quando ancora la precedente lettera non era giunta a Pompeo, Cicerone, compreso il tenore delle istruzioni date - non si specifica se per iscritto21 - a Lelio per i consoli, non aveva atteso la risposta: subito, con il mio fratello Quinto e con i nostri figliuoli, si era messo in viaggio per l'Apulia (8,11D,1). Giunto per a Teano Sidicino, era venuto a sapere da Gaio Messio (un pompeiano, tribuno del 57 spesosi per il reintegro di Cicerone ed edile nel 55) e da molti altri che Cesare stava marciando su Capua e il giorno stesso sarebbe giunto a Isernia. Turbato, si era visto prigioniero. Aveva allora puntato su Cales, per attendere conferme da Isernia; l aveva per ricevuto copia della lettera inviata da Pompeo a Lentulo Crure. Essa parlava della missiva ricevuta da Enobarbo il 17 febbraio - allegata in copia - e affermava l'importanza di concentrare subito le armate, lasciando a Capua un presidio. Dopo la lettura, io, come tutti gli altri, rimasi convinto che tu avresti marciato con tutte le forze su Corfinio, per la quale citt io non m'illudevo di avere via libera, vista la presenza di Cesare (8,11D,3). Durante la febbrile attesa erano poi giunte due notizie: sui fatti di Corfinio e sulla partenza di Pompeo per Brindisi. Senza esitare un istante, con il fratello aveva deciso d'incamminarsi per Brindisi, ma molti, giunti dal Sannio e dall'Apulia, avevano suggerito prudenza: Cesare aveva la stessa meta ma era pi rapido. A quel punto n lui n il fratello n gli amici avevano pensato di dover rischiare che un atto inconsulto fosse deleterio sia per noi come per la res publica.

E proprio quel giorno, il 27 (a Formia, dove erano tornati), era giunta la lettera che Pompeo aveva inviato il 20 da Canusium, contenente l'invito a puntare su Brindisi. Ma a quel punto - Cicerone scriveva a Pompeo - egli doveva essere gi l, mentre loro si vedevano la strada tagliata e stavano per essere presi, come quelli di Corfinio. Prigionieri, sottolineava Cicerone, non sono solo quelli caduti in mano dei combattenti, ma anche quelli che, isolati dalla localit, si trovano in mezzo tra i loro presidii e le linee nemiche (8,11D,4). La lettera continua, in maniera prevedibile, con altre giustificazioni e assicurazioni di fedelt e amicizia.

Cicerone scrisse ad Attico anche il giorno successivo. Riteneva di poter stare tranquillo: non aveva accettato il comando a Capua n ostacolato le trattative di Lucio Cesare e Roscio n - addirittura! - sospettato che Pompeo abbandonasse Corfinio. Chiedeva all'amico un consiglio e informazioni su Enobarbo e Lentulo Spintere: Pompeo incolpava il primo di tutto, come si pu vedere dalle lettere di cui t'includo copia (8,12,6)22.

Il 1 marzo, mentre attendeva notizie, osservava che ogni speranza era ormai riposta in un incontro tra i contendenti; se invece Pompeo ha gi messo di mezzo il mare, non rimane se non il timore di una guerra disastrosa (8,13,1). Cesare era intuitivo, vigile, preparato, e, se non dar sentenze di morte, se si asterr dalle confische, quelli che pi lo temevano pi lo ameranno; gli abitanti dei municipia e delle campagne, del resto, si preoccupavano solo dei loro campi, delle loro abitazioni, dei loro soldi. Se tu sapessi com' cambiata la loro mentalit! Ora temono quello in cui avevano posto tanta fiducia, amano quello che temevano (8,13,2).

L'attesa si trascinava: Cesare era partito da Corfinio nel pomeriggio del 21; la stessa mattina Pompeo si era mosso da Canusium, ma il primo era cos rapido da arrivare a Brindisi prima di quando ci possa convenire (8,14,1). Cicerone continuava a sollecitare notizie di Enobarbo e Lentulo Spintere. Il primo era dato nella villa di Manio Emilio Lepido a Tivoli, o vicino a Roma, sempre con Lepido, ma quest'ultimo sosteneva che per vie traverse si fosse recato in localit ignota, per nascondersi o raggiungere il mare (come in realt avrebbe poi fatto)23; ignota anche la sorte toccata al figlio di lui. Lepido aggiungeva poi un particolare molto antipatico: a Enobarbo non era stata restituita una somma molto vistosa che egli teneva in Corfinio (8,14,3).

Il 3 marzo Cicerone ipotizzava che anche i consoli fossero gi oltremare: tranne Appio Claudio Pulcro (ancora censore), tutti i pompeiani rivestivano un imperium, e i consoli per diritto tradizionale possono recarsi in qualsiasi provincia (8,15,3).

Proprio allora ricevette da Roma una lettera di Balbo senior, che gli chiedeva di partecipare a negoziati tra Cesare e Pompeo: il tuo intervento presso il mio caro console Lentulo per indurlo a rimanere  stato gradito a Cesare, a me poi, sinceramente, graditissimo (8,15A,2). E in conclusione:

So che tu approverai in pieno la condotta di Cesare a Corfinio, che cio in tale situazione non si poteva desiderare meglio di una soluzione senza sangue. Sono molto soddisfatto che l'arrivo di Balbo, mio e tuo, ti abbia rallegrato. Qualunque cosa egli ti abbia detto da parte di Cesare, comunque Cesare ti abbia scritto, so che egli ti prover con i fatti, giri come vuole la Fortuna, la sincerit di quanto ti abbiamo scritto.

(Ad Attico, 8,15A,3)

Cicerone sapeva che ormai gli ottimati' lo criticavano apertamente, essi che ora, oh come si fanno incontro, come si vendono a Cesare! Quelli del contado, s, ne fanno un dio; ma almeno sono sinceri, come lo erano quando facevano voti per la malattia dell'altro; certo avevano paura, come anche di Pompeo e di non so quali minacce proferite da costui a Lucera (8,16,2).

Sempre il solito problema: cosa fare? L'attesa era snervante: Pompeo  partito da Canusium il 21 febbraio e io scrivo il 6 marzo, cio quattordici giorni dopo (9,1,1). Dove fossero Lentulo Spintere ed Enobarbo non si sapeva, ma Roma era piena zeppa di altolocati e vi amministravano la giustizia i pretori Publio Rutilio Lupo e Sosio24, che Pompeo riteneva lo avrebbero preceduto a Brindisi; anche da Formia esodo generale (9,1,2). Il piano di Cicerone era un altro: restare a Formia dove le notizie arrivavano pi in fretta, poi spostarsi ad Arpino e raggiungere l'Adriatico per il cammino meno battuto, lasciando indietro o congedando i littori. I benpensanti, solide colonne della res publica ora e nel passato, trovano a ridire su questo mio indugio e non mi risparmiano severi apprezzamenti nei loro banchetti alquanto anticipati; e allora partire, e, per essere buoni cittadini, si porti guerra all'Italia per mare e per terra, si riaccendano contro di noi gli odii gi spenti dei malvagi, si seguano i propositi di Lucceio e Teofane (9,1,3). I due personaggi citati sono Lucio Lucceio (pretore nel 67, oratore e storico, amico di Cicerone) e (Gneo Pompeo) Teofane, intellettuale di Mitilene che dopo la guerra mitridatica aveva seguito Pompeo a Roma, dove aveva anche adottato Balbo senior. I due sarebbero rimasti tra i suoi pi fedeli consiglieri, ci che, nel caso di Teofane, sollev scandalo tra i romani.

I consigli di Attico sembravano ormai fumosi. Era sempre stato contrario alla partenza, ma non nell'ultima lettera: si tratta di una tua piccola amnesia, o io non ho ben capito o hai cambiato idea? (9,2a BL). Peggio che mai Pompeo, che aveva tardato a informarlo dei suoi progetti sin dopo la perdita di Corfinio, e che non poteva lamentarsi di non essere stato raggiunto a Brindisi, quando tra me e Brindisi si trovava gi Cesare (9,2b,2 BL). Cicerone aveva visto meglio in molte questioni: municipia, leve, condizioni di pace, abbandono di Roma e del tesoro pubblico, occupazione del Piceno.

A Formia continuavano a giungere persone e notizie. (Marco) Curzio Postumo si dirigeva rapidamente da Cesare, che a suo dire arraffava Spagna, Asia, Sicilia, Africa, Sardegna: lo inseguir tosto in Grecia (9,2b,3 BL). Pass rapidamente anche il figlio di Enobarbo, diretto a Napoli, dalla madre. Fece comunicare a Cicerone che il padre era nei pressi dell'Urbe, mentre altri lo dicevano in cammino verso Pompeo o la Spagna.

A maggior ragione, cosa fare? Pompeo avrebbe dovuto capire che non era facile uscire da un'Italia interamente occupata, in inverno: in altra stagione ci si sarebbe potuti affidare al Tirreno, ma ora la traversata era possibile solo sull'Adriatico, il cui accesso era pressoch sbarrato. Nessuna notizia, e siamo al 9, giorno in cui, secondo i miei conti, Cesare dovrebbe essere arrivato a Brindisi, o forse anche da ieri, dato che il 1 ha pernottato ad Arpi [a 5 miglia romane a nord-est dell'odierna Foggia] (9,3,2). Postumo, al contrario di Cicerone, credeva che Cesare potesse inseguire il nemico anche via mare: la prodigalit dell'individuo  ben nota ai padroni di navi.

Giunse invece una lettera di Celio, allora nei pressi di Ventimiglia, impegnato a sedare una rivolta di popolazioni locali. Definiva Pompeo malaccorto, Cesare fulmineo; annunziava argomenti di cui parlare solo di persona, a breve: sarebbe infatti tornato a Roma non appena cacciato Pompeo dall'Italia; la ragione pi forte che ho per affrettarmi a tornare  l'impazienza di vederti e farti partecipe dei miei pensieri pi reconditi; e quanti ne ho di pensieri! (Ai familiari, 8,15,1-2). Di cosa si trattava? Di un misterioso piano celiano', sul quale la critica si  arrovellata senza successo.

Mentre Attico continuava a offrire consigli sui diversi itinerari, Cicerone rifletteva. Gli antenati vollero considerare pi nefasto il giorno della battaglia dell'Allia che non quello della presa della citt, perch questo male era una conseguenza di quella, tanto che il primo  ancora maledetto mentre il secondo  generalmente ignorato; allo stesso modo si poteva evocare un decennio di spropositi pompeiani, nonch la leggerezza, l'ignavia, la trascurataggine nel momento attuale (Ad Attico, 9,5,2). A nulla valevano le attestazioni dei municipia per la guarigione dell'altro di fronte alle congratulazioni per la vittoria di Cesare; ma Hanno paura', tu dici. Ma dicono che anche allora lo hanno fatto per paura (9,5,3).

Verso l'11 marzo, a Cicerone giunse una lettera di Balbo senior: il console Lentulo Crure avrebbe gi compiuto la traversata, prima che Balbo iunior potesse incontrarlo; inoltre le 6 coorti ad Alba Fucente sono passate a Curio per la via Minucia25: Cesare stesso glielo aveva scritto, comunicandogli il suo imminente arrivo a Roma (9,6,1). Finalmente notizie anche di Enobarbo, nella sua propriet di Cosa, in procinto d'imbarcarsi: male se  per la Spagna, bene se per raggiungere Gneo (9,6,2).

Cicerone aveva appena terminato di scrivere, quando da Capua giunse un messaggio.

Pompeo ha passato il mare con tutte le forze di cui dispone, circa 30.000 uomini, con i consoli, e due tribuni della plebe, i senatori che erano con lui, tutti con mogli e figli. Si  imbarcato, a quanto si dice, il 4 marzo: da quel giorno soffiano venti dal nord. Si dice anche che abbia rese inservibili o incendiate le navi che non gli occorrevano'. Si tratta di notizie giunte a Capua, al tribuno Lucio Metello da parte della suocera Clodia, essa pure imbarcata.

(Ad Attico, 9,6,3)

Questa s che era una notizia, devastante (ma in realt si trattava di un'anticipazione: solo la partenza dei consoli sarebbe avvenuta il 4 marzo, e comunque prima del 9, data di arrivo di Cesare a Brindisi, mentre quella di Pompeo e del resto dell'esercito il 17)26.

Tutto era perduto: Cicerone rifletteva su quanto fosse stato sconveniente esporsi... anche se, sempre a suo dire, erano stati la famiglia e il fratello a spingerlo. Ad angosciarlo, probabilmente lo stesso giorno, l'arrivo di una lettera scritta da Cesare il 5 marzo.

Cesare imperator saluta Cicerone imperator.

... sono in marcia rapida, avendo gi mandato avanti le legioni, tuttavia non voglio rinunziare a scriverti e ti mando [Gaio] Furnio stesso [tribuno nel 50] e ti ringrazio, quantunque lo abbia fatto gi tante volte e mi riprometta di farlo anche pi spesso, essendoti tanto debitore. Ti chiedo soprattutto di fare in modo, dato che io spero di essere quanto prima a Roma, che io ti possa vedere l, e giovarmi cos dei tuoi consigli, del tuo credito, della tua autorit, del tuo aiuto in generale. ...

(Ad Attico, 9,6A)

Le possibilit di manovra stavano scemando.

Attico gli consigli di non raggiungere Cesare e di chiedergli di poter mantenere analogo contegno verso Pompeo. Mediare per non era il caso: per Cicerone il secondo ardeva dal desiderio d'instaurare un dispotismo da regno sillano (9,7,3). Una causa giusta sarebbe stata sostenuta nel modo peggiore. Primo progetto, strangolare Roma e l'Italia con la fame; poi devastare campagne, mettere tutto a fuoco, non rinunziare alle sostanze dei ricchi; c'era per da temere lo stesso dai cesariani (9,7,4).

Ancora una volta non possiamo fare a meno di notare un elemento che pare essere sfuggito alla critica: il quadro agghiacciante dipinto all'amico Attico coincide nuovamente con un momento di sollecitazione' cesariana.

Balbo senior e Oppio, nel frattempo, gli avevano scritto: nell'incertezza sulle mosse di Cesare, gli consigliavano di non schierarsi contro l'uno o contro l'altro, amicissimo come sei di entrambi (9,7A,2). Ma subito, con altro messaggio, Balbo senior comunicava che Cesare voleva rinnovare l'accordo con Pompeo e aborriva la crudelt: Cicerone avrebbe dovuto porsi sotto la sua protezione, cos come ai tempi di Milone si era posto sotto quella di Pompeo (9,7B,2). In allegato una lettera inviata da Cesare. Si trattava di un vero e proprio manifesto' sui vantaggi della clemenza.

... Tentiamo dunque, se  possibile, di attirarci gli animi di tutti e di rendere duratura la vittoria con questi mezzi, poich gli altri, usando il terrore, non hanno potuto evitare l'odio n tenere in pugno alquanto a lungo la vittoria, se ne eccettuiamo Lucio Silla, che io non vorr mai imitare. Sia questa la nuova regola della vittoria: munirci d'indulgenza e generosit. Quanto ai mezzi per raggiungere tale scopo, in parte ci ho gi pensato, ma molti altri si possono escogitare. Vi prego anzi di pensarci da parte vostra.

(Ad Attico, 9,7C,1)

Ricordava poi di avere rilasciato immediatamente Numerio Magio, nella speranza che esortasse Pompeo a preferire la mia amicizia a quella di coloro che furono sempre suoi e miei accaniti avversari (9,7C,2)27. Il 14 marzo, una voce dava Cesare a Formia gi per il 22. Come avvicinarlo e salutarlo? Non ho mai dovuto applicare la mente a una soluzione pi difficile (9,8,2).

Il 17, Cicerone comunic ad Attico scetticismo sulle parole di Clodia: aveva raddoppiato il numero dei soldati e dato falsa notizia delle navi inutilizzate (9,9,2). La fuga dei consoli aveva allontanato la pace. Ricevutane la notizia, Cicerone restituiva ad Attico il trattato sulla Concordia di Demetrio di Magnesia - opera anch'essa perduta -, da lui insistentemente richiesto nelle settimane precedenti, sperando di poterne trarre elementi utili a un suo pubblico intervento. Ci sovrasta una guerra disastrosa, e si comincer con l'affamarci, nel colmo dell'empiet: codesti nostri caporioni meditano di uccidere con la fame la madre pi antica e pi santa, la patria!. Aveva assistito ai loro discorsi: tutta la flotta da Alessandria, dalla Colchide, da Tiro, da Sidone, da Arado, da Cipro, dalla Panfilia, dalla Licia, da Rodi, da Chio, da Bisanzio, da Lesbo, da Smirne, da Mileto, da Coo era stata raccolta per intercettare i viveri all'Italia e per occupare le provinciae che ci danno grano. Pompeo sarebbe tornato furioso, ancora pi verso chi si era adoperato per la sua salvezza, dopo avere colpito Epiro (dove Attico aveva enormi tenute) e Grecia: prometteva infatti ai soldati di battere Cesare anche in generosit. Enobarbo era forse a Cosa.

Attico consigliava a Cicerone di non essere troppo remissivo con Cesare. La questione istituzionale non era infatti da poco. Il proconsole ribelle sosteneva che i comizi consolari avrebbero potuto essere presieduti da un pretore: ci intendeva dicendo di volersi giovare dei miei consigli28, ma nei libri si trovava sancito che non solo i consoli, ma nemmeno i pretori possono essere investiti da un pretore, cosa che non era mai stata fatta (9,9,3). Poco ci mancherebbe che Cesare volesse far risolvere per mezzo mio la questione. Anche al successo della Repubblica l'Arpinate doveva l'imbarazzante situazione. Prometteva poi all'amico di fornirgli i nomi di coloro che avevano attraversato l'Adriatico. Per garantire il rifornimento di grano, come sosteneva Attico, sarebbero state imposte nuove tasse alle provinciae; inutile concentrarsi sull'acquisto di tenute, ormai tutte deprezzate per la scarsit del contante e comunque votate al saccheggio (9,9,4).

Il giorno successivo, rinvangato il panico vissuto da Pompeo il 17 gennaio e le sue innumerevoli minacce, avanz interessanti considerazioni sull'abbandono dell'Urbe, ancora una volta interrogando il passato, non solo romano. Tarquinio il Superbo'e Coriolano avevano chiamato nemici esterni per prendere le armi contro la patria. Anche l'ateniese Ippia, figlio di Pisistrato, lo aveva fatto29. Al contrario, Silla, Mario e Cinna, pur ottenendo vittorie funeste, forse non uscirono dalla legalit (9,10,3). Come si pu leggere nel passo posto a esergo a questo capitolo, Cicerone stesso si chiedeva con quale spirito egli, dichiarato preservatore e padre di Roma, avrebbe guidato contro di essa armate di barbari: l'Urbe e il popolo dovevano essere conservati all'immortalit. Ripercorreva i messaggi inviatigli da Attico tra il 21 gennaio e il 9 marzo, e copiati in un rotolo; essi erano contrastanti, soprattutto sul cosa fare se Pompeo fosse fuggito dall'Italia. Ma quella del generale non era stata, si rendeva conto, una decisione improvvisa: il nostro Gneo questa vergogna la pensava da due anni, tanto nel suo intimo scimmiotta Silla, tanto e da tanto tempo non sogna se non proscrizioni (9,10,6).

Davvero dobbiamo credergli, come ha fatto gran parte della critica? Non era questo un modo per rimproverare con pi efficacia l'amico, parente sia suo sia di Pompeo, per la patente incapacit di previsione e per le posizioni fortemente avverse a Cesare? (Proprio in questo periodo Attico ne chiamava i seguaci con il termine greco nkuia, il corteo dei fantasmi evocati'.)

Mentre non si sapeva ancora nulla sul ritorno di Cesare, verso il 20 marzo si ebbe una scoperta grottesca.

Il nostro Lentulo  a Pozzuoli: lo sai? La notizia  stata portata da un viaggiatore che assicurava di averlo riconosciuto sulla via Appia nel momento in cui apriva uno spiraglio della lettiga; mi pareva poco attendibile; a ogni modo mandai qualche schiavo a Pozzuoli per rintracciarlo e, nel caso, consegnargli una lettera. Lo hanno scovato con un po' di fatica nei suoi giardini, dove si tiene nascosto, e mi ha fatto avere una lettera in cui si dimostra pieno di gratitudine per Cesare...

(Ad Attico, 9,11,1)

Nel frattempo era giunto Gaio Mazio Calvena, amico comune di Cicerone e Cesare, deciso fautore della pace; Cicerone gli mostr la lettera che Cesare gli aveva inviato giorni prima30; egli la interpret come invito a prendere parte ai negoziati. Altri confermarono che Pompeo, l'8, era ancora a Brindisi. E tutti la stessa canzone: discorsi pieni di minacce, odio contro gli ottimati', guerra ai municipia; nient'altro che proscrizioni, Silla autentici; e che parole grosse Lucceio, e tutta l'accozzaglia greca, e Teofane (9,11,3). Da quali delitti sarebbero sfuggiti uno Scipione, un Fausto, un Libone, i cui creditori si sono gi accordati?; e che dire della microcefalia del nostro Gneo, che si diceva pensare all'Egitto, all'Arabia Felice, alla Mesopotamia, disdegnando la Spagna? (9,11,4)31.

Cicerone scrisse allora a Cesare: precisava che si sarebbe speso per la conciliazione e la res publica, come aveva fatto precedentemente con Pompeo e in senato (ma, dovremmo intendere, non nel pomerium); confermava anche di non avere preso parte alla guerra, ritenendola contraria al diritto di Cesare, perch avversari e invidiosi si accanivano contro un privilegio che ti era stato concesso dal popolo romano (9,11A,2).

Ma ecco un altro colpo di scena. Il 20 marzo, una missiva di Quinto (Paconio) Lepta (che era stato suo prefetto del genio militare in Cilicia) lo inform che Pompeo era bloccato e anche l'uscita del porto di Brindisi era chiusa da zattere. Ahim, le lacrime non mi lasciano pensare n scrivere altro (9,12,1). Cosa fare? Un esercito del popolo romano assediava Pompeo, chiuso da un fossato e da un argine, tagliandogli la fuga; e noi continuiamo a vivere, e Roma  ancora in piedi, i pretori danno sentenze, gli edili allestiscono giochi, la gente dabbene registra prestiti, io, io stesso me ne sto inerte!. Andare l come un folle e invocare la lealt dei municipia? I galantuomini non mi seguiranno, gl'indifferenti se ne faranno beffe, i sognatori di rivoluzioni, tanto pi che ora sono vincitori e armati, ricorreranno alla violenza. Cosa fare? Uccidersi?

Le notizie filtravano lentamente. Dolabella, in una lettera inviata il 13 marzo da Brindisi, riteneva Pompeo in fuga e solo in attesa del vento propizio per prendere il largo; Cicerone si convinse che il 18 marzo, giornata magnifica, ne avesse approfittato (9,13a,1-2 BL). Cosa fare? Partire senza speranza di ritorno? Cesare era agguerrito di fanteria, di cavalleria, di navi, di truppe ausiliarie galliche (9,13a,4 BL). Avrebbe poi avuto a disposizione i beni dei concittadini. In fin dei conti, per, mostrandosi pi misurato del previsto, conquist ogni simpatia, e l'altro che ne godeva ovunque non ne riscuote pi; i municipia e la campagna romana addirittura lo temevano, venerando Cesare, tanto che supposto pure che non possa vincere, non si vede per come potrebbe essere vinto.

Cosa stava avvenendo a Brindisi? Lentulo Spintere, allora a Pozzuoli, temeva uno sconvolgimento pari a quello di Corfinio. Pompeo aveva inviato Magio per trattative di pace, ma intanto l'assedio continua (9,13b BL). A confermarlo, una lettera di Cesare, risalente al 9 o 10 marzo e inviatagli in copia in una missiva di Balbo senior, ricevuta probabilmente il 23.

Cesare a Oppio e Cornelio

Il giorno 9 marzo sono giunto a Brindisi e mi sono accampato davanti alle mura. Pompeo si trova dentro Brindisi e ha inviato a me Numerio Magio per trattare la pace. Io ho dato la risposta che mi  parsa opportuna; ho voluto che voi lo sapeste senza indugio. Quando mi arrider la speranza di poter determinare la svolta verso una soluzione di compromesso, vi terr immediatamente informati.

(Ad Attico, 9,13A)

Anche Balbo senior era roso dall'attesa, nella speranza di un accordo. Il 24 giunse a Cicerone la copia di una lettera che Cesare il 14 marzo aveva inviato a Quinto Pedio (un suo nipote, che non era stato eletto all'edilit curule per il 53).

Pompeo  sempre in Brindisi. Io ho posto il campo davanti alle porte. Attendiamo a un lavoro di gran mole e che richieder molti giorni per la profondit del mare, ma, d'altra parte, non vedo niente di meglio. Tra i due punti estremi del porto gettiamo uno sbarramento di macigni per costringerlo o a imbarcarsi al pi presto con le forze che ha in Brindisi, o per impedirgli di uscire'. Dov' dunque quella pace a proposito della quale Balbo diceva di essere sulle spine?...

(Ad Attico, 9,14,1-2)

Un altro personaggio, che il 13 aveva lasciato Curione, riportava inquietanti discorsi di Cesare: prometteva di vendicare Carbone, Bruto e coloro che erano stati vittime di Silla con la complicit di Pompeo32; sosteneva che Curione - forse gi a Roma -, eseguendo gli ordini, non si stava comportando diversamente da Pompeo ai tempi di Silla; minacciava di richiamare coloro che erano stati esiliati in violazione delle antiche leggi, facendo notare che invece Silla aveva reintegrato i traditori della patria; denunziava i metodi violenti con i quali era stato espulso Milone; garantiva infine che avrebbe reagito solo verso coloro che gli avessero preso le armi contro (9,14,2).

Ultimo colpo di scena: ho appena finito di scrivere, ed ecco mi arriva, prima di giorno, una lettera che Lepta mi manda da Capua: il 15 marzo Pompeo  partito da Brindisi, Cesare sar a Capua il 26 marzo (9,14,3). Si trattava di una notizia vera, a eccezione della data: la fuga dalla citt si era verificata il 17, anche se l'imbarco delle ultime truppe potrebbe essere iniziato due giorni prima33.

Cosa era avvenuto a Brindisi? Cosa sarebbe toccato a Roma?

1 Localit che Cicerone, il 23-24 gennaio, a Minturno, dava ancora in mano pompeiana' (vedi p. 216).

2 Vedi p. 214.

3 Sul fatto che essa possa realmente essere la prima lettera ricevuta da Pompeo vedi Bibliografia, interpretazioni e approfondimenti, p. 354.

4 Lo nota J. Bayet, Cicron. Correspondance, V, Les Belles Lettres, Paris 1964, p. 157, ma senza formulare ipotesi.

5 Vedi p. 254.

6 La lettera menzionata  probabilmente Ad Attico, 8,12A (ma vedi pp. 235, 244).

7 Vedi p. 237.

8 Sulle coorti vedi Bibliografia, interpretazioni e approfondimenti, p. 354.

9 Si tratta di Ad Attico, 8,12 (Cicerone ad Attico - da Formia, 28 febbraio); il carteggio allegato  costituito da 8,12A (Pompeo ai consoli Marcello e Lentulo - da Lucera, 17-18 febbraio), 8,12B (Pompeo a Enobarbo - da Lucera, 11-16 febbraio); 8,12C (Pompeo a Enobarbo - da Lucera, 16 febbraio); 8,12D (Pompeo a Enobarbo - da Lucera, 17 febbraio).

10 Vedi p. 228.

11 Cicerone, Ad Attico, 8,3,7 parla invece di una lettera (vedi p. 232, ma cfr. p. 244).

12 Personaggio a noi altrimenti ignoto.

13 Tutti i manoscritti danno XL, ma si  pensato di correggere in XV in base a Livio, Storia di Roma dalla sua fondazione, 35,40,6, o in alternativa in IV: cfr. Vottero, in Pennacini (a cura di), Gaio Giulio Cesare cit., p. 1200. Lo iugero era una misura di superficie equivalente a poco pi di 2.520 m2, all'incirca un quarto di ettaro.

14 Vedi p. 246.

15 Le circa 30 coorti furono mandate in Sicilia (vedi p. 259).

16 Vedi pp. 286-287, 297.

17 Vedi p. 246.

18 Su quest'ultima posizione vedi p. 314.

19 Lo scambio epistolare allegato all'epistola Ad Attico, 8,11  composto da 8,11A e 8,11B (vedi pp. 228-229), e delle pi recenti 8,11C e 8,11D.

20 Ma vedi gi p. 223.

21 Vedi pp. 232, 235.

22 Vedi p. 234n.

23 Vedi p. 286.

24 Vedi pp. 232, 258.

25 Vedi p. 258. Vibio Curio era, probabilmente, equestre e prefetto della cavalleria.

26 Vedi pp. 259-260, 267.

27 Vedi p. 256.

28 Vedi p. 251.

29 Cercando nel 500, inutilmente, l'aiuto dei peloponnesiaci e addirittura guidando, nel 490, i persiani contro gli ateniesi a Maratona; anch'egli, secondo Erodoto (Storie, 6,107,1-2), avrebbe sognato di unirsi incestuosamente con la madre, interpretando ci, erroneamente, come auspicio del proprio ritorno in patria.

30 Si tratta di Cic. Att. 9,6A (vedi p. 251).

31 Vedi pp. 260-261.

32 Vedi pp. 47-48.

33 Vedi pp. 256, 259, 262, 267.

XI.
Nelle mani di Cesare

... Non posso credere che tu sia sul punto di varcare
il mare, tu cos legato a Dolabella e a quella elettissima donna che  la tua Tullia, tu tenuto in tanta considerazione da noi tutti... Vorrei che ti convincessi che nessuno mi  pi caro di te, eccetto il mio Cesare ... Di proposito consegno questa lettera al mio carissimo Calpurnio, affinch tu sappia quanto mi stiano a cuore la tua vita e la tua dignit.

Antonio, tribunus plebis pro praetore, a Cicerone: Ai familiari, 10,8A,1-2

1. Pompeo e la fuga dall'Italia

Con la caduta di Corfinio, a Cesare la via per il sud si era definitivamente aperta. Senza dubbio, la resa delle coorti di Enobarbo era stata di esempio1. Ecco la sua versione (Guerra civile, 1,24,1-28,4).

Pompeo - informato della resa di Enobarbo - da Lucera si spost a Canusium e poi a Brindisi. Raccolse le nuove leve; arm schiavi e pastori, formando un corpo di circa 300 cavalieri. Il pretore Torquato fugg da Alba Fucente con 6 coorti, il pretore Lupo da Terracina con 3; queste, spaventate, passarono a Vibio Curio. Anche nelle tappe successive alcune coorti s'imbatterono nell'esercito e nella cavalleria di Cesare; fu preso e condotto da lui Numerio Magio di Cremona, capo del genio di Pompeo. Cesare glielo rimand chiedendo un colloquio diretto: comunicare con ambasciatori non portava risultati. Giunse poi a Brindisi con 6 legioni, 3 di veterani e le altre completate in marcia; infatti aveva inviato da Corfinio in Sicilia le coorti di Enobarbo. Era venuto a sapere che i consoli erano partiti per Durazzo con gran parte dell'esercito e che Pompeo era ancora a Brindisi con 20 coorti; non riusc invece a capire se vi fosse rimasto per meglio controllare l'Adriatico o per carenza di navi.

Temendo che Pompeo non volesse lasciare l'Italia, decise di bloccare il porto. Dove l'imboccatura era pi stretta, da ambo i lati fece gettare un terrapieno. Pi avanti, dove il mare era pi profondo, fece porre sul prolungamento della diga coppie di zattere di 30 piedi2 di lato, fissate con 4 ancore e coperte di terra, per facilitare il movimento dei soldati. Sul davanti e ai lati venivano protette con graticci e vimini coperti di pelli, e ogni 4 erano innalzate torri a due piani. Per ostacolarlo, Pompeo allest grosse navi da carico, prese nel porto di Brindisi, con torri a tre piani, macchine da guerra e armi da lancio: quotidianamente le spingeva contro i lavori. Cesare, pur meravigliato del mancato ritorno di Magio3, non voleva rinunziare ai negoziati. Invi il legato Gaio Caninio Rebilo a esortare l'amico Libone (allora legato pompeiano) a fare da intermediario per chiedere un colloquio all'avversario. Libone si convinse, ma Pompeo gli rispose che, in assenza dei consoli, le trattative non erano possibili.

Cesare si concentr quindi sulla guerra. Dopo nove giorni (quindi il 17 marzo), quando la met delle opere d'assedio era terminata, tornarono le navi che avevano trasportato a Durazzo i consoli e parte dell'esercito. Pompeo, preoccupato o anche perch sin da principio aveva deciso di sgomberare l'Italia, prepar la partenza. Per evitare che i soldati di Cesare irrompessero al momento dell'imbarco, ostru le porte della citt, alz barricate nei quartieri e nelle piazze, tagli le vie con fossati trasversali, piantandovi pali e rami acuminati. Livell e mascher il tutto con graticci leggeri e terra; chiuse gli accessi al porto e le due strade che conducevano l da fuori le mura, piantandovi enormi e acuminate travi. Poi fece imbarcare in silenzio le truppe, disponendo sugli spalti e sulle torri, a grandi intervalli, soldati armati alla leggera. Stabil di richiamarli, con segnale convenuto, a imbarco terminato, lasciando loro veloci navigli in un luogo di facile accesso. I brindisini, tuttavia, stanchi delle soperchierie di Pompeo e dei suoi soldati, informati della partenza, da ogni parte, sui tetti, facevano segnali ai cesariani... ancora una volta i civili, grande incognita dei conflitti urbani di ogni tempo.

Cesare fece preparare scale e armare soldati. Pompeo salp al calare della notte, imbarcando le legioni e richiamando le guardie. I cesariani scalarono le mura, ma, avvertiti dai brindisini del vallo e delle fosse, si fermarono; guidati da costoro in un lungo giro, giunsero al porto, bloccando con lance e zattere due navi cariche di soldati, impigliatesi negli sbarramenti.

Cosa dicono le altre fonti? Velleio Patercolo e Svetonio sono rapidissimi. Lucano offre due spunti particolarmente interessanti. Conferma l'invio di messaggi agli alleati stranieri gi da Brindisi (riportato dal Pompeo di Plutarco e da Appiano), mettendo in bocca al generale, rivolto al figlio maggiore Gneo, le seguenti parole:

Ti ordino di sondare i luoghi pi sperduti del mondo;

solleva l'Eufrate e il Nilo, sin dove giunse la fama

del nostro nome, e tutte le citt dove Roma

fu nota dopo di me, suo generale; rendi

al mare i coloni cilici sparsi per le campagne...

...

... ma perch mi dilungo? O figlio, porterai la guerra

in tutto l'Oriente, e solleverai nel mondo intero le citt

domate; ritornino in campo tutti i miei trionfi.

(Farsaglia, 2,632-644)

Lucano, riferendo i fatti di Brindisi, scrive anche che qui due navigli si fermarono uncinati dagli arpioni preparati per la flotta, e qui per la prima volta Nereo si arross di sangue fraterno nella lotta tornata sulla riva (Farsaglia, 2,711-713). Ci sarebbe stato quindi combattimento.

Floro (Epitome delle guerre, 2,13,18-22), menzionati i fatti di Corfinio, osserva che la guerra sarebbe finita senza spargimento di sangue, se Cesare avesse potuto vincere Pompeo a Brindisi. Lo aveva raggiunto, ma quello era fuggito di notte dal porto assediato: O vergogna! - Colui che poco prima era il principe del senato, il padrone della pace e della guerra, fuggiva su di una nave malconcia e quasi inerme per il mare su cui aveva trionfato! - N fu pi turpe la fuga di Pompeo dall'Italia che quella del senato da Roma.

Plutarco nel Cesare, menzionata la presa di Corfinio, ricorda che il vincitore, presi i soldati di Enobarbo e quanti riusc a raggiungere tra gli arruolati per Pompeo, con forze consistenti e minacciose mosse contro il nemico, che non accett lo scontro, e fugg a Brindisi; di l mand a Durazzo i consoli con l'esercito, per salpare poco dopo, quando sopraggiunse Cesare (35,1-3). Nel Pompeo - in cui gli eventi seguono l'entrata cesariana in Roma - la descrizione  pi ampia, e pare addirittura che l'evacuazione finale di Brindisi fosse durata due giorni (61,2-63,3). Cesare inizi a inseguire Pompeo, per allontanarlo dall'Italia prima dell'arrivo del suo esercito dalla Spagna. Quello occup Brindisi e trov imbarcazioni in abbondanza; si fece precedere a Durazzo dai consoli con 30 coorti. Invi Scipione Nasica e il figlio Gneo in Siria, ad allestire una flotta, poi si chiuse nella citt. Barric le porte, mand sulle mura i soldati con armatura leggera, ordin alla popolazione di stare nelle case, fece scavare trincee e sbarrare le strade, tranne le due da dove scese al mare. Due giorni dopo la maggior parte dei soldati era imbarcata; Pompeo, ordinato improvvisamente alle guardie di raggiungerlo, salp. Cesare, vedendo le mura sguarnite, comprese; volendo inseguirlo, rischi d'incappare nei pali e nei fossati. Avvertito dai brindisini, aggir la citt, constatando che le navi avevano preso il largo, eccetto due, con pochi soldati.

Molto interessanti le notazioni successive. Tutti considerano questa fuga di Pompeo per mare come uno dei migliori stratagemmi di guerra, mentre Cesare si meravigli che egli, pur disponendo di una citt fortificata, attendendo truppe dalla Spagna e avendo il controllo del mare, avesse abbandonato l'Italia e gliel'avesse consegnata. Anche Cicerone biasimava Pompeo per avere imitato pi Temistocle che Pericle, bench la sua situazione fosse pi simile a quella del secondo. Cesare mostr con i fatti che temeva che il passare del tempo giocasse a suo danno; catturato Magio, lo aveva inviato a Brindisi per chiedere un accordo.

Appiano riporta che, mentre Corfinio era assediata, Pompeo si affrett da Capua a Nocera (ma pi probabilmente Lucera) e poi a Brindisi per passare in Epiro e l organizzare i preparativi di guerra, scrivendo poi a tutte le genti, ai re e alle citt, ai generali e ai dinasti, di mandare con sollecitudine per le necessit della guerra ci che ciascuno poteva; scarna  la descrizione dell'assedio, che si conclude: a tarda sera salp, lasciando a difesa delle mura i soldati pi animosi; anche questi ultimi vennero via con il favore del vento, al sopraggiungere della notte (Guerre civili, 2,151; 159). Non si parla quindi delle navi catturate da Cesare.

Interessanti conferme anche in Cassio Dione (Storia romana, 41,10,4-11,3). Gi prima di menzionare la cattura di Enobarbo a Corfinio, lo storico osserva che Pompeo aveva deciso di passare in Macedonia, Grecia e Asia, molto fiducioso per il ricordo delle imprese l compiute e per l'affetto che per lui avevano i re e le popolazioni. Anche se la Spagna gli era parimenti favorevole, non poteva andarvi in sicurezza, perch Cesare controllava la Gallia. Riteneva inoltre che, se avesse preso il mare, nessuno lo avrebbe inseguito per la mancanza di navi e per l'imminenza dell'inverno (si era infatti in autunno inoltrato), mentre egli nel frattempo avrebbe potuto raccogliere denaro e truppe dai popoli soggetti e dagli alleati. Piano di Cesare era invece combattere in Italia, attaccando Pompeo ancora a Brindisi (infatti, non avendo navi sufficienti, Pompeo aveva fatto salpare solo alcuni reparti: a questi aveva aggiunto i senatori, per evitare che, restando fermi a terra, macchinassero novit). Vedendo per che il luogo era difficile da conquistare, invit l'avversario a colloqui; quello, informati i senatori, rispose che essi avevano deciso di non intavolare trattative con un cittadino armato; Cesare allora assal la citt. Pompeo la difese per alcuni giorni, sino al ritorno delle navi. Ostruiti e chiusi gli accessi al porto, perch nessuno lo attaccasse mentre partiva, di notte salp senza troppi problemi, ma due navi piene di soldati caddero in mano al nemico.

Interessante anche la riflessione successiva. Pompeo lasci l'Italia dopo avere deciso e compiuto tutto il contrario di quanto fatto in precedenza, e per tale ragione and incontro a un destino e a una reputazione del tutto opposti. Sbarcato a Brindisi, aveva congedato l'esercito per evitare danni ai concittadini, e ora per la stessa citt guidava un altro esercito contro gli stessi. Aveva condotto a Roma le ricchezze dei barbari, ora le portava via e, diffidando di ogni romano, pensava di usare come alleati i popoli prima sottomessi. Allora giungeva carico di gloria, adesso era umiliato dalla paura per Cesare, e al posto della grande fama che si era acquistata per avere accresciuto la potenza della patria, si rivelava il pi meschino dei cittadini per averla abbandonata.

2. Un inseguimento impossibile

Il vincitore' si trov allora spiazzato, come emerge dalle sue stesse parole, che anticipano anche eventi successivi, riguardanti le provinciae (Guerra civile, 1,29,1-31,3).

Avrebbe voluto raccogliere una flotta, attraversare l'Adriatico e raggiungere Pompeo prima che si rafforzasse oltremare, ma quello, requisendo tutte le navi, gli aveva tolto la possibilit di un inseguimento immediato. Non gli restava che far venire navi dalle coste pi lontane della Gallia e del Piceno e dallo stretto di Messina, impresa lunga e difficile, data la stagione. Temeva anche che si rafforzassero l'antico esercito di Pompeo e le due Spagne, di cui la Citeriore era a quello strettamente vincolata, che si organizzassero truppe ausiliarie e cavalleria e che, in sua assenza, i pompeiani cercassero di guadagnarsi Gallia e Italia. Decise quindi di partire per la Spagna.

Comand ai magistrati di tutti i municipia di cercare navi e farle arrivare a Brindisi, invi in Sardegna il legato Quinto Valerio Orca (pretore nel 57) con una legione, in Sicilia il propretore Curione con 3; al secondo ordin di far passare l'esercito in Africa non appena conquistata l'isola. Gli abitanti di Cagliari, informati, prima ancora che Orca lasciasse l'Italia scacciarono il governatore Marco Aurelio Cotta (pretore attorno al 54); questi, sapendo che tutta la provincia nutriva gli stessi sentimenti, fugg in Africa. In Sicilia, invece, Catone faceva riparare vecchie navi da guerra, ne ordinava alle citt di nuove, con grande impegno. Per mezzo di legati arruolava cittadini romani in Lucania e Bruzio (l'odierna Calabria), dalle citt siciliane esigeva cavalieri e fanti. A preparativi quasi terminati, apprese della venuta di Curione - incaricato dal senato ad aprile -: accusato Pompeo in una contio, fugg dall'isola4. Orca e Curione, trovate senza governo le loro provinciae, sbarcarono con gli eserciti. Il cesariano Lucio Elio Tuberone - secondo una notizia inviato non per combattere ma per acquistare frumento (Quintiliano, Istituzione oratoria, 11,1,80) -, l sbarcato, vi trov invece il pompeiano Varo. Questi, perdute le coorti intorno a Osimo, dopo la fuga e di propria iniziativa aveva assunto il controllo di quella provincia vacante, essendone stato governatore pochi anni prima e raccogliendo con una leva due legioni. Tuberone, giunto con la flotta a Utica (nei pressi dell'odierna localit tunisina di Kalat-el-Andalous), non pot accedere al porto e alla citt; non gli fu neppure concesso di sbarcare il figlio malato, e dovette ripartire.

Altre fonti confermano il quadro. Cesare non avrebbe potuto inseguire Pompeo; la sua attenzione si rivolse all'Urbe, alle isole e alla Spagna.

Lucano, dopo averne ricordato il disappunto per essersi lasciato sfuggire Pompeo, cos continua (3,52-70), a nostro avviso pensando anche alla politica di pane e circensi' del principato. Cesare cominci ad agire per la pace, sapendo come suscitare i vani entusiasmi del volgo: dal bisogno provengono collera e mutamenti di favore. Solo la fame si appropria delle citt, e i potenti comprano il timore quando alimentano il pigro volgo: la plebe digiuna non conosce paura. Per tale ragione, fece occupare Sicilia e Sardegna, entrambe famose per i campi ricchi di grano, che per prime e in misura maggiore avevano colmato di messi lontane l'Esperia e i granai di Roma, superate a stento dalla Libia, quando ha un'annata felice per le piogge abbondanti.

Plutarco, con formulazione simile sia nel Cesare (35,3) sia nel Pompeo (63,4), riporta che Cesare avrebbe voluto mettersi all'inseguimento, ma non aveva navi; impadronitosi dell'Italia in sessanta giorni, senza spargimento di sangue, si diresse allora a Roma (nel Cesare) o direttamente in Spagna, per attirare a s le truppe che vi si trovavano (nel Pompeo). Il Catone minore (53,3-5) si sofferma invece sulla vicenda della Sicilia. Catone, ormai in lutto, venuto a sapere che Asinio Pollione era arrivato a Messina con un esercito, gli mand a chiedere il motivo del viaggio, ma saputo che Pompeo aveva abbandonato l'Italia lament la sorte, dicendo che avrebbe comunque potuto cacciare Pollione dalla Sicilia, ma siccome stava sopraggiungendo un altro esercito, pi grande del primo, non voleva coinvolgere l'isola in una guerra e provocarne la distruzione. Ai siracusani consigli di unirsi al pi forte e di pensare a salvarsi; e lev l'ancora.

Anche Appiano si sofferma sugli aspetti strategici (Guerre civili, 2,160-162). Cesare vedeva che in ogni parte c'era simpatia per Pompeo; temendo che, se lo avesse inseguito, l'esercito di Spagna, numeroso e addestrato, lo avrebbe attaccato alle spalle, decise di toglierlo di mezzo per primo. Divise dunque le sue truppe in 5 parti e ne lasci una a Brindisi, una seconda a Otranto, una terza a Taranto, a guardia dell'Italia; poi mand altri con Quinto Valerio Orca a occupare la Sardegna che forniva il vettovagliamento (di fatto l'isola fu occupata), e Pollione in Sicilia, governata allora da Catone. Questi gli chiese se veniva in una provincia non sua con un decreto del senato o del popolo, ed egli rispose: Mi ha mandato colui che comanda in Italia per fare qui la stessa cosa'. Al che Catone disse solo che non lo avrebbe contrastato in quel momento per non mettere a rischio la vita dei suoi sudditi, e salp alla volta di Corcira. Quindi per Appiano, come per Plutarco (nel Catone minore) sarebbe stato Pollione e non Curione a conquistare' la Sicilia.

Cassio Dione, dedicato largo spazio ai fatti di Brindisi e alla fuga di Pompeo - accompagnata da segni premonitori in mare, a Roma e in Italia -, ricorda che Cesare non tent di passare in Macedonia: era infatti privo di navi e preoccupato per l'Italia, in quanto temeva che i pompeiani la occupassero dalla Spagna. Lasci un presidio a Brindisi, per impedire il ritorno di coloro che erano partiti, e si rec a Roma (41,15,1).

Cicerone invece, il 25 marzo, avanzava un'altra previsione errata:  chiaro che vuole bloccare tutti gli accessi al mare, e si direbbe che miri pi alla Grecia che non alla Spagna (Ad Attico, 9,15,1): Lepta gli aveva infatti scritto che Cesare aveva lasciato 3 legioni, rispettivamente a Brindisi, Taranto e Siponto (non Otranto).

Ora che era noto quanto avvenuto a Brindisi, i dubbi sul da farsi rimanevano: Cesare sarebbe passato da Formia il 27 ed egli aveva intenzione d'incontrarlo, per poi recarsi ad Arpino.

Appena terminato di scrivere, gli giunse un altro messaggio, da parte di Mazio e Trebazio: Pompeo era salpato da Brindisi con tutte le sue forze il 17 marzo; Cesare, entrato in citt il giorno successivo, aveva tenuto un discorso al popolo; si era poi diretto a Roma dove conta di arrivare prima del 1 aprile, di rimanervi pochi giorni e di partire poi per la Spagna (9,15a BL). Nel frattempo anche Cesare gli aveva scritto.

... Essendomi io congratulato con lui per la sua clemenza dopo la presa di Corfinio, egli mi ha risposto in questi termini:

Cesare imperator saluta Cicerone imperator.

Ben a ragione tu, che mi conosci a fondo, auspichi che dai miei atti abbia a esulare ogni forma di crudelt. Gi la cosa di per se stessa mi d una grande soddisfazione, ma sono esultante di gioia per la tua approvazione. E non mi preoccupo se di quelli che io ho rimandati liberi si dica che si sono staccati da me per farmi guerra di nuovo. Non desidero di meglio che essere coerente a me stesso; lo siano essi a s. Sarei molto contento di averti vicino a me, a Roma, per poter approfittare dei tuoi consigli, delle tue lodi in ogni occasione, come ho sempre fatto. Sappi che il tuo Dolabella mi  caro quant'altri mai. E io gliene sar molto grato, n  possibile che egli agisca diversamente, tanta  la sua cortesia, la sua comprensione, il suo affetto per me'.

(Ad Attico, 9,16,2)

Anche a Formia Cesare aveva fatto pubblicare l'ordine che il senato tenga seduta piena il 1 aprile (9,17,1).

Poi, finalmente, l'incontro. Il proconsole ribelle si rivel ancora meno malleabile del previsto; Cicerone gli chiar che, se fosse rientrato a Roma, sarebbe stato costretto a pronunziarsi contro l'offensiva in Spagna e il passaggio di truppe in Grecia, nonch sulla sorte di Pompeo; Cesare allora lo invit a ripensarci. Sono convinto che egli non sia stato molto contento di me, ma io, io sono stato contento di me stesso, il che non mi accadeva pi da gran tempo (9,18,1).

Si rec poi ad Arpino, per dare al figlio - verosimilmente il 1 aprile - la toga virile, cerimonia che, dopo il sedicesimo anno di et, segnava il passaggio ufficiale alla vita adulta. Anche l tutti erano mesti. Era sempre pi convinto di raggiungere Pompeo: non per la res publica, ormai in rovina, ma per gratitudine personale. Visto che l'Adriatico era chiuso, si sarebbe imbarcato sul Tirreno: se a Pozzuoli sar difficile, proseguir per Crotone o per Turi; e noi, onesti cittadini, amanti la patria, batteremo il mare come pirati. Non vedo altra via per combattere questa mia guerra. E mi nasconder in Egitto (9,19,3).

3. Una citt tutto sommato tranquilla

Cesare entr finalmente nell'Urbe, dopo una marcia che, rispetto alle prospettive iniziali, era divenuta assai lunga. Doveva essere l'ultimo giorno di marzo; per il 1 aprile aveva infatti convocato il senato5.

Cesare stesso si sofferma su quegli eventi (Guerra civile, 1,32,1-33,4). Condotti i soldati nei pi vicini municipia, part per Roma. Riunito il senato, ricord i torti ricevuti, dichiarando di non avere aspirato a cariche straordinarie ma, atteso il tempo prescritto per il consolato, di essersi accontentato di un diritto accessibile a tutti. Nonostante l'opposizione avversaria e la violenta resistenza di Catone, il quale, secondo la sua vecchia abitudine, con i discorsi tirava in lungo per giorni e giorni, i 10 tribuni avevano reso possibile la candidatura in assenza, durante il consolato di Pompeo. Se questi non approvava, perch aveva lasciato passare la proposta? Se invece approvava, perch gli aveva impedito di godere di un beneficio concesso dal popolo? Era stato disposto a congedare l'esercito, rischiando carica e prestigio, mentre i nemici preferivano sconvolgere ogni cosa piuttosto che rinunziare al potere e licenziare gli eserciti. Denunzi l'offesa arrecatagli con la sottrazione delle legioni, la durezza e prepotenza nel limitare i poteri dei tribuni, enumer i colloqui che gli erano stati negati. Esort i senatori ad assumere il governo della res publica e ad amministrarla con lui; in caso contrario, avrebbe fatto da solo. Bisognava mandare ambasciatori a Pompeo, senza paura per quanto quello aveva detto poco prima in senato, cio che mandare ambasciatori a qualcuno voleva dire riconoscerne l'autorit e mostrare il proprio timore: erano, questi, sentimenti di un animo debole.

Il senato approv, ma nessuno os andare; infatti Pompeo, nel partire da Roma, aveva dichiarato in senato che avrebbe tenuto nello stesso conto chi fosse rimasto e chi fosse stato nel campo di Cesare. Si perdettero tre giorni in discussioni; gli avversari di Cesare riuscirono anche a corrompere il tribuno della plebe Lucio Cecilio Metello, per tirare in lungo il progetto e intralciare gli altri piani. Cesare, venuto al corrente di ci, sprecati alcuni giorni, part per la Transalpina senza avere portato a termine quanto prefissato. Il controllo della terra Italia, del resto, era stato lasciato ad Antonio, come propretore.

Altre fonti sono brevi6; altre ancora, in relazione a Metello, narrano una vicenda ben diversa: il tribuno - e questore in Sicilia nel 52 - si era opposto alla requisizione del tesoro, desistendo solo perch minacciato di morte.

Per Floro (Epitome delle guerre, 2,13,21), Cesare, entrato nella citt quasi vuota per il timore, autonominatosi console (ma questo non  corretto)7, fece rompere i serrami dell'Erario segreto, poich i tribuni tardavano ad aprirlo, e prima che del potere s'impadron dei tributi e del patrimonio del popolo romano. Inoltre, prima d'inseguire Pompeo, con luogotenenti occup Sicilia e Sardegna, che gli assicuravano il vettovagliamento.

Lucano, descritta l'organizzazione delle provinciae, narra dell'arrivo nell'Urbe (Farsaglia, 3,71-168). La raggiunse, alla testa di un esercito pacifico, marciando tra citt intimorite. Scorte da lontano le mura, disse: Te, sede degli di, gli uomini poterono abbandonare non costretti da alcuna guerra? Per quale citt combatteranno?'. E ancora: La Fortuna, o Roma, ti ha risparmiato - con un capo cos vile! - donandoti una guerra tra cittadini'. Entr poi nell'Urbe impaurita. Si crede che intenda abbattere tra fosche fiamme le mura di Roma conquistata e disperdere gli di. Tale la misura del timore: pensano che voglia qualunque cosa possa. Nella riunione senatoria tutto gli sarebbe stato concesso; per fortuna fu cauto. La libert esplose tuttavia nell'ira: il pugnace Metello, vedendo che si cercava di forzare con un macigno il tempio di Saturno, passando attraverso le schiere vi si piant davanti, ma invano.

Allora la rupe Tarpea risuona e con grande fragore

attesta che i battenti si schiudono; allora si asporta

[la ricchezza

del popolo romano, custodita nei penetrali del tempio,

e intatta per innumerevoli anni, fornita dalle guerre

[puniche,

da Perseo, dal bottino del vinto Filippo, abbandonata

a te, o Roma, da Pirro in fuga precipitosa

(proprio quest'oro decise Fabrizio a non venderti

[a un re)8,

e qualunque cosa serbaste, o sobrii costumi degli avi,

e i ricchi popoli dell'Asia mandarono in tributo,

consegnata da Creta minoica al vincitore Metello

o portata da Catone per le lunghe rotte da Cipro.

Si asportano le ricchezze dell'Oriente e l'ultimo tesoro

dei re prigionieri sfilato nei trionfi di Pompeo;

il tempio  spogliato da una sinistra rapina, e allora

per la prima volta Roma fu pi povera di Cesare

(Farsaglia, 3,154-168)

Nel Pompeo di Plutarco (63,4), l'arrivo di Cesare nell'Urbe e la sottrazione del tesoro sono collocati subito dopo il passaggio del Rubicone e la fuga dei pompeiani da Roma. Nel Cesare di Plutarco (35,4-11), il vincitore' di Brindisi trov l'Urbe pi tranquilla di quanto non si aspettasse, e in essa parecchi senatori. Fece loro un discorso conciliante e li esort a mandare messi a Pompeo, ma non si trovarono volontari, o per paura o perch convinti che Cesare non fosse sincero. Metello, appellandosi a determinate leggi, volle impedirgli di attingere dal tesoro pubblico, ma egli ribatt che il tempo delle armi non coincide con quello delle leggi. Spieg che la guerra non aveva bisogno di libert di parola e che Metello e gli avversari erano in suo potere. Si avvicin quindi alla porta del tesoro (notizia dubbia, essendo l'Erario di Saturno dentro il pomerium) e, poich mancavano le chiavi, ordin ai fabbri di sfondare la porta. Metello, spalleggiato da altri, si oppose nuovamente, e allora Cesare, alzando la voce, minacci di ucciderlo: Tu sai' disse o ragazzino, che  per me pi difficile dirlo che farlo'. Il tribuno si ritir e Cesare ottenne ci che serviva per la guerra.

Molto interessante, anche per l'interpretazione gallica' della vicenda,  il resoconto di Appiano (Guerre civili, 2,160-167). Affrettatosi a Roma, Cesare si concili con promesse una popolazione terrorizzata dal ricordo di Mario e Silla. Lo storico menziona solo un discorso al popolo - e non al senato -, nel quale fece notare la clemenza nei confronti di Enobarbo, lasciato illeso con i suoi beni. Ruppe poi le porte dell'Erario minacciando di morte Metello, il solo che osasse contrastarlo, e prese il tesoro intoccabile. Si diceva che esso fosse stato l depositato al tempo dei galli, con il pubblico vincolo sacro che non lo s'intaccasse per nessun motivo, a meno che non incombesse una guerra contro i galli. Cesare sostenne di avere sciolto il vincolo, poich aveva vinto i galli proprio per garantire a Roma un'assoluta tranquillit. Affid poi l'Urbe a Marco Emilio Lepido (patrizio e pretore, figlio dell'omonimo console del 78), e la terra Italia, con l'esercito che la presidiava, ad Antonio (tribuno con incarico propretorio). Scelse per la Sicilia Curione (anch'egli con incarico propretorio) e per la Sardegna Orca; in Illiria mand invece Gaio Antonio (fratello di Marco e legato), mentre a Marco Licinio Crasso (figlio omonimo del triumviro' e legato) affid la Cisalpina. Ordin l'allestimento rapido di due flotte, per lo Ionio e per il Tirreno, assegnandone i comandi ai legati Ortensio e Dolabella. Resa cos l'Italia inattaccabile, part per la Spagna.

Cassio Dione (Storia romana, 41,15,1-18,1) riferisce che, a Roma, Cesare tenne un lungo discorso adatto alle circostanze ai senatori radunati fuori dal pomerium da Antonio e da Longino, che meno di quattro mesi prima erano stati scacciati. Voleva rassicurarli perch stessero calmi, almeno sinch durasse la guerra; non se la prese con nessuno, ma inve contro chi minacciava Roma, e propose d'inviare messaggeri ai consoli e a Pompeo. Le stesse cose le disse poi al popolo, anch'esso uscito fuori dal pomerium.

Poi un elemento che sottolinea l'attenzione urbana' di Cassio Dione e delle sue fonti. Fece venire grano dalle isole e promise 300 sesterzii a ogni cittadino9. I romani tuttavia non si fidavano, ricordando le promesse di Mario e Silla; Cesare aveva bisogno di aiuto e i suoi soldati erano numerosi in ogni angolo della citt; i messaggeri non erano partiti e Pisone, suocero di Cesare, era stato rimproverato per avere una volta accennato a essi10. In effetti i romani non solo non ricevettero la somma promessa, ma dovettero dare a Cesare, tutto il denaro che c'era nelle casse pubbliche per il mantenimento di quei soldati che temevano. Per tutti questi fatti, come se fossero stati propizi, indossarono l'abito della pace (non ancora indossato). Il tribuno Metello, non essendo riuscito a opporsi, si mise a guardia dell'edificio, ma i soldati spezzarono il chiavistello (la chiave la custodivano i consoli, come se uno non potesse usare la scure al posto della chiave) e portarono via tutto il denaro. Stesso metodo anche in tutte le altre faccende: si votava e agiva nel nome del popolo (infatti Antonio presentava la maggior parte delle proposte) ma sulla base della potenza. Tanto Cesare che Pompeo chiamavano nemici della patria gli oppositori e affermavano di combattere in difesa della comunit: ma in realt ambedue badavano ai propri interessi e allo stesso modo rovinavano la patria. Cesare occup inoltre senza combattere Sicilia e Sardegna, abbandonate dai comandanti pompeiani.

Orosio quantifica la vicenda del tesoro: Cesare, abbattute le porte dell'Erario, ne trasse fuori 4.135 libbre d'oro e circa 900.000 d'argento; a quel punto, tornato a Rimini dalle sue legioni, varc presto le Alpi e raggiunse Marsiglia (Storie contro i pagani, 6,15,4-6). Cifra diversa  data da Plinio il Vecchio' (Storia naturale, 33,56; 19,40), che parla di 15.000 lingotti d'oro, 30.000 d'argento e 30.000.000 di sesterzi in moneta, nonch di 1.500 libbre di silfio cirenaico (pregiatissima spezia e medicinale, tratta da una pianta ormai estinta).

4. Una partenza' di altri due mesi

Cicerone, in assillanti lettere, ricordava come molti, nei giorni precedenti, fossero tornati a Roma; tra essi, forse, anche Terenzia e Tullia. Egli invece, da Arpino, si spost lentamente verso la costa, facendo molte tappe e raggiungendo Cuma entro il 14.

Gi il 3 aprile riteneva che si fosse deciso qualcosa nel convegno di senatori, che, per me, non  il senato (Ad Attico, 10,1,2; cfr. Ai familiari, 4,4,1, e ci, naturalmente, per il gran numero di coloro che erano presso Pompeo). L'amico gli aveva comunicato che a Flavio (forse Lucio, pretore nel 58 ed ex pompeiano) era stata assegnata una legione e la Sicilia (incarico in realt affidato a Curione) e gi si stavano attuando delitti in parte gi decisi e in parte dettati dalle circostanze. Cicerone era intenzionato a stare lontano da Roma, non volendo partecipare a trattative n essere ambasciatore di false proposte. I preparativi per la fuga' andavano avanti.

Il 7 chiedeva altre notizie: se Cesare fosse partito e in quale situazione avesse lasciato l'Urbe; chi fosse stato preposto alle singole regioni e agli affari nella stessa Italia e chi, in base al decreto del senato, si pensava di mandare a Pompeo e ai consoli per le trattative (Ad Attico, 10,3). L'amico infatti - gli era giunta voce - era stato visto nella casa del pontefice [Cesare], il quale comunque, a differenza che per altri, gli aveva scritto nuovamente, assolvendolo per non essere venuto a Roma (10,3a,1-2).

Le infinite prudenze pubbliche di Cicerone si scontrarono con una dura e imprevedibile realt familiare. Il giovane figlio di Quinto - e nipote di Attico - aveva scritto una lettera a Cesare, per noi un colpo cos doloroso che te l'abbiamo tenuto nascosto; mi pare che tutta la vita del padre ne sia rimasta amareggiata (10,4,6). Dopo un colloquio con Irzio, il nipote aveva denunziato allo stesso Cesare la mia irriducibile opposizione alla sua politica e il mio progetto di lasciare l'Italia.

Il 14, a Cuma, incontr Curione, diretto a Pozzuoli. Il personaggio dava per certo il richiamo di coloro che erano stati banditi in base alla legge di Pompeo; di essi si sarebbe servito nel proprio governo della Sicilia. Era anche certo che Cesare avrebbe preso la Spagna, per passare poi a una caccia mortale nei confronti di Pompeo. Rifer inoltre i fatti di Roma: Cesare stava per fare uccidere il tribuno Metello e dare inizio a un massacro; molti lo spingevano a ci, ma il timore di perdere popolarit lo aveva dissuaso. Una volta compreso che la faccenda dell'Erario aveva indignato anche il popolo, mentre era decisissimo a tenere un discorso alla plebe prima di partire, non vi si volle pi arrischiare, partendo turbato (10,4,8). Unico timore di Curione era la flotta di Pompeo: se fosse uscita in mare, lo avrebbe costretto ad abbandonare la Sicilia. Cicerone gli chiese di poter passare per la sua provincia, per recarsi in un luogo appartato, in Grecia. Curione acconsent ma gli rivel che Dolabella aveva comunicato a Cesare il desiderio che egli tornasse a Roma, e che Cesare approvava: ho tirato un respiro, perch ci mi libera dal sospetto di quella sciagura domestica e del convegno con Irzio; per il momento, nessun pericolo in citt (10,4,11-12).

Mentre Cicerone per il maltempo rimandava ancora la partenza a non prima della luna nuova (10,5,1), si dava per certa quella di Pompeo per la Gallia, attraverso l'Illiria (10,6,3); lo scrivente dichiarava all'amico di volersi ritirare a Malta o in qualche simile localit o anche in una piazzaforte: sulla percorribilit dell'Adriatico si stava informando Dolabella, su quella dello Stretto, invece, Curione (10,7,1). Quest'ultimo, ancora il 22 aprile, restava convinto dell'impopolarit di Cesare e dei pericoli che egli stesso avrebbe corso in Sicilia, se Pompeo si fosse messo in mare. Cicerone nel frattempo aveva scritto anche a Servio Sulpicio Rufo, sostenitore della pace, e al proprio ex questore in Cilicia, comunicando anche a loro di voler partire.

Il 2 maggio inform Attico che forse era il momento di escludere dalle nostre lettere tutti quegli argomenti che costituirebbero un pericolo quando fossero intercettate; le notizie dalla Spagna sarebbero state importanti,  vero, ma sino a un certo punto: ormai Pompeo era del parere di Temistocle e crede che chi  padrone del mare  senza discussione padrone del resto (10,8,1-4). Questa la ragione del disinteresse per la Spagna: sua costante cura fu per la flotta. Prender il mare al momento opportuno, quindi, con una moltitudine di navi e far lo sbarco in Italia (10,8,4). Unica speranza, che Cesare cadesse da solo, quando gli sono bastati sei o sette giorni - in auge com'era e nuovo - per attirarsi l'odio pi feroce di una plebaglia affamata e corrotta, smascherato dalle minacce a Metello e dall'appropriazione del tesoro (10,8,6). Prevedeva che quello non sarebbe riuscito a restare al potere per pi di sei mesi.

Antonio, con il quale avrebbe dovuto negoziare il passaggio a Malta, gli aveva nel frattempo inviato una lettera indisponente, che si apriva con la frase: non posso credere che tu sia in procinto di varcare il mare (10,8A,1-2), e che  riportata in esergo a questo capitolo. Lo stesso giorno gliene era giunta una di Cesare, scritta il 16 aprile durante la marcia per Marsiglia, di analogo tenore:

Cesare imperator saluta Cicerone imperator.

Pur sapendo che tu non agisci mai leggermente o imprudentemente, mosso tuttavia dalle chiacchiere che si fanno, ho creduto bene di scriverti e di chiederti in nome del nostro reciproco affetto di non incamminarti, ora che la soluzione  ormai vicina, su una strada sulla quale non hai giudicato avviarti quando la partita era impregiudicata. Faresti invero un pi grave affronto all'amicizia e provvederesti poco saggiamente ai tuoi interessi se si potesse dire che non ti sei piegato alla Fortuna (ora tutto volge a nostro favore e a danno degli avversari), e che non hai seguito un'idea (che  ancora la stessa di quando hai creduto bene di non prendere parte ai loro progetti), ma che in realt condanni qualche cosa del mio operato: niente da parte tua potrebbe riuscirmi pi grave. Ti prego dunque, per i diritti della nostra amicizia, di non farlo. Infine, che cosa pu esservi di pi utile, per un uomo di animo nobile e sereno, per un buon cittadino, che tenersi lontano dalle discordie civili?...

(Ad Attico, 10,8B,1-2)

Cicerone il giorno seguente si rese conto che molte notizie erano da verificare: la velocit dell'avanzata cesariana, la situazione in Spagna, i piani di Pompeo per spostarsi a nord. Penso dunque che sia meglio raggiungere Malta (10,9,1).

Un'altra lettera di Celio lo scongiurava di non fare nulla prima di ricevere altre notizie: Cesare, dopo una vittoria ormai certa, non sarebbe stato pi quello di prima. Per quanto riguardava la Spagna, baster l'arrivo di Cesare per farla nostra. Che cosa poi possano sperare gli altri dopo la perdita della Spagna, proprio non lo so (10,9A,3). Ultimo consiglio: cercare almeno un luogo appartato dove attendere la fine della lotta.

Cicerone lo rassicur: non era cos sprovveduto da abbandonare l'astro in ascesa per quello in declino e ormai anzi al tramonto (Ai familiari, 2,16,1); solo si sentiva impacciato dai littori. Giunse un'altra lettera di Antonio, particolarmente dura. Suo compito era non permettere a nessuno, in nessun modo, di allontanarsi dall'Italia: Cicerone avrebbe dovuto chiedere il permesso direttamente a Cesare (Ad Attico, 10,10,2). Si sent allora in trappola; unica nota positiva, le notizie sulla resistenza di Marsiglia11. Il pensiero di un viaggio per mare stava diventando per insopportabile: affidare se stesso e i ragazzi a una piccola imbarcazione e in quella stagione avversa? Pensa tu come mi sentirei in navigazione! (10,11,4).

Il 5 maggio, tuttavia, sembrava deciso a partire di nascosto per la Sicilia, da dove giungevano notizie confortanti: gli abitanti, in massa, erano corsi incontro a Catone e quello, convinto, aveva iniziato gli arruolamenti: la provincia si poteva tenere (10,12,2 BL). La resistenza di Marsiglia faceva sperare anche nella vicina Spagna; un episodio - a noi ignoto - avvenuto a Roma, a teatro, era poi indicativo di malumore verso Cesare; basso era infine il morale delle legioni da quello reclutate in Italia. Sarebbe stato quindi necessario tentare qualche azione con l'animo di Celio e, speriamolo, con maggiore fortuna (10,12a,3 BL). Il misterioso progetto celiano, qualunque esso fosse, si stava sfaldando; Antonio, nel frattempo, dava di s un non bello spettacolo.

... Stai a sentire un gesto di diplomazia. Aveva convocato con una circolare i decurioni e i IIIIviri dei municipia. Giunsero alla sua villa di buon mattino: ed egli ti sta a dormire fino all'ora terza [circa le 9 del mattino]; avvertito poi della venuta dei napoletani e dei cumani (con i quali Cesare  adirato), d ordine che ritornino il giorno dopo, perch doveva fare il bagno e purgarsi. Tutta la giornata di ieri fu impiegata cos. ...

(Ad Attico, 10,13,1)

Cicerone non trov sostegno neppure in Servio Sulpicio Rufo, nel quale molto aveva sperato. Giunto da lui l'8 maggio, era senza progetti e sconvolto: espose l'incertezza tra i due contendenti tra una pioggia tale di lacrime che non so come non si sia esaurita in un periodo di disgrazie cos lungo (10,14,1).

Il 10 maggio, invece, Attico, con ben due lettere, rifer buone notizie. Si trattava di sfruttare, sembra, lo scontento nell'esercito cesariano e il progetto alla Celio' (10,15,2). Nel frattempo, i preparativi per la partenza procedevano: mentre s'imbarcano i viveri e il resto, far una corsa nel Pompeiano (10,15,4). Venne per a sapere da Curione che Catone, pur potendo senza difficolt mantenersi in Sicilia (e se l'avesse fatto avrebbe avuto tutti i buoni con s), era partito da Siracusa il 23 aprile; almeno tenesse duro Cotta in Sardegna, come corre voce! Che disonore per Catone, in tal caso! (10,16,3).

Poi, una vicenda grottesca. Cicerone, recatosi a Pompei per diminuire i sospetti sulla sua partenza, fu informato che i centurioni delle 3 coorti di guarnigione volevano vederlo l'indomani per porre se stessi e la citt nelle sue mani (10,16,4). La soluzione non tard: me ne partii il giorno dopo, prima dell'alba, per non lasciarmi nemmeno vedere. Quale garanzia potevano offrire 3 coorti? E anche se fossero state di pi, con quali mezzi? Pure Celio - come gli scriveva Attico - aveva assunto posizioni analoghe; inoltre poteva trattarsi di un tranello, e io ho tagliato corto a ogni sospetto.

Il progetto celiano', si  gi ricordato,  stato oggetto di molte ipotesi: tra le altre, che una forza guidata dal proconsole Cicerone potesse prendere il comando della Sicilia o dell'Africa, magari per imporre una pace generale.

Il 16, da Cuma, questi scrisse che aveva trovato Ortensio molto cortese e che ormai era intenzionato ad approfittare di Serapione (un personaggio altrimenti ignoto inviatogli da Attico) e della sua nave, per fare il viaggio con lui, ma l'equinozio assai burrascoso ci fa ancora ritardare (10,17,3). Menzion anche un misterioso salvacondotto che riteneva in possesso di Attico: mi avevi scritto che progettavi di partire, e, avendo sentito dire che senza di esso non  permesso allontanarsi, pensavo che tu lo avessi, anche perch lo avevi procurato per i tuoi schiavi (10,17,4).

Le lettere s'interrompono; in quella del 19 maggio, l'ultima all'amico sino all'anno successivo, si legge che Tullia, proprio quel giorno, aveva dato alla luce un figlio settimino; il parto era andato bene, ma il bambino era molto debole. Sarebbe morto poco tempo dopo. Un periodo di bonaccia eccezionale mi forza ancora ad attendere ed  un ostacolo pi grave che non le sentinelle da cui sono sorvegliato (10,18,1). Sarebbe andato a Formia e avrebbe scritto una volta giunto alla sua destinazione finale, che non sarebbe stata per Malta.

S'imbarc quindi il 7 giugno da Gaeta, come emerge dalla lettera successiva, inviata a Terenzia.

Spero che la nostra nave sia davvero buona. Ti scrivo questa lettera appena salito a bordo. ... se lo riterrai opportuno, tieniti nelle propriet pi fuori mano per i soldati. La fattoria di Arpino potr andare benissimo per te e per tutto il personale di citt, qualora i prezzi diventino troppo cari. Il nostro delizioso Cicerone ti manda i suoi pi affettuosi saluti. ...

(Ai familiari, 14,7,2-3)

La fame continuava a essere percepita come pericolo reale.

Con queste parole, le informazioni di Cicerone, per il momento, s'interrompono. Molte delle sue previsioni non si sarebbero avverate.

1 Vedi p. 288.

2 Il piede romano corrispondeva a poco pi di 29,6 centimetri.

3 Ma in realt Ad Attico, 9,13A mostra che era stato rimandato indietro (vedi p. 256).

4 Ci avvenne il 23 aprile (vedi p. 279; cfr. pp. 203, 265-266).

5 Si tennero riunioni senatorie in quel giorno e nei due successivi. Per una datazione si veda in particolare Cicerone, Ad Attico, 9,17,1, e Cesare, Guerra civile, 1,33,3.

6 Vedi Bibliografia, interpretazioni e approfondimenti, p. 356.

7 Del resto, per Eutropio, Breviario dalla fondazione di Roma, 6,20,1, si proclam subito dittatore.

8 Riferimento ai tentativi di corruzione messi in atto da Pirro (vedi p. 38).

9 La somma fu poi offerta nel 46 (vedi p. 311).

10 Su altre precedenti posizioni critiche vedi p. 213.

11 Vedi pp. 286-288.

XII.
La guerra guerreggiata,
la res publica' e l'Urbe

... visto il seguito degli avvenimenti,  pi sorprendente che essi siano potuti accadere piuttosto che noi non li abbiamo visti venire e che non siamo riusciti, in quanto esseri umani, a prevederli. ...

Cicerone, Ai familiari, 15,15,21

La situazione degener nella pi lunga e cruenta guerra civile che i romani avessero conosciuto, trascinatasi nell'intero Mediterraneo sino alla definitiva vittoria di Cesare (marzo 45). Ben poco di quanto Cicerone aveva sperato o temuto nei primi mesi del 49 si sarebbe realizzato. In particolare, l'Urbe e la terra Italia restarono indenni dagli scontri e dal paventato blocco navale. Ci grazie alla fuga di Catone dalla Sicilia, alla rapidit di Cesare e alla scarsa reattivit di Pompeo, che non lanci la flotta contro le coste italiche... rendendo forse vana l'incredibile decisione presa in quel fatidico 17 gennaio 49. Il tutto, in fin dei conti, condannando la res publica, risparmi l'Urbe e l'intera terra Italia.

1. I silenzi di un testimone d'eccezione

Cicerone, ormai sulla nave, attendeva ancora notizie da Marsiglia e dalla Spagna.

Esse gli sarebbero giunte in data e luogo a noi ignoti: purtroppo il carteggio superstite tace sino al gennaio 482. Ci impedisce quindi di conoscere dalla sua voce diretta le riflessioni maturate a Tessalonica, durante i consigli di guerra di Pompeo. Ma anche alla ripresa del carteggio con Attico - dall'Epiro, poi dal campo di Pompeo e quindi da Durazzo -, a prevalere fu la prudenza, come peraltro richiesto dalla situazione. Il corrispondente era lontano e Cicerone nel teatro di guerra, ci che aumentava i rischi d'intercettazione, soprattutto da parte degli amici'. Le prime lettere di un uomo che molto doveva avere visto e sentito si concentrano interamente su preoccupazioni personali e di tipo economico: Attico era sollecitato a prendersi cura dei suoi affari, proprio quando la ricca moglie Terenzia sembrava stringere i cordoni della borsa. Altra possibilit  che, naturalmente, l'eventuale selezione operata dallo stesso Cicerone, da Attico o dai successivi editori abbia colpito pesantemente le lettere di questo periodo.

In una missiva inviata verso la met dell'aprile 46 a un altro amico, Cicerone avrebbe tentato un'apologia del proprio operato, delineando le situazioni problematiche cui, all'arrivo nel campo di Pompeo, si era trovato di fronte:

... anzitutto le truppe, scarse di numero e poco combattive; poi, fatta eccezione per il comandante e pochi ancora (sto parlando dei capi), tutti gli altri cos rapaci in guerra e crudeli nei loro discorsi che persino la prospettiva della vittoria mi metteva i brividi; infine, l'enorme quantit di debiti dei personaggi pi in vista. Insomma, niente di buono, tranne la causa. A quella vista, disperando della vittoria, presi dapprima a raccomandare la pace, di cui peraltro ero sempre stato fautore; poi, nel vedere Pompeo tanto disgustato da quella proposta, cominciai a consigliare di tirare in lungo la guerra. Ci furono momenti in cui egli sembrava condividere questo punto di vista e disposto ad adottarlo; e forse lo avrebbe anche fatto, se da un certo combattimento non avesse tratto conforto a fidarsi delle sue truppe. Da allora in poi quel grande uomo cess di essere un generale. Con reclute e un esercito raccogliticcio attacc battaglia contro legioni perfettamente addestrate; sconfitto vergognosamente, perduti persino gli accampamenti, se ne fugg da solo. Decisi allora che per me la guerra era finita. Se non eravamo stati alla pari con le forze intatte, non riuscivo a credere che saremmo riusciti a vincere una volta sbaragliati. Mi ritirai dunque da una guerra in cui non restava che o morire sul campo di battaglia o incappare in un'imboscata o cadere nelle mani del vincitore o cercare rifugio presso Giuba o scegliersi un luogo in cui vivere in una sorta di esilio o darsi volontariamente la morte. ...

(Ai familiari, 7,3,2-33)

Ampi riferimenti al proprio atteggiamento pacifista anche nelle orazioni In difesa di Marcello e In difesa del re Deiotaro, pronunziate nell'ottobre 46 e nel novembre 45.

Dalle altre fonti emerge un quadro ancor meno eroico. Cicerone fu subito criticato da Catone per essersi schierato, venendo cos meno alla possibilit di mediare. Sui repubblicani' si diede poi ad apprezzamenti ironici, che passarono alla storia ma che nel presente non lo aiutarono. Solo un prestito di 2.200.000 sesterzi a Pompeo miglior la situazione. Per ragioni di salute non partecip agli scontri in Epiro e in Tessaglia. Dopo la sconfitta pompeiana, raggiunta Corf, rifiut di proseguire la lotta', malgrado, secondo una fonte, Catone gli proponesse di porsi a capo dell'esercito e della flotta superstiti, per poi difenderlo - al suo diniego - dalle minacce del figlio maggiore di Pompeo. Cicerone rientr allora in Italia, dopo un'altrettanto drammatica rottura con il fratello Quinto.

Dall'ottobre 48, per quasi un anno, rest a Brindisi, in attesa del perdono' di Cesare e dell'esito di eventi per lui sempre pi lontani e sfocati. Ad affliggerlo maggiormente, nella corrispondenza con Attico, non era il destino della res publica ma la situazione familiare: il peggiorare dei rapporti con la moglie, i problemi matrimoniali della figlia, l'atteggiamento ostile del fratello Quinto e del figlio di lui. Non si pent mai di essere tornato, sia per il prosieguo degli eventi sia per una questione etica, ricordata all'amico con enfasi ancora una volta sospetta:

...tanta efferatezza era in quell'ambiente, tanto miscuglio con i barbari, che i progetti di proscrizioni non si appuntavano pi sui singoli, ma sulla massa, e avevano stabilito di comune accordo che i beni di tutti voi sarebbero stati la preda di quella loro vittoria: di tutti voi', dico, perch anche per te si delineavano progetti inumani. ...

(Ad Attico, 11,6,24)

Ottenuto finalmente il perdono' di Cesare, incontrato a Taranto il 25 settembre 47, subito rientr a Tuscolo e solo sul finire dell'anno a Roma.

Vi trascorse quasi interamente il 46, ci che spiega il rarefarsi delle lettere ad Attico. Quell'anno si apr con il divorzio dalla moglie Terenzia, prosegu negli studi e nella stesura di un elogio funebre per Catone, da poco suicida a Utica (l'anno successivo quell'elogio si sarebbe guadagnato la risposta letteraria dell'Anticatone cesariano). A ottobre, dopo un'altra serie di avvicinamenti alla fazione dominante, il ritorno all'impegno pubblico. Ringrazi Cesare in senato per il perdono concesso a Marco Claudio Marcello, il console del 51 che dopo Farsalo si era autoesiliato a Mitilene. Sostenne poi Quinto Ligario, equestre che aveva aderito al partito pompeiano in Africa e accusato di alto tradimento. L'anno si concluse con il divorzio della figlia Tullia da Dolabella e la riconciliazione con il fratello Quinto.

Il 45 fu ben peggiore. Si apr con la morte del nuovo nato di Tullia, seguita, poco dopo, da quella della stessa madre. La perdita della figlia lasci in Cicerone una ferita che non si sarebbe mai rimarginata. Trascorse altri mesi tutti dedicati alle lettere nelle sue numerose ville, tra Astura, Tuscolo e Arpino, e presto si separ dalla nuova moglie, la giovane Publilia, sposata, sembra, per la ricca dote. Tornato nell'Urbe a novembre, difese Deiotaro davanti a Cesare, nella stessa dimora del padrone assoluto della res publica. Il re galata aveva sposato la causa di Pompeo, partecipato allo scontro di Farsalo e addirittura accompagnato l'alleato sconfitto sino a Lesbo; aveva poi ampliato il proprio dominio sulla regione approfittando delle vittorie di Farnace (il quale, dopo avere tradito il padre Mitridate, era stato posto da Pompeo a capo del regno satellite del Ponto ma aveva colto l'occasione della guerra civile per espandere a sua volta i propri dominii, sino alla definitiva sconfitta a opera di Cesare)5. A fine dicembre, quindi, Cicerone, nella villa di Pozzuoli, recentemente ereditata da un banchiere, accolse il dittatore e il suo seguito, e l ebbe modo di fare una bella scoperta.

O ospite deprecato tanto a torto!  stato infatti piacevolissimo. ... Si fece frizionare, poi prese posto a tavola. Faceva uso di emetici; quindi mangi e bevve senza preoccupazioni e di gusto. Il trattamento poi fu lauto e sontuoso: n solo questo, ma il tutto ben cucinato, reso pi saporito da un bel conversare, e, se vuoi saperlo, cordialissimo... Niente discorsi profondi; molta letteratura. Che ti devo dire di pi? Ne fu contento e si trov a suo agio. ...

(Ad Attico, 13,52,1-2)

Altre fonti tratteggiano con maggior dettaglio gli innumerevoli e complessi eventi successivi al giugno 496. Percorreremo il tutto in maniera necessariamente rapida, e solo per riflettere sulle pi evidenti conseguenze dell'incredibile fuga da Roma, decisa in quel fatidico 17 gennaio 49.

2. Le campagne del 49: Spagna, Marsiglia e Africa

Nonostante le speranze di Cicerone, le Spagne e Marsiglia furono piegate in pochi mesi. Cesare affront la complessa situazione grazie alla velocit e alla capacit di gestire i problemi di approvvigionamento. Salta invece all'occhio la quasi totale assenza, nel settore occidentale, della grande flotta di Pompeo. Vediamo di ripercorrere i principali momenti.

Cesare, agli inizi dell'aprile 49, marci verso la Spagna. Dalla Narbonese lo aveva preceduto il legato Gaio Fabio; altre legioni sarebbero poi scese dalla Belgica per unirsi al proconsole nei pressi di Marsiglia; si sarebbero messe in moto per raggiungerlo anche le 3 legioni veterane acquartierate a Brindisi. Marsiglia, formalmente libera e alleata di Roma, mantenne una posizione ambigua, sino a quando Enobarbo - nuovo e legittimo governatore della Transalpina - la raggiunse, ma con sole 7 navi, requisite da privati nell'Isola del Giglio e nel territorio di Cosa. A precederlo, giovani del luogo inviati come ambasciatori da Pompeo, nel gennaio, quando era ancora sul punto di partire da Roma. Marsiglia, offrendo il comando a Enobarbo, si prepar a resistere all'assedio di Cesare. Questi invi allo scopo 3 legioni comandate da Trebonio e una flotta di 12 navi, costruita in un solo mese ad Arles, agli ordini di Decimo Giunio Bruto Albino (pi di sette anni prima legato al comando della flotta atlantica cesariana contrapposta ai veneti e futuro cesaricida).

Altre sue legioni si mossero verso la Spagna, a bloccare i valichi dei Pirenei presidiati da Afranio, sul quale Cicerone aveva riposto speranze. Informazioni erronee dicevano che Pompeo con le sue legioni attraverso la Mauritania si dirigeva verso la Spagna e vi sarebbe giunto (Guerra civile, 1,39,3). La situazione economica e quella logistica non erano meno preoccupanti. Per pagare i soldati, Cesare dovette chiedere prestiti ai tribuni militari e ai centurioni. A Ilerda (l'odierna Lleida) si trov ad affrontare una penuria di grano, il cui prezzo era salito a 200 sesterzi il moggio, rincaro pesante che si ha di solito non solo per la carestia presente, ma anche per la preoccupazione del futuro (1,52,1): le fonti testimoniano, per una ventina di anni prima, un prezzo di 3 o 4 sesterzi. Intanto, false notizie inviate dagli avversari convinsero l'Urbe che la guerra era finita: una folla si rivers allora nella dimora di Afranio e molti partirono per il campo di Pompeo.

A Marsiglia, invece, l'esigua flotta guidata da Enobarbo fu sconfitta da quella cesariana; cos Bruto, vincitore sul mare, aggiunse alle armi di Cesare la prima vittoria navale (Lucano, Farsaglia, 3,761-762). Forse anche per questo, in Spagna, la situazione mut: spentesi le voci sulle legioni nemiche in arrivo dalla Mauritania, Cesare si trov a inseguire gli avversari, impedendone il passaggio nella pompeiana' Celtiberia. Mostr ancora una volta la sua clemenza, permettendo ai comandanti avversari, Afranio e Petreio, di uscire dalla provincia e congedare gli eserciti.

Unica reazione di Pompeo, all'aggravarsi dell'assedio di Marsiglia, fu l'invio di appena 16 navi. La flotta ebbe un primo successo lungo il tragitto: approfittando del fatto che Curione era in procinto d'imbarcarsi per l'Africa7, riusc ad attraversare a sorpresa lo Stretto, compiendo anche un'incursione su Messina. Giunta per a Marsiglia, fu sconfitta da quella cesariana.

A poco serv il tentativo del fedele pompeiano Varrone, che presidiava la Spagna Ulteriore. Spinto dalla resistenza di Marsiglia e dalle notizie positive inviate da Afranio, tent di concentrare flotta ed esercito a Cadice, per tirare in lungo la guerra. Cesare non desistette, bench molte necessit lo richiamassero in Italia (2,18,7). Invi altre legioni nell'Ulteriore e riun a Cordova i magistrati di ogni citt, ottenendone l'appoggio. Varrone, abbandonato anche dai suoi soldati, dovette consegnare se stesso e il denaro. Anche Marsiglia, poich Enobarbo era fuggito per mare, dopo un pesantissimo assedio si arrese. Saputo l della propria nomina a dittatore da parte del pretore Marco Lepido (Guerra civile, 2,21,5), Cesare a dicembre torn a Roma per svolgere la funzione a lui richiesta.

Pur controllando ormai Sicilia e Sardegna, non era tuttavia riuscito a mettere le mani sull'altra provincia frumentaria di Roma, l'Africa. Allo scopo Curione si era imbarcato dalla Sicilia l'8 agosto 49, con due delle sue 4 legioni e 500 cavalieri, conducendo una campagna all'insegna dell'approssimazione. Limitiamoci a osservare alcune interessanti notazioni cesariane. Curione fece a un certo punto notare ai soldati - quelli arresisi a Corfinio - che erano stati imitati da tutti i municipia, uno dopo l'altro, e che Pompeo, invitto, aveva lasciato l'Italia solo mosso dal presagio che vedeva nella loro resa, e che Cesare aveva affidato la provincia di Sicilia e l'Africa, senza le quali non pu difendere Roma, a lui e alla loro lealt (Guerra civile, 2,32,2-3). Assedi Utica, ma per un calcolo e informazioni errate fu sconfitto e ucciso il 20 agosto presso il fiume Bagrada (l'odierno Medjerda), scontrandosi con l'esercito di Giuba. L'improvvisazione, accompagnata da una netta inferiorit navale, prosegu: chi era rimasto al campo si affrett a imbarcarsi per la Sicilia, ma solo pochi nella ressa raggiunsero i piccoli vascelli predisposti ad accogliere i soldati; la flotta e le navi da carico erano gi fuggite. Il disastro fu totale; la maggior parte degli uomini si arrese.

Cesare, ritornato nell'Urbe per breve tempo (dal 2 al 12 dicembre), altrettanto brevemente esercit la carica di dittatore, ricevuta in assenza a met ottobre. Non nomin un comandante della cavalleria ma presiedette comizi nei quali fu finalmente eletto alla somma magistratura, nell'anno in cui poteva regolarmente diventare console (3,1,1), assieme a Publio Servilio Isaurico (pretore nel 54). Pare che il suocero Pisone lo abbia esortato a ulteriori trattative con Pompeo ma che Isaurico, per compiacerlo, lo abbia dissuaso.

3. La sconfitta di Pompeo

Nelle sue pi drammatiche lettere degli inizi del 49, Cicerone aveva ipotizzato un progetto di blocco navale e d'invasione dell'Italia, destinato a prendere forma a partire dall'estate successiva. Nessuno dei due scenari si sarebbe realizzato; tra le possibili ragioni - senza mai escludere l'esagerazione ciceroniana -, la rapidit di Cesare, un calcolo politico di Pompeo e un eccessivo ottimismo nel campo di quest'ultimo.

Egli aveva nel frattempo raccolto in Oriente un esercito enorme. Gi nell'antichit, come segnala Appiano, i dati discordavano, ma possiamo pensare a una forza di 11 legioni e 7.000 cavalieri, cui vanno sommate le milizie non romane degli alleati. A essa si sarebbero poi aggiunte, nell'estate del 48, le due legioni condotte dal suocero Scipione dalla Siria. La flotta, secondo le fonti composta da un massimo di 600 navi raccolte da tutto l'Oriente, era stata suddivisa in 6 comandi, sotto la suprema autorit di Bibulo. Questi, preferito a Catone, era di stanza, con pi di 100 navi, nella strategica Corcira, da sempre porta dell'Adriatico e a solo un giorno di navigazione dall'Italia. Anche finanziariamente la situazione era rosea, grazie alle esazioni a danno di provinciae, alleati orientali e persino publicani. La rete logistica, inoltre, gli garantiva rifornimenti di ogni tipo.

Le sue flotte riuscirono a respingere alcuni assalti cesariani sull'Adriatico. Gi nel 49, i legati Marco Ottavio (edile nel 50) e Libone avevano ottenuto la resa di Gaio Antonio, legato cesariano al comando della Liburnia (in Illirico), e avevano distrutto o catturato le navi condotte da Dolabella (ancora marito di Tullia). Il controllo della zona sarebbe stato mantenuto da Ottavio - con alcune eccezioni - sino al maggio 47, quando Vatinio (tribuno nel 59 e pretore nel 55, allora legato e di l a breve console), accorso da Brindisi con la flotta, lo sconfisse.

A spiegare in parte l'inattivit di Pompeo potrebbe essere stata la convinzione, ancora salda alla fine del 49, che Cesare non si sarebbe mosso subito. In quello spirito, a Tessalonica, tenne il discorso programmatico sulla strategia navale ai 200 senatori che vi si erano riuniti (a patto naturalmente che esso non sia duplicazione di quello pronunziato a Roma in quel fatidico 17 gennaio 49)8. Sempre l, i senatori dichiararono propriet pubblica un luogo scelto per gli auspicii, affinch i loro atti mostrassero una certa apparenza di legalit, e si potesse credere, in quel modo, che il popolo e l'intera citt di Roma si trovassero l (Cassio Dione, Storia romana, 41,43,2). Ciononostante, non elessero nuovi magistrati - al contrario di quanto avvenuto a Roma -, poich i consoli non avevano proposto la lex curiata (che l'antica assemblea delle curie, all'epoca rappresentata da littori, doveva avallare). Nominarono quindi proconsoli, proquestori e propretori, e finalmente diedero a Pompeo il comando supremo. Forse allora Catone convinse il consiglio a osservare alcune regole: non appropriarsi di nessuna citt soggetta a Roma e non uccidere nessun romano, se non sul campo di battaglia (Plutarco, Catone minore, 53,4; Pompeo, 65,1). Da parte sua, Catone, una volta partito dalla Sicilia, aveva come unico scopo quello di tirare la guerra per le lunghe (Catone minore, 53,5): sperava in una soluzione pacifica e voleva che Roma restasse indenne.

Cesare, lasciando l'Urbe in una situazione a noi ignota - ma con magistrati regolarmente eletti -, il 12 dicembre part per Brindisi, da dove salp il 4 gennaio, nel primo momento utile alla navigazione. Sempre alle prese con la carenza di scafi, aveva imbarcato solo 7 delle 12 legioni convocate, del resto gi colpite da malattie e difficolt di approvvigionamento. Riusc ad attraversare l'Adriatico senza perdere un'imbarcazione, scortato da sole 12 navi da guerra. Le altre erano rimaste a presidio della Sardegna e della Sicilia, essendo l'Africa ancora pompeiana. Ottenne la resa pacifica dei principali centri dell'Epiro settentrionale. Bibulo intervenne in ritardo, ma riusc a distruggere la flotta di ritorno - secondo Cesare bruciando 30 navi con i loro equipaggi - e a porre presidii lungo l'Adriatico.

Cesare ricorda di avere tentato di trattare, attraverso il prefetto pompeiano Vibullio: le condizioni di pace, diceva, bisognava chiederle in Roma al senato e al popolo (Guerra civile, 3,10,8). Tutto inutile. Si giunse cos a uno stallo, che vide le due armate nemiche affrontarsi dalle sponde opposte del fiume Apso (l'odierno Semeni). Per lungo tempo i contingenti ancora a Brindisi non riuscirono a raggiungere Cesare. Una prima volta, gi imbarcati, furono fatti tornare indietro su suo stesso ordine, perch non cadessero preda di Bibulo. Fu allora che il legato pompeiano Libone, con 50 navi, riusc a occupare l'isola di fronte al porto di Brindisi, liberata per da una sortita di Antonio. Cesare diede vita a innumerevoli solleciti e a un fallito tentativo di raggiungere in incognito l'Italia, durante il quale, alla foce dell'Apso, rivelando la propria identit avrebbe rassicurato un nocchiero impaurito con un'altra celebre frase: Coraggio! Muovi contro la tempesta: tu porti Cesare e la Fortuna di Cesare! (Appiano, Guerre civili, 2,236). Poi, la svolta.

La flotta, comandata da Antonio (con incarico propretorio) e dal legato Quinto Fufio Caleno (pretore nel 59) salp il 10 aprile - probabilmente dopo che Bibulo era morto per malattia e il comando era passato a Libone -, riuscendo a sbarcare 4 legioni a Lisso (l'attuale localit albanese di Lezh). Al di l dell'esito dell'impresa, interessante  notare che Antonio, mandate ancora indietro le navi per far traghettare le truppe rimanenti, lasci a Lisso pontoni (imbarcazioni galliche) per una ragione molto seria: dare a Cesare qualche possibilit di seguire Pompeo se questi, ritenendo l'Italia sguarnita, vi avesse, come si era sparsa voce, trasportato il suo esercito (Cesare, Guerra civile, 3,29,3). Dopo altre vicende, Cesare riusc a congiungersi con l'armata di Antonio, nonostante Pompeo avesse cercato di frapporsi. Ma i problemi di approvvigionamento continuavano: dal mare non giungeva nulla, perch Pompeo ne aveva il dominio assoluto (Appiano, Guerre civili, 2,252). A ci si sommarono i parziali successi del figlio maggiore di Pompeo, al comando della flotta egiziana, a Orico (nella baia di Valona) e Lisso, dove affond anche i pontoni.

La principale azione si svolse presso Durazzo, dove Pompeo aveva la base, i depositi di viveri e armamenti e facilit di approvvigionamento. I due grandi strateghi iniziarono ad assediarsi l'un l'altro. Pompeo costru una linea difensiva su 15 miglia e 24 fortini, mentre Cesare, sempre in penuria di frumento, si trov a dover cingere, dall'esterno, su un perimetro ancora superiore, un'armata pi forte e con riserve intatte. Fall un ulteriore tentativo cesariano di trattativa, questa volta tramite Scipione, allora in Macedonia; a osteggiarlo sarebbe stato Favonio.

Pompeo riusc a un certo punto a rompere il blocco, mettendo in crisi gli assedianti, ma non ne approfitt, temendo un agguato. Lo stesso Cesare afferm che i nemici avrebbero in quel giorno posto fine alla guerra se avessero avuto uno capace di vincere (Appiano, Guerre civili, 2,260). Il parziale successo provoc un'insana fiducia nel campo pompeiano. Cesare incoraggi i suoi con queste argomentazioni:

Bisognava ringraziare la Fortuna, poich avevano potuto prendere l'Italia senza perdite, avevano pacificato le due Spagne contro generali di consumata esperienza e abilit, capi di uomini bellicosi, avevano sottomesso le provinciae vicine, ricche di frumento; infine dovevano ricordare con quale favore della sorte, in mezzo alle flotte avversarie, mentre non solo i porti ma anche le coste erano piene di nemici, avevano passato il mare senza perdere un solo uomo. Se non tutto riusciva come si desiderava, bisognava risollevare la fortuna con l'energia. ...

(Cesare, Guerra civile, 3,73,3-4)

La vicenda bellica si svilupp in un inseguimento, protrattosi per giorni e con alterne vicende. Preziosissime sono le riflessioni di Cesare sui possibili piani di azione (Guerra civile, 3,78,3). Se Pompeo avesse anch'egli puntato su Gneo Domizio Calvino (console nel 53, che Cesare aveva inviato con due legioni in Macedonia, contro Scipione Nasica), si sarebbe trovato lontano dal mare e strappato a Durazzo, che era la sua base di rifornimento in grano e ogni altro genere di vettovaglie, dovendo cos combattere ad armi pari. Se invece fosse passato in Italia, egli, Cesare, si sarebbe congiunto con Domizio e si sarebbe mosso in aiuto dell'Italia attraverso l'Illirico. Se infine Pompeo avesse tentato di assaltare Apollonia e Orico e di scacciarlo da tutto il litorale, egli avrebbe assediato Scipione e avrebbe costretto Pompeo ad accorrere in aiuto dei suoi.

Cesare si mise rapidamente in marcia alla volta della Tessaglia attraverso l'Epiro e l'Atamania. Diede vita al crudele saccheggio di Gomfi, dove i suoi uomini si comportarono in modo indegno, specialmente i germani, che quando si ubriacano sono ridicolissimi (Appiano, Guerra civile, 2,268). A quel punto tutte le citt della zona, tranne Larissa - dove Scipione Nasica aveva condotto le proprie legioni -, si sottomisero. Cesare, trovato un luogo dove stava maturando il grano, decise di fermarsi e aspettare. Era Farsalo (o, pi precisamente, la piana di Farsaglia).

Pompeo, riunito l'esercito con quello del suocero Scipione, divise con lui il comando. I Commentarii cesariani descrivono l'impazienza dei nemici, le accuse di lentezza rivolte al comandante e la precoce lotta per la spartizione di onori e bottino. Irro avrebbe potuto candidarsi alla pretura in assenza? Quotidiane erano le contese tra Enobarbo, Scipione e Lentulo Spintere per il pontificato di Cesare; Afranio era accusato di tradimento per il ritiro dalla Spagna; Enobarbo gi proponeva d'instaurare, a guerra finita, una corte per giudicare a uno a uno i senatori rimasti a Roma o che, trovandosi nei territori occupati da Pompeo, non avessero collaborato: pene previste erano la morte o, in casi meno gravi, una forte multa. Pompeo present il suo piano tattico, promettendo una vittoria facile, quasi senza perdite, grazie alla superiorit nella cavalleria; Labieno lo appoggi dichiarando che le famose legioni cesariane erano ormai costituite da nuovi uomini.

Ancor prima, a Durazzo, in occasione della sconfitta di Cesare, le altre fonti collocano nel campo pompeiano un precedente e da questo non sempre distinguibile dibattito sul da farsi.

Plutarco ricorda il pacifismo di Pompeo e Catone, l'impazienza di Favonio, gli attacchi rivolti ad Afranio - incolpato di avere venduto a Cesare l'esercito spagnolo - e a Pompeo, accusato, soprattutto da Enobarbo, di voler trascinare la guerra, per poter continuare a dominare i senatori. Afranio proponeva di tornare in Italia, il premio pi grande della guerra (Plutarco, Pompeo, 66,4); a chi la controllasse si sarebbero subito affiancate Sicilia, Sardegna, Corsica, Spagna e tutta la Gallia; il biografo osserva poi che l'Italia tendeva le mani a Pompeo, ma costui non riteneva di dover fuggire Cesare o abbandonare Scipione Nasica, convinto che il modo migliore di prendersi cura di Roma fosse combattere il pi lontano possibile, cos che la citt attendesse il vincitore senza soffrire i mali della guerra, anzi addirittura ignorandoli (66,6). Catone, che prima dello scontro aveva esortato gli uomini, dopo la vittoria di Durazzo aveva pianto per la patria, vedendo che tanti bravi cittadini si erano uccisi l'un l'altro per quella fatale e maledetta brama di potere (Catone minore, 54,11). Quando Pompeo si era mosso per inseguire Cesare in Tessaglia, egli era stato incaricato della difesa di Durazzo - dove c'erano armi, denaro, parenti e amici - con 15 manipoli (o, in altre versioni, 15 coorti e 300 navi).

Anche Appiano dedica a questa fase di incertezze una lunga sezione (Guerre civili, 2,270-285). Afranio chiedeva d'inviare contro Cesare la flotta, nella quale essi erano di molto superiori, e, tenendo ben saldo il dominio del mare, cagionargli disagi nei suoi spostamenti: Pompeo in persona avrebbe dovuto condurre rapidamente l'esercito in Italia, ben disposta verso di lui e nella quale non vi erano nemici; una volta impadronitosi di essa, della Gallia e della Spagna, lo avrebbe attaccato di nuovo, dalla terra che era la sede del potere. Lo storico osserva che Pompeo non si era lasciato convincere da quegli utili consigli, ma da quanti dicevano che l'esercito di Cesare era affamato e sarebbe stato vergognoso fuggire. Aveva ceduto all'idea dello scontro sul campo per rispetto degli alleati orientali, per andare in aiuto a Scipione Nasica, in Macedonia, e perch convinto della forza del proprio esercito. Avrebbe preferito logorare Cesare, in difficolt nei rifornimenti, ma la grande massa di senatori di pari dignit che gli stavano attorno, i pi illustri cavalieri, molti re e regoli, ignorando le questioni militari, lo aveva spinto ad agire. Aveva ceduto agli ufficiali che lo chiamavano ormai re dei re e Agamennone, dato che anche quello comandava gli altri re nel perdurare la guerra. Si era accinto cos allo scontro; gli altri, sicuri della vittoria, vi avevano aderito sconsideratamente, tanto da coronare gi le tende di alloro, da ordinare ai servi pranzi fastosi e da contendersi addirittura il pontificato di Cesare.

Cassio Dione riporta che Pompeo, dopo la vittoria di Durazzo, convinto che la guerra fosse finita, aveva assunto il titolo di imperator, ma per non dispiacere i concittadini non aveva posto l'alloro sui fasci; per analoghe considerazioni non aveva navigato verso l'Italia, i cui abitanti erano non ostili o comunque indifesi, bench potesse conquistarla tutta facilmente; disponendo infatti di 500 navi veloci era molto superiore nella flotta, cosicch poteva sbarcare dappertutto nello stesso momento (Storia romana, 41,52,1-3). D'altra parte egli non voleva dare l'impressione di avere innescato il conflitto al solo scopo di conquistare l'Italia, n atterrire i romani: per tale ragione non aveva neppure mandato a Roma notizie degli avvenimenti. Si giunse cos al 9 agosto 48, allo scontro decisivo, grande e superiore a ogni altro, combattuto tra i pi illustri condottieri non solo tra i romani, ma anche tra tutti gli uomini di allora, essendo stati addestrati alla guerra sin da ragazzi; il premio era costituito dalla citt di Roma e da tutto il suo impero, che allora era vasto e potente (41,55,1-56,1).

Lo scontro  ben descritto dalle fonti. Limitiamoci a registrare che Cesare sostiene di avere guidato un totale di 22.000 uomini, contro gli oltre 45.000 dell'avversario. Ancora pi netta era la superiorit di quest'ultimo nella cavalleria. Quando quella cesariana era ormai in fuga, sbucarono le 8 coorti nascoste dietro la destra estrema dello schieramento, che usarono i giavellotti come aste, per colpire sul viso i giovani nobiles. Scoperti cos sul fianco sinistro, i pompeiani si sbandarono, mentre il loro fronte iniziava a cedere. Quando anche il campo fu preso, Pompeo gett le insegne e fugg. Tra i suoi, sul terreno restarono - pare - 15.000 uomini, compreso Enobarbo; altri 24.000 furono fatti prigionieri. Da parte cesariana i caduti furono - pare - poco pi di 200. Quando Cesare visit le ricche tende dell'accampamento nemico, ormai abbandonato, pronunzi la frase: Lo hanno voluto loro9. Plutarco osserva che troppo tardi Pompeo si pent di avere attaccato la battaglia senza sfruttare in alcun modo la flotta, che era indiscutibilmente la massima forza di cui disponeva (Pompeo, 76,2).

4. Le vittorie di Cesare, oltre Pompeo

Cicerone sembra circoscrivere la guerra a un conflitto tra due personaggi, dal quale la res publica sarebbe uscita sconvolta; a conferma di ci il rifiuto di proseguire ogni impegno dopo Farsalo. In particolare, il 17 dicembre 48 scriveva ad Attico di essere contrario al concentramento di forze in Africa, per difendere la res publica con l'aiuto di quelle popolazioni barbariche, gente assolutamente infida, tanto pi contro un esercito quasi sempre vittorioso (11,7,3).

Le fonti concordano sul caos creato dalla fuga del comandante, direttosi con mezzi di fortuna a est; pare che inizialmente volesse chiedere protezione ai parti; convinto tuttavia dagli amici, e in particolare da Teofane, opt per l'Egitto, confidando nel giovanissimo Tolomeo XIII, che egli stesso aveva posto sul trono e che recentemente gli aveva inviato una flotta. Molti invece, a partire dalla seconda met di agosto, raggiunsero Catone, ormai a Corcira al comando di un esercito e di 300 navi.

La vicenda non  chiara, ma pare che la flotta si fosse allora ritirata da altre azioni, quali il blocco di Brindisi. Secondo Plutarco, Catone, ricevuto il comando, pensava inizialmente, in caso di morte di Pompeo, di riportare in Italia le truppe, esiliandosi; cerc poi di offrire l'incarico a Cicerone, salvandolo - al suo rifiuto - dalla vendetta del figlio maggiore di Pompeo. Si affrett verso l'Africa, dove riteneva che Pompeo si sarebbe rifugiato, mentre un altro gruppo si diresse verso la Spagna; nell'Adriatico rimase comunque una flotta, attiva anche negli anni seguenti.

Cesare, all'inseguimento di Pompeo, sbarc sul suolo egiziano il 2 ottobre. Non giunse in tempo: tre giorni prima il nemico - proprio nell'anniversario del trionfo sui pirati e su Mitridate, e il giorno precedente al suo 58 compleanno - era stato fatto assassinare dai consiglieri del giovane re. Quando ne ricevette la testa mozzata e l'anello, Cesare si mostr - pi o meno sinceramente - sconvolto; in seguito avrebbe punito con la morte i responsabili dell'assassinio.

Quando a Roma giunse la notizia della vittoria a Farsalo, alla fine di ottobre, Isaurico lo nomin dittatore, per un anno intero o senza limiti temporali, mentre Antonio divenne comandante della cavalleria. Cicerone, da Brindisi, sempre impacciato dai propri littori, il 27 novembre scriveva ad Attico di non avere mai avuto dubbi che le cose sarebbero andate cos, tanta sfiducia era entrata nell'animo di tutti i re e di tutti i popoli... non posso non compiangere il suo destino: avevo trovato in lui un uomo retto, morigerato, serio (Ad Attico, 11,6,5).

Cesare rest in Egitto, coinvolto in una lunga guerra. La sua entrata, con pochi uomini ma con i fasci consolari, in Alessandria, che contendeva a Roma il primato di citt pi popolosa del Mediterraneo, innesc la rivolta. Non aiut neppure la richiesta delle somme promesse da Tolomeo XII (per intero o almeno per 40 milioni di sesterzi) e il tentativo d'inserirsi nel conflitto dinastico tra Tolomeo XIII e la sorella Cleopatra VII, allontanata dal potere. La donna raggiunse Cesare di nascosto, nel quartiere-palazzo, e ne divenne - pare - l'amante, restando assediata, assieme a lui, dalla guerriglia urbana e dall'esercito di Tolomeo XIII. A lungo l'Urbe rest all'oscuro degli eventi; una missiva ciceroniana del 14 giugno 47 dichiara che dal 13 dicembre non si hanno lettere sue, a parte la storiella di una sua lettera del 9 febbraio (Ad Attico, 11,17a BL). La situazione si sblocc solo all'arrivo dei soccorsi. Grazie alle armate di Mitridate di Pergamo e di Antipatro I Idumeo, ex cliente pompeiano in Giudea, Tolomeo XIII fu sconfitto in battaglia e mor nel Nilo. Cleopatra e l'ancor pi giovane Tolomeo XIV furono allora posti sul trono.

Neppure allora, tuttavia, Cesare torn nell'Urbe. A fine giugno, lasciate forze romane a presidio dell'Egitto, si rec in Asia Minore, dove affront Farnace, il figlio di Mitridate che Pompeo aveva posto sul trono del Bosforo Cimmerio e il quale aveva poi tentato di espandere i propri possedimenti a danno dei confinanti, sconfiggendo anche Calvino, legato cesariano. Il 2 agosto del 47, nel corso di una guerra-lampo, Cesare ebbe la meglio su Farnace a Zela (l'odierna localit turca di Zila). In seguito - in una lettera all'amico Mazio o nel cartello trionfale - avrebbe commentato con la celebre frase venni, vidi, vinsi (Svetonio, Cesare, 37,2; Plutarco, Cesare, 50,6).

Si affrett in Italia richiamato dal problema dei debiti e dai tumulti nell'Urbe, ma la sfida maggiore fu la rivolta di alcune legioni10. Sbarcato a Taranto il 24 settembre 47 - e accolto il giorno successivo da Cicerone - torn a Roma, dove Antonio aveva governato con pugno di ferro. Posto rimedio ai disordini e avanzate riforme, permise l'elezione di due consoli - Quinto Fufio Caleno e Publio Vatinio - per la restante parte dell'anno. Per quello successivo risult invece eletto egli stesso, assieme a Marco Emilio Lepido.

Senza neppure attendere l'entrata in carica, giunse a Lilibeo il 17 dicembre 47. Il 25 part per l'Africa, facendo imbarcare 6 legioni e 2.600 cavalieri su navi da trasporto: ancora una volta la flotta era insufficiente.

Cosa stava accadendo nella provincia? Mesi prima, la notizia della morte di Pompeo era giunta a Catone e ai suoi quando ormai erano a Cirene. Erano passati allora nell'Africa, confidando in Varo e Giuba. La loro forza complessiva assommava a 10 legioni, cui se ne aggiungevano 4 numidiche con elefanti, reparti ausiliarii e 15.000 cavalieri circa, tra cui militavano i contingenti gallici e germanici di Labieno e le cavallerie leggere berbere. La costa era presidiata e le requisizioni alimentari garantivano scorte abbondanti. Catone ancora una volta rifiut il comando supremo, offrendolo a Scipione Nasica; si pose quindi a presidiare Utica, dov'erano insediati i 300 che da molto tempo essi avevano reso consiglieri di guerra e chiamavano senato (Appiano, Guerre civili, 2,397).

Cesare, come gi Curione, era privo d'informazioni utili a stabilire il luogo dello sbarco; solo piccola parte della flotta era con lui quando avvist terra, il 28 dicembre. Sbarc nei pressi di Leptis Minor (l'odierna localit tunisina di Lamta) con 3.500 legionari e 150 cavalieri. La citt lo accolse, ma problematici furono i rifornimenti; dovette ordinare anche ad altre provinciae, compresa la Sardegna, di raccogliere grano e inviarlo con urgenza. In seguito a un attacco di cavalleria guidato da Labieno e Petreio, si salv a stento, trincerandosi nel piccolo centro di Ruspina (l'odierna Monastir). Tre settimane dopo giunse il resto della flotta. Cesare ottenne l'alleanza di Bocco I, sovrano di Mauritania; raggiunto poi dalle forze guidate dal pretore Sallustio, pot finalmente trovarsi al comando di 10 legioni. A Tapso (nei pressi dell'odierna Bekalta) costrinse al confronto l'esercito nemico e lo sconfisse (6 aprile 46). Petreio e Giuba si diedero la morte, e cos anche Scipione Nasica, fuggito via mare ma raggiunto presso Ippona (l'odierna localit algerina di Annaba) da una piccola flotta cesariana. Afranio e Fausto Silla furono catturati e passati per le armi. Labieno e Varo fuggirono in Spagna, unendosi a Gneo e Sesto, figli di Pompeo. Anche Catone, che non aveva preso parte allo scontro, mor suicida a Utica, che rifiut di prendere le armi contro Cesare.

A meno di tre anni e mezzo dall'attraversamento del Rubicone, gran parte della fazione pompeiana era annientata. Cesare a fine aprile 46 torn a Roma, dove ottenne una terza dittatura, questa volta decennale - con Marco Emilio Lepido comandante della cavalleria - e celebr un quadruplice trionfo11. I conflitti, tuttavia, non erano terminati.

La Spagna da un anno aveva visto svilupparsi una ribellione di militari e civili contro i soprusi di Quinto Cassio Longino, e che neppure il successore di costui aveva potuto o voluto sedare. La situazione aveva permesso ai figli di Pompeo di organizzare un'altra armata ribelle, giunta sino a 13 legioni, che poteva contare su un comandante come Labieno.

Nel novembre 46 Cesare, dittatore e console unico per l'anno successivo, part, raggiungendo in meno di un mese Obulco (l'odierna Porcuna). Mise Gneo Pompeo, lentamente, alle strette. Il 17 marzo 45 lo attacc presso Munda (tradizionalmente localizzata nei pressi dell'odierna Montilla), pur da posizione sfavorevole e con un'armata inferiore. Cesare si trov a combattere per la vita ma riusc ad annientare i nemici: fece 33.000 morti, tra cui Labieno e Varo, perdendo solo 1.000 uomini. Le truppe lo salutarono imperator. Il 5 maggio 45 Cicerone, da una delle sue ville, comunic ad Attico: Irzio mi ha scritto che Sesto Pompeo ha abbandonato Cordova e si  rifugiato nella Spagna Citeriore, che Gneo Pompeo  fuggito non so dove: non me ne importa molto (12,37a).

Gneo, ferito, fu ucciso e decapitato poche settimane dopo. Sesto, raccolti gli scampati, riusc ad allontanarsi con una piccola flotta; restava alla macchia, e spostandosi da un luogo all'altro praticava la pirateria (Appiano, Guerre civili, 2,440). Il personaggio, la cui morte chiude l'ultimo libro delle Guerre civili di Appiano a noi pervenuto, con un blocco navale intermittente tra il 41 e il 36 avrebbe portato avanti la lotta repubblicana' contro i triumviri' eredi di Cesare: Antonio, Lepido e Ottaviano12.

Ottenuta la resa della Spagna Ulteriore, Cesare torn a Roma, per celebrare un altro trionfo, questa volta su cittadini romani (ottobre 45).

5. L'Italia e l'Urbe

Cosa avvenne nell'Urbe tra l'aprile 49 e l'ottobre 45? I riferimenti sono scarsi ma preziosi.

Cicerone nei primi mesi del 49 contemplava l'ipotesi di una ribellione della truppa cesariana, nonch della stessa Roma. Nessuna delle due, in quell'anno, si verific, anche se alla prima si and vicini. Malcontento era sorto tra le circa 4 legioni allora stanziate nei pressi di Piacenza. La ragione non  chiara: gli uomini reclamavano il donativo promesso loro ancora a Brindisi (secondo Appiano), o addirittura rivendicavano il permesso di saccheggiare il paese (secondo Cassio Dione). Cesare, affrettatosi da Marsiglia dopo la conquista della citt e l'ottenimento della dittatura, convinse i ribelli, limitandosi a farne uccidere 12, tirati a sorte tra i capi della rivolta. I Commentarii omettono l'episodio; secondo Cassio Dione, invece, egli fece anche notare ai suoi che i romani, dandosi al saccheggio, si sarebbero comportati da celti (Storia romana, 41,30,2).

Entrato nell'Urbe come dittatore, tra i maggiori problemi dovette affrontare quello dei debiti. Con decisione autoritaria o legge comiziale impose, invece della tanto temuta remissione, la nomina - o il sorteggio - di arbitri per valutare i beni dei debitori allo stato precedente la guerra civile. Costringere a vendere per rimborsare, pur se ai prezzi di prima, era un modo per venire incontro anche ai creditori. Rimise poi in vita quella che sosteneva essere una legge precedente, che vietava la detenzione di valori superiori ai 60.000 sesterzi in moneta aurea o argentea. Appiano ricorda anche distribuzioni di grano al popolo affamato, che in genere si tende a differenziare rispetto a quelle fatte al primo ingresso a Roma, nell'aprile 49 (peraltro testimoniate dal solo Cassio Dione). Promosse anche il rientro degli esuli, condannati per ambitus secondo la legge di Pompeo, a eccezione del solo Milone; in particolare tornarono i clodiani, Sallustio e Gabinio; anche i figli dei sillani furono reintegrati. I transpadani ottennero la cittadinanza romana, pur restando la Cisalpina una provincia.

Console per l'anno successivo, Cesare part per la campagna balcanica. Cassio Dione, fonte ostile particolarmente attenta alle ricadute urbane' del conflitto, segnala che per l'occasione egli aveva raccolto tutte le offerte votive - anche dal Campidoglio - e che gli indovini, interpretando una serie di prodigi, avevano concluso: se fosse rimasto a Roma, avrebbe avuto rovina; se avesse passato il mare, salvezza e vittoria (Storia romana, 41,39,3).

Sempre Cassio Dione offre una spettacolare descrizione dei contrastanti stati d'animo succedutisi dall'epoca precedente a Farsalo sino al ritorno di Cesare nell'autunno del 47 (42,17,1-21,2).

Sinch rimase incertezza, tutti si atteggiavano a cesariani', temendo i soldati accampati in citt e il console Isaurico. Tanti fingevano: al giungere delle notizie, spesso numerose e discordi, portate nello spazio di un giorno e persino di un'ora, si trovavano a vivere sentimenti altalenanti. A quelle su Farsalo inizialmente non si prest fede: Cesare non aveva informato il senato e, data la disparit tra le due forze, la sorpresa era stata grande. In seguito si abbatterono le statue di Pompeo e Silla, sui rostra, ma niente di pi, per timore di Pompeo, ancora vivo. Quando per ne giunse a Roma l'anello, si concessero al vincitore tutti gli onori possibili: fu una gara nel proporre, nel votare, nell'urlare e nel gesticolare, come se Cesare fosse l a vederli. Tra i riconoscimenti, statue e inauditi privilegi politici - tra cui consolati e dittature pluriennali -, per tacere di quelli che rifiut. Una lunga sezione (42,22,1-25,3)  poi dedicata alla vicenda di Marco Celio Rufo, in realt gi iniziata ai primi del 48. Ripercorriamola, anche in base alle altre fonti.

Celio, si  visto, inizialmente nella linea dei boni, si era avvicinato a Cesare attraverso l'amico Curione. Le ciniche parole dell'agosto 50 indicano una scelta di comodo ma in ogni caso difficile13. La morte di Curione, nell'agosto 48, lo aveva allontanato da Cesare, dal quale non aveva ricevuto i riconoscimenti sperati: addirittura, eletto pretore per quell'anno nei comizi tenuti alla fine del 49 dal dittatore, era stato destinato da quest'ultimo - e non, come di regola, da un sorteggio - a una pretura inferiore in grado a quella urbana, assegnata invece a Trebonio (tribuno nel 55 ed ex legato cesariano in Gallia). Pareva anche convinto che l'aria stesse cambiando, come a fine gennaio aveva scritto a Cicerone:

... qui, a parte pochi capitalisti, non c' al momento un solo uomo o una sola classe che non sia per Pompeo. Grazie a me, le classi inferiori in particolare, ma in genere tutto il popolo, che in precedenza era con noi,  ora dalla vostra parte. Ti chiederai perch. Aspettate piuttosto il resto; vi costringer a vincere anche se non vorrete. ...

(Ai familiari, 8,17,2)

Dapprima ostru con il veto gli atti di Trebonio, che aveva inaugurato il nuovo sistema di valutazione dei beni. Non vi riusc, a detta di Cesare per l'equit dei verdetti del pretore urbano, ma, si sospetta, anche perch i debitori avevano interesse a saldare in propriet sopravvalutate e mantenere i liquidi. Celio propose quindi una moratoria generale dei debiti per sei anni, con annullamento degli interessi: essa, congelando la situazione, era gradita sia ai debitori sia ai creditori. Causa l'opposizione dei cesariani e in primis del console Isaurico, ritir la proposta, portandone avanti altre due, pi radicali e popolari. Voleva fare forse leva su una situazione immobiliare non semplice. Molti vivevano in affitto in una citt che, dopo avere subito la piena del Tevere (nel 54), quattro anni dopo era stata devastata da un incendio, non si sa come nato, ma il maggiore sino ad allora conosciuto (Orosio, Storie contro i pagani, 6,14,4-5). L'anno seguente un terremoto aveva provocato altri crolli e incendi. Celio propose la rimessa per un anno degli affitti delle abitazioni, accanto a una non ben definita legge sull'annullamento dei debiti.

Isaurico richiam allora un gruppo di soldati in marcia verso la Gallia - quindi, a differenza di quanto prima dichiarato dallo stesso Cassio Dione14, non c'erano truppe stanziate nell'Urbe - e, convocato il senato sotto la loro protezione, avanz proposte, tuttavia bloccate dai tribuni. Ordin allora ai suoi messi di distruggere le tavole contenenti i provvedimenti di Celio. Questi li cacci via, provocando un tumulto che coinvolse lo stesso console (Cassio Dione, Storia romana, 42,23,2). Il senato, riunito ancora una volta sotto la protezione dei soldati, dichiar decaduta la magistratura di Celio e vot un nuovo senatus consultum ultimum - il primo dopo quello del 7 gennaio 49 -, affidando la difesa della citt a Isaurico. Cesare, a differenza di Cassio Dione, non parla del provvedimento, limitandosi a informare che, dopo atti violenti contro Trebonio (non Isaurico), l'assemblea decret la rimozione di Celio, al che il console gli viet l'entrata in senato e lo fece tirare gi dai rostra, mentre tentava di parlare al popolo (Guerra civile, 3,21,3).

Sempre secondo Cesare, Celio si allontan dalla citt, fingendo di volerlo raggiungere per spiegargli le proprie ragioni; in realt richiam, con messaggeri, Milone, esule a Marsiglia - dove forse aveva giocato un ruolo nella resistenza anticesariana - ma ancora in possesso di gladiatori; lo mand avanti nel territorio di Turii (non lontana da Sibari) per sollevare i pastori. Come si  visto, Celio lo aveva sostenuto con forza durante il processo del 52. Secondo Cassio Dione, invece, Milone, unico esule non richiamato, era rientrato autonomamente in Italia e aveva raccolto molti uomini, alcuni privi di mezzi di sussistenza e altri timorosi di punizione, dandosi al saccheggio delle campagne e facendo incursioni nelle citt, tra cui Capua (Storia romana, 42,24,2).

Pare molto probabile che Celio si fosse affiancato a Milone in un secondo tempo: l'altro infatti avrebbe mandato una lettera ai municipia dicendo di agire per ordine di Pompeo, dietro istruzione di Vibullio. Le azioni dei due sono molto poco chiare e, probabilmente, non del tutto collegate. Le fonti ricordano anche la mobilitazione di schiavi fuggitivi, gladiatori o pastori. Le prime localit interessate dai tentativi di ribellione erano in Campania, ma il piano dovette mutare in seguito alla resistenza dei cittadini romani di Capua, a un fallito colpo di mano a Napoli e alla reazione di Isaurico. I due ribelli furono infine uccisi: Milone probabilmente a Compsa (oggi Conza della Campania), Celio a Turii. Cesare osserva: questi principii di gravi torbidi che, dati i troppi compiti del governo e le difficolt delle circostanze, tenevano inquieta l'Italia, ebbero una rapida e facile fine (Guerra civile, 3,22,4). Da Cassio Dione possiamo invece intuire l'estensione della rivolta, tale da giustificare il massiccio intervento delle forze cesariane.

Chiaro sembra il tentativo d'impadronirsi di localit marittime strategiche, in prossimit della stagione pi favorevole alla navigazione, quando la flotta di Pompeo avrebbe potuto muoversi. E che tale ipotesi a Roma fosse ventilata anche dopo la morte di Pompeo lo sappiamo da Cicerone, che da Brindisi il 17 dicembre 48 comunicava ad Attico di avere letto copia di una lettera di Cesare, nella quale lo scrivente riferiva

... di avere saputo che Catone e Lucio Metello sarebbero tornati in Italia con l'idea di stare a Roma apertamente; ch'egli non lo consentiva per il timore di disordini; l'Italia dev'essere interdetta a tutti quelli di cui egli personalmente non abbia esaminato il caso; il tono della lettera era molto aspro. ...

(Ad Attico, 11,7,2)

E sempre Cicerone, da Brindisi, nel gennaio 47, quando Cesare era ancora bloccato ad Alessandria, scriveva ad Attico non solo che in Africa vi era solida preparazione e che la Spagna aderiva, ma anche: l'Italia si pu considerare perduta, le legioni meno forti e meno entusiaste, a Roma la situazione  disperata (11,10,2).

Pi dettagliato  Cassio Dione (Storia romana, 42,26,1-33,3). Anche dopo la morte di Milone e Celio avvennero molti gravi fatti, come del resto avevano annunziato i prodigi gi alla fine del 48. Uno sciame di api si era posato in Campidoglio, presso il tempio di Ercole, durante un sacrificio a Iside e Serapide; si era allora demolito il recinto sacro delle due divinit egiziane ma, per sbaglio, anche un altare di Bellona, la dea della guerra, facendo emergere vasi pieni di carni umane. Agli inizi del 47 furono segnalati altri prodigi, tra cui un terremoto, fulmini sul Campidoglio, sul tempio della Fortuna Pubblica e sui giardini di Cesare. La nascita di bambini con la mano sinistra sopra il capo indusse gli indovini a preannunziare una rivolta contro le classi superiori, (e il popolo prest fede alle loro parole). Ad accrescere la paura, lo spettacolo di una citt priva, agli inizi del 47, di consoli e pretori, di un Antonio che con la spada che gli pendeva dal fianco... annunziava molto chiaramente la monarchia. I romani, vedendolo, iniziarono a sospettare anche di Cesare.

A tutto ci si sommarono i contrasti fra due tribuni. Dolabella - come gi Clodio fattosi adottare da un plebeo per poter accedere alla magistratura - fin per scontrarsi con il collega ottimate' Lucio Trebellio; propose la remissione dei debiti e altrettanto popolari provvedimenti sugli affitti. Per colpa dei due vi era dappertutto molta gente armata, sebbene il senato avesse vietato iniziative prima dell'arrivo di Cesare, e Antonio avesse dichiarato che nessun privato poteva portare armi in citt. Ma essi continuarono nella lotta, e Antonio ne approfitt per mantenere i soldati dentro le mura e vigilare sulla sicurezza della citt insieme ai tribuni. In verit molte voci davano Cesare per morto; anche per questo i soldati rientrati in Italia dopo Farsalo tumultuarono, giungendo a uccidere alcuni ufficiali. Antonio affid allora l'Urbe a Lucio Giulio Cesare (console nel 64), il quale, tuttavia, non riusc a ottenere il rispetto dei tribuni.

Tornato dalla missione, anch'essa infruttuosa, Antonio ebbe nuove difficolt. Alla ricerca di consenso, oscill nel sostenere Dolabella e Trebellio. I due tribuni si facevano guerra, occupando a turno i luoghi pi favorevoli della citt, commettendo delitti e appiccando incendi, tanto che una volta le vestali dovettero portare via dal tempio di Vesta gli arredi sacri. Il senato incaric Antonio di ristabilire l'ordine, e quasi tutti i quartieri si riempirono di soldati. Informata che Dolabella aveva fissato la data per il voto delle sue proposte, la moltitudine, alzate barricate intorno al Foro e torri di legno in vari luoghi, si mostr pronta a opporsi a chiunque avesse agito in senso contrario. Al che Antonio, scendendo dal Campidoglio con i soldati, ruppe le tavole che riportavano il testo delle leggi e gett gi dal colle alcuni riottosi.

La narrazione cesariana non cita la vicenda; ci che resta di quella liviana  invece impressionante:

... A Roma essendo stati provocati tumulti dal tribuno della plebe Publio Dolabella che aveva presentato una proposta di legge per l'aggiornamento dei registri dei debitori, in seguito alla rivolta della plebe, il maestro della cavalleria Marco Antonio introdusse in citt reparti militari e furono ammazzati 800 plebei. ...

(Periochae, 113)

La calma torn solo al rientro di Cesare dopo un'assenza di oltre venti mesi, di cui sei di quasi totale isolamento in Egitto. Egli, invece di punirlo, premi Dolabella - che non era suo nemico - con il consolato. Questi del resto, sulle orme di Curione, doveva essere molto popolare: a tal fine aveva probabilmente tentato di usare la memoria di Clodio, progettando addirittura d'innalzargli una statua. La situazione era, in ogni caso, degenerata, tanto da richiedere misure urgenti. Seguiamo Cassio Dione (42,49,1-55,4).

Cesare, formidabile raccoglitore di denaro, torn dalla Bitinia attraverso la Grecia dopo avere ricevuto prestiti e ingenti somme, comprese quelle promesse a Pompeo, convinto che il potere si basasse su denaro e soldati. Non pass direttamente in Africa perch, informato dei disordini a Roma, temeva che la situazione potesse diventare pericolosa. In Italia non pun nessuno, limitandosi a raccogliere denaro da tutti, privati e citt, in ogni forma. Con prestito' s'indicavano le esazioni, sempre forzose e mai restituite: diceva che aveva speso tutto il suo patrimonio per il popolo e che per questo aveva dovuto anche fare debiti; ci indispose molti, ma egli non se ne preoccup.

Le fonti ricordano altre azioni in materia fiscale ed economica, difficili da datare con precisione ma quasi certamente successive a quelle del 49. Si guadagn il favore popolare promuovendo la decurtazione degli affitti per un anno, sino a 2.000 sesterzi in Roma e 500 in Italia, e la sottrazione dai debiti degli interessi gi pagati a partire dall'inizio della guerra. A ci si sarebbe sommato l'obbligo, per i creditori, d'investire parte del patrimonio in terre italiche e una limitazione, di entit a noi ignota, dei tassi d'interesse. Per premiare pi persone offr cariche pubbliche, da esercitarsi nel resto di quell'anno o nel seguente, aumentando il numero dei pretori e dei sacerdoti. Varie ricompense andarono ai soldati ribellatisi. Il gruppo maggiore - che non aveva ricevuto quanto promesso dopo Farsalo e protestava per il prolungamento del servizio militare (vista l'imminente impresa in Africa) - era in Campania.

Il pretore designato Sallustio rischi la vita; i soldati lo seguirono a Roma in gran numero, uccidendo anche due senatori. Cesare permise loro di stare in citt, ma solo con la spada. Per cautela pose un'altra legione di Antonio attorno alla propria dimora e alle vie che portavano fuori citt (sapeva bene che l'Urbe doveva essere difesa, anche da un gruppo di protestatari). Si rec quindi in mezzo ai tumultuanti, nel Campo Marzio. Convinse i pi a recedere dalle richieste, promettendo di pagare parte del denaro subito, parte in seguito. Ai turbolenti che non voleva nell'esercito assegn terre pubbliche o proprie, ma in luoghi lontani tra loro, per non creare pericolo ai confinanti o disordini; sistem fuori dall'Italia i pi facinorosi.

Cassio Dione (43,14,1-18,6) c'informa con pari dettaglio anche sugli eventi del 46. Dopo la vittoria africana, il 25 luglio Cesare torn a Roma, passando per la Sardegna e dopo avere mandato truppe in Spagna. Il senato aveva votato quaranta giorni di ringraziamenti per Tapso. Egli pronunzi, davanti al consesso, un discorso rassicurante. Non avrebbe seguito le orme di Mario, Cinna e Silla. I soldati sarebbero stati lasciati a salvaguardia dell'impero e per questo - oltre che per abbellire la citt - erano necessari tributi: noi abbiamo continuamente bisogno di armi, perch senza di esse non pu vivere in sicurezza un popolo che abita una citt cos grande ed  padrone di un impero cos vasto. Secondo Plutarco, tornato a Roma dall'Africa esalt dinnanzi al popolo la sua vittoria per avere assoggettato una regione tanto vasta che avrebbe fornito ogni anno all'erario pubblico 200.000 medimni attici di grano e 3 milioni di libbre d'olio (Cesare, 55,1)15. Il generale vittorioso pot quindi celebrare quattro distinti trionfi, tutti nell'aprile, ma in quattro giorni non consecutivi, su Gallia, Ponto, Egitto e Africa, immortalati nel ciclo pittorico di Andrea Mantegna (1485-1505), conservato presso l'Hampton Court Palace di Londra.

Anche su questi eventi Cassio Dione  particolareggiato, ma notizie sono riportate da molti altri autori. Tra le pi interessanti, non solo l'uccisione di Vercingetorige e l'esposizione delle immagini degli stessi romani vinti (tranne Pompeo, ancora rimpianto da molti), ma anche la quantit di ricchezze portata in processione: monete per l'equivalente di pi di 360 milioni di sesterzi, pi di 2.800 corone d'oro, dal peso di quasi 20.500 libbre. Furono anche imbandite 22.000 tavolate per la popolazione. Donativi andarono, proporzionalmente, non solo a ufficiali, centurioni e soldati ma anche ai singoli cittadini, che ricevettero 10 moggi di grano a testa e altrettante libbre d'olio; ai 300 sesterzi gi promessi se ne aggiunsero altri 100 per il ritardato pagamento.

Cesare, dopo il trionfo, fece inaugurare il Foro Giulio e il tempio di Venere Genitrice, dedicato alla figlia Giulia. Fu probabilmente allora che offr spettacoli di cavalli, musica, rappresentazioni di battaglie - anche navali, in un lago artificiale fatto scavare nel Campo Marzio - e giochi circensi, con gladiatori ed elefanti. Incalcolabile era il numero degli uomini impiegati, e delle vittime, ci che secondo alcune fonti non piacque. A questi spettacoli assistettero folle immense, venute da ogni parte, tanto che molti forestieri alloggiarono sotto le tende alzate nelle strade e nei crocicchi, e molti, tra cui due senatori, rimasero schiacciati e soffocati nella ressa (Svetonio, Cesare, 39,4).

Per quanto riguarda la plebe urbana, interessanti sono anche altre notizie. Cesare dal censimento dei cittadini trov, a quel che si dice, che erano la met di quanti esistevano prima della guerra: di tanto ridusse la citt la contesa di questi due uomini (Appiano, Guerre civili, 2,425). In realt, pare che la situazione sia spiegabile anche in base alla decisione - operata sempre da Cesare - di ridurre i beneficiari delle frumentationes, da 320.000 a 150.000. Ci non solo per il calo della popolazione dell'Urbe ma anche per porre fine agli abusi verificatisi come suole accadere nei sommovimenti politici (Cassio Dione, Storia romana, 43,21,4; cfr. 43,25,2). Nella pratica, sembra che ci sia stato possibile grazie a un censimento degli inquilini delle insulae, affidato ai locatori. Un contemporaneo programma di colonizzazione coinvolse 80.000 cittadini, sistemando non solo la situazione dell'agro campano, ma anche andando a interessare Narbonese, Spagna, Africa, Macedonia, Grecia, Asia, Ponto e Bitinia. Furono sciolti i collegia, tranne quelli che esistevano dalla pi remota antichit. Furono portati avanti numerosi progetti urbanistici, ma non  possibile definire quanti cittadini poveri fossero stati in essi impiegati. Il 13 luglio 45, da Tuscolo, Cicerone scriveva all'amico: Quale sconvenienza! Il tuo compatriota vuole ampliare una citt che ha veduto per la prima volta due anni fa e che gli sembra troppo piccola, mentre essa  stata abbastanza grande per ospitarlo (Ad Attico, 13,39,1).

Tornato a Roma dopo Munda, nell'ottobre 45 celebr ancora, dopo avere vinto su cittadini romani.

Particolarmente interessanti sono le notazioni di Cassio Dione (Storia romana, 43,42,1-3). Cesare offr di nuovo un solenne banchetto a tutto il popolo, come se fosse capitata una grande fortuna; furono celebrati tre splendidi trionfi, e si svolsero cerimonie di ringraziamento agli di per cinquanta giorni. Ma gi prima, il 21 aprile, era stata celebrata la festa dei Parilia con una corsa di cocchi, che poi divenne annuale, non in onore di Roma, che era stata fondata nel giorno in cui ricorreva quella festa, ma per la vittoria di Cesare, perch la notizia di tale vittoria era arrivata il giorno precedente, di sera. Essa era per avvenuta il 17 marzo. Non escludiamo, come osservato dalla critica, che questa straordinaria coincidenza possa essere stata creata da un annuncio sapientemente ritardato. Cesare sapeva di dover far sentire Roma, ancora una volta, protagonista.

6. Roma al centro, da Ottaviano a Napoleone

Il dado lanciato simbolicamente oltre il Rubicone segn un punteggio vincente.

Nessuno tuttavia, e neppure Cesare, avrebbe potuto prevederlo. Decisiva - e ben pi fatidica del tanto celebrato attraversamento del Rubicone - fu infatti l'inaspettata evacuazione di Roma, ordinata da Pompeo il 17 gennaio 49 e seguita, a distanza di due mesi, da quella dell'Italia.

Quali le ragioni della ritirata? La storiografia ha avanzato ipotesi su ipotesi, che cerchiamo ora di sintetizzare. Si  innanzitutto pensato al panico', che avrebbe suggerito mosse volte a rimediare a errori iniziali ma eseguite quando la resistenza era ancora possibile (Mommsen). Si  anche osservato, all'opposto, che agli inizi del gennaio 49 le legioni XII e VIII, le 22 coorti di nuove leve e i circa 300 cavalieri del Norico dovevano essere gi nella Cisalpina, quindi ben pi vicini di quanto i Commentarii vogliono farci credere (Ottmer). Sono state poi avanzate interpretazioni di tipo politico, che ipotizzano una strategia forse inevitabile ma certo utile anche alla supremazia di Pompeo, conseguita in effetti agli inizi del 48 (Meyer). Si  anche osservato come, per tale ragione, la ritirata possa essere stata meditata a lungo, come mostrerebbero con particolare evidenza gli eventi di Corfinio (von Fritz, Burns). Si  infine sottolineato il grande potenziale della strategia navale' pompeiana e, in particolare, di un blocco marittimo (Pocock, Powell, Welch). Quest'ultimo sarebbe stato poi realizzato dal figlio Sesto, paladino della superstite causa repubblicana', la cui flotta tra il 41 e il 36 avrebbe creato a Roma seri problemi di approvvigionamento... anche se l'obiettivo sarebbe stato allora pi limitato: creare il caos, per costringere Ottaviano a giungere a patti16.

La testimonianza di Cicerone, tanto preziosa per ricostruire il clima contemporaneo, pare molto meno utile a comprendere la strategia di Pompeo; in particolare, insospettisce che gli spettacolari riferimenti all'uso della flotta contro Roma e la terra Italia compaiano tutti in contesti polemici nei confronti di Attico17. Analoga impressione - e ci  forse ancora pi indicativo - emerge dai Commentarii di Cesare. Si dice chiaramente che il 1 gennaio 49 egli temeva ancora che le due legioni sottrattegli fossero trattenute da Pompeo nei dintorni di Roma per essere rivolte contro di lui, per poi parlare dell'inedita e inaudita fuga dalla citt18. Un politico come Cesare, cos attento all'opinione pubblica, avrebbe lasciato passare inosservato il disegno del nemico di strangolare Roma con la fame o perlomeno d'intraprendere una strategia piratesca'?

Molti anni dopo invece, nelle sue Imprese, Ottaviano avrebbe dipinto la guerra contro Sesto Pompeo - mai neppure nominato - come quella contro un volgare predone (25,1-3). Floro, sullo stesso, avrebbe scritto: che differenza c'era tra lui e suo padre! Quello aveva sterminato i pirati cilici, questo si difendeva con una turba di pirati (Epitome delle guerre, 4,8,2). Anche Lucano ne avrebbe parlato come di prole indegna della genitura del Magno', quel Sesto che poi, esule e bandito nelle acque di Scilla, disonor, pirata in Sicilia, i trionfi marini (Farsaglia, 6,420-422).

La criminosa strategia pompeiana fu forse impedita da Catone, con l'abbandono della Sicilia frumentaria? Di certo, egli fugg dall'isola per evitare vittime innocenti, tra cui potremmo annoverare anche gli abitanti dell'Urbe, da lui un tempo favoriti grazie a una generosa legge frumentaria e ormai a rischio di carestia. Anche i suoi consigli, al pari degli altri avvenimenti dell'anno successivo, in primis la vittoria di Durazzo e il rigetto del parere di Afranio, diedero il loro contributo nel mantenere la flotta pompeiana in un'apparente inerzia.

Tentiamo allora di rovesciare la prospettiva, a partire dalle autorevoli riflessioni di un cesariano' che non aveva potuto assistitere alla drammatica riunione del 17 gennaio 49. Si tratta di Napoleone I, tra le altre cose profondo conoscitore degli umori di una capitale e dei limiti di un blocco navale. Egli, ormai in esilio a Sant'Elena, cos sintetizz gli errori di Pompeo:

1. Pompeo sbagli nel giudicare l'inclinazione dei popoli: l'opinione dei grandi e dei senatori che tuonavano contro Cesare lo trasse in inganno. Il popolo nutriva un'invincibile inclinazione per Cesare.

2. Le 6 legioni che egli aveva in Spagna potevano raggiungerlo a Roma in poche settimane, imbarcandosi a Cartagena, Valencia e Tarragona e sbarcando a Napoli oppure a Ostia.

3. Non avrebbe dovuto abbandonare Roma;  l che avrebbe dovuto concentrare tutte le sue forze all'inizio delle guerre civili. Bisogna tenere riunite le truppe, perch s'infiammino e prendano confidenza nelle forze del partito, restandovi fedeli. Se le 30 coorti di Domizio fossero state accampate davanti a Roma con le prime due legioni di Pompeo; se le legioni di Spagna, quelle d'Africa, d'Egitto, della Grecia si fossero portate sull'Italia per mare, con un movimento combinato, Pompeo avrebbe radunato di fronte a Cesare un esercito pi forte.

(Le guerre di Cesare, trad. it. Salerno, Roma 1999, p. 101)

Al pari di Napoleone, siamo convinti che la difesa di Roma avrebbe potuto evitare l'effetto domino innescato, in quel fatidico 17 gennaio 49, da una decisione psicologicamente traumatica, facilmente interpretabile come segnale di estrema debolezza. Se Pompeo ha rinunciato al capo, non c' ragione che risparmi le altre membra, ricordava Cicerone ad Attico; temono, se fugge anche Pompeo, avrebbe in seguito osservato Lucano, riferendosi all'abbandono dell'Urbe da parte dei cittadini19. Con quali speranze, ma soprattutto per quali ragioni i municipia della terra Italia avrebbero dovuto resistere a Cesare, calato non alla testa di orde barbariche ma atteggiato alla massima clemenza, alla tutela dei sacrosanti diritti dei tribuni e, al pi, alla ricerca di una personale vendetta per un'offesa altrettanto personale? Neppure i possidenti, i benpensanti' ciceroniani - peraltro non pi parte integrante dell'esercito - avrebbero potuto o voluto impegnarsi nella difesa della res publica, ideale reso sempre pi astratto dall'incessante spettacolo che i politici dell'Urbe erano riusciti a dare negli anni precedenti.

A differenza di Napoleone, dubitiamo invece che Pompeo ignorasse gli umori del popolo. Certo, non aveva afferrato quelli dei municipia italici, che probabilmente riteneva di conoscere attraverso le assicurazioni dei magistrati locali e le inedite manifestazioni seguite alla propria guarigione. Su Roma, per, non sbagliava. Nella citt che secondo Cassio Dione costituiva il premio dello scontro20, ormai giunto a quel fatidico 17 gennaio 49, egli aveva maturato una lunga esperienza di sfiducia, a vari livelli. Nei confronti della nobilitas e dell'intero senato, senza dubbio, ma anche della plebe. Temeva attentati e rivolte. La disperata missione affidatagli dal senatus consultum ultimum del 7 gennaio 49 era quella di difendere un centro urbano popolosissimo, che amava ormai Cesare (ma ai cui umori persino il popolare', da subito, avrebbe dovuto prestare estrema attenzione, in un rapporto costituito da lunghe assenze e da importanti riforme sociali). Per ragioni politicamente intuibili ma mai chiare sino in fondo, Pompeo, a detta di Cicerone, non si era invece preoccupato di dare alla popolazione felicit o decoro21. La stessa lotta contro la corruzione dovette rivelarsi un boomerang'.

In ogni caso, a nostro avviso, il rischio concreto nel 49 era che, all'avvicinarsi di Cesare, scoppiasse una rivolta ingestibile e che i romani finissero per aprire le porte al conquistatore della Gallia, cos come avvenuto in seguito alla prima delle due marce' sillane dell'82, quando la fame ebbe il sopravvento. Dovette quindi trattarsi, nell'ottica di Pompeo, di un abbandono forzato ma inevitabile. Il neppure troppo sottile gioco dei precedenti - da Temistocle al sacco gallico - fu un modo per giustificare il trauma da esso prodotto. Quest'ultimo, come abbiamo visto, era ben chiaro a Cesare, Cicerone, Lucano, Plutarco, Appiano e Cassio Dione. Lo era probabilmente anche a Livio, come emerge forse dalla stessa descrizione dell'antico episodio gallico.

Roma, invece, chiedeva altro. Ci era ben chiaro ai popolari', e soprattuto a Cesare. Probabilmente lo sarebbe stato anche al figlio adottivo Ottaviano, autore nel 43 di un'altra marcia' sull'Urbe - che gli apr le porte - nonch, nel 32, di un'abile e per noi eloquente manovra propagandistica. All'apice della tensione con Antonio (il tribuno cesariano del 49, ormai dominatore delle provinciae orientali e marito della regina Cleopatra), egli avrebbe reso pubblici i contenuti del testamento del nemico ancora in vita. La patente scorrettezza sarebbe riuscita a trasformare, agli occhi dei romani, un conflitto per il potere in quello tra due mondi. Cassio Dione ricorda:

... Il contenuto del testamento era tale che i romani non mossero alcun rimprovero a Ottaviano per il suo comportamento niente affatto regolare. Infatti Antonio affermava solennemente che Cesarione era davvero figlio di Cesare; diceva di avere dato splendidi doni ai figli di Cleopatra e che voleva essere sepolto in Alessandria accanto a quella donna. Sdegnati per questo, i romani pensarono che dovevano essere vere anche le altre voci, cio che, se avesse vinto, avrebbe fatto dono di Roma a Cleopatra e avrebbe trasferito in Egitto la sede dell'impero. ...

(Storia romana, 50,3,4-4,1)

L'Italia e le provinciae occidentali avrebbero allora giurato fedelt a Ottaviano. Roma avrebbe dovuto restare al centro. Per sempre.

1 Cicerone a Gaio Cassio Longino, da Brindisi, agosto 47.

2 La corrispondenza di Cicerone riprende il 5-13 gennaio 48, con una lettera mandata ad Attico dall'Epiro (Ad Attico, 11,1). Possediamo, per l'intero anno 48, 14 lettere di Cicerone ad Attico, di cui le prime 6 inviate dall'Epiro, dal campo di Pompeo e da Durazzo, volutamente prive di elementi attinenti alla campagna militare. A esse si sommano due lettere ricevute da Celio e Dolabella, da Roma e forse da Durazzo, risalenti a febbraio e a maggio. Per il 47 abbiamo invece 36 lettere inviate da Cicerone (di cui una contenente la citazione di una lettera inviata a Cesare ma perduta); per il 46 abbiamo 101 lettere inviate e una ricevuta; per il 45 abbiamo 130 lettere inviate e 9 ricevute.

3 A Marco Mario, da Roma, aprile-maggio 46.

4 Da Brindisi, 27 dicembre 48.

5 Vedi p. 299.

6 Tra le principali, la Guerra civile dello stesso Cesare - interrotta con le prime vicende egiziane (novembre 48) -, le tre opere dei suoi continuatori (Guerra alessandrina, africana, spagnola), le narrazioni di Appiano e Cassio Dione, nonch il Cesare di Svetonio e cinque biografie di Plutarco (Antonio, Catone, Cesare, Cicerone, Pompeo). L'opera di Lucano a noi pervenuta s'interrompe improvvisamente con Cesare assediato ad Alessandria (10,546); altri accenni ci giungono da Livio attraverso le Periochae, da Velleio Patercolo, Floro, Eutropio e Orosio.

7 Vedi pp. 288-289.

8 Vedi pp. 206-207.

9 Vedi p. 186.

10 Vedi p. 310.

11 Vedi p. 311.

12 Vedi pp. 314-315.

13 Vedi pp. 153-154.

14 Vedi p. 303.

15 Il medimno attico era una misura di capacit equivalente a quasi 52 litri.

16 Vedi Bibliografia, interpretazioni e approfondimenti, p. 358.

17 Vedi Bibliografia, interpretazioni e approfondimenti, pp. 358-359.

18 Vedi pp. 10, 165.

19 Vedi pp. 229, 10.

20 Vedi pp. 214, 296; per una simile immagine in Plutarco, vedi p. 294.

21 Vedi p. 243.

Bibliografia, interpretazioni
e approfondimenti

Offrire un'idea, pur approssimativa, di quantit e variet dei contributi critici sulle cause e lo svolgimento della guerra civile del 49-45 pare impresa disperata. Privilegiamo quindi, nella rassegna, le principali fonti e commenti, sempre indicando le edizioni italiane dalle quali sono state tratte, con eventuali modifiche, le traduzioni delle stesse.

Sulla corrispondenza ciceroniana vedi R. Tyrrell-L. Purser (a cura di), The Correspondence of M. Tullius Cicero Arranged According to its Chronological Order, I-VII, Hodges, Figgis & Co.-Longmans, Green & Co., Dublin-London 1904-19332; D.R. Shackleton Bailey (a cura di), Cicero's Letters to Atticus, I-VII, Cambridge University Press, Cambridge 1965-1970; Id. (a cura di), Cicero. Epistulae ad Familiares, I-II, Cambridge University Press, Cambridge 1977; Id. (a cura di), Cicero. Epistulae ad Quintum Fratrem et M. Brutum, Cambridge University Press, Cambridge 1980; A. Cavarzere (a cura di), Cicerone. Lettere ai familiari, I-II, Rizzoli, Milano 2007, dal quale sono anche tratte le traduzioni; quelle delle lettere ad Attico sono tratte da C. Vitali (a cura di), Marco Tullio Cicerone. Lettere ad Attico, I-III, Zanichelli, Bologna 1969; quelle delle lettere a Quinto da Id. (a cura di), Marco Tullio Cicerone. Lettere al fratello Quinto e a M.G. Bruto, Zanichelli, Bologna 1990.

Sull'opera di Cesare vedi A. Pennacini (a cura di), Gaio Giulio Cesare. Opera omnia, Einaudi-Gallimard, Torino 1993, dal quale sono tratte le traduzioni.

Sull'opera di Velleio Patercolo e quella di Floro vedi L. Agnes-J. Giacone Deangeli (a cura di), Le storie di G. Velleio Patercolo. Epitome e frammenti di L. Anneo Floro, UTET, Torino 1991, dal quale sono tratte le traduzioni.

Sulla Farsaglia di Lucano, e in particolare sui libri I-II, vedi P. Roche (a cura di), Lucan. De Bello Ciuili. Book I, Oxford University Press, Oxford 2009; E. Fantham (a cura di), Lucan. De Bello Civili. Book II, Cambridge University Press, Cambridge 1992; trad. da L. Canali-R. Badal (a cura di), Marco Anneo Lucano. La guerra civile o Farsaglia, Rizzoli, Milano 1981.

Sull'Antonio di Plutarco vedi C.B.R. Pelling (a cura di), Plutarch. Life of Antony, Cambridge University Press, Cambridge 1988; trad. da O. Andrei-R. Scuderi (a cura di), Plutarco. Vite parallele. Demetrio e Antonio, Rizzoli, Milano 1989.

Sul Catone minore di Plutarco vedi C. Bearzot-L. Ghilli (a cura di), Plutarco. Vite parallele. Focione e Catone Uticense, Rizzoli, Milano 1993, dal quale sono tratte le traduzioni.

Sul Cesare di Plutarco vedi A. Garzetti (a cura di), Plutarchi Vita Caesaris, La Nuova Italia, Firenze 1954; C.B.R. Pelling, Plutarch. Caesar, Oxford University Press, Oxford 2011; trad. da D. Magnino (a cura di), Plutarco. Vite parallele. Alessandro e Cesare, Rizzoli, Milano 1987.

Sul Cicerone di Plutarco vedi A.W. Lintott (a cura di), Plutarch. Demosthenes and Cicero, Oxford University Press, Oxford 2013; trad. da A. Burlando (a cura di), Plutarco. Vita di Demostene. Vita di Cicerone, Garzanti, Milano 1995.

Sul Pompeo di Plutarco vedi E. Luppino Manes-A. Marcone (a cura di), Plutarco. Vite parallele. Agesilao e Pompeo, Rizzoli, Milano 1989.

Sul Cesare di Svetonio vedi H.E. Butler-M. Cary (a cura di), C. Svetoni Tranquilli Divus Iulius, Clarendon Press, Oxford 1927; trad. da S. Lanciotti-F. Dess (a cura di), Svetonio. Vite dei Cesari, I, Rizzoli, Milano 1994.

Sulle Guerre civili di Appiano vedi E. Gabba-D. Magnino (a cura di), Le guerre civili di Appiano, UTET, Torino 2001, dal quale sono tratte le traduzioni; sul libro II delle Guerre civili vedi C. Carsana, Commento storico al libro II delle Guerre civili di Appiano (parte I), ETS, Pisa 2007.

Sul libro XLI della Storia romana di Cassio Dione vedi N. Berti, La guerra di Cesare contro Pompeo. Commento storico a Cassio Dione libro XLI, Jaca Book, Milano 1988; trad. da G. Norcio (a cura di), Cassio Dione. Storia romana, I-III, Rizzoli, Milano 1995-1996.

Sul Breviario di Eutropio vedi F. Bordone-F. Gasti (a cura di), Eutropio. Storia di Roma, Rusconi, Santarcangelo di Romagna 2014, dal quale sono tratte le traduzioni.

Sulle Storie contro i pagani di Orosio vedi A. Lippold (a cura di), Orosio. Le storie contro i pagani, I-II, Fondazione Lorenzo Valla-Mondadori, Milano 1976, dal quale sono tratte le traduzioni.

Sulle leggi vedi G. Rotondi, Leges publicae populi Romani. Elenco cronologico con una introduzione sull'attivit legislativa dei comizi romani. Estratto dalla Enciclopedia Giuridica Italiana, Societ editrice libraria, Milano 1912.

Sulle riunioni senatorie tra il 68 e il 43 vedi P. Stein, Die Senatssitzungen der Ciceronischen Zeit (68-43), Diss., Mnster 1930.

Sulle magistrature vedi T.R.S. Broughton, The Magistrates of the Roman Republic, I-II, American Philological Association, New York 1951-1952; T.R. Shannon, Supplement to The Magistrates of the Roman Republic, American Philological Association, New York 1960.

Avvertenza

Sull'espressione greca vedi J. Taillardat, Comica, Revue des tudes Grecques 64, 1951, pp. 4-20, 4-9; Y. Gomez Gane, Il dado  tratto' (Giulio Cesare e Ludovico Domenichi), La lingua italiana 11, 2015, pp. 99-106.

Introduzione

1. Rubicone

Il periodo 11-12 gennaio  determinabile in base a due dati. Il primo  il tempo richiesto a Curione e ai tribuni, partiti la notte tra il 7 e l'8 da Roma (vedi p. 172), per raggiungere Cesare a Ravenna o pi probabilmente a Rimini, quantificabile in 3 giorni di viaggio (vedi p. 166); sarebbero quindi giunti a destinazione al pi presto la notte tra il 10 e l'11, anche se le notizie del senatoconsulto del 7 dovevano averli preceduti (cos Svetonio, Cesare, 31,1). Il secondo  il tempo richiesto alle notizie della presa di Rimini, ma anche di quella successiva di Ancona - ma non necessariamente quella di Arezzo - di giungere a Roma entro la prima parte della giornata del 17 gennaio (vedi pp. 196-197, 202). Poich Ancona dista da Rimini circa 64 miglia, la fanteria legionaria avrebbe impiegato almeno altri tre giorni per raggiungerla; circa 180 miglia  invece la distanza che separa Ancona da Roma, percorribili da un corriere veloce al pari di Curione in poco pi di due giorni, ci che fa propendere per la datazione del passaggio del Rubicone non oltre il 12. A livello di datazione assoluta, tra le due possibili corrispondenze dell'11 gennaio 49 del calendario repubblicano con il calendario astronomico - 24 novembre 50 per Groebe o 16 dicembre 50 per Le Verrier (vedi Avvertenza, p. v) -, J. Carcopino, Jules Csar, Presses Universitaires de France, Paris 19685, p. 361 n. 2 ipotizza che la terza luna menzionata da Lucano, Farsaglia, 1,218-219 (vedi p. 180) sia la terza luna piena dell'inverno, visibile a partire dal 17 dicembre 50 astronomico; lo studioso, considerando ci conferma al sistema adottato da Le Verrier, propenderebbe a fissare la data del passaggio del Rubicone proprio allora (quindi il 12 gennaio 49 del calendario repubblicano). Utile cronologia dell'intero periodo in A.C. Mller, Untersuchungen zu Caesars italischem Feldzug 49 v.Chr. Chronologie und Quellen, Diss., Mnchen 1972.

Sulla linea Arno-Rubicone vedi U. Laffi, La provincia della Gallia Cisalpina, ora in Id., Studi di storia romana e di diritto, ESI, Roma 2001, pp. 209-235, 212; M. Sordi, Silla e lo ius pomerii proferendi, in Ead. (a cura di), Il confine nel mondo classico, Vita e Pensiero, Milano 1987, pp. 200-211; N. Berti, Il Rubicone, confine religioso e politico, e l'inizio della guerra civile tra Cesare e Pompeo, in Sordi (a cura di), Il confine cit., pp. 212-233.

Ringrazio Alberto Dalla Rosa per un fruttuoso scambio di idee sul valore di questo confine'.

Anno 703 citato in Vell. 2,49,1.

2. Un difficile incarico

Sulla dittatura e l'esempio di Silla vedi A. Keaveney, Sulla: The Last Republican, Routledge, London-New York 20052; F. Santangelo, Sulla, the Elites and the Empire, Brill, Leiden 2007.

Sulle proscrizioni vedi anche F. Hinard, Les Proscriptions de la Rome rpublicaine, cole Franaise de Rome, Rome 1985; sullo smantellamento della costituzione sillana' vedi anche U. Laffi, Il mito di Silla, Athenaeum 45, 1967, pp. 177-213, 255-277.

Su Cesare come serpe in seno cfr. Cic. Att. 7,3,4.

3. Un rapido collasso e l'incredibile fuga da Roma

Sulla velocit di Cesare basti citare M. Rambaud, L'art de la dformation historique dans les Commentaires de Csar, Les Belles Lettres, Paris 19662, pp. 251-256.

Su composizione e attendibilit dei Commentarii sulla guerra civile vedi anche D. Vottero, in Pennacini (a cura di), Gaio cit., pp. 1163-1173; per approfondimenti vedi J.H. Collins, On the Date and Interpretation of the Bellum Civile, The American Journal of Philology 80, 1959, pp. 113-132; Id., Caesar as Political Propagandist, in H. Temporini (a cura di), Aufstieg und Niedergang der rmischen Welt, I, 1,1, de Gruyter, Berlin-New York 1972, pp. 922-966; M.T. Boatwright, Caesar's Second Consulship and the Completion and Date of the Bellum Civile, The Classical Journal 84, 1988, pp. 31-40; M. Jehne, Caesar und die Krise von 47 v. Chr., in G. Urso (a cura di), L'Ultimo Cesare. Scritti, riforme, progetti, poteri, congiure (Cividale del Friuli, 16-18 settembre 1999), L'Erma di Bretschneider, Roma 2000, pp. 151-173; K. Raaflaub, Bellum Civile, in M. Griffin (a cura di), A Companion to Julius Caesar, Wiley-Blackwell, Chichester 2009, pp. 175-191; L. Grillo, The Art of Caesar's Bellum Civile. Literature, Ideology, and Community, Cambridge University Press, Cambridge 2012.

Su Lucano e le sue fonti storiche vedi Roche (a cura di), Lucan cit., pp. 42-43; sull'ideologia vedi E. Narducci, Lucano. Un'epica contro l'impero, Laterza, Roma-Bari 2002.

Ringrazio Paolo Esposito per il ricchissimo scambio di idee sull'autore latino.

4. Lo sguardo di Cicerone

Sulla voce di Cesare e l'inevitabilit degli eventi vedi L. Canfora, Cesare. Il dittatore democratico, Laterza, Roma-Bari 1999, pp. vii-ix.

Secolo breve'  definizione che Emanuele Narducci, rifacendosi a quella coniata da Eric John Ernest Hobsbawm per il Novecento, ha applicato al periodo tra guerra sociale e principato augusteo: E. Narducci, Cicerone nel secolo breve', in Id. (a cura di), Cicerone. Prospettiva 2000. Atti del I Symposium Ciceronianum Arpinas (Arpino 5 maggio 2000), Le Monnier, Firenze 2001, pp. 1-15; su rivoluzione romana' come periodo dal 60 al principato augusteo vedi R. Syme, The Roman Revolution, Oxford University Press, Oxford 1939 (trad. it. a cura di G. Traina, Einaudi, Torino 2014); sull'ultima generazione' repubblicana vedi E.S. Gruen, The Last Generation of the Roman Republic, University of California Press, Berkeley-Los Angeles 1974.

Sulle varie letture dell'epistolario di Cicerone vedi E. Narducci, Boissier, Cicerone, il Cesarismo, ora in Id., Cicerone e i suoi interpreti. Studi sull'Opera e la Fortuna, ETS, Pisa 2004, pp. 277-311. Sul carattere informativo della corrispondenza vedi Cic. fam. 2,4,1.

Per una biografia - e bibliografia - ciceroniana basti citare E. Narducci, Cicerone. La parola e la politica, Laterza, Roma-Bari 2009; per una cronologia vedi N. Marinone, Cronologia ciceroniana, a cura di E. Malaspina, Ptron, Bologna 20042.

Sul suo ruolo nella guerra civile vedi P.A. Brunt, Cicero's officium in the Civil War, The Journal of Roman Studies 76, 1986, pp. 12-32. Sulla corrispondenza come testimonianza delle posizioni della classe dirigente vedi D.R. Shackleton Bailey, The Roman Nobility in the Second Civil War, The Classical Quarterly 10, 1960, pp. 253-267.

Sulla figura di Attico vedi E. Narducci, Il personaggio' di Attico: da Cornelio Nepote a Montaigne, in Id., Interpreti cit., pp. 145-189; Id., Parola cit., pp. 218-232.

Commento storico all'Attico di Cornelio Nepote  N. Horsfall (a cura di), Cornelius Nepos. A selection, including the lives of Cato and Atticus, Clarendon Press, Oxford 1989; trad. da E. Narducci-C. Vitali (a cura di), Cornelio Nepote. Vite dei massimi condottieri, Rizzoli, Milano 1986.

Su Trebazio vedi W.H. Alexander, Cicero on C. Trebatius Testa, The Classical Bulletin 38, 1962, pp. 65-69, 74-76.

Su Celio vedi P. Cordier, M. Caelius Rufus, le prteur rcalcitrant, Mlanges de l'cole Franaise de Rome. Antiquit 106 (1994), pp. 533-577; Narducci, Parola cit., pp. 257-276.

Parte prima. Gli antefatti

I. La scena e i protagonisti

Trad. del Manuale ciceroniano da P. Fedeli (a cura di), Quinto Tullio Cicerone. Manualetto di campagna elettorale, Salerno, Roma 1987.

1. Il cuore (troppo) grande della res publica

Commento alla Repubblica ciceroniana in J.E.G. Zetzel (a cura di), Cicero. De Re Publica. Selections, Cambridge University Press, Cambridge 1985; trad. da A. Resta Barrile (a cura di), Cicerone. Dello Stato, Zanichelli, Bologna 1992.

Sul pomerium e sulle mura serviane basti citare Liv. 1,44,3-5; sull'importanza della spazialit a livello politico-giuridico vedi P. Catalano, Aspetti spaziali del sistema giuridico-religioso romano. Mundus, templum, urbs, ager, Latium, Italia, in W. Haase (a cura di), Aufstieg und Niedergang der rmischen Welt, II, 16,1, de Gruyter, Berlin-New York 1978, pp. 440-552; sull'uccisione di Remo basti citare Liv. 1,7,1-3; sui 500.000 abitanti alla met del I secolo vedi E. Lo Cascio, La popolazione, in Id. (a cura di), Roma imperiale: una metropoli antica, Carocci, Roma 2000, p. 38; sulle condizioni di vita vedi Z. Yavetz, The Living Conditions of the Urban Plebs in Republican Rome, Latomus 17, 1958, pp. 500-517.

Commento alle Leggi ciceroniane in A.R. Dyck, A Commentary on Cicero, De Legibus, University of Michigan Press, Ann Arbor 2004; trad. da A. Resta Barrile (a cura di), Cicerone. Delle Leggi, Zanichelli, Bologna 1985.

Sulle diverse idee di res publica vedi anche H.I. Flower, Roman Republics, Princeton University Press, Oxford 2010.

Sulla cittadinanza vedi G. Luraschi, Sulle leges de civitate (Iulia, Calpurnia, Plautia Papiria), Studia et Documenta Historiae et Iuris 44, 1978, pp. 321-370. Sui censimenti tra 114 e 69 vedi C. Nicolet, Rendre  Csar. conomie et socit dans la Rome antique, Gallimard, Paris 1988, p. 47. Su cause e svolgimento della guerra sociale vedi infra, Pompeo. Formazione ed egemonia di un carnefice adolescente', p. 328.

Sulle elezioni e le assemblee vedi L.R. Taylor, The Voting Districts of the Roman Republic. The Thirty-five Urban and Rural Tribes, American Academy, Rome 1960; Ead., Roman Voting Assemblies. From the Hannibalic War to the Dictatorship of Caesar, University of Michigan Press, Ann Arbor 1966; A. Yakobson, Elections and Electioneering in Rome. A Study in the Political System of the Late Republic, Steiner, Stuttgart 1999.

Sui cavalieri basti citare C. Nicolet, L'ordre questre  l'poque rpublicaine, I-II, De Boccard, Paris 1966-1974.

Sulla plebs urbana basti citare N. Purcell, The City of Rome and the plebs urbana in the Late Republic, in The Cambridge Ancient History, IX, Cambridge University Press, Cambridge 19942, pp. 644-688.

Sulla legislazione frumentaria basti citare C. Virlouvet, Les lois frumentaires d'poque rpublicaine, in Le ravitaillement en bl de Rome et des centres urbains des dbuts de la rpublique jusqu'au haut empire. Actes du colloque international (Naples, 14-16 Fvrier 1991), cole Franaise de Rome, Naples-Rome 1994, pp. 11-29.

Sull'approvvigionamento di Roma e la carestia vedi C. Virlouvet, Famines et meutes  Rome des origines de la Rpublique  la mort de Nron, cole Franaise de Rome, Rome 1985; A. Tchernia, Le ravitaillement de Rome: les rponses aux contraintes de la gographie, in B. Marin-C. Virlouvet (a cura di), Nourrir les cits de Mditerrane. Antiquit-Temps modernes, Maisonneuve & Larose, Paris 2003, pp. 45-60; C. Virlouvet, L'approvvisionnement de Rome en denres alimentaires de la Rpublique au Haut-Empire, in Marin-Virlouvet (a cura di), Nourrir cit., pp. 61-82.

Sulla clientela basti citare E. Deniaux, Clientles et pouvoir  l'poque de Cicron, cole Franaise de Rome, Rome 1993.

Sulla corruzione elettorale vedi J. Linderski, Buying the Vote. Electoral Corruption in the Late Republic, The Ancient World 11, 1985, pp. 87-94; E. Deniaux, De l'ambitio  l'ambitus: les lieux de la propagande et de la corruption lectorale  la fin de la rpublique, in L'Urbs. Espace urbain et histoire (Ier sicle av. J.-C.-IIIe sicle ap. J.-C.). Actes du colloque international (Rome, 8-12 mai 1985), cole Franaise de Rome, Rome 1987, pp. 279-304; L. Fascione, L'ambitus e la Pro Plancio, in B. Santalucia (a cura di), La repressione criminale nella Roma repubblicana tra norma e persuasione, IUSS Press, Pavia 2009, pp. 357-382.

Commento alla Difesa di Murena in E. Fantham (a cura di), Cicero's Pro L. Murena Oratio, Oxford University Press, Oxford 2013; trad. da G. Ferrara-C. Giussani-S. Rizzo (a cura di), Marco Tullio Cicerone. Due scandali politici. Pro Murena. Pro Sestio, Rizzoli, Milano 1988.

Sull'assenza di un corpo di polizia vedi W. Nippel, Public Order in Ancient Rome, Cambridge University Press, Cambridge 1995; sulla violenza vedi P.J.J. Vanderbroeck, Popular Leadership and Collective Behavior in the Late Roman Republic (ca. 80-50 B.C.), Gieben, Amsterdam 1987; A.W. Lintott, Violence in Republican Rome, Oxford University Press, Oxford 19992.

Commento alla Difesa di Sestio in R.A. Kaster, Cicero. Speech on Behalf of Publius Sestius, Clarendon Press, Oxford 2006; trad. da Ferrara-Giussani-Rizzo (a cura di), Scandali cit.

Sulle contiones e l'opinione pubblica vedi F. Millar, The Crowd in Rome in the Late Republic, University of Michigan Press, Ann Arbor 1998; H. Mouritsen, Plebs and Politics in the Late Roman Republic, Cambridge University Press, Cambridge 2001; R. Morstein-Marx, Mass Oratory and Political Power in the Late Roman Republic, Cambridge University Press, Cambridge 2004; cfr. K.-J. Hlkeskamp, Modelli per una repubblica. La cultura politica dell'antica Roma e la ricerca degli ultimi decenni, trad. it. L'Erma di Bretschneider, Roma 2016.

Sulle pratiche ostruzionistiche vedi L. de Libero, Obstruktion. Politische Praktiken im Senat und in der Volksversammlung der ausgehenden rmischen Republik (70-49 v. Chr.), Steiner, Stuttgart 1992; sul rapporto tra religione e votazioni vedi J. Linderski, The Augural Law, in W. Haase (a cura di), Aufstieg und Niedergang der rmischen Welt, II, 16,3, de Gruyter, Berlin-New York 1986, pp. 2146-2312; C. Bergemann, Politik und Religion im sptrepublikanischen Rom, Steiner, Stuttgart 1992.

Sull'importanza delle dimore palatine vedi A. Carandini, Domus e insulae sulla pendice settentrionale del Palatino, in Id., Schiavi in Italia. Gli strumenti pensanti dei Romani fra tarda Repubblica e medio Impero, NIS, Roma 1988, pp. 359-387. Sulle propriet urbane e il loro valore vedi S.E. Craver, Urban Real Estate in Late Republican Rome, Memoirs of the American Academy in Rome 55, 2010, pp. 135-158.

Sui termini nobilitas e novitas vedi P.A. Brunt, Nobilitas and novitas, The Journal of Roman Studies 72, 1982, pp. 1-17.

Sull'imperialismo romano basti citare i classici E. Badian, Roman Imperialism in the Late Republic, Cornell University Press, New York 1968; W.V. Harris, War and Imperialism in Republican Rome, 327-70 BC, Clarendon Press, Oxford 1979; e il recente F. Hurlet, (Re)penser l'Empire romain. Le dfi de la comparaison historique, in La notion d'empire dans les mondes antiques. Bilan historiographique, Universit de Franche-Comt, Besanon 2011, pp. 107-140.

Sui publicani basti citare M.R. Cimma, Ricerche sulle societ di publicani, Giuffr, Milano 1981.

Sull'esercito basti citare A. Keaveney, The Army in the Roman Revolution, Routledge, London-New York 2007.

Sulle ideologie vedi J.L. Ferrary, Le idee politiche a Roma nell'epoca repubblicana, in L. Firpo (a cura di), Storia delle idee politiche economiche e sociali, I, UTET, Torino 1982, pp. 723-804; G. Zecchini (a cura di), Partiti' e fazioni nell'esperienza politica romana, Vita e Pensiero, Milano 2009.

Sul concetto di libert' vedi C. Wirszubski, Libertas. Il concetto politico di libert a Roma tra repubblica e impero. Con una appendice di Arnaldo Momigliano, trad. it. Laterza, Bari 1957; P.A. Brunt, Libertas in the Republic, in Id., The Fall of the Roman Republic and Related Essays, Clarendon Press, Oxford 1988, pp. 281-350.

Su Benjamin Constant, antichi' e moderni' vedi da ultimo L. Fezzi, Il rimpianto di Roma. Res publica, libert neoromane' e Benjamin Constant, agli inizi del terzo millennio, Le Monnier, Firenze 2012.

Su provocatio e giustizia vedi i contributi in Santalucia (a cura di), La repressione cit., tra cui: F. Coarelli, I luoghi del processo (pp. 3-13), A.W. Lintott, Provocatio e iudicium populi dopo Kunkel (pp. 15-24), M. Jonca, The scope of exilium voluntarium in the Roman republic (pp. 77-91); vedi anche J.-M. David, Le patronat judiciaire au dernier sicle de la rpublique romaine, cole Franaise de Rome, Rome 1992; E. Narducci, Processi ai politici nella Roma antica, Laterza, Roma-Bari 1995; O. Licandro, Candidature e accusa criminale: strumenti giuridici e lotta politica nella tarda repubblica, Index 25, 1997, pp. 447-471.

Sul senato e il suo funzionamento vedi M. Bonnefond-Coudry, Le snat de la rpublique romaine. De la guerre d'Hannibal  Auguste: pratiques dlibratives et prise de dcision, cole Franaise de Rome, Rome 1989; per altre problematiche vedi A. Ormanni, Il regolamento interno del senato romano nel pensiero degli storici moderni sino a Theodor Mommsen: contributo a una storia della storiografia sul diritto pubblico romano, Giannini, Napoli 1990.

Sul senatus consultum ultimum e i rapporti dell'istituto con dittatura, tumultus e iustitium vedi J. Ungern-Sternberg von Prkel, Untersuchungen zum sptrepublikanischen Notstandsrecht. Senatus consultum ultimum und hostis-Erklrung, Beck, Mnchen 1970; cfr. A. Guarino, Senatus consultum ultimum, in W.G. Becker-L. Schnorr von Carolsfeld (a cura di), Sein und Werden im Recht. Festgabe fr Ulrich von Lbtow, Duncker & Humblot, Berlin 1970, pp. 281-294; T.N. Mitchell, Cicero and the senatus consultum ultimum, Historia 20, 1971, pp. 47-61; C. Masi Doria, Salus populi suprema lex esto. Modelli costituzionali e prassi del Notstandrecht' nella res publica romana, in Ead., Poteri magistrature processi nell'esperienza costituzionale romana, Jovene, Napoli 2015, pp. 1-21.

Trad. della Congiura di Catilina da R. Ciaffi (a cura di), C. Sallustio Crispo. Opere complete, Bompiani, Milano 1983.

2. Roma. Una citt sempre difesa

Versione liviana su Tarpea e il successivo scontro in 1,11,6-13,5; commento in R.M. Ogilvie, A Commentary on Livy. Books 1-5, Clarendon Press, Oxford 1965, pp. 74-79; trad. dei libri I, II, V, VI e VII da C. Moreschini-M. Scandola (a cura di), Tito Livio. Storia di Roma dalla sua fondazione, I-III, Rizzoli, Milano 1982.

Romolo la difese dai fidenati che devastavano i campi (Liv. 1,14,5), Tullo Ostilio dagli albani, che piantarono l'accampamento a non pi di 5 miglia (Liv. 1,23,3), guidati prima dal re Cluilio - da cui il nome della localit delle fosse Cluilie -, e poi dal dittatore Mezio Fufezio, vicenda risolta dal duello tra Orazi e Curiazi; Tarquinio Prisco dai sabini che superarono l'Aniene (Liv. 1,36,1). Commento in Ogilvie, Commentary cit., ad loc.

Versione liviana della cacciata di Tarquinio in 1,58,1-60,3; commento in Ogilvie, Commentary cit., pp. 223-230; cfr. D. Briquel, Mythe et rvolutio. La fabrication d'un rcit: la naissance de la rpublique  Rome, Latomus, Bruxelles 2007.

Versione liviana della vicenda di Porsenna, Orazio Coclite e Muzio Scevola in 2,9,1-13,5; commento in Ogilvie, Commentary cit., pp. 255-266.

Sugli eventi successivi vedi in particolare Liv. 2,18,4-5 (501); 2,24,1-8 e 2,26,1-3 (495); 2,43,2 (481); 2,51,1-9 (477); 2,63,2-4 (469); 2,64,3 (468); 3,3,1-6 (465); 3,5,1-4 (464); 3,7,1-3 (463); 3,8,7 (462); 3,15,4-18,11 (460); 3,26,1 (458); 3,30,4 (457); 3,38,1-42,7 e 3,51,10 e 3,54,10 (450); 3,66,5-69,10 (446); 4,2,13-14 (445); 4,21,6-10 (435); 4,26,1-12 (431); 5,18,7-12 (396). Commento in Ogilvie, Commentary cit., ad loc.

Versione liviana del sacco gallico in 5,35,1-55,5; commento in Ogilvie, Commentary cit., pp. 713-752; sulle molte altre fonti vedi O. Skutsch, The Fall of the Capitol, The Journal of Roman Studies 43, 1953, pp. 77-78; M. Sordi, Il Campidoglio e l'invasione gallica del 386 a.C., in Ead. (a cura di), I santuari e la guerra nel mondo classico, Vita e Pensiero, Milano 1984, pp. 82-91; U. Roberto, Roma capta. Il sacco della citt dai Galli ai Lanzichenecchi, Laterza, Roma-Bari 2012, pp. 3-23. Sulla vicenda vedi anche D. Briquel, La prise de Rome par les Gaulois: lecture mythique d'un vnement historique, Presses de l'Universit de Paris-Sorbonne, Paris 2008. Sulla riflessione letteraria e la figura di Camillo vedi S.P. Oakley, Reading Livy's Book 5, in B. Mineo (a cura di), A Companion to Livy, Wiley-Blackwell, Chichester 2015, pp. 230-242. Sui riferimenti alla guerra civile vedi anche J.F. Gaertner, Livy's Camillus and the Political Discourse of the Late Republic, The Journal of Roman Studies 98, 2008, pp. 27-52.

Trad. della Natura degli animali di Eliano da F. Maspero (a cura di), Claudio Eliano. La natura degli animali, II, Rizzoli, Milano 1998.

Sulle oche mantenute a spese pubbliche vedi anche Cic. Rosc. 56; Plin. NH 10,51.

Su hic manebimus optime vedi R. Tosi, Dizionario delle sentenze latine e greche, Rizzoli, Milano 1991, p. 371; E. Citernesi-A. Bencini, Latinorum. Dizionario del latino contemporaneo, Le Monnier, Firenze 1997, p. 114.

Sugli avvenimenti successivi vedi in particolare Liv. 6,2,7 (389); 6,28,1-4 (380); 6,42,4-8 (367); 7,9,5-6 (361); 7,11,2-9 (360); 7,12,1-4 (359); 7,12,7-11 (358); 7,17,6-9 (355); 7,19,8-10 (353); 7,23,1-4 (350); 7,25,12 (349). Commento in S.P. Oakley, A Commentary on Livy. Books VI-X, I-II, Clarendon Press, Oxford 1997-1998, ad loc.

Sull'avanzata di Pirro vedi Plut. Pyrrh. 17,9 (300 stadii da Roma); App. Samn. 10,10 (Anagni); Flor. 1,13,24 (Preneste); Ampel. 28,3; 45,2 (20 miglia); Vir. ill. 35,6 (20 miglia); Eutrop. 2,12,1 (Preneste, 18 miglia); cfr. P. Corbier, Pyrrhus en Italie: rflexion sur les contradictions des sources, Pallas 79, 2009, pp. 221-231; A. Kubler, Pyrrhus et Hannibal: deux figures de la peur de l'ennemi  Rome, in S. Coin-Longeray-D. Vallat (a cura di), Peurs antiques, Publications de l'Universit de Saint-tienne, Saint-tienne 2015, pp. 301-313.

Sull'incursione di Annibale nel 211 fonti principali sono Polib. 9,5,8-7,10; Liv. 26,7,1-11,13; altre fonti e discussione in E.T. Salmon, Hannibal's March on Rome, Phoenix 41, 1957, pp. 153-163; cfr. Kubler, Pyrrhus cit. Trad. del Fabio Massimo da R. Guerrini-A. Santoni-P.A. Stadter (a cura di), Plutarco. Vite parallele. Pericle e Fabio Massimo, Rizzoli, Milano 1991.

Su Coriolano vedi Liv. 2,39,2-40,12 (commento in Ogilvie, Commentary cit., pp. 331-336); DH 8,1,1-62,3; altre fonti e commento in T.J. Cornell, Coriolanus: Myth, History and Performance, in D.C. Braund-C. Gill (a cura di), Myth, History and Culture in Republican Rome. Studies in Honour of T.P. Wiseman, University of Exeter Press, Exeter 2003, pp. 73-97. Trad. delle Antichit di Dionigi di Alicarnasso da F. Donadi-E. Guzzi-G. Pedull (a cura di), Dionigi di Alicarnasso. Le antichit romane, Einaudi, Torino 2010.

Sull'episodio del 342 vedi Liv. 7,38,5-41,8 (commento in S.P. Oakley, A Commentary on Livy. Books VI-X, cit., II, pp. 342-387).

Ringrazio Michele Bellomo per la segnalazione e lo scambio di idee avuto sullo stesso.

Sull'assassinio di Tiberio Gracco vedi Plut. T. Gracch. 16,1-19,10; App. BC 1,64-70; sulla morte di Gaio Gracco vedi Plut., G. Gracch., 15,1-18,1; App. BC, 1,114-120; sul senatus consultum ultimum vedi Cic. Phil. 8,14.

Sulle marce su Roma' tra l'88 e l'82 basti citare Keaveney, Sulla cit., pp. 45-123; cfr. R.A. Bauman, The hostis declarations of 88 and 87 B.C., Athenaeum 51, 1973, pp. 270-293; sul massacro della villa publica e le sue versioni contrastanti vedi Keaveney, Sulla cit., pp. 124-126; sulle proscrizioni e le problematiche scaturite vedi anche Hinard, Les proscriptions cit., pp. 17-233.

Su Mario e le sue guerre vedi R.J. Evans, Gaius Marius: a Political Biography, University of South Africa, Pretoria 1994; su Sertorio vedi C.F. Konrad, Plutarch's Sertorius: a Historical Commentary, University of North Carolina Press, Chapel Hill 1994.

Trad. del Silla di Plutarco da M.G. Angeli Bertinelli-M. Manfredini-L. Piccirilli-G. Pisani (a cura di), Plutarco. Le vite di Lisandro e di Silla, Fondazione Lorenzo Valla-Mondadori, Milano 1997.

Sugli eventi del 77 e Lepido vedi L. Labruna, Il console sovversivo. Marco Emilio Lepido e la sua rivolta, Liguori, Napoli 1976.

Sulla marcia di Ottaviano vedi L. Canfora, La prima marcia su Roma, Laterza, Roma-Bari 2007.

3. Pompeo. Formazione ed egemonia di un carnefice adolescente'

Su Pompeo vedi in particolare E. Meyer, Caesars Monarchie und das Principat des Pompejus. Innere Geschichte Roms von 66 bis 44 v. Chr., Cotta, Stuttgart-Berlin 19223; M. Gelzer, Pompeius, Bruckmann, Mnchen 1949; J. Van Ooteghem, Pompe le Grand, btisseur d'Empire, Acadmie Royale de Belgique, Bruxelles 1954; J. Leach, Pompey the Great, Croom Helm, London 1978; R. Seager, Pompey the Great: A Political Biography, Blackwell, Oxford 1979; K. Christ, Pompeius. Der Feldherr Roms. Eine Biographie, Beck, Mnchen 2004.

Sulla guerra sociale vedi A. Keaveney, Rome and the Unification of Italy, Croom Helm, London-Sidney 1987, pp. 3-158; S.L. Kendall, The Struggle for Roman Citizenship: Romans, Allies, and the Wars of 91-77 BCE, Gorgias Press, Piscataway 2013; C.J. Dart, The Social War, 91 to 88 BCE: A History of the Italian Insurgency against the Roman Republic, Ashgate, Dorchester 2014.

Sulla cittadinanza ai transpadani vedi anche E. Gabba, Problemi della romanizzazione della Gallia Cisalpina in et triumvirale e augustea, ora in Id., Italia romana, New Press, Como 1994, pp. 237-246.

Sulla morte del padre vedi O.D. Watkins, The Death of Cn. Pompeius Strabo, Rheinisches Museum fr Philologie 131, 1988, pp. 143-150.

Trad. delle orazioni Contro Verre da N. Marinone-L. Fiocchi-D. Vottero (a cura di), Marco Tullio Cicerone. Il processo di Verre, II, Rizzoli, Milano 1992; in generale, sulla cerimonia e il suo valore vedi M. Beard, The Roman Triumph, Cambridge University Press, Cambridge 2007.

Trad. dell'orazione Per la legge Manilia da G. Bellardi (a cura di), Marco Tullio Cicerone. Le orazioni, II, UTET, Torino 1981.

Sulla campagna in Sicilia e in Africa vedi anche E. Badian, The Date of Pompey's First Triumph, Hermes 83, 1955, pp. 107-118.

Sui funerali di Silla vedi in particolare Vanderbroeck, Popular cit., p. 220; sulla posizione di Pompeo in quegli anni vedi F.J. Vervaet, Pompeius' Career from 79 to 70 BCE: Constitutional, Political and Historical Considerations, Klio 91, 2009, pp. 406-434.

Sulla repressione di Lepido e il coinvolgimento di Pompeo, sul suo impegno in Spagna e sul trofeo, vedi in particolare Seager, Pompey cit., pp. 15-21.

Sulle tensioni economiche in Roma vedi in particolare Vanderbroeck, Popular cit., pp. 220-221.

Sulla rivolta di Spartaco e la sua repressione vedi da ultimo B. Strauss, The Spartacus War, Simon and Schuster, New York 2009; sulla posizione di Crasso vedi F.J. Vervaet, Crassus' Command in the War Against Spartacus (73-71 BCE): His Official Position, Forces and Political Spoils, Klio 96, 2014, pp. 607-644.

Su Crasso vedi F.E. Adcock, Marcus Crassus, Millionaire, Heffer, Cambridge 1966; B.A. Marshall, Crassus. A Political Biography, Hakkert, Amsterdam 1976; A.M. Ward, Marcus Crassus and the Late Roman Republic, Missouri University Press, Columbia MO 1977.

Trad. del Crasso di Plutarco da L. Canfora-D. Manetti-A. Garzetti (a cura di), Plutarco. Vite parallele. Nicia e Crasso, Rizzoli, Milano 1987.

Sulla contio e il rappacificamento vedi in particolare Vanderbroeck, Popular cit., pp. 221-222; D. Dzino, Annus mirabilis: 70 BC re-examined, Ancient History 32, 2002, pp. 99-117.

Su Varrone vedi Gell. 14,7,1-13.

4. Cesare. Un patrizio all'ombra di Pompeo

Sulla figura di Cesare limitiamoci a segnalare M. Gelzer, Caesar der Politiker und Staatsmann, Callwey, Mnchen 19413; Carcopino, Csar cit.; H. Strasburger, Caesar im Urteil seiner Zeitgenossen, Wissenschaftliche Buchgesellschaft, Darmstadt 19682; S. Weinstock, Divus Iulius, Clarendon Press, Oxford 1971; Z. Yavetz, Julius Caesar and his Public Image, Cornell University Press, Ithaca NY 1983; C. Meier, Giulio Cesare, Garzanti, Milano 1993; K. Christ, Caesar. Annherung an einem Diktator, Beck, Mnchen 1994; Canfora, Cesare cit.; altra bibliografia in H. Gesche, Caesar, Wissenschaftliche Buchgesellschaft, Darmstadt 1976.

Su Gaio Aurelio Cotta vedi anche J. Malitz, C. Aurelius Cotta cos. 75 und seine Rede in Sallusts Historien, Hermes 100, 1972, pp. 359-386.

Sulla contio per la zia vedi anche Vanderbroeck, Popular cit., pp. 222-223; sulle cerimonie funebri vedi in particolare Polib. 6,53,1-54,3.

Sulla partenza anzitempo vedi anche Canfora, Cesare cit., pp. 19-21. Plutarco pone la riflessione su Alessandro ai tempi della pretura (Caes. 11,5-6) e il sogno la notte precedente al passaggio del Rubicone (Caes. 32,9). Come Svetonio, anche DC 37,52,2 e 41,24,1-2 pongono invece il sogno all'epoca della questura.

Sulla pirateria in generale e sulla successiva impresa di Pompeo vedi P. de Souza, Piracy in the Graeco-Roman World, Cambridge University Press, Cambridge-New York 1999.

Sui Doveri vedi A.R. Dyck, A Commentary on Cicero, De Officiis, University of Michigan Press, Ann Arbor 1996; trad. da E. Narducci-A. Resta Barrile (a cura di), Marco Tullio Cicerone. I doveri, Rizzoli, Milano 1987.

Sulla legge Gabinia e la votazione vedi in particolare Vanderbroeck, Popular cit., pp. 223-225; cfr. A.M. Ward, Cicero's Support of the lex Gabinia, The Classical World 63, 1969, pp. 8-10; S. Jameson, Pompey's imperium in 67. Some Constitutional Fictions, Historia 19, 1970, pp. 539-560.

Sulla legge del 67 contro l'ambitus e sulla rogatio Manilia sui liberti vedi in particolare Rotondi, Leges cit., pp. 374-375.

Sull'ammutinamento di Clodio vedi anche D. Mulroy, The Early Career of P. Clodius Pulcher: a Re-Examination of the Charges of Mutiny and Sacrilege, Transactions and Proceedings of the American Philological Association 118, 1988, pp. 155-178.

Sulla votazione della lex Manilia sul comando di Pompeo vedi in particolare Vanderbroeck, Popular cit., pp. 226-227.

Sull'emulazione di Alessandro vedi in particolare Plut. Pomp. 2,2; Plin. NH 7,95.

Sulla marcia di Pompeo verso Roma vedi in particolare Vanderbroeck, Popular cit., p. 234.

II. Tra congiure e scandali

1. Nella feccia di Romolo

Sulla prima congiura vedi F.L. Jones, The First Conspiracy of Catiline, The Classical Journal 34, 1939, pp. 410-422, favorevole all'idea di due congiure; H. Frisch, The First Catilinarian Conspiracy. A Study in Historical Conjecture, Classica et Mediaevalia 9, 1947, pp. 10-36, contrario all'idea che Crasso abbia partecipato alla prima; R. Saeger, The First Catilinarian Conspiracy, Historia 13, 1964, pp. 338-347, contrario all'esistenza della prima; L. Havas, Pompe et la premire conjuration de Catilina, Acta Classica Universitatis Scientiarum Debreceniensis 3, 1967, pp. 43-53, che ipotizza l'invio di Pompeo contro Mitridate per favorire la prima congiura; E.S. Gruen, Notes on the First Catilinarian Conspiracy', Classical Philology 64, 1969, pp. 20-24, che pensa a semplici dimostrazioni contro Torquato e Cotta; L. Havas, Crassus et la premire conjuration de Catilina. Les relations de Cicron et de Crassus, Acta Classica Universitatis Scientiarum Debreceniensis 6, 1970, pp. 35-43, che la ritiene credibile; B.A. Marshall, The Vote of a Bodyguard for the Consuls of 65, Classical Philology 72, 1977, pp. 318-320, che la ritiene falsa; F.X. Ryan, The Consular Candidacy of Catiline in 66, Museum Helveticum 52, 1995, pp. 45-48, che ritiene possibile la candidatura di Catilina nel 66.

Sull'attivit politica dei censori Crasso e Catulo vedi E.G. Hardy, The Transpadane Question and the Alien Act of 65 or 64 B.C., The Journal of Roman Studies 6, 1916, pp. 63-82. Sulla questione egiziana vedi infra, Il patto vacilla ma non crolla, p. 337.

Sull'edilit di Cesare e i gladiatori vedi Canfora, Cesare cit., pp. 21-24.

Sui mariani in Campidoglio vedi in particolare Vanderbroeck, Popular cit., pp. 229-230.

Sul tribunale presieduto da Cesare vedi M.C. Alexander, Trials in the Late Roman Republic, 149 BC to 50 BC, University Press, Toronto 1990, pp. 108-109. Sui crimini di Catilina vedi B.A. Marshall, Catilina and the Execution of M. Marius Gratidianus, The Classical Quarterly 35, 1985, pp. 124-133; cfr. anche F. Hinard, Mais qui donc a tu Gratidianus?, Kentron 2, 1986, pp. 118-122.

Sulle promesse elettorali di Catilina vedi in particolare Cic. Catil. 2,18; Sall. Catil. 21,2; DC 37,30,2; cfr A. Barbieri, Le tabulae novae ed il bellum Catilinae, Rivista di Cultura Classica e Medioevale 36, 1994, pp. 307-315.

Sulla campagna elettorale del 64 e il Commentariolum petitionis vedi D. Nardo, Il Commentariolum petitionis: la propaganda elettorale nella Ars di Quinto Cicerone, Liviana, Padova 1970; sull'opera e sulla figura del fratello di Cicerone vedi F. Prost, Quintus Cicron. Petit manuel de campagne lectorale. Marcus Cicron. Lettres  son frre Quintus, I, 1 et 2, Les Belles Lettres, Paris 2017; cfr. L. Fezzi, Il Commentariolum Petitionis: sguardi dalle democrazie contemporanee, Historia 56, 2007, pp. 14-26.

Sullo scioglimento dei collegia vedi Ascon., pp. 7; 75 C; commento in B.A. Marshall, A Historical Commentary on Asconius, University of Missouri Press, Columbia 1985, pp. 94-95, 262-263.

Sui segni celesti del 63 vedi DC 37,25,2; Obseq. 61.

Sulla proposta agraria vedi J.-L. Ferrary, Rogatio Servilia agraria, Athenaeum 66, 1988, pp. 141-164; discorso di Cicerone alla plebe in La legge agraria, 2,71; commento in E.J. Jonkers, Social and Economic Commentary on Cicero's De lege agraria orationes tres, Brill, Leiden 1963.

Sul numero degli aventi diritto vedi Virlouvet, Lois cit., pp. 20-21.

Sulle proposte di abolizione dei debiti e reintegro dei figli dei proscritti vedi DC 37,25,3-4; sull'opposizione di Cicerone a quest'ultima vedi anche Cic. Att. 2,1,3; Pis. 4; Plin. NH 7,117; Plut. Cic. 12,2.

Sulla provincia di Cicerone vedi W. Allen Jr., Cicero's Provincial Governorship in 63 BC, Transactions and Proceedings of the American Philological Association 83, 1952, pp. 233-241.

Sulle Catilinarie vedi A.R. Dyck (a cura di), Cicero. Catilinarians, Cambridge University Press, Cambridge 2008; trad. da E. Risari (a cura di), Marco Tullio Cicerone. Le Catilinarie, Mondadori, Milano 1993.

Sulla congiura di Catilina come guerra dell'informazione' vedi L. Fezzi, Sulle tracce del falso': una lettura della congiura di Catilina, Hormos 1, 2009, pp. 1-12.

Sui processi a Rabirio vedi in particolare Vanderbroeck, Popular cit., pp. 230-231; Alexander, Trials cit., pp. 110-111; cfr. E.J. Phillips, The Prosecution of C. Rabirius in 63 B.C., Klio 56, 1974, pp. 87-101; C. Loutsch, Cicron et l'affaire Rabirius (63 av. J.-C.), Museum Helveticum 39, 1982, pp. 305-315. Su Saturnino vedi F. Cavaggioni, L. Apuleio Saturnino tribunus plebis seditiosus, Istituto Veneto di Scienze Lettere e Arti, Venezia 1998.

Sul pontificato di Cesare e la sua importanza vedi Canfora, Cesare cit., pp. 25-28.

Sulle elezioni del 63, in cui Catilina risult sconfitto, vedi Cic. Catil. 1,11; 1,27; Mur. 51-52; Sall. Catil. 26,5; Plut. Cic. 14,5-8.

Su Catone vedi R. Fehrle, Cato Uticensis, Wissenschaftliche Buchgesellschaft, Darmstadt 1983; sulla questura vedi anche L. Fezzi, Falsificazione di documenti pubblici nella Roma tardorepubblicana (133-31 a.C.), Le Monnier, Firenze 2003, pp. 51-53; sull'elezione al tribunato vedi anche Vanderbroeck, Popular cit., p. 231.

Su Servio Sulpicio Rufo vedi RE, s.v. Sulpicius (n. 95).

Sul processo a Murena e sulla lex Tullia de ambitu vedi P. Moreau, Cicron, Clodius et la publication du pro Murena, Revue des tudes Latines 58, 1980, pp. 220-237; G. Poma, La lex Tullia de ambitu e la difesa ciceroniana di Murena, in Rivista Storica dell'Antichit 35, 2005, pp. 275-292.

Sulle lettere di Crasso e lo svolgimento delle prime fasi della reazione vedi Fezzi, Sulle tracce cit.

Sulla profezia dei 3 Cornelii vedi Cic. Catil. 3,9; Sall. Catil. 47,2.

Sul senatoconsulto del 5 dicembre vedi in particolare A. Drummond, Law, Politics and Power: Sallust and the Execution of the Catilinarian Conspirators, Franz Steiner Verlag, Stuttgart 1995; sul discorso di Cesare riscritto da Sallustio vedi Canfora, Cesare cit., pp. 60-68.

Sulla legge frumentaria proposta da Catone vedi Virlouvet, Lois cit., pp. 21-22.

Sulla folla accorsa in senato per Cesare, sulle critiche di Metello Nepote, sullo scontro con Catone, sulla folla che circonda la dimora di Cesare e sulla vicenda di Vettio, vedi anche Vanderbroeck, Popular cit., pp. 233-234.

Sulla pro Silla vedi D.H. Berry (a cura di), Cicero. Pro P. Sulla oratio, Cambridge University Press, Cambridge-New York 1996; trad. da G. Bellardi (a cura di), Marco Tullio Cicerone. Le orazioni, II, UTET, Torino 1981.

2. Il pontefice e uno scandalo religioso

Sulla profanazione vedi P. Moreau, Clodiana Religio. Un procs politique en 61 av. J.-C., Les Belles Lettres, Paris 1982; D.F. Epstein, Cicero's Testimony at the Bona Dea Trial, Classical Philology 81, 1986, pp. 229-235; Mulroy, Early cit.; W.J. Tatum, Cicero and the Bona Dea Scandal, Classical Philology 85, 1990, pp. 202-208.

Sull'assalto dei clodiani all'assemblea popolare vedi anche Vanderbroeck, Popular cit., p. 235.

In una lettera del luglio 65 (Att., 1,2,1) si allude a un accusatore di Catilina, connivente con la difesa, della quale avrebbe dovuto occuparsi lo stesso Cicerone; Cic. har. resp., 42 identifica il personaggio in Clodio. Sull'aiuto di Clodio a Cicerone durante la congiura di Catilina vedi Plut. Cic. 29,1.

Sull'assalto dei sostenitori di Clodio al tribunale vedi Vanderbroeck, Popular cit., p. 236.

Sul blocco all'appalto dei publicani vedi Cic. Att. 1,17,9; 1,18,7; 2,1,8.

Sul ruolo di Enobarbo nell'elezione di Cicerone vedi Cic. Att. 1,1,3-4.

Sui decreti contro la corruzione vedi Gruen, Last cit., pp. 223-224.

III. L'avvento del primo' triumvirato

1. Un trionfo memorabile e i primi vagiti di un mostro a tre teste

Sulla marcia di Pompeo verso Roma e il trionfo vedi Vanderbroeck, Popular cit., pp. 234, 236.

Il tributo delle provinciae, dopo l'approvazione degli atti di Pompeo, sarebbe passato da 200 a 340 milioni di sesterzi annui (Plut. Pomp. 45,3).

Trad. della Guerra Mitridatica da A. Mastrocinque (a cura di), Appiano. Le guerre di Mitridate, Mondadori, Milano 1999.

Sull'archiviazione delle richieste di Pompeo e sul ruolo giocato da Catone e Crasso vedi Gruen, Last cit., pp. 86-88.

Sulla rogatio di Lucio Flavio vedi Seager, Pompey cit., pp. 79-80.

Sulla garanzia di Crasso vedi Plut. Caes. 11,1; Crass. 7,6; sull'opera in Spagna vedi Meier, Cesare cit., pp. 188-189.

Sull'impedimento della candidatura in assenza fonti e discussione in C. Ehrhardt, Caesar's First Triumph?, Prudentia 19, 1987, pp. 50-57; sulla vittoria cesariana vedi DC 37,54,3; sul triumvirato vedi Canfora, Cesare cit., pp. 69-86.

Sulle elezioni per il consolato del 60 vedi Meier, Cesare cit., pp. 192-194.

2. Un consolato popolare'

Sulla ricerca di popolarit di Cesare vedi DC 38,7,4-5.

Sulla legislazione e cronologia del consolato vedi L.R. Taylor, The Dating of Major Legislation and Elections in Caesar's First Consulship, Historia 17, 1968, pp. 173-193.

Sulla contio di Pompeo e Crasso e sulle violenze legate alla votazione della legge agraria vedi Vanderbroeck, Popular cit., pp. 236-237.

Sull'opposizione di Bibulo vedi L. Richardson, Cicero, Bibulus, and Caesar's Agrarian Bills of 59 B.C.E, in G.L. Schmeling-J.D. Mikalson (a cura di), Qui miscuit utile dulci: Festschrift Essays for Paul Lachlan MacKendrick, Bolchazy-Carducci, Wauconda 1998, pp. 299-312; sulla degenerazione del personaggio dopo il 50 vedi M.J.G. Gray-Fow, The Mental Breakdown of a Roman Senator: M. Calpurnius Bibulus, Greece and Rome 37, 1990, pp. 179-190.

Sulla clausola vedi C. Carsana, Riflessioni sulle leges Iuliae agrariae del 59 a.C.: giuramento collettivo e principio di inabrogabilit nel II libro delle Guerre civili' di Appiano, Rendiconti dell'Accademia Nazionale dei Lincei 12, 2001, pp. 259-274.

Sulla lex Vatinia de provincia Caesaris vedi M. Gelzer, Die lex Vatinia de imperio Caesaris, Hermes 64, 1928, pp. 113-137; la scadenza del 1 marzo 54  ricavabile da Cic. prov. 36-37.

Sui giochi indetti da Gabinio e sui ludi Apollinares vedi Vanderbroeck, Popular cit., p. 238.

Sulla congiura di Vettio vedi L.R. Taylor, The Date and the Meaning of the Vettius Affair, Historia 1, 1950, pp. 45-51; sulla contio vedi anche Vanderbroeck, Popular cit., p. 239.

3. Un alleato scomodo, la piazza, un esule e il grano

Sui dibattiti inconcludenti vedi Cic. Sest. 40; Vatin. 15; Schol. Cic. Bob., pp. 130, 146, 151 St.; Svet. Iul. 23,1; Nero 2,2.

Su Clodio vedi W.J. Tatum, The Patrician Tribune. Publius Clodius Pulcher, The University of North Carolina Press, Chapel Hill-London 1999; L. Fezzi, Il tribuno Clodio, Laterza, Roma-Bari 2008.

Sull'adozione e il cambio di nome vedi anche A.M. Riggsby, Clodius/Claudius, Historia 51, 2002, pp. 117-123.

Sulla fiducia di Cicerone vedi in particolare Cic. ad Q. fr. 1,2,16.

Sulle basi del consenso di Clodio vedi DC 38,12,4; 13,1-3.

Sulla legislazione di Clodio vedi anche L. Fezzi, La legislazione tribunizia di Publio Clodio Pulcro (58 a.C.) e la ricerca del consenso a Roma, Studi Classici e Orientali 47, 1999, pp. 245-341.

Su Clelio vedi anche C. Damon, Sex. Cloelius, scriba, Harvard Studies in Classical Philology 94, 1992, pp. 227-250.

Sul costo della legge frumentaria vedi Cic. Sest. 55; cfr. dom. 23; Schol. Cic. Bob., p. 132 St. Definizione della somma da Plut. Pomp. 45,4.

Su liberazione di schiavi e immigrazione vedi in particolare Svet. Aug. 42,2; DC 39,24,1.

Sul reclutamento delle bande vedi Vanderbroeck, Popular cit., pp. 240-241; S.M. Cerutti, Clodius and the Stairs of the Temple of Castor, Latomus 57, 1998, pp. 292-305; cfr. J.M. Flambard, Clodius, les collges, la plbe et les esclaves. Recherches sur la politique populaire au milieu du Ier sicle, Mlanges d'Archologie et d'Histoire de l'cole Franaise de Rome 89, 1977, pp. 115-156; F. Favory, Clodius et le pril servile: fonction du thme servile dans le discours polmique cicronien, Index 8, 1978-1979, pp. 173-187.

Sulle leggi sull'esilio di Cicerone vedi anche E. Lepore, Il princeps ciceroniano e gli ideali politici della tarda repubblica, Istituto Italiano per gli Studi Storici, Napoli 1954, pp. 123-141; E. Gabba, Cicerone e la falsificazione dei senatoconsulti, Studi Classici e Orientali 10, 1961, pp. 89-96; P. Moreau, La lex Clodia sur le bannissement de Cicron, Athenaeum 75, 1987, pp. 465-492; Id., La rogatio des huit tribuns de 58 av. J.-C. et les clauses de sanctio rglementant l'abrogation des lois, Athenaeum 77, 1989, pp. 151-178; C. Venturini, I privilegia da Cicerone ai romanisti, Studia et Documenta Historiae et Iuris 56, 1990, pp. 155-196; L. Fezzi, La coerenza di Cicerone su XII tab. 9.1-2 e il silenzio di Cotta sui privilegia, Revue de Philologie, de Littrature et d'Histoire Anciennes 88, 2014, pp. 79-105. Sull'esilio di Cicerone vedi da ultimo A.W. Lintott, Cicero as Evidence. A Historian's Companion, Oxford University Press, Oxford 2008, pp. 175-185.

Sulle violenze legate alla rogatio de capite civis, sulla contio con Cesare e sulle violenze legate alla rogatio de exilio vedi anche Vanderbroeck, Popular cit., pp. 241-243.

Sulla dimora di Cicerone vedi anche G.C. Picard, L'aedes Libertatis de Clodius au Palatin, Revue des tudes Latines 43, 1965, pp. 229-237; S.M. Cerutti, The Location of the Houses of Cicero and Clodius and the Porticus Catuli on the Palatine Hill in Rome, The American Journal of Philology 118, 1997, pp. 417-426; S. Treggiari, The Upper-class House as Symbol and Focus of Emotion in Cicero, Journal of Roman Archaeology 12, 1999, pp. 33-56; C. Krause, Das Haus Ciceros auf dem Palatin, Numismatica e Antichit Classiche 33, 2004, pp. 293-316.

Sulla violenza di Clodio, l'inattivit di Pompeo, lo scontro sulla prima proposta di richiamo vedi anche Vanderbroeck, Popular cit., pp. 243-244.

Sulla figura di Milone vedi anche A.W. Lintott, Cicero and Milo, The Journal of Roman Studies 64, 1974, pp. 62-78.

Sul rientro di Cicerone vedi in particolare Moreau, La rogatio cit.; Fezzi, La coerenza cit.; sulla folla accorsa da ogni parte d'Italia e sull'ingresso in Roma vedi anche Vanderbroeck, Popular cit., pp. 248-249.

Sulle fluttuazioni del prezzo del grano e sull'artificialit della carestia vedi in particolare T. Loposzko, La famine  Rome en 57 avant J.-C., Quaderni di Storia 9, 1979, pp. 101-122.

Sull'assalto al senato del 9 settembre vedi anche Vanderbroeck, Popular cit., pp. 249-251.

Sul compito di Pompeo vedi in particolare Plut. Pomp. 49,4; sul coinvolgimento di Cicerone e del fratello vedi Cic. Att. 4,1,7; 4,2,6; ad Q. fr. 2,4,7; 2,5,3; Scaur. 39.

Commento alla Casa ciceroniana  R.G. Nisbet (a cura di), M. Tulli Ciceronis De Domo Sua Oratio, Clarendon Press, Oxford 1939; trad. da E. Narducci (a cura di), Marco Tullio Cicerone. La casa, Rizzoli, Milano 1998.

Sul ruolo di Cicerone, soprattutto nel 69, vedi E. Deniaux, Le patronage de Cicron et l'arrive des bls de Sicile  Rome, in Le ravitaillement en bl de Rome et des centres urbains des dbuts de la rpublique jusqu'au haut empire. Actes du colloque international (Naples, 14-16 Fvrier 1991), cole Franaise de Rome, Naples 1994, pp. 243-253; sul processo a Verre vedi da ultimo L. Fezzi, Il corrotto. Un'inchiesta di Marco Tullio Cicerone, Laterza, Roma-Bari 2016.

Sugli attacchi di Clodio alla casa di Cicerone vedi Vanderbroeck, Popular cit., pp. 251-252.

Su navigare necesse est vedi Tosi, Dizionario cit., p. 555; Citernesi-Bencini, Latinorum cit., pp. 184-185.

IV. Cesare, la Gallia e Roma

Trad. dell'orazione Sulle provinciae consolari da G. Bellardi (a cura di), Marco Tullio Cicerone. Le orazioni, III, UTET, Torino 1975.

1. Gli oscuri inizi di una grande impresa

Sulla pubblicazione dei Commentarii sulla guerra gallica vedi in particolare BG 8 proem. 4-7; Svet. Iul. 56,1; T.P. Wiseman, The publication of De Bello Gallico, in K. Welch-A. Powell (a cura di), Julius Caesar as Artful Reporter: The War Commentaries as Political Instruments, Duckworth, London 1998, pp. 1-9, che ritiene come essi possano essere stati composti libro per libro sino all'inverno 54/53, poi i libri V-VI nell'inverno 53/52 e il VII nell'inverno 52/51. Discussione sull'attribuzione del libro VIII ad Aulo Irzio - e non piuttosto allo stesso Cesare, eccettuati forse i capitoli finali - in L. Canfora, La lettera a Balbo e la formazione della raccolta cesariana, Annali della Scuola Normale Superiore di Pisa 23, 1993, pp. 79-103.

Sui rapporti tra conquista e propaganda vedi in particolare Rambaud, L'art cit.; G. Zecchini, Cassio Dione e la guerra gallica di Cesare, Vita e Pensiero, Milano 1978; E.S. Ramage, The bellum iustum in Caesar's de bello gallico, Athenaeum 89, 2001, pp. 145-170; A.M. Riggsby, Caesar in Gaul and Rome: War in Words, University of Texas Press, Austin 2006.

Sulla conoscenza del paese da parte di Cesare vedi J. Harmand, Le portrait de la Gaule dans le De bello Gallico I-VII, in H. Temporini (a cura di), Aufstieg und Niedergang der rmischen Welt, I, 1,3, de Gruyter, Berlin-New York 1973, pp. 523-595.

Sulla situazione vedi in particolare T. Rice Holmes, Caesar's Conquest of Gaul, Clarendon Press, Oxford 19112; J. Harmand, La conqute csarienne des Gaules. Le bilan conomique et humain, Rivista Storica dell'Antichit 12, 1982, pp. 85-130; E. Hermon, Rome et la Gaule transalpine avant Csar, 125-59 av. J.-C., Jovene, Napoli 1993; G. Zecchini, Le guerre galliche di Roma, Carocci, Roma 2009.

Sulla rientrata minaccia degli Elvezi, nel 60, vedi Cic. Att. 1,19,2; 1,20,5.

Sugli inizi del conflitto vedi G. Walser, Bellum Helveticum. Studien zum Beginn der caesarischen Eroberung von Gallien, Franz Steiner Verlag, Stuttgart 1998.

Sulle due nuove legioni reclutate nel 58 vedi Caes. BG 1,10,3 (la XI e la XII); sulle due nuove reclutate nel 57 vedi Caes. BG 2,2,1 (la XIII e la XIV); sulla XIII vedi in particolare J. Rodrguez Gonzlez, Historia de las legiones romanas, Almena, Madrid 2003, pp. 331-332.

Sulla supplicatio di quindici giorni, votata nell'autunno 57, vedi Caes. BG 2,35,4; cfr. Cic. prov. 25-27; Planc. 93; Balb. 61; fam. 1,9,14; Plut. Caes. 21,1; DC 39,5,1; sul denaro vedi DC 39,25,1.

2. Il patto vacilla ma non crolla

Sulla situazione egiziana vedi E. Olshausen, Rom und gypten von 116 bis 51 v. Chr., Diss., Erlangen 1963; I. Shatzman, The Egyptian Question in Roman Politics (59-54 B.C.), Latomus 30, 1971, pp. 363-369.

Sul tafferuglio e il decreto di censura vedi anche Vanderbroeck, Popular cit., pp. 252-253.

Sugli scandali della questione egiziana e il processo a Celio vedi R.G. Austin (a cura di), M. Tulli Ciceronis. Pro M. Caelio Oratio, Clarendon Press, Oxford 19603; A.R. Dyck (a cura di), Cicero. Pro Marco Caelio, Cambridge University Press, Cambridge 2013; su Clodia vedi anche M.B. Skinner, Clodia Metelli: The Tribune's Sister, Oxford University Press, Oxford-New York 2011.

Sull'irruzione ai ludi Megalenses vedi anche Vanderbroeck, Popular cit., p. 253; T. Kves-Zulauf, Ciceros Todfeind Clodius - ein Spielverderber, Acta Classica Universitatis Scientiarum Debreceniensis 31, 1995, pp. 141-152.

Sul Responso degli aruspici vedi J.O. Lenaghan, A Commentary on Cicero's Oration De haruspicum responso, Mouton, The Hague 1969; trad. da G. Bellardi (a cura di), Marco Tullio Cicerone. Le orazioni, III, UTET, Torino 1975.

Sull'incendio vedi in particolare C. Nicolet, Le temple des Nymphes et les distributions frumentaires  Rome  l'poque rpublicaine d'aprs des dcouvertes rcentes, Comptes Rendus des sances de l'Acadmie des Inscriptions et Belles-Lettres, 1976, pp. 39-46.

Sull'agro campano vedi D.L. Stockton, Cicero and the Ager Campanus, Transactions and Proceedings of the American Philological Association 93, 1962, pp. 471-489; G.M. Oliviero, La riforma agraria di Cesare e l'ager Campanus, in G. Franciosi (a cura di), La romanizzazione della Campania antica, I, Jovene, Napoli 2002, pp. 269-286.

Sugli attacchi di Gneo Cornelio Lentulo Marcellino vedi Broughton, Magistrates cit., II, p. 207.

Sul convegno di Lucca vedi anche E.S. Gruen, Pompey, the Roman Aristocracy and the Conference of Luca, Historia 18, 1969, pp. 295-320; C. Luibheid, The Luca Conference, Classical Philology 65, 1970, pp. 88-94; A.M. Ward, The Conference of Luca. Did it happen?, American Journal of Ancient History 5, 1980, pp. 48-63.

Su Le provinciae consolari vedi H.E. Butler-M. Cary (a cura di), M. Tulli Ciceronis De provinciis consularibus oratio ad Senatum, Clarendon Press, Oxford 1924; L. Grillo (a cura di), Cicero's De Provinciis Consularibus Oratio, Oxford University Press, Oxford 2015. Da 35-37 pare che l'incarico cesariano dovesse terminare il 1 marzo 54: Cicerone giudica infatti assurdo che a un console del 55 fosse assegnata ma non affidata una provincia prima di allora, suggerendo che le Gallie restassero a Cesare sino alla fine del 54, in modo che fosse sostituito, dal 1 gennaio 53, da uno dei due consoli del 54. Su quanto ottenuto da Cesare vedi Cic. fam. 1,7,10.

Sul ritorno di Catone, lo scontro con Cicerone, la posposizione delle elezioni consolari nel 56, la violenza contro Enobarbo a inizi 55, i cattivi presagi addotti da Pompeo all'elezione pretoria del 55, l'elezione violenta di Vatinio, la violenza durante l'elezione degli edili e la votazione del plebiscito di Trebonio vedi anche Vanderbroeck, Popular cit., pp. 254-258.

Sulla lex Pompeia Licinia vedi L. Gagliardi, Cesare, Pompeo e la lotta per le magistrature. Anni 52-50 a.C., Giuffr, Milano 2011, pp. 34-36. Essa fu votata in data probabilmente anteriore al 13 novembre e forse al 12 agosto, ma doveva essere priva di un termine. Aveva per disposto che il senato potesse occuparsi della successione di Cesare solo dal 1 marzo 50, come si ricava da Cic. fam. 8,9,5 e 8,8,9, con conferma in BG 8,53,1.

Sull'avvertimento di Catone vedi Plut. Cat. Mi. 43,8-10.

Sulla legge sui sodalicia vedi Gruen, Last cit., pp. 229-233; P. Grimal, La lex Licinia de sodaliciis, in A. Michel-R. Verdire (a cura di), Ciceroniana. Hommages  K. Kumaniecki, Brill, Leiden 1975, pp. 107-115; A.M. Milazzo, La fattispecie materiale della lex Licinia de sodaliciis e le origini del reato associativo, Studia et Documenta Historiae et Iuris 79, 2013, pp. 481-499.

Sul teatro di Pompeo e le altre costruzioni coeve vedi P. MacKendrick, Nabobs as Builders. Sulla, Pompey, Caesar, The Classical Journal 55, 1960, pp. 241-256.

3. L'Urbe verso l'anarchia

Sui funerali di Giulia vedi anche Vanderbroeck, Popular cit., p. 259.

Sull'acquisto delle case vedi anche Cic. Att. 4,16,14; Plin. NH 36,103.

Sullo scandalo elettorale vedi anche Fezzi, Falsificazione cit., pp. 75-78.

Sulle prime voci riguardo l'ambizione di capo assoluto di Pompeo vedi Seager, Pompey cit., p. 133.

Sulla proposta di Catone e la violenza vedi anche Vanderbroeck, Popular cit., p. 258. Sul processo de repetundis a Scauro e l'impegno politico di Catone vedi Alexander, Trials cit., pp. 143-144.

Sull'intera situazione vedi K. Morrell, Cato and the Courts in 54 B.C., Classical Quarterly 64, 2014, pp. 669-680.

Sui processi a Gabinio vedi Alexander, Trials cit., pp. 145, 148-149; E. Fantham, The Trials of Gabinius in 54 BC, Historia 24, 1975, pp. 425-443; R.S. Williams, Rei publicae causa: Gabinius' Defense of His Restoration of Ptolemy Auletes, The Classical Journal 81, 1985, pp. 25-38; sulla violenza vedi Vanderbroeck, Popular cit., pp. 260-261. Sull'inondazione del Tevere e Gabinio vedi DC 39,61,1-63,5.

Sullo scontro tra i candidati al consolato vedi Vanderbroeck, Popular cit., p. 261.

Sulle elezioni rimandate nel 53 vedi E.S. Gruen, The Consular Elections for 53 B.C., in J. Bibauw (a cura di), Hommages  Marcel Renard, II, Latomus, Bruxelles 1969, pp. 311-321; Seager, Pompey cit., pp. 134-140.

Sul disastro di Carre vedi G. Traina, La resa di Roma: 9 giugno 53 a.C., battaglia a Carre, Laterza, Roma-Bari 2010; sulle maledizioni del 55 e sulla sollevazione della folla vedi anche Vanderbroeck, Popular cit., p. 258.

Sul matrimonio di Pompeo vedi Seager, Pompey cit., pp. 140-141.

Sul programma di Clodio vedi T. Loposzko, Gesetzentwrfe betreffs der Sklaven im Jahre 53 v.u.Z., Index 8, 1978-1979, pp. 154-166.

Sulla pro Milone ciceroniana vedi A.C. Clark (a cura di), M. Tulli Ciceronis pro T. Annio Milone ad iudices oratio, Clarendon Press, Oxford 1895; trad. da A. Burlando (a cura di), Cicerone. Difesa di Archia. Difesa di Milone, Garzanti, Milano 1993.

Sullo scontro sulla via Sacra e quello tra Clodio e Milone vedi Vanderbroeck, Popular cit., p. 262.

Sull'attentato a Clodio da parte di Marco Antonio vedi G. Traina, Marco Antonio, Laterza, Roma-Bari 2003, pp. 18-20.

Sul fallimento dei consoli del 53 nelle elezioni di consoli e pretori vedi Seager, Pompey cit., p. 142.

Sulle spese elettorali di Milone e sulla mancanza di un interrex vedi Ascon., p. 31 C; cfr. Marshall, Historical cit., pp. 162-163.

4. Altre vittorie di Cesare e una notizia sconvolgente

Sulla Britannia vedi C.F.C. Hawkes, Britain and Julius Caesar, Oxford University Press, Oxford 1978.

Sulla supplicatio di venti giorni, votata nell'autunno 55, vedi Caes. BG 4,38,5; DC 39,53,2.

Sulla posizione di Catone vedi Fehrle, Cato cit., pp. 174-177.

Su Clodio in Transalpina vedi Cic. har. resp. 42.

Parte seconda. Roma nel caos

V. Dalla morte di Clodio a un console unico

1. Un omicidio politico, fiamme e voci di attentato

Commenti ad Asconio in Clark (a cura di), Milone cit., pp. 94-118; Marshall, Historical cit.; R.G. Lewis (a cura di), Asconius. Commentaries on speeches by Cicero, Oxford University Press, Oxford-New York 2006; sul suo utilizzo degli atti del senato vedi in particolare G.V. Sumner, Asconius and the Acta, Hermes 93, 1965, pp. 134-136.

Sugli eventi del 52 seguiamo J.S. Ruebel, The Trial of Milo in 52 B.C. A Chronological Study, Transactions and Proceedings of the American Philological Association 109, 1979, pp. 231-249.

Su Fulvia vedi anche C.L. Babcock, The Early Career of Fulvia, American Journal of Philology 86, 1965, pp. 1-32.

Sull'acquisto della dimora vedi Plin. NH 36,103.

Per quanto riguarda l'arrivo della salma, il solo App. BC 2,77 sostiene che il popolo avrebbe passato la notte nel Foro.

Sui funerali vedi anche Vanderbroeck, Popular cit., pp. 263-264; G.S. Sumi, Power and Ritual: The Crowd at Clodius' Funeral, Historia 46, 1997, pp. 80-102.

Sui fasci vedi Clark (a cura di), Milone cit., p. 98.

Sui giardini di Pompeo vedi Marshall, Historical cit., p. 170.

Sulla contio di Celio Rufo vedi Vanderbroeck, Popular cit., p. 264; la presenza di Cicerone alla contio del 27  attestata da un solo codice di Asconio (cfr. Marshall, Historical cit., p. 171).

2. Un senatus consultum ultimum e una decisione inaudita

Sul senatus consultum ultimum, passato tra il 3 e il 10 febbraio, vedi Ruebel, The Trial cit., p. 238; cfr. H. Appel, Pompeius Magnus: his Third Consulate and the senatus consultum ultimum, Biuletyn Polskiej Misji Historycznej 7, 2012, pp. 341-360; Cassio Dione pone la decisione sul Palatino, il pomeriggio dei funerali di Clodio, in contemporanea all'elezione dell'interrex, e sostiene che l'incarico di difendere lo Stato sarebbe andato non solo ai tribuni e a Pompeo (manca invece la menzione dell'interrex), ma anche a Milone, che proprio per tale ragione sarebbe tornato attivo (40,49,5); lo storico considera invece la decisione di affidare la leva a Pompeo come successiva, dovuta al perdurare degli scontri e accompagnata al mutamento di abito (40,50,1); subito dopo, all'arrivo di Pompeo, in una riunione presso il teatro di Pompeo, sotto la protezione dei soldati, vi sarebbe stata la decisione di riesumare le ossa di Clodio e ricostruire la Curia (40,50,2).

Sulle osservazioni del de legibus ciceroniano vedi Dyck, Commentary cit., pp. 400-401, e in particolare C. Martino, Mentioning the Unmentionable. The Troublesome After-Life of P. Clodius Pulcher (in corso di stampa). Ringrazio l'autrice per la segnalazione e la discussione.

Sulla creazione del console unico vedi Gruen, Last cit., pp. 153-155; J.T. Ramsey, How and why was Pompey Made Sole Consul in 52 BC?, Historia 65, 2016, pp. 298-324.

Sul permesso di scegliere un collega vedi Plut. Pomp. 54,8; sulla cooptazione del suocero, scagionato grazie a Pompeo, vedi App. BC 2,95; DC 40,51,2-3; sull'apertura a Cesare vedi Svet. Iul. 26,1.

Sulle due nuove leggi vedi Marshall, Historical cit., pp. 178-180. Per quanto riguarda il nuovo processo, si prevedevano - almeno per quanto riguarda la vis - solo tre giorni per raccogliere le deposizioni dei testimoni (cos limitate a quelle pi stringenti), poi sigillate dalla giuria. Nel quarto, le parti sarebbero state chiamate a presenziare, producendo un numero uguale di nomi di giudici. Nel quinto ne sarebbero stati sorteggiati 81, e, subito dopo, l'accusa avrebbe parlato per due ore e la difesa per tre. Prima del verdetto, accusa e difesa avrebbero entrambe rigettato 5 nomi da ciascuno dei 3 ordini, sino a raggiungere il numero definitivo di 51 giurati.

3. Una celebre sconfitta ciceroniana, in un Foro atterrito

Per quanto riguarda il processo de ambitu, poich gli accusatori erano numerosi, si tenne una divinatio, divinazione' o presentimento', di fronte al quaesitor di quella corte, Torquato. Scopo era individuare quale tra i postulanti fosse il pi idoneo. Fu scelto il pi anziano tra gli Appii Claudii, lo stesso che avrebbe portato avanti l'accusa de vi, mentre Publio Valerio Leo e Gneo Domizio, forse figlio di Gneo Domizio Calvino (console nel 53), fecero da sottoscrittori.

Appio Claudio chiese che Milone producesse 54 schiavi, facendone i nomi; quello rispose che non erano pi nella sua potestas. A Claudio fu allora concessa la facolt di scegliere quanti volesse tra gli schiavi di Milone, per sottoporli a interrogatorio.

Schola disse che Clodio aveva intenzione di fermarsi nella sua tenuta albana, ma all'ultimo gli fu annunciata la morte dell'architetto Ciro, del quale sia lui sia Cicerone erano eredi, versione confermata da Gaio Clodio. Cic. Mil. 46 osserva invece che il giorno prima Clodio aveva lasciato l'architetto mentre era l l per andarsene, e poco credibile era che fosse tornato addirittura indietro per la notizia. Sempre Cic. Mil. 46 afferma che a testimoniare furono anche Quinto Arrio e Gaio Clodio.

Sullo svolgimento del processo vedi anche Vanderbroeck, Popular cit., p. 265.

Precedente orazione di Bruto in Ascon., p. 41 C; Quint. 3,6,93; 10,1,23; 10,5,20; Schol. Cic. Bob., p. 112 St.

Sullo schema della pro Milone fondamentale  Clark (a cura di), Milone cit., pp. L-LVII:

- Exordium (1-5), con lode dei giudici e di Pompeo, i cui soldati erano considerati salvaguardia;

- Praeiudicia (7-22), volti a mostrare, attraverso altri casi storici o leggendari, che l'omicidio era a volte giustificabile, che il senato era lieto della morte di Clodio e non l'aveva considerata contra rem publicam, e desiderava un'inchiesta ma non una nuova procedura, cos come Pompeo;

- Narratio (24-29), sui progetti e il carattere di Clodio. Aveva richiamato dall'Appennino schiavi incivili, con i quali aveva devastato i boschi pubblici e saccheggiato l'Etruria; aveva poi detto, sia in senato sia davanti al popolo, che a Milone la carica di console non si poteva portare via, ma la vita s; quando Favonio gli aveva chiesto con quale speranza infuriasse cos finch Milone era in vita, gli aveva risposto che quello sarebbe morto nell'arco di 3-4 giorni; Favonio aveva riferito immediatamente le parole al qui presente Marco Catone (26). La premeditazione di Clodio era chiara. Venuto a sapere del viaggio annuale di Milone a Lanuvio, era partito da Roma il giorno prima per tendergli un agguato di fronte al proprio podere; era partito tanto in fretta da abbandonare una contio turbolenta. Milone invece, in senato finch l'assemblea non era stata sciolta, era tornato a casa e partito con la moglie a un'ora tale che Clodio avrebbe potuto gi essere di ritorno, se lo avesse voluto. Clodio gli si era invece fatto incontro a cavallo, senza impacci, carrozze, bagagli, i soliti compagni di origine greca e la moglie, quasi sempre presente. Milone procedeva su un carro, con la moglie, avvolto in un mantello, impacciato da un grande seguito di ancelle e giovanetti. Si era imbattuto in Clodio dinanzi al podere di quello, verso l'ora undicesima (le 17 ca) - e non la nona (le 15 ca), come riporta Asconio -; immediatamente, da un luogo sopraelevato, molti uomini di Clodio lo avevano colpito con armi da getto, e quelli di fronte avevano ucciso il conducente del carro. Milone, gettato dietro le spalle il mantello, era sceso, difendendosi accanitamente, mentre quelli che stavano con Clodio, sguainate le spade, erano corsi in parte per colpire Milone alle spalle e in parte, credendolo morto, per uccidere gli schiavi che chiudevano la fila. Alcuni di essi morirono, ma altri, vedendo la rissa attorno al carro e avendo sentito dire da Clodio stesso che Milone era rimasto ucciso, senza che il padrone lo ordinasse, fecero quanto ciascuno avrebbe desiderato dai suoi uomini in una simile circostanza (29);

- Tractatio (32-71), sull'interesse che Clodio aveva nella morte di Milone e sulla violenza cui era sempre ricorso;

- A) ex causa (32-34): l'agguato era utile al solo Clodio: sarebbe divenuto pretore con due consoli che lo avrebbero lasciato agire, a maggior ragione perch aveva pronte, nelle mani di Sesto Clodio, leggi incendiarie (33);

- B) ex vita (36-41): Milone sarebbe divenuto console, impedendo a Clodio di perseguire violenze. Se avesse voluto ucciderlo, in passato, non gli sarebbero mancate occasioni legittime. E poi, perch macchiarsi le mani in campagna elettorale?

- Argumentum (44): si ricordano nuovamente le parole di Favonio;

- Ci porta a considerazioni sul tempus (45-52). Clodio aveva abbandonato in fretta una contio; egli poteva conoscere gli spostamenti di Milone, ma non viceversa. Schola aveva testimoniato sul ritorno della vittima subito dopo la morte dell'architetto Ciro, versione confermata da Gaio Clodio. Credo infatti che il messo, il quale si dice gli abbia annunziato la morte di Ciro, non gli abbia riferito ci, ma che Milone si stava avvicinando. In effetti, cosa avrebbe dovuto annunziare a proposito di Ciro, che Clodio, partendo da Roma, aveva lasciato pi morto che vivo? Fui insieme con lui, sigillai il testamento di Ciro insieme con Clodio, perch aveva fatto pubblicamente testamento e aveva designato come eredi lui e me. Il giorno prima, all'ora terza, Clodio lo aveva lasciato che era l l per andarsene: il giorno dopo, all'ora decima, gli si annunciava che era morto?... per quale motivo, per, si affrett a tornare a Roma, perch si avventur per la strada in piena notte?... E come Clodio, invece di tentare quel viaggio, avrebbe dovuto evitare di arrivare di notte in citt, cos Milone, ammesso che volesse tendere un agguato, se sapeva che Clodio stava per arrivare in citt di notte, avrebbe dovuto appostarsi e aspettare. Lo avrebbe ucciso di notte. Chiunque gli avrebbe creduto, se avesse negato. Lo avrebbe ucciso in un luogo pericoloso e pieno di briganti. Chiunque gli avrebbe creduto, se avesse negato: tutti lo vogliono salvo, persino adesso che confessa. Sarebbe stato incolpato del delitto anzitutto quel luogo, riparo di sbandati (48-50);

- Seguono considerazioni sul locus (53-54). Clodio, al ritorno da Aricia, si era fermato presso la sua villa albana, e proprio l era avvenuto l'agguato, in un luogo dove grazie a sotterranei costruiti con il criterio di un pazzo, potevano stare comodamente 1.000 uomini pronti a tutto (53). Clodio all'improvviso, a ora tarda, era uscito dalla villa e andato verso quella di Pompeo, che bene sapeva essere allora ad Alsio. Il tutto per perdere tempo e attendere Milone;

- Seguono considerazioni sulla facultas (55-56). Milone era frenato dal numero e dal carattere dei compagni, e dalla presenza della moglie; dovette la salvezza al coraggio dei suoi schiavi;

- Quindi locus communis contra quaestiones (57-60) sugli schiavi. Milone li aveva liberati perch lo avevano salvato, anche se qualcuno avrebbe giudicato con sospetto che non li aveva riempiti di doni; li aveva liberati per evitare che fossero sottoposti a tortura. Si critica quel sistema: Su, avanti, di che tenore poteva essere l'interrogatorio? Facciamo un esempio: Ehi, tu, Rufione! Stai attento a non mentire.  stato Clodio a tendere un'imboscata a Milone?' - S': gli tocca certamente la forca. - No': ed  sua la sospirata libert. Che cosa esiste di pi serio di questo interrogatorio? Loro, quelli tratti a testimoniare, in quattro e quattr'otto sono separati dai compagni, gettati in cella perch nessuno possa parlare con loro. Dopo essere stati cento giorni a disposizione dell'accusatore, da quello stesso vengono presentati come suoi testimoni in tribunale. C' un interrogatorio pi imparziale e pi onesto? (60);

- Si hanno quindi consecutio e locus communis contra rumores (61-66): il ritorno a Roma di Milone e il suo affidarsi a Pompeo, che pur credeva a certi sospetti, era segno d'innocenza, cos come l'indifferenza verso le accuse di sedizione e attentati, soprattutto nei confronti di Pompeo;

- Si ha poi la pars adsumptiva, o extra causam (72-91). L'omicidio di Clodio era un fatto positivo; seguono un devastante quadro sul personaggio, la lode all'energia di Milone, la descrizione della condizione di Roma sotto un'eventuale pretura di Clodio: gi nella sua casa s'incidevano leggi che ci avrebbero resi schiavi della nostra servit (87); una nuova legge, ritrovata in casa sua insieme alle altre leggi clodiane, avrebbe reso i nostri schiavi suoi liberti (89). Si ricordano inoltre la violenza nei confronti del tribuno della plebe Marco Celio Rufo, le festivit decretate in Etruria, e la gioia diffusa ovunque fosse giunta la notizia della morte di Clodio;

- Seguono epilogus e commiseratio (92).

Frammenti dell'orazione reale ma dubbi sulla sua esistenza in J.N. Settle, The Trial of Milo and the Other Pro Milone, Transactions and Proceedings of the American Philological Association 94, 1963, pp. 268-280.

Sui successivi processi a Milone vedi Ascon., p. 54 C (cfr. pp. 36, 38-39 C). Il giorno seguente ebbe inizio il processo de ambitu presso la corte di Torquato, che ebbe come esito una condanna in assenza. L'accusatore, sempre Appio Claudio, aveva dichiarato di rinunziare alla ricompensa prevista; avevano sottoscritto Publio Valerio Leo e Gneo Domizio. Pochi giorni dopo - probabilmente sempre in assenza -, presso la corte di Marco Favonio, Milone fu condannato de sodaliciis, accusato da Publio Fulvio Nerato, che ricevette il premio previsto dalla legge. Fu nuovamente condannato de vi, forse secondo la lex Plautia, di fronte alla corte di Lucio Fabio, accusato da Lucio Cornificio e Quinto Patulcio.

Sui beni di Milone a Filotimo vedi anche A. Haury, Philotime et la vente des biens de Milon, Revue des tudes Latines 34, 1956, pp. 179-190.

Sui processi a Saufeio e a Clelio vedi Ascon., pp. 54-56 C. Dopo Milone, primo a essere processato sotto la lex Pompeia de vi fu Marco Saufeio, che aveva guidato l'assalto alla taverna di Boville e l'omicidio di Clodio. Suoi accusatori furono Lucio Cassio (Longino?), Lucio Fulcinio e Gaio Valerio. Fu difeso da Cicerone e Celio e assolto per un solo voto. Gli ordini, questa volta, si erano divisi: per l'assoluzione si espresse la maggioranza dei tribuni del tesoro (10 contro 6), mentre senatori e cavalieri, sebbene di poco, propendevano per la condanna (rispettivamente 10 a 8 e 9 a 8). Asconio osserva che l'odio per la vittima fu la salvezza di Saufeio, poich la sua posizione era ancora pi debole di quella di Milone, avendo egli guidato l'assalto. Pochi giorni dopo, Saufeio fu processato anche presso la corte di Gaio Considio, sotto la lex Plautia de vi, con l'accusa aggiuntiva di avere occupato luoghi edita e di avere con s un telum. Accusatori erano Gaio Fidio, Gneo Aponio, Marco Seio e almeno un altro personaggio. A difenderlo furono Cicerone e Marco Terenzio Varrone Gibba. Questa volta fu assolto con una votazione pi ampia (32 a 19), ma a esprimersi in maggioranza per la condanna furono i tribuni dell'erario. Sesto Clelio, che aveva istigato la folla a portare il corpo di Clodio nella Curia, fu poi accusato - probabilmente sotto la legge di Pompeo - da Gaio Cesennio Filone e Marco Alfidio e difeso da Tito Flacconio. Fu condannato a largo margine (46 voti), mentre solo due senatori e tre cavalieri si espressero per l'assoluzione.

Sull'intervento a favore di Scipione vedi Plut. Pomp. 55,7; App. BC 2,93-94; sulla scelta di Scipione a collega vedi Plut. Pomp. 55,4; App. BC 2,95.

Sul processo a Scauro vedi Vanderbroeck, Popular cit., p. 265; Alexander, Trials cit., pp. 156-157.

4. La corruzione, le provinciae e la candidatura di Cesare

Sui termini temporali di una candidatura vedi Gagliardi, Cesare cit., pp. 23-61. Tecnicamente, Cesare poteva ridiventare console solo dal 1 gennaio 48, poich la legge sillana dell'82 prevedeva l'obbligo di un intervallo di 10 anni. Sembra inoltre che, secondo la legge Licinia Pompeia del 55, nessun successore potesse essere nominato prima del 1 marzo 50. Cesare probabilmente considerava che il suo proconsolato dovesse durare sino al 31 dicembre 49, ma c' chi ha pensato a date precedenti. Si tratta di una questione molto dibattuta, e lo stesso Cicerone la definiva oscura (Marc. 30).

Sulla proposta dei 10 tribuni e la successiva richiesta di deroga vedi Gagliardi, Cesare cit., pp. 63-87.

Su Cesare a Ravenna e il ruolo di Cicerone vedi Cic. Att. 7,1,4 (da Atene, 16 ottobre 50).

Sulla legge sul governo delle provinciae vedi in particolare Gagliardi, Cesare cit., pp. 89-104; C.E.W. Steel, The Lex Pompeia de prouinciis of 52 B.C.: A Reconsideration, Historia 61, 2012, pp. 83-93; sull'influenza di Catone vedi K. Morrell, Pompey, Cato, and the Governance of the Roman Empire, Oxford University Press, Oxford 2017.

Sul senatoconsulto precedente vedi DC 40,46,2; 40,56,1.

Sul termine della cura annonae di Pompeo unica notizia una lettera ciceroniana (fam. 13,75), risalente alla fine del 52 o agli inizi del 51.

Sulla strana vicenda successiva e la correzione della legge vedi in particolare Gagliardi, Cesare cit., pp. 105-149.

Sullo spettacolo degli edili vedi Plut. Cat. Mi. 46,2-3.

Sulla sconfitta di Catone vedi Plut. Cat. Mi. 49,3-4; sul possibile ruolo di Cesare cfr. Caes. civ. 1,4,1.

Sulla supplicatio concessa a Cesare vedi Caes. BG 7,90,8; cfr. DC 40,50,4, che parla invece di sessanta giorni.

VI. Un vincitore alle corde

1. Assedii, terra bruciata e una straordinaria vittoria

Sul reclutamento nella Cisalpina vedi Caes. BG 7,1,1; si formarono complementi a quelle che rimasero 10 legioni (cfr. 7,7,5; 7,57,1).

Sui druidi vedi Caes. BG 6,13,3-14,6; cfr. G. Zecchini, I Druidi e l'opposizione dei Celti a Roma, Jaca Book, Milano 1984.

Su Vercingetorige vedi in particolare Y. Le Bohec, Vercingtorix, Rivista Storica dell'Antichit 28, 1998, pp. 85-120; G. Zecchini, Vercingetorige, Laterza, Roma-Bari 2002.

Le 22 coorti sarebbero divenute la base per la formazione della futura legione V, che nel 51 avrebbe portato il totale delle legioni cesariane a 11 (cfr. BG 8,24,2).

2. Altri due anni in Gallia

Sui rapporti tra Cesare e Labieno vedi M.-W. Schulz, Caesar und Labienus: Geschichte einer tdlichen Kameradschaft: Caesars Karriere als Feldherr im Spiegel der Kommentarien sowie bei Cassius Dio, Appianus und Lucanus, G. Olms, Hildesheim 2010.

Sul prestito della legione I pompeiana e sulla decisione senatoria del 50, alla luce dell'intera vicenda della restituzione delle legioni vedi Carsana, Commento cit., pp. 120-121, 123.

Sulla costituzione della V Alaudae vedi Svet. Caes. 24,2; 11 legioni in Cic. Att. 7,7,6; Flor. 2,13,5; 10 legioni in Plut. Pomp. 58,10; Svet. Caes. 29,2; sulle 22 coorti vedi Caes. BG 7,65,1. Cfr. H-.M. Ottmer, Die Rubikon-Legende. Untersuchungen zu Caesars und Pompeius' Strategie vor und nach Ausbruch des Brgerkrieges, Boldt, Boppard am Rhein 1979, pp. 15-38.

3. Ombre sul futuro

Sulla posizione di Sulpicio cfr. Cic. fam. 4,1-6; su quella di Marcello, poi difeso nel 46, cfr. Cic. fam. 4,7-11; Marc. (passim); sul personaggio vedi anche RE, s.v. Claudius (n. 216).

Sul percorso di Cicerone e il suo soggiorno in Cilicia nel 51 vedi Marinone, Cronologia cit., pp. 146-148; sull'intera vicenda e sulla corrispondenza dell'epoca vedi infra, Una proposta di Cesare, p. 347.

Lettera sulla punizione del cittadino di Novum Comum  Att. 5,11,2 (Atene, 6 luglio 51). Plut. Caes. 29,2 ricorda che i consoli tolsero la cittadinanza agli abitanti di Novum Comum, colonia di recente fondata in Gallia da Cesare, e il console Marcello fece percuotere con le verghe uno dei senatori comaschi venuti a Roma, aggiungendo che gli cagionava questi lividi come segno del suo non essere romano: andasse da Cesare a mostrarli; Svet. Caes. 28,4 constata che Marcello propose anche di privare della cittadinanza i coloni da lui mandati a Como in virt della rogazione Vatinia, in quanto concessa per ragioni elettorali e con abuso di potere. Cfr. G. Luraschi, La lex Vatinia de colonia Comum deducenda ed i connessi problemi di storia costituzionale romana, in Atti del convegno celebrativo del centenario della Rivista archeologica Comense, Noseda, Como 1974, pp. 363-400.

Sulla ricostruzione e datazione della proposta di Marcello vedi Gagliardi, Cesare cit., pp. 108-115, 151. Cfr. BG 8,53,1; Plut. Caes. 29,1; Svet. Iul. 28,2-29,1; App. BC 2,97; 99; DC 40,59,1. Sulla definizione del relativo decreto come auctoritas vedi Cic. Att. 5,2,3 (10 maggio 51).

Sull'incontro di Cicerone con Pompeo tra il 19 e il 21 maggio 51 vedi Cic. Att. 5,2,2 (Venosa, 15 maggio 51); 5,6 (Taranto, 18-19 maggio 51); 5,7 (Taranto, 20 maggio 51); fam. 2,8,2 (Atene, 6 luglio 51); fam. 8,1,3 (Roma, dopo il 24 maggio 51).

Sulle voci sul viaggio di Pompeo in Spagna vedi Cic. Att. 5,11,3; fam. 3,8,10.

Sulla mancata decisione del 1 giugno e sul ruolo di Pompeo cfr. App. BC 2,99.

Sul processo a Marcello vedi Alexander, Trials cit., p. 162.

4. Entra in scena Curione dalla lingua venale'

Sulla tangente a Paolo vedi App. BC 2,101; sulla corruzione di Paolo e anche delle classi dirigenti vedi Plut. Caes. 29,3; Pomp. 58,2; sulla basilica fonti in Carsana, Commento cit., p. 112.

Sulla riunione senatoria successiva al marzo vedi App. BC 2,103.

Sulla vicenda e posizione politica di Curione basti citare W.K. Lacey, The Tribunate of Curio, Historia 10, 1961, pp. 318-329, che non crede alla corruzione; sulla pratica cesariana di pagare i politici vedi N.A. Coffee, Caesar chrematopoios, The Classical Journal 106, 2011, pp. 397-421.

Spiegazioni in Plut. Caes. 29,3; Svet. Iul. 29,1; App. BC 2,101-102; DC 40,60,2-62,4.

Sulla proposta del 13 novembre vedi Gagliardi, Cesare cit., pp. 53-56, 164-167.

Sull'accettazone senatoria della candidatura in assenza vedi Gagliardi, Cesare cit., pp. 167-171.

Sui tentativi di corruzione nei confronti di Lentulo Crure vedi anche L. Hayne, Caesar and Lentulus Crus, Acta Classica 39, 1996, pp. 72-76.

Sulla violenza nell'elezione di Antonio vedi Vanderbroeck, Popular cit., p. 266.

VII. Venti di guerra civile

1. Una proposta di Cesare

In generale, sulle proposte di pace di Cesare e la loro sincerit sino a Farsalo vedi F.A. Sirianni, Caesar's Peace Overtures to Pompey, L'Antiquit Classique 62, 1993, pp. 219-237.

Datazione e discussione della proposta di Cesare in Gagliardi, Cesare cit., pp. 161-164, 172-173; Carsana, Commento cit., p. 115.

Sui festeggiamenti in onore di Curione vedi Vanderbroeck, Popular cit., pp. 266-267.

Su Pompeo a scuola di retorica vedi Svet. rhet. 1; 3.

Sulla visita di Attico a Pompeo vedi Cic. Att. 7,2,5-6 (da Brindisi, 24 novembre).

Sull'impresa di Cicerone vedi D. Caiazza, Il proconsolato di Cicerone in Cilicia, Ciceroniana 1, 1959, pp. 140-156; M. Wistrand, Cicero imperator. Studies in Cicero's correspondence 51-47 B.C., Acta Universitatis Gothoburgensis, Gteborg 1979.

Sul problema della paga delle truppe di Pompeo tra estate 51 ed estate 50 vedi Cic. fam. 8,4,4; 8,14,4.

Sulla paga delle legioni cesariane vedi Carsana, Commento cit., p. 123.

Su Appio Claudio Pulcro e la disaffezione delle truppe nei confronti di Cesare vedi Plut. Caes. 29,5; Pomp. 57,7; App. BC 2,116-117.

Sulla censura di Appio Claudio Pulcro vedi anche Cic. fam. 8,14,4.

Sulla possibilit che Caes. civ. 1,7,8-8,1 e BG 8,54,4-5 siano ingannevoli sulla disposizione al di l delle Alpi delle legioni prima del Rubicone, e in particolare della XII, che raggiunse Cesare ai primi di febbraio (1,15,3), e della VIII, che lo raggiunse nei primi giorni dell'assedio di Corfinio (1,18,5), cos come quella della cavalleria del Norico, vedi Ottmer, Rubikon cit.

2. Le contraddizioni del senato

Sulla riunione senatoria del 1 dicembre, in Plutarco non mancano confusioni con un discorso al popolo tenuto dal neotribuno Marco Antonio il 21 dicembre (sul reale discorso e la datazione vedi in particolare Cic. Att. 7,8,4-5), con la seduta senatoria del 1 gennaio 49 e con quella del 7 gennaio 49, mentre Cassio Dione non menziona la vicenda. In Plut. Ant. 5,5-9 la narrazione della divisione del senato sulle prospettive relative a Cesare e Pompeo  preceduta da quella della lettura pubblica di missive che Antonio avrebbe ricevuto da Cesare, e seguita da quella della sua cacciata dal senato, avvenuta in seguito a interventi di Catone e Lentulo Crure, e infine della fuga; Antonio  anche confuso con Curione, tribuno dell'anno precedente.

In Plut. Caes. 30,2-31,3 Curione andava proponendo al popolo che sia Cesare sia Pompeo lasciassero il comando, trovando accoglienza tra la folla; Antonio diede lettura di una lettera di Cesare al popolo nonostante l'opposizione dei consoli; Scipione propose allora in senato di dichiarare Cesare nemico pubblico se non avesse deposto le armi entro un certo giorno; quando i consoli chiesero se sembrava opportuno che Pompeo congedasse l'esercito e poi ripeterono la domanda per Cesare, nel primo caso i favorevoli furono pochissimi, nel secondo quasi tutti, ma quando Antonio propose che ambedue lasciassero i loro incarichi tutti approvarono all'unanimit; Scipione tuttavia si oppose con la violenza e il console Lentulo Crure sciolse la seduta e tutti in segno di lutto mutarono le vesti; giunsero poi lettere miti da Cesare e anche Cicerone si diede da fare per mediare, ma alla fine Lentulo non consent al patto e cacci dal senato Antonio e Curione, che fuggirono da Roma.

In Plut. Pomp. 58,4-59,6 Curione avanz la richiesta, sostenuto da Antonio e da Lucio Calpurnio Pisone Cesonino; si propose inizialmente che solo Cesare lasciasse il comando, ottenendo la maggioranza, ma poi, quando chiese che entrambi lasciassero il comando, solo 22 senatori furono dalla parte di Pompeo; uscito, fu acclamato dal popolo; Marcello fece opposizione, il senato vot per cambiare abito e tutti si recarono da Pompeo; subito dopo Antonio recit al popolo una lettera di Cesare, che chiedeva che entrambi lasciassero gli incarichi; Lentulo tuttavia non convoc il senato; neppure Cicerone ebbe fortuna con la proposta di compromesso, per l'opposizione di Lentulo e Catone.

Il resoconto di Appiano della riunione senatoria del 1 dicembre 50  in 2,118-119; cfr. Caes. BC 8,52,3-5 (accenno all'azione di Curione).

Descrizione della fuga di Curione in App. BC 2,123-124; altre fonti in Carsana, Commento cit., pp. 123-124.

Lettere di Cicerone sulla via per Roma: Att. 7,3; 7,4; 7,5; 7,6; 7,7; 7,8; 7,9.

Su Lucio Cornelio Balbo vedi Cic. Balb. (passim) e J. Lamberty, Amicus Caesaris: der Aufstieg des L. Cornelius Balbus aus Gades, in A. Coskun (a cura di), Roms auswrtige Freunde in der spten Republik und im frhen Prinzipat, Duehrkohp und Radicke, Gttingen 2005, pp. 155-173.

Sull'incarico a Cicerone e sulle altre fonti vedi R. Tyrrell-L. Purser, Cicero's Command in Campania, in Eid. (a cura di), Correspondence cit., IV, pp. 558-561; D.R. Shackleton Bailey, Cicero's Command in 49, in Id. (a cura di), Atticus cit., IV, pp. 438-440.

Sui suggerimenti di Curione a Cesare vedi App. BC 2,125 (2,124 parla di un esercito di 5.000 fanti e 300 cavalieri arrivato dall'Oceano tornando dalla Britannia e poi passato attraverso le Alpi).

Proposta successiva in Vell. 2,49,4; Plut. Caes. 31,1-2; Pomp. 59,4-6; Svet. Iul. 29,2-4; App. BC 2,126-127. Su tale complesso momento cfr. in particolare Carsana, Commento cit., pp. 124-127.

Sul debito di Cicerone vedi M. Ioannatou, Affaires d'argent dans la correspondance de Cicron. L'aristocratie snatoriale face  ses dettes, De Boccard, Paris 2006, pp. 288-290.

Plut. Pomp. 59,3-4 parla di una lettera letta da Antonio alla folla, ma probabilmente si tratta di quella portata da Curione; difficolt di reclutamento in Pomp. 59,2.

3. I drammatici inizi del 49

Sulla lettera e il suo contenuto cfr. Caes. civ. 1,5,5; 1,9,3; Cic. fam. 16,11,2; Svet. Iul. 29,2; Plut. Ant. 5,5; Caes. 30,1-3; 31,1; Pomp. 59,3-4; App. BC 2,126-128; DC 41,1,1-3. Lettura di Antonio in Plut. Ant. 5,5; Caes. 30,3; Pomp. 59,3.

Sul dibattito del 1 gennaio vedi Berti, La guerra cit., pp. 29-31; Carsana, Commento, pp. 126-127.

Sulle riunioni del 2, 5, 6 cfr. Caes. civ. 1,5,4 (due giorni di comizio); A. Kirsopp Michels, The Calendar of the Roman Republic, Princeton University Press, Princeton 1967, tavv. 1 e 2. DC 41,2,2-3,1 cos ricostruisce: Antonio e Quinto Cassio bloccarono le decisioni con il veto, il 1 gennaio e il giorno seguente, poi il senato vot il cambiamento d'abito, decisione nuovamente ostacolata dai tribuni, ma messa agli atti e applicata.

Plutarco riporta la proposta di un compromesso per cui Cesare avrebbe lasciato la Gallia e congedato il suo esercito, salvo due legioni con le quali avrebbe atteso in Illiria il suo secondo consolato (Pompeo, 59,5); secondo altra versione avrebbe appoggiato la proposta di Cesare, che gli si dessero la Cisalpina e l'Illirico con due coorti (Cesare, 31,1), dando per vita a una trattativa, cercando di persuadere gli amici di Cesare ad accontentarsi delle provinciae di cui si  detto e di soli 6.000 soldati (31,2); Lentulo Crure per non avrebbe acconsentito al patto.

4. Un senatus consultum ultimum e l'organizzazione della resistenza'

Su Plutarco e i fatti del 7 gennaio cfr. Ant. 5,9-10; Caes. 31,2; Pomp. 59,1.

Sull'ordine di raccogliere 130.000 italici vedi App. BC 2,134 e Carsana, Commento cit., pp. 130-131.

Cassio Dione, abbiamo visto, parla anch'egli dell'affidamento del tesoro a Pompeo, ma in seguito offre maggiori notizie (DC 41,6,3-6).

Riferimento alle riunioni precedenti al 17  probabilmente anche in Caes. civ. 1,30,5, in cui si ricorda come Catone, prima di ritirarsi dalla Sicilia, avesse rinfacciato a Pompeo di avere assicurato, nel corso di una seduta senatoria, di essere pronto alla guerra. Un senatoconsulto che avrebbe permesso di prelevare somme dalle provinciae  menzionato in seguito, dove si parla delle esazioni subite dall'Asia (3,32,6).

Sull'invio di ambasciatori a Marsiglia vedi Caes. civ. 1,34,3; sulla fortificazione delle rocche del Lazio vedi Lucan. 2,447-452; Flor. 2,13,18 parla di rocche dell'Italia munite di piccoli presidii.

Parte terza. Dal Rubicone alla resa di Roma

VIII. Rubicone

Tra gli studi sulle divergenze tra le versioni vedi R.A Tucker, What Actually Happened at the Rubicon?, Historia 37, 1988, pp. 245-248; P. Bicknell-D. Nielsen, Five Cohorts against the World, in C. Deroux (a cura di), Studies in Latin Literature and Roman History, Latomus, Bruxelles 1998, pp. 138-166; A. Rondholz, Crossing the Rubicon. A Historiographical Study, Mnemosyne 62, 2009, pp. 432-450; J. Beneker, The Crossing of the Rubicon and the Outbreak of Civil War in Cicero, Lucan, Plutarch, and Suetonius, Phoenix 65, 2011, pp. 74-99.

Sulle falsificazioni temporali cesariane vedi Rambaud, L'art cit., pp. 134-140; Canfora, Cesare cit., pp. 158-165.

Sulla versione di Lucano vedi anche Roche (a cura di), Lucan cit., pp. 203-222. Sull'uso della cavalleria vedi Caes. BG 7,56,4; civ. 1,64,5; interessa notare come per l'attraversamento del Sicori Lucano offra solo l'immagine di uomini che passano il fiume a forza di braccia (Phars. 4,149-152).

Sulla figura di Asinio Pollione vedi G. Zecchini, Asinio Pollione: dall'attivit politica alla riflessione storiografica, in W. Haase (a cura di), Aufstieg und Niedergang der rmischen Welt, II, 30,2, de Gruyter, Berlin-New York 1982, pp. 1265-1296.

Contro l'idea del timore per un processo vedi Shackleton Bailey, Atticus cit., I, pp. 38-40; Gruen, Last cit., pp. 494-495; C.T.H.R. Ehrhardt, Crossing the Rubicon, Antichthon 29, 1995, pp. 30-41; R. Morstein-Marx, Caesar's Alleged Fear of Prosecution and His ratio absentis in the Approach to the Civil War, Historia 56, 2007, pp. 159-178. Sulle dinamiche che portarono allo scontro basti citare l'ormai classico K. Raaflaub, Dignitatis contentio: Studien zur Motivation und politischen Taktik im Brgerkrieg zwischen Caesar und Pompeius, Beck, Mnchen 1974.

Sul prigioniero vedi Butler-Cary (a cura di), Svetoni cit., p. 85; sul prigioniero e sull'anello d'oro vedi Canfora, Cesare cit., pp. 163-164.

Ipotesi sull'influenza di Labieno sulle restanti 5 coorti in Bicknell-Nielsen, Five cit., pp. 156-157.

7. Una controversia, un falso, Montesquieu e Napoleone

Sulla controversia basti citare P. Aebischer, Considrations sur le cours du Rubicon, Museum Helveticum 1, 1944, pp. 258-269; C. Ravara Montebelli, Il passaggio del Rubicone, in Ead. (a cura di), Alea iacta est. Mostra tenuta presso l'Archivio di Stato di Rimini dal 25 settembre al 25 novembre 2010, Il ponte vecchio, Cesena 2010, pp. 15-46.

Sul decretum Rubiconis vedi I. Di Stefano Manzella, L'interazione fra testo e manufatto / monumento in epigrafia, in Acta XII Congressus internationalis epigraphiae graecae et latinae (Barcelona, 3-8 Septembris 2002), I, Institut d'Estudis Catalans, Barcelona 2007, pp. 393-418, 416-417.

IX. La fuga da Roma

1. Un panico senza precedenti, un tradimento e una trattativa

Sulla posizione delle citt dell'Italia vedi F. Santangelo, Performing Passions, Negotiating Survival: Italian Cities in the Late Republican Civil Wars, in H. Brm-M. Mattheis-J. Wienand (a cura di), Civil War in Ancient Greece and Rome. Contexts of Disintegration and Reintegration, Franz Steiner Verlag, Stuttgart 2016, pp. 127-148.

Sull'ambasceria di Lucio e Roscio vedi R. Tyrrell-L. Purser, The Negotiations of Lucius Caesar, in Eid. (a cura di), Correspondence cit., IV pp. 561-564; K. von Fritz, The Mission of L. Caesar and L. Roscius in January 49 B.C., Transactions and Proceedings of the American Philological Association 72, 1941, pp. 125-156; D.R. Shackleton Bailey, The Credentials of L. Caesar and L. Roscius, in Id. (a cura di), Atticus cit., IV, pp. 441-447. Sulla versione di Cassio Dione vedi Berti, La guerra cit., pp. 36-40.

2. La drammatica riunione del 17 gennaio

Sulla riunione del 17 gennaio con grande probabilit vi  anche un accenno, sebbene velato, in Caes. civ. 1,6,7-8 (ordine di abbandonare Roma), accenno poi ripreso in 1,33,2 (minacce a coloro che restavano). La data del 17 emerge da Cic. Att. 9,10,2.

Sulla possibilit di riunioni nei giorni immediatamente precedenti vedi Meyer, Caesars cit., a partire da Plut. Pomp. 60,1.

Sul ruolo di Cicerone o Volcacio Tullo in Appiano vedi Carsana, Commento cit., p. 136.

Indicazioni sul comando di Pompeo l'anno successivo in Caes. BC 3,3; 3,16; 3,79; Lucan. 5,44-49; Plut. Cat. Mi. 53,4; Pomp. 64,3; 65,1; 66,1; DC 41,43,2. Unica indicazione ciceroniana del tumultus la raccolta delle leve (cfr. Cic. fam. 16,12,3); sul tumultus vedi Masi Doria, Salus cit.; sull'intera questione vedi F.J. Vervaet, The Official Position of Cn. Pompeius in 49 and 48 BCE, Latomus 65, 2006, pp. 928-953.

Sulla dichiarazione vedi anche P. Jal, Hostis (publicus) dans la littrature latine de la fin de la rpublique, Revue des tudes Anciennes 65, 1963, pp. 53-79.

3. L'esodo e una seconda ondata di panico

Unico studio sulla descrizione del panico in questo momento in F. Barrire, Sic quisque pavendo / dat vires famae (Lucain, Bellum ciuile, 1,484-485): tude de la peur dans Rome  l'arrive de Csar en 49 av. J.-C., in Coin-Longeray - Vallat (a cura di), Peurs cit., pp. 325-338.

Sul valore della corrispondenza ciceroniana per conoscere lo schieramento dei nobiles e per una prosopografia vedi Shackleton Bailey, Nobility cit.

Lo schieramento pompeiano era composto - con i riferimenti numerici, quando possibile, alle relative voci nella RE - da: Lucio Elio Tuberone 150 (pretorio), Sesto Atilio Serrano, Marco (Aurelio) Cotta 109 (pretorio), Lucio Cecilio Metello 75 (tribuno nel 49); Quinto Cecilio Metello Pio Scipione Nasica 99 (console nel 62 e pontefice), Marco Calpurnio Bibulo 28 (console nel 59); Gneo Calpurnio Pisone (Frugi) 95 (proquestore nel 49), Gaio Cassio Longino 59 (tribuno nel 59), Gaio Claudio Marcello 217 (console nel 49), Marco Claudio Marcello 229 (console nel 51), Appio Claudio Pulcro 297 (censore nel 50 e augure), Lucio Cornelio Lentulo Crure 218 (console nel 49), Publio Cornelio Lentulo Spintere 238 (console nel 57 e pontefice), Publio Cornelio Lentulo Spintere 239 (augure), Fausto Cornelio Silla 377 (questore nel 54 e augure), Lucio Domizio Enobarbo 27 (console nel 54 e pontefice), Gaio Fannio 9 (pretorio e pontefice), Lucio Giulio Cesare 144, Marco Giunio Bruto 53 (questore nel 53, legato nel 49 e pontefice), Licinio (Crasso) Damasippo 65 (senatore), Publio Licinio Crasso Divite Iuniano 75 (tribuno nel 53), Lucio Livio Ocella 25 (pretorio), Aulo Manlio Torquato 70 (pretorio), Lucio Manlio Torquato 80 (pretore nel 49), Minucio Rufo 50, Quinto Minucio Termo 67 (pretorio), Marco Ottavio 33 (edile curule nel 50), Marco Opimio 9, Otacilio Crasso 9, Aulo Plauzio (Silvano?) 8 (pretore nel 51), Pompeo Rufo 43, Marco Porcio Catone 20 (pretore nel 54), Marco Publicio 12 (senatore), Marco Pupio Pisone 10-12 (senatore), Sesto Quintilio Varo (questore nel 49), Publio Rutilio Lupo 27 (pretore nel 49), Servio Sulpicio 21 (senatore), Servio Sulpicio Rufo 95 (console nel 51), Marco Terenzio Varrone 84 (pretorio), Gaio Valerio Flacco 169 (legato nel 53-51).

Lo schieramento cesariano era composto da: Marco Acilio Glabrione (cfr. 15, 16, 39), Lucio Emilio Buca 37, Marco Emilio Lepido 73 (pretore nel 49 e pontefice), Gaio Antistio Regino 39 (legato nel 53-49?), Gaio Antistio Vetere 47 (tribuno nel 56), Gaio Antonio (Ibrida) 19 (console nel 63), Gaio Antonio 20 (questore nel 51?), Lucio Antonio 23 (questore nel 50), Marco Antonio 30 (tribuno nel 49 e augure), Marco Appuleio 2, 3, 14?, (Aurelio) Cotta (tribuno nel 49), Lucio Calpurnio Bestia 24-25 (edilizio), Quinto Cassio 21 (senatore?), Lucio Cassio Longino 65, Quinto Cassio Longino 70 (tribuno della plebe nel 49 e augure), Marco Claudio Marcello Esernino 232, Tiberio Claudio Nerone 254, Gaio Claudio Pulcro 303 (pretore nel 56), Lucio Cornelio Cinna 107, Publio Cornelio Dolabella 141 (senatore e XVvir), Publio Cornelio Lentulo Marcellino 232, Gneo (Cornelio) Lentulo Vatia 241, Publio Cornelio Silla 386 (console designato nel 65), Gaio Didio 2, Gneo Domizio 11, Gneo Domizio Calvino 43 (console nel 53), Quinto Fabio Massimo Sanga 108, 143 (pretorio), Marco Furio Bibaculo 37, Furio Crassipede 54, Quinto Ortensio 8 (senatore), Sesto Giulio Cesare 152-153 (flamine di Giove), Decimo Giunio Bruto Albino 55a (questore nel 50?), Marco Giunio Silano 171-172 (legato nel 53), L. (Iuvenzio) Laterense 15, Marco Licinio Crasso 56 (questore nel 54, pontefice), Lucio Marcio Censorino 48, Lucio (Marcio) Figulo 64, Lucio Marcio Filippo 77 (tribuno nel 49 e augure), Quinto (Marcio) Filippo 83 (senatore), Quinto Mucio Scevola 23 (tribuno nel 54 e augure), Gaio Norbano Flacco 9a, Gaio Papirio Carbone 35 (pretore nel 62), Lucio Pinario Scarpo 24, Publio Plauzio Ipseo 23 (pretorio), Gaio Scribonio Curione 11 (tribuno nel 50, pontefice), Lucio Sempronio Atratino 26, Gaio Servilio Casca Longo 53, Publio Servilio Isaurico 67 (pretore nel 54, augure?), Servio Sulpicio Galba 61 (pretore nel 54, augure), Publio Sulpicio Rufo 93 (legato nel 55-49), Servio Sulpicio Rufo 96, Marco Terenzio Varrone Gibba 89, Marco Valerio Messalla Rufo 268 (console nel 53 e augure), Lucio Volcazio Tullo.

Tra i neutrali' si ricordano: Manio Emilio Lepido 62 (console nel 66), Lucio Emilio (Lepido) Paolo 81 (console nel 50), Lucio Aurelio Cotta 102 (censore nel 64), Lucio Calpurnio Pisone Cesonino 90 (censore nel 50), Gaio Claudio Marcello 214 (pretore nell'80 e augure), Gaio Claudio Marcello 216 (console nel 50), Lucio Giulio Cesare 143 (console nel 64), Lucio Marcio Filippo 76 (console nel 56), Marco Perperna 5 (censore nell'86), Publio Servilio Vatia Isaurico 93 (censore nel 55), Aulo Terenzio Varrone Murena 91.

4. La fuga di Cicerone

Carteggio ciceroniano (tra il 17 gennaio e il 9 febbraio): Att. 7,10 (Cicerone ad Attico - da Roma, 17-18 gennaio); 7,11 (Cicerone ad Attico - da Roma o dalla Campania, 17-22 gennaio); Att. 7,12 (Cicerone ad Attico - da Formia, 21-22 gennaio); fam. 14,18 (Cicerone con il figlio a Terenzia e Tullia - da Formia, 22 gennaio); fam. 14,14 (Cicerone a Terenzia e Tullia - da Minturno, 23 gennaio); Att. 7,13a BL TP (= 7,13 T OCT CP L; Cicerone ad Attico - da Minturno, 22-23 gennaio); 7,13b BL TP (= 7,13a T OCT CP L; Cicerone ad Attico - da Minturno, 23-24 gennaio); 7,14 (Cicerone ad Attico - da Cales, 25 gennaio); 7,15 (Cicerone ad Attico - da Capua, 26 gennaio); fam. 16,12 (Cicerone a Tirone - da Capua, 27 gennaio); Att. 7,16 (Cicerone ad Attico - da Cales, 28 gennaio); 7,17 (Cicerone ad Attico - da Formia, 2 febbraio); 7,18 (Cicerone ad Attico - da Formia, 3 febbraio); 7,19 (Cicerone ad Attico - da Formia, 3 febbraio); 7,20 (Cicerone ad Attico - da Capua, 4-5 febbraio); 7,21 (Cicerone ad Attico - da Cales, 8 febbraio); 7,22 (Cicerone ad Attico - da Formia, 8-9 febbraio); 7,23 (Cicerone ad Attico - da Formia, 9-10 febbraio).

6. Una pace sempre pi lontana

Citata (a p. 218)  anche Att. 8,11B (Cicerone a Pompeo - da Formia, 15-16 febbraio).

X. La lunga marcia' di Cesare
e la fuga di Pompeo a Brindisi

1. Un'avanzata irresistibile

Sul patronato pompeiano di Osimo vedi ILS 877.

Sull'avanzata di Cesare possiamo ipotizzare questa datazione di massima, tra il passaggio del Rubicone e l'arrivo a Corfinio (15 febbraio): occupazione di Pesaro, Fano, Ancona (prima del 15 gennaio); occupazione di Arezzo (17 gennaio); consiglio di guerra di Teano e rigetto della risposta di Cesare (23 febbraio); arrivo a Rimini o ad Ancona degli ambasciatori e conseguente occupazione di Osimo e Gubbio (1-4 febbraio), nonch continuazione della marcia verso sud, mentre Pompeo faceva convergere le truppe a Lucera; arrivo a Cesare della legione XII (5 febbraio); ripiegamento su Corfinio di Lentulo Spintere (da Ascoli), di Termo (da Gubbio) e di Vibullio, con le coorti arruolate nel Piceno (verso il 7-8 febbraio). Cfr. anche Pennacini, Gaio cit., p. 1199.

Carteggio ciceroniano (tra il 10 e il 23 febbraio): Att. 7,24 (Cicerone ad Attico - da Formia, 10-11 febbraio); 7,25 (Cicerone ad Attico - da Formia, 10-12 febbraio); 7,26 (Cicerone ad Attico - da Formia, 12-15 febbraio); 8,11A (Pompeo a Cicerone - da Lucera, 10 febbraio); 8,11B (Cicerone a Pompeo - da Formia, 15-16 febbraio); 8,1 (Cicerone ad Attico - da Formia, 15-16 febbraio); 8,2 (Cicerone ad Attico - da Formia, 17 febbraio); 8,3 (Cicerone ad Attico - da Cales, 18-19 febbraio); 8,6 (Cicerone ad Attico - da Formia, 20-21 febbraio); 8,7 (Cicerone ad Attico - da Formia, 21-23 febbraio); 8,4 (Cicerone ad Attico - da Formia, 22 febbraio); 8,8 (Cicerone ad Attico - da Formia, 23-24 febbraio).

Sull'identificazione di Cic. Att. 8,11A vedi Shackleton Bailey, Atticus cit., IV, pp. 341-342.

2. La resa di Corfinio e un carteggio straordinario

Sulla presa di Corfinio vedi R. Tyrrell-L. Purser, The Forces at Corfinium and its Neighbourhood, in Eid., Correspondence cit., IV, pp. 564-565; G. Veith, Corfinium, eine kriegsgeschichtliche Studie, Klio 13, 1913, pp. 1-26; D.R. Shackleton Bailey, Exspectatio Corfiniensis, in Id. (a cura di), Atticus cit., IV, pp. 448-459. In difesa dell'operato di Enobarbo, oltre a Shackleton Bailey, vedi K. von Fritz, Pompey's Policy before and after the Outbreak of the Civil War of 49 B.C., Transactions and Proceedings of the American Philological Association 73, 1942, pp. 145-180; A. Burns, Pompey's Strategy and Domitius' Stand at Corfinium, Historia 15, 1966, pp. 74-95.

Sul numero di coorti di Enobarbo: Caes. civ. 1,15,5-7 dice che Vibullio e Irro avevano 13 coorti, Domizio circa 20. Le cifre date da Pompeo oscillano invece tra le 31 (Cic. Att. 8,12A,1; 3) e le 30 coorti (Cic. Att. 8,11A).

3. Cicerone e un'interminabile attesa

Carteggio ciceroniano (tra il 25 febbraio e il 24 marzo): Att. 8,9b BL (= 8,9,3-4 TP = 8,9a T OCT CP = 8,9 L; Cicerone ad Attico - da Formia, 25 febbraio); 8,11 (Cicerone ad Attico - da Formia, 27 febbraio); 8,11C (Pompeo a Cicerone - da Canusium, 20 febbraio); 8,11D (Cicerone a Pompeo - da Formia, 27 febbraio); 8,12 (Cicerone ad Attico - da Formia, 28 febbraio); 8,13 (Cicerone ad Attico - da Formia, 1 marzo); 8,14 (Cicerone ad Attico - da Formia, 2 marzo); 8,15 (Cicerone ad Attico - da Formia, 3 marzo); 8,15A (Balbo a Cicerone - da Roma, fine febbraio-ca 1 marzo); 8,16 (Cicerone ad Attico - da Formia, 4 marzo); 9,1 (Cicerone ad Attico - da Formia, 6 marzo); 9,2a BL (= 9.2 TP T OCT CP L, Cicerone ad Attico - da Formia, 7 marzo); 9,2b BL (= 9.2a TP T OCT CP L, Cicerone ad Attico - da Formia, 8 marzo); 9,3 (Cicerone ad Attico - da Formia, 9 marzo); fam. 8,15 (Celio a Cicerone - da Ventimiglia, ca 9 marzo); Att. 9,5 (Cicerone ad Attico - da Formia, 10-11 marzo); 9,6 (Cicerone ad Attico - da Formia, 11-12 marzo); 9,6A (Cesare a Cicerone - dal cammino per Brindisi, ca 5 marzo); 9,7 (Cicerone ad Attico - da Formia, 13 marzo); 9,7A (Balbo e Oppio a Cicerone - da Roma, 7-10 marzo); 9,7B (Balbo a Cicerone - da Roma, 9-12 marzo); 9,7C (Cesare a Oppio e Balbo - dal cammino, 3-5 marzo); 9,8 (Cicerone ad Attico - da Formia, 14 marzo); 9,9 (Cicerone ad Attico - da Formia, 17 marzo); 9,10 (Cicerone ad Attico - da Formia, 18 marzo); 9,11A (Cicerone a Cesare - da Formia, 18-20 marzo); 9,11 (Cicerone ad Attico - da Formia, 20 marzo); 9,12 (Cicerone ad Attico - da Formia, 20-21 marzo); 9,13a BL (= 9,13,1-7 TP CP = 9,13 T OCT; Cicerone ad Attico - da Formia, 22-23 marzo); 9,13b BL (= 9,13,8 TP = 9,13a T OCT CP = 9,13 L; Cicerone ad Attico - da Formia, 24 marzo); 9,13A (Balbo a Cicerone - da Roma, ca 22-ca 23 marzo, con copia di una lettera inviata da Cesare a Oppio e Balbo il 9-10 marzo); 9,14 (Cicerone ad Attico - da Formia, 24-25 marzo, con copia parziale di una lettera inviata da Cesare a Pedio il 14 marzo).

Sul fatto che Oppio e Balbo costituissero l'ufficio politico di Cesare vedi Wiseman, Publication cit., n. 18.

Sul rapporto tra Pompeo e Teofane vedi B.K. Gold, Pompey and Theophanes of Mytilene, The American Journal of Philology 103, 1985, pp. 312-327.

Cic. Att. 9,10,4 parla di un volumen di lettere di Attico (cfr. L. Canfora, Totalit e selezione nella storiografia classica, Bari, Laterza 1972, p. 125), probabilmente 13.

Sulla nkuia vedi Cic. Att. 9,10,7; 9,11,2; 9,18,2; cfr. Hinard, Proscriptions cit., pp. 213-217.

XI. Nelle mani di Cesare

2. Un inseguimento impossibile

Carteggio ciceroniano (tra il 25 marzo e il 2 aprile): Att. 9,15 (Cicerone ad Attico - da Formia, 25 marzo); 9,15a BL T OCT CP (= 9,15,6 TP; Cicerone ad Attico - da Formia, 25-26 marzo, con la copia di una lettera inviata a Cicerone da Mazio e Trebazio in viaggio da Capua, il 23-34 marzo); 9,16 (Cicerone ad Attico - da Formia, 26 marzo, con la copia di una lettera di Cesare inviata a Cicerone ca il 20 marzo); 9,17 (Cicerone ad Attico - da Formia, 27 marzo); 9,18 (Cicerone ad Attico - da Formia, 28-29 marzo); 9,19 (Cicerone ad Attico - da Arpino, 31 marzo-2 aprile).

Sul presidio a Otranto segnalato in Appiano vedi Carsana, Commento cit., p. 143.

Sui trasporti navali di Cesare vedi M.B. Charles, Caesar and Maritime Troop Transport in the Civil War (49-45 B.C.), in C. Deroux (a cura di), Studies in Latin Literature and Roman History, XV, Latomus, Bruxelles 2010, pp. 130-152.

Sulla fuga di Catone dalla Sicilia vedi anche D.C. Yates, The Role of Cato the Younger in Caesar's Bellum Civile, The Classical World 104, 2011, pp. 161-174.

Sul ruolo di Asinio Pollione citato da Plutarco e Appiano vedi Carsana, Commento cit., pp. 143-144.

3. Una citt tutto sommato tranquilla

Velleio Patercolo menziona solo un'esposizione di Cesare in senato e all'assemblea popolare dei suoi propositi, e del tragico stato di necessit per cui era stato costretto dalle armi altrui ad armarsi (Storia romana, 2,50,2) e Svetonio parla di una disamina in senato sulla situazione politica (Cesare, 34,2).

4. Una partenza' di altri due mesi

Carteggio ciceroniano (tra il 3 aprile e il 7 giugno): Att. 10,1 (Cicerone ad Attico - da Laterio, 3 aprile); 10,3 (Cicerone ad Attico - da Arcano, 7 aprile); 10,3a (Cicerone ad Attico - da Arcano, 7 aprile); 10,4 (Cicerone ad Attico - da Cuma, 14 aprile); 10,5 (Cicerone ad Attico - da Cuma, 16 aprile); 10,6 (Cicerone ad Attico - da Cuma, ca 17-21 aprile); fam. 4,1 (Cicerone a Sulpicio Rufo - da Cuma, ca 21-22 aprile); Att. 10,7 (Cicerone ad Attico - da Cuma, 21-22 aprile); fam. 4,2 (Cicerone a Sulpicio Rufo - da Cuma, 28-29 aprile); 5,19 (Cicerone a Mescinio Rufo - da Cuma, ca 28 aprile); Att. 10,8 (Cicerone ad Attico - da Cuma, 2 maggio); 10,8A (Antonio a Cicerone - dalla Campania, ca 1 maggio); 10,8B (Cesare a Cicerone - dal cammino verso Marsiglia, 16 aprile); 10,9 (Cicerone ad Attico - da Cuma, 3 maggio); 10,9A (= fam. 8,16; Celio a Cicerone - dalla Liguria, 16 aprile); fam. 2,16 (Cicerone a Celio - da Cuma, 2-4 maggio); Att. 10,10 (Cicerone ad Attico - da Cuma, 3 maggio, con la copia di una lettera di Antonio inviata a Cicerone il 2-3 maggio, forse da Miseno); 10,11 (Cicerone ad Attico - da Cuma, 4 maggio); 10,12 BL T OCT CP L (= 10,12,1-3 TP; Cicerone ad Attico - da Cuma, 5 maggio); 10,12a BL T OCT CP L (= 10,12,4-7 TP; Cicerone ad Attico - da Cuma, 6 maggio); 10,13 (Cicerone ad Attico - da Cuma, 7 maggio); 10,14 (Cicerone ad Attico - da Cuma, 8 maggio); 10,15 (Cicerone ad Attico - da Cuma, 10-12 maggio); 10,16 (Cicerone ad Attico - da Cuma, 14 maggio); 10,17 (Cicerone ad Attico - da Cuma, 16 maggio); 10,18 (Cicerone ad Attico - da Cuma, 19-20 maggio); fam. 14,7 (Cicerone a Terenzia - da Gaeta, 7-11 giugno).

Sul progetto di Celio vedi D.R. Shackleton Bailey, Caelianum illud, in Id. (a cura di), Atticus cit., IV, pp. 461-469.

XII. La guerra guerreggiata,
la res publica' e l'Urbe

Sulle vicende della guerra civile del 49-45 ci limitiamo a segnalare, per completezza nella trattazione delle fonti, l'ancora validissimo T. Rice Holmes, The Roman Republic and the Founder of the Empire, III, Clarendon Press, Oxford 1923. Per quanto riguarda l'attenzione all'aspetto marittimo' della strategia pompeiana vedi M.J.G. Gray-Fow, Qui mare teneat (Cic. Att. 10, 8): Caesar, Pompey, and the Waves, Classica et Mediaevalia 44, 1993, pp. 141-179, con utilissimo elenco delle battaglie navali tra il 49 e il 45. Sulla campagna di Durazzo vedi G. Veith, La campagna di Durazzo fra Cesare e Pompeo. Con particolare riferimento alla geografia storica del teatro di guerra albanese, Istituto Poligrafico dello Stato, Roma 1942.

Frutto di creativit poetica  la notizia di Lucano, che dipinge invece Cicerone a Farsalo, a tenere a Pompeo un discorso bellicoso: vibrano le armi nelle mani, ognuno attende a stento il segnale che tarda: affrettati, perch le trombe non ti precedano (Farsaglia, 7,82-83).

Sull'Anticatone cesariano vedi Canfora, Cesare cit., pp. 285-289.

Sulla difesa di Marcello, Ligario e Deiotaro vedi Narducci, Parola cit., pp. 383-388, e F. Gasti (a cura di), Marco Tullio Cicerone. Orazioni cesariane, Rizzoli, Milano 1997.

5. L'Italia e l'Urbe

Sulla ribellione dell'esercito presso Piacenza vedi Svet. Iul. 69; App. BC 2,191-195; DC 41,26,1-35,5.

Sulla politica fiscale cesariana nel 49 vedi M.W. Frederiksen, Caesar, Cicero and the Problem of Debt, The Journal of Roman Studies 56, 1966, pp. 128-141, che pensa a questa sequenza: 1) misure temporanee nel 49 e 48 per creare valutazioni; 2) una legge nel 49, pi tardi ripresa nel 46 o nel 45, de modo credendi et possidendi, che limitava il possesso di moneta e richiedeva investimento in Italia; 3) una legge sulla cessio bonorum, nel 46 o nel 45. Cfr. P. Simelon, Aspects de la situation socio-conomique en Italie entre 49 et 45 av. J.-C., Acta Classica Universitatis Scientiarum Debreceniensis 21, 1985, pp. 73-100.

Sulle distribuzioni di Cesare vedi App. BC 2,198. P.D.A. Garnsey, Carestia nel mondo antico. Risposte al rischio e alla crisi, trad. it. La Nuova Italia, Firenze 1997, p. 283, ascrive anche DC 41,16,1 alla stessa occasione.

Sulla vicenda di Celio e Milone e su quella successiva di Dolabella basti citare P. Simelon,  propos des meutes de M. Caelius Rufus et de P. Cornelius Dolabella (48-47 av. J.-C.), Les tudes Classiques 53, 1985, pp. 387-405; Cordier, Caelius cit.

Sul terremoto e i crolli vedi D.C. 41,14,2; sulle condizioni di vita vedi in generale Yavetz, Living cit., pp. 516-517.

Sull'esempio di Curione vedi K.E. Welch, Antony, Fulvia, and the Ghost of Clodius in 47 B.C., Greece and Rome 42, 1995, pp. 182-201. Se accettiamo per corretta la congettura di Purser a Cic. Att. 11,23,3 (de statua), Dolabella propose addirittura d'innalzare una statua a Clodio.

La versione di Appiano (BC 2,385-386)  differente (385: Cesare attravers l'Asia per rendere giustizia delle estorsioni dei publicani), ma conferma che si mosse quando venne a sapere che Antonio presidiava il Foro con i soldati.

Sull'ammutinamento dei soldati in Campania, tra gennaio e settembre 47, vedi Plut. Caes. 51,2-4; Svet. Iul. 70; App. BC 2,386-396; DC 42,52,1-55,3; cfr. Front. Strat. 1,9,4.

Sullo scioglimento dei collegia, le misure fiscali, la riduzione del numero degli aventi diritto alle frumentazioni, la distribuzione di terre, i lavori pubblici, le donazioni e i trionfi e le loro conseguenze basti menzionare il classico Z. Yavetz, Plebs and princeps, Clarendon Press, Oxford 1969, pp. 45-57.

Come osserva Carcopino, Csar cit., p. 469 n. 2, non c' motivo di respingere l'indicazione di Cassio Dione, per la ragione che la notizia non avrebbe dovuto impiegare ben trentatr giorni per arrivare a Roma. La pubblicazione del dispaccio di Cesare potrebbe essere stata ritardata, in vista di questa coincidenza.

6. Roma al centro, da Ottaviano a Napoleone

Ci siamo limitati a citare, nell'ordine, T. Mommsen, Storia di Roma antica, II 2, trad. it. Sansoni, Firenze 1960, pp. 1002-1008; Meyer, Caesars cit., pp. 312-318; von Fritz, Pompey cit.; Burns, Pompey cit.; L.G. Pocock, What made Pompeius fight in 49 B.C.?, Greece and Rome 6, 1959, pp. 68-81; A. Powell, An Island amici the Flame': The Strategy and Imagery of Sextus Pompeius, 43-36 BC, in A. Powell-K.E. Welch (a cura di), Sextus Pompeius, Duckworth, London 2002, pp. 103-133; K.E. Welch, Magnus Pius: Sextus Pompeius and the Transformation of the Roman Republic, The Classical Press of Wales, Swansea 2012.

Sull'opera di Sesto Pompeo le fonti presentano molti dati. Gi nel 41 la fame colpiva Roma, perch il traffico marittimo a causa di Pompeo non portava pi nulla e le terre italiche per la guerra non erano pi coltivate; ci che era prodotto serviva per gli eserciti. La plebe commetteva rapine di notte in citt e azioni ancora peggiori dei furti, e le commetteva impunemente: l'opinione comune le attribuiva ai soldati. La popolazione chiudeva le officine e cacciava i magistrati, poich non si sentiva pi bisogno n di magistrati n di arti in una citt ridotta alla fame e preda di briganti (Appiano, Guerre civili, 5,72-73). Nel dicembre 40, poich il frumento veniva riservato ai soldati, la plebe apertamente malediceva la guerra e la vittoria, e correndo per le case alla ricerca di grano, saccheggiava tutto ci che trovava (5,138). Anche in seguito i commercianti dell'Oriente non prendevano il mare per timore di Pompeo e della Sicilia, quelli dell'Occidente a causa della Sardegna e della Corsica occupate dai pompeiani, quelli delle opposte sponde dell'Africa a causa degli stessi che dominavano il mare da entrambe le parti (5,280). Ogni cosa saliva di prezzo e la folla spingeva ad accordi con Pompeo; al che addirittura si ebbe una sommossa del popolo, stanco di finanziare la guerra civile, nella quale Ottaviano rischi il linciaggio. Quando egli cerc di giungere alla pace, siglata nell'estate 39, l'ammiraglio Menodoro dalla Sardegna scrisse a Pompeo di condurre la guerra o di temporeggiare, perch la fame combatteva per loro e le condizioni di pace, se avesse atteso, sarebbero state migliori (5,293). Ma nel 38 si ruppe il patto, e Roma torn alla fame, come ricorda sempre Appiano (5,325-329). Dopo alcune sconfitte navali, Ottaviano si trov incalzato dalla carestia e dal popolo che di nuovo lo tormentava per un accordo e scherniva la guerra perch contro i patti (5,384), ci che port ad altri accordi. Ancora nel 36, si ebbero sollevazioni popolari nel ricordo di Pompeo Magno, al che Ottaviano dovette inviare, a calmare l'Urbe, Mecenate, in due riprese (5,414; 5,470).

Per quanto riguarda le difficolt nell'usare la testimonianza ciceroniana, bisogna prendere in considerazione elementi gi richiamati. La lettera del maggio 51 non implica infatti che Pompeo abbia parlato di blocco navale (Ai familiari, 2,8,2). Ancora il 25 dicembre 50, secondo Cicerone, egli sembrava invece mosso dal timore di dover lasciare Roma (Ad Attico, 7,8,5). Il primo accenno all'abbandono della citt compare nel dicembre 50, in una lettera che - con lo spirito di suasoria - tratteggia tutti gli scenari possibili: incominciate le ostilit, converr difendere la citt o abbandonarla per interdire [a Cesare] ogni rifornimento e altri rinforzi? (Ad Attico, 7,9,2).

Che il problema dell'approvvigionamento dell'Urbe fosse sentito, compare per la prima volta in una lettera ad Attico con la spiegazione di una a Pompeo (invece non esplicita): tenere saldo il litorale se voleva assicurarsi gli approvvigionamenti di grano dalle provinciae (8,1,2). Il progetto pompeiano prende invece forma in tre molto inquiete' lettere del marzo 49, dove si legge che Pompeo aveva come primo progetto, strangolare Roma e l'Italia con la fame; poi, devastare campagne, mettere tutto a fuoco, non rinunciare alle sostanze dei ricchi (9,7,3), e ancora uccidere con la fame la madre pi antica e pi santa, la patria!, grazie alla flotta raccolta da Alessandria, dalla Colchide, da Tiro, da Sidone, da Arado, da Cipro, dalla Panfilia, dalla Licia, da Rodi, da Chio, da Bisanzio, da Lesbo, da Smirne, da Mileto, da Coo, messa insieme per intercettare i viveri all'Italia e per occupare le provinciae che ci danno grano (9,9,2). E infine, rileggendo la corrispondenza di Attico, Cicerone decreta che il nostro Gneo questa vergogna la pensava da due anni, tanto nel suo intimo scimmiotta Silla, tanto e da tanto tempo non sogna se non proscrizioni (9,10,6). Ma si trattava, certo, di uno strumento efficace per rimproverare Attico.
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FINE.
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Ringraziamenti

L'idea di questa monografia  nata in seguito al coinvolgimento, da parte di Pierangelo Buongiorno e di Sebastian Lohsse, nel gruppo di ricerca internazionale Palingenesie der rmischen Senatsbeschlsse (509 v.Chr.-284 n.Chr.), ospitato dall'Institut fr Rechtsgeschichte della Westflische Wilhelms-Universitt Mnster e operante sotto gli auspici della fondazione Alexander von Humboldt. Alcune tesi di fondo sono state proficuamente discusse nel corso di una lectura organizzata, presso l'Universit degli Studi di Padova, dal Centro Interdipartimentale di Ricerca Studi Liviani, promosso da Gianluigi Baldo e attualmente diretto da Maria Veronese.

Un sentito ringraziamento a Lia Di Trapani, impareggiabile editor, e a Flavio Raviola, impareggiabile lettore.

Un vivissimo, deferente e affettuoso ringraziamento a due figure sempre presenti, che ancora una volta mi hanno elargito consigli e incoraggiamenti: Umberto Laffi, che ancor prima ha guidato con passione ed entusiasmo i miei studi, e Arnaldo Marcone, che tanto ha contribuito a orientare e nutrire i miei interessi.

Un ringraziamento e una dedica particolari a mio padre, Mario Fezzi, avvocato, pianista e cultore di storia, che ci ha lasciati il 5 luglio 2016. A lui devo molte delle mie passioni.
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FINE.